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Siamo dei cattivi ascoltatori

2010-05-08- “The Jerusalem Post”
“The Jerusalem Post”, 11/04/ 2010

C’era assai di più nell’omelia del predicatore papale che il semplice paragone tra il trattamento che sta ricevendo la Chiesa per gli scandali della pedofilia e l’antisemitismo.

La settimana passata ci ha fornito alcune importanti lezioni sulle relazioni cristiano-giudaiche e in particolare su come su tali relazioni le bufere vanno e vengono. Esattamente una settimana fa, nel suo discorso del Venerdì Santo, il predicatore della Casa Pontificia, Padre Raniero Cantalamessa, paragonava il trattamento che la Chiesa sta ricevendo per gli scandali internazionali della pedofilia con l’antisemitismo.

L’affermazione era chiaramente sbagliata e ha attirato una condanna immediata e giustificata da parte di alcuni portavoce ebrei. Padre Cantalamessa si è scusato pubblicamente con chiunque avesse involontariamente offeso. A tutti gli effetti la tempesta è passata.

Rivisitando questi fatti ci fornisce alcune lezioni importanti su come la percezione che il pubblico ha delle relazioni giudeo-cristiane è che si passi da uno scandalo all’altro, finendo per non riconoscere i cambiamenti reali che hanno luogo silenziosamente davanti ai nostri occhi. Guardiamo le notizie e rimaniamo ciechi davanti alle vere novità. I titoli a sensazione ci fanno perdere di vista ciò che è veramente degno di nota, nuovo e ispirante.

Devo pensare che nessun portavoce ebreo che ha reagito all’affermazione del predicatore ha mai letto la sua omelia. Essi molto probabilmente hanno reagito a un giornalista che chiedeva un commento su una certa frase, e hanno dato una risposta in merito. I giornalisti, estrapolando una citazione da un testo più lungo, fissano i termini del problema, i portavoce ebrei rispondono, ne nasce una storia, si crea uno scandalo, ed è così che le nostre relazioni sono costruite.

Uno sguardo a ciò che il predicatore francescano ha realmente detto racconta una storia diversa, di cui il minimo che si possa dire è che dissipa l’impressione negativa generata dalle frasi che hanno fatto i titoli dei giornali.

Richiamiamo alla mente il momento. Siamo nella liturgia del Venerdì Santo. L’omelia del Venerdì Santo è stata per secoli il momento più temuto dagli ebrei. Dopo aver ascoltato tale omelia la folla usciva per le strade e gli ebrei temevano per la loro vita. Le rappresentazioni teatrali della Passione del Venerdì Santo erano fonte costante di violenza contro i giudei. Più vicino a noi, il Venerdì Santo ha costituito un problema per le relazioni giudeo-cristiane a causa della nuova versione latina della preghiera per gli ebrei approvata da papa Benedetto.

Con questo retroscena, sorprende notare ciò che Padre Cantalamessa ha fatto di questa occasione. Egli usa questo momento nella basilica di San Pietro, in presenza del papa, per augurare “Buona festa di Pasqua” agli ebrei!

Nel leggere questo mi sono chiesto: quando mai, prima di adesso, un discorso del Venerdì Santo fu usato per questo scopo? Probabilmente mai. Perché diamo per scontato questo gesto di buona volontà? Perché passiamo sopra di esso in silenzio? Pensare agli ebrei come fratelli di fede durante la liturgia papale del Venerdì Santo è il frutto di decenni di lavoro nel campo delle relazioni giudeo-cristiane. Che questo abbia potuto essere detto così naturalmente e quasi a caso, questa è la vera notizia.

Ma il predicatore non si ferma qui. Saluta noi ebrei con parole prese dalla Mishna, citate nell’Hagadda, il più popolare dei testi giudaici, che hanno trovato un’eco nella liturgia cristiana, un segno del legame che c’è tra le due comunità. Quanto spesso ci siamo lamentati, dicendo che il giudaismo non è solo la radice biblica di cui il cristianesimo è il ramo? Quante volte abbiamo affermato la necessità di riferirsi all’attuale giudaismo per se stesso, rispettandolo come religione autonoma, e non soltanto come Antico Testamento?

Il fatto di salutarci il Venerdì Santo con parole prese dalla Mishna-Hagadda non costituisce un potente messaggio che siamo in presenza di qualcosa di giusto e che abbiamo fatto dei progressi?

Non abbiamo colto tutto questo per il fatto che abbiamo notato solo il paragone tra i violenti attacchi contro la Chiesa e quelli perpetrati con gli ebrei. E anche in questo caso abbiamo omesso di ascoltare per intero la voce dell’ebreo citato dal Padre francescano. Essa parlava di una comune speranza messianica che ci riunirà un giorno nell’amore del Padre comune. C’è bisogno che domandi, anche qui, quando è stata l’ultima volta che parole del genere sono state pronunciate in San Pietro, il Venerdì Santo? C’è solo una risposta appropriata a tutto ciò: riconoscimento del significato sereno e profondo di quanto avvenuto e per questo – Grazie, P. Cantalamessa!

Leggendo l’omelia nella sua interezza, sono convinto che l’intenzione di P. Cantalamessa è stata travisata. Sta diventando sempre più difficile per le persone religiose dare un messaggio pensato, con qualche complessità, sfumatura, con una certa profondità storica e teologica, senza temere che un’idea sia presa fuori del contesto e fare titoli, titoli sbagliati. Chiaramente, P. Cantalamessa non ha pensato a tutte le possibili conseguenze delle sue affermazioni, fidando ingenuamente nel fatto che, essendo l’autore di esse un ebreo, questo avrebbe garantito la loro accettabilità a orecchi ebraici.

Egli è stato giustamente richiamato per questo ed ha fatto le dovute scuse. Ma anche noi dobbiamo esprimere il nostro rincrescimento per aver mancato di ascoltare il messaggio come fu pronunciato, per aver permesso ai media di creare una falsa storia, ignorando quella vera. La battaglia contro le presentazioni selettive e superficiali del nostro messaggio religioso è una battaglia comune, nella quale le voci delle persone pensose di tutte le religioni devono collaborare.

Il tema dell’omelia del predicatore era contro la violenza. Questi ultimi giorni ci hanno mostrato di nuovo come anche il cattivo ascolto può essere fonte di violenza.

Alon Goshen-Gottstein