Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Giovanni Battista, profeta dell’Altissimo - II Domenica di Avvento

Baruch 5, 1-9; Filippesi 4, 4-6.8-11; Luca 3, 1-6

Il Vangelo di questa Domenica è occupato per intero dalla figura di Giovanni Battista. Ecco come egli si presenta al mondo:

“Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”

Non possiamo trascorrere il tempo che ci separa dal Natale, senza dedicare una volta la nostra attenzione a questo araldo che preparò l’umanità alla prima venuta di Cristo. Vedremo che egli ha qualcosa di molto attuale da dirci.
Fin dal momento della sua nascita, Giovanni Battista fu salutato dal padre Zaccaria come profeta:

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade” (Luca 1, 76)

Noi siamo oggi alla ricerca di profeti. Nel mondo e nella Chiesa, tutti invocano i profeti. Nel medio evo, la domanda magica che tutti avevano sulle labbra (almeno secondo il famoso ciclo epico dei cavalieri della Tavola Rotonda) era: “Dove è il Santo Graal?”; oggi la domanda è: “Dove sono i profeti?”. I profeti sono come gli occhi dell’umanità. Senza di essi l’umanità si sente cieca e non sa in che direzione muoversi. La più grande sventura del popolo d’Israele dopo l’esilio non era la mancanza di cibo o di sacrifici nel tempio, ma la mancanza di profeti: “Non ci sono più profeti tra noi e nessuno sa fino a quando” (Salmo 74,9).
Ma chi è il vero profeta? San Giovanni Battista ci aiuta a scoprirlo. Cosa ha fatto il Precursore per essere definito da Cristo “il più grande dei profeti” (cfr. Luca 7,28)? Anzitutto, sulla scia degli antichi profeti di Israele, egli ha predicato contro l’oppressione e l’ingiustizia sociale. Nel Vangelo di Domenica prossima lo sentiremo dire:

“Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.

Agli esattori delle tasse, che tanto spesso dissanguavano i poveri con richieste arbitrarie, dice: “Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato”. Ai soldati, inclini alla violenza: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno” (cfr. Luca 3, 11-14). Anche le parole or ora ascoltate sui monti da spianare, le valli da colmare e i passi tortuosi da raddrizzare, possono avere una applicazione sociale. Potremmo oggi intenderle così: “Ogni ingiusta differenza sociale tra ricchissimi (i monti) e poverissimi (le valli) deve essere eliminata o almeno ridotta; le vie tortuose della corruzione e dell’inganno devono essere raddrizzate”.
Fin qui riconosciamo facilmente l’idea che abbiamo oggi del profeta: uno che spinge al cambiamento; che denuncia le storture del sistema, che punta il dito contro il potere in tutte le sue forme -religioso, economico, militare-, che osa gridare in faccia al tiranno, come farà appunto Giovanni Battista con Erode: “Non ti è lecito!” (Matteo 14,4).
Ma Giovanni Battista fa anche una seconda cosa. Dà al popolo “la conoscenza della salvezza, nella remissione dei suoi peccati” (Luca 1, 77). In che senso, potremmo chiederci, questo fa di lui un profeta? Dov’è la profezia in questo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura; ma Giovanni Battista non annuncia una salvezza futura; indica uno che è presente. Egli è colui che punta di scatto il dito verso una persona e grida: “Eccolo!”: “Ecco l’Agnello di Dio!” (Giovanni 1,29). “Quello che si è atteso per secoli e secoli, è qui, è lui!” Che brivido dovette passare quel giorno per il corpo dei presenti a sentirlo parlare così!
Qualcuno potrebbe pensare: ma che profeta è il Precursore, se si limita a indicare quello che tutti hanno sotto gli occhi? E invece proprio qui sta la grandezza della sua profezia! I profeti tradizionali aiutavano i contemporanei a oltrepassare il muro del tempo e vedere nel futuro, ma lui aiuta a superare il muro, ancora più spesso, delle apparenze contrarie e fa scoprire il Messia nascosto dietro le sembianze di un uomo come gli altri. Il Battista inaugurava così la nuova profezia cristiana, che non consiste nell’annunciare una salvezza futura (“negli ultimi tempi”), ma nel rivelare la presenza nascosta di Cristo nel mondo.
Che cosa ha da dire tutto ciò a noi? Anzitutto questo: che anche noi dobbiamo tenere insieme quei due aspetti del ministero profetico: impegno per la giustizia sociale da una parte, e annuncio del Vangelo dall’altra. Non possiamo dimezzare questo compito, né in un senso né nell’altro. Un annuncio di Cristo, non accompagnato dallo sforzo per la promozione umana, risulterebbe disincarnato e poco credibile; un impegno per la giustizia, privo dell’annuncio di fede e del contatto rigenerante con la parola di Dio, si esaurirebbe presto, o finirebbe in sterile contestazione.
Ci dice anche che annuncio del Vangelo e lotta per la giustizia non devono rimanere due cose giustapposte, ma senza legame tra di loro. Deve essere proprio il Vangelo di Cristo a spingerci a lottare per il rispetto dell’uomo, in modo da rendere possibile a ogni uomo “vedere la salvezza di Dio”. Giovanni Battista non predicava contro gli abusi da agitatore sociale, ma da araldo del Vangelo, per “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Luca 1, 17).
In una Domenica di Avvento come quella di oggi, nel 1511, un frate domenicano spagnolo, fra Antonio de Montesinos tenne un’omelia sulle parole che abbiamo udite all’inizio: “Voce di uno che grida nel deserto”. Parlava a una assemblea di conquistadores in una delle terre da poco colonizzate dell’America centrale. Le sue parole cadevano come mazzate sulla testa dei presenti. Diceva: “Con quale giustizia e con quale diritto tenete in tanta crudele e orribile servitù questi indios? Con quale autorità avete fatto tante guerre detestabili a queste genti che stavano docili e pacifiche nelle loro terre e avete eliminato molti di loro?…Perché li tenete così oppressi e affaticati, senza dar loro da mangiare, né curarli nelle loro infermità? Che cura avete affinché conoscano la dottrina e il loro Dio e creatore? Questi non sono uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?”.
Il famoso Bartolomeo de las Casas che ci ha trasmesso questa predica, dice che i presenti rimasero alcuni indignati, altri toccati e compunti. Giovanni Battista fu l’ispiratore di questa denunzia profetica che Giovanni Paolo II ha ricordato, in occasione dei 500 anni dall’evangelizzazione dell’America latina, come l’interpretazione più autentica del Vangelo in quel momento storico. Anche Campesinos, come il Battista, pagò, sembra, con la vita il coraggio di gridare ai conquistadores il suo “non licet”, non vi è lecito.
Anche oggi l’austera e affascinante figura di Giovanni Battista non dovrebbe passare invano davanti ai nostri occhi nella liturgia, ma suscitare analoghe, coraggiose prese di posizione in nome del Vangelo.
C’è un campo dove siamo chiamati ad assumere il ruolo degli accusati, più che quello degli accusatori. È stato osservato, dati alla mano, che “nel Nord del mondo, un cane ha beni a disposizione diciassette volte quelli di cui dispone un bambino del Sud del mondo”. Come non ricordare, davanti a questo fatto, il grido di Giovanni Battista: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e lo stesso faccia chi ha da mangiare!”. O il grido di Campesinos ai conquistadores: “Non sono anch’essi uomini come voi”?
Se il Battista ci spinge, si diceva, a lottare contro l’ingiustizia per poter annunciare a tutti, anche ai poveri, la buona novella, dobbiamo, prima di terminare, raccogliere qualche spunto anche a questo riguardo. Come annuncia Gesù Cristo, il Precursore? Che metodo usa? Non è nei contenuti che egli ci è maestro. Egli si situa agli albori della fede, ha una cristologia povera ed elementare; non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Verbo, Figlio di Dio, Signore. In compenso però ha una capacità straordinaria di far sentire Cristo vicino, e importante per la vita. Grida: “In mezzo a voi, c’è uno che voi non conoscete”. Comunica il senso dell’urgenza della decisione (“la scure è alla radice!”) e dell’importanza della posta in gioco. “Egli ha in mano il ventilabro”, cioè: davanti a lui si decide chi sta e chi cade, chi sarà grano buono e chi pula che il vento disperde.
Giovanni Battista ci ricorda, in tal modo, che per partecipare allo sforzo di evangelizzazione della Chiesa, non si richiede necessariamente una grande conoscenza della teologia o la capacità di fare ragionamenti complicati. Si richiede piuttosto coraggio, convinzione, esperienza (s’intende, di Cristo) e coerenza di vita. Tutti possono parlare di Cristo come ne parlava il Precursore, anche chi non ha studiato.
Giovanni Battista si definiva “voce di uno che grida nel deserto”. Speriamo che egli non gridi anche oggi “nel deserto”, ma che la sua voce giunca a molti e faccia nascere in essi il desiderio di preparare davvero, nel proprio cuore, le strade al Cristo che viene.