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Ecco, verranno giorni… - I Domenica di Avvento

Geremia 33 14-16; 1 Tessalonicesi 3, 12-4,2; Luca 21, 25-28.34-36

Comincia con questa prima Domenica di Avvento un nuovo anno liturgico. Il Vangelo che ci accompagnerà nel corso di questo terzo anno del ciclo triennale è quello di Luca. La tradizione cristiana si è compiaciuta nel mettere in risalto alcune caratteristiche di questo vangelo: è il Vangelo della misericordia (a causa di alcune celebri parabole, come quella del figliol prodigo), il Vangelo dei poveri (per la speciale attenzione alla dimensione sociale della predicazione di Cristo), il Vangelo della preghiera, dello Spirito Santo, per il rilievo accordato a questi temi. È anche il Vangelo in cui più chiara appare la preoccupazione storica. Nel prologo l’autore ci parla delle sue fonti e delle “ricerche accurate” premesse alla redazione del suo Vangelo. Anche in seguito, più volte egli si preoccupa di indicare le coordinate storiche e geografiche, dentro cui si svolge il ministero terreno di Cristo.
La liturgia, nelle sue letture, ci spinge oggi a guardare in avanti, ci rimette, come fa puntualmente all’inizio di ogni anno, in stato di attesa. Tutti i verbi sono al futuro. Nella prima lettura ascoltiamo queste parole di Geremia:

“Ecco verranno giorni -oracolo del Signore- nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per David un germoglio di giustizia….”

A questa attesa, realizzata con la venuta del Messia, il brano evangelico dà un orizzonte o contenuto nuovo che è il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi:

“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande”.

Il Salmo responsoriale invita il credente a proiettarsi in avanti, a lanciare ancora una volta in alto la sua anima, come fa il mare a ogni alta marea:

“A te, Signore, innalzo l’anima mia”.

Questo invito della liturgia a rimetterci sempre di nuovo in cammino riflette quello che avviene anche nella vita. La capacità di tornare a sperare dopo l’ennesima smentita della realtà, è una delle capacità più incredibili dell’uomo. (Chi conosce l’opera Aspettando Godot di Samuel Beckett ha davanti una immagine efficacissima di questa prerogativa umana). Come la canna si raddrizza dopo ogni colpo di vento, così l’essere umano torna a sperare dopo ogni rovescio di fortuna. È forse la nostra risorsa più grande, quella, in ogni caso, che ci permette di continuare a vivere. Poveri noi il giorno che essa venisse meno! Si fermerebbe la vita. Noi abbiamo bisogno di sperare per vivere. Vivere è sperare! Cos’è l’uomo, nella sua realtà esistenziale più profonda, se non capacità di sperare, di proiettarsi verso il futuro, o, come dicono i filosofi, di trascendersi? Un buon motore si giudica dalla capacità di “ripresa” che ha; un uomo, dalla capacità di riprendersi dopo ogni delusione. Anche se non dovesse ottenere quello per cui ha lottato, il suo lottare e tornare a sperare dopo ogni insuccesso non è stato vano. Lo ha elevato a una consapevolezza e a una saggezza che nessuna scuola gli avrebbe potuto insegnare. È verissimo, anche sul piano umano, ciò che afferma san Paolo: “La speranza non delude” (Romani 5,5). Mai!
La speranza è la sola cosa che rende bella e vivibile la vita. Il nostro poeta Leopardi ha espresso questa verità in una delle sue operette morali intitolata Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggero. Siamo all’inizio del nuovo anno. Un passeggero (che rappresenta il poeta) si avvicina a un venditore di calendari all’angolo della strada. Prima di acquistare il suo calendario, ingaggia con lui una conversazione. Inizia a parlare il passeggero:

-Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
-Venditore: Sì, certo.
-Come quest’anno passato?
-Più, più assai.
-Vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi che avete vissuti?
-Signor no, non mi piacerebbe.
-Tornereste a vivere tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
-Piacesse a Dio che si potesse!
-Anche se doveste rifare la vita che avete fatta, né più né meno, con tutti i piaceri e di dispiaceri che avete passati?
-Questo no, non lo vorrei.
-Che vita allora vorresti fare?
-Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
-Così vorrei anch’io se avessi a rivivere, e così vogliono tutti… Bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, la sorte incomincerà a trattare bene voi e me e tutti gli altri, e comincerà la vita felice. Non è vero?
-Speriamo.
-Datemi allora l’almanacco più bello che avete.

Tutti metterebbero la firma a ricominciare da capo la vita, ma nessuno accetterebbe di farlo se essa dovesse svolgersi esattamente come quella che ha già vissuto. Perché? Cosa le mancherebbe? Le mancherebbe la speranza, cioè la novità. E cos’è la vita senza novità? Nient’altro che inutile e morta ripetizione!
Quello di cui abbiamo più bisogno nella vita sono dei “sussulti” di speranza ed è ciò che la liturgia vuole aiutarci a realizzare all’inizio del nuovo anno. La Bibbia ci presenta esempi bellissimi di questi sussulti di speranza. Uno si trova nella Terza Lamentazione di Geremia. In mezzo alla desolazione più totale, durante l’esilio, con la città in rovina e la gente stremata dalla fame, il profeta intona la sua lamentazione: “Io sono l’uomo che ha provato la miseria… Ho detto: È finita per noi. Non c’è più speranza”. Ma a un certo punto il profeta si ferma e dice a se stesso: “Ma le misericordie del Signore non sono finite…Voglio sperare!” (cfr. Lamentazioni 3, 24). Questa semplice parola cambia di colpo tutto; il tono della lamentazione si rasserena e si torna a fare progetti per il futuro. Proviamo a dire anche noi, in certe circostanze: “Voglio sperare!” e sperimenteremo la forza incredibile che dà questa decisione.
Ma non posso chiudere questa riflessione sulla speranza, senza accennare a un diverso aspetto del problema. Quando noi parliamo di speranza, intendiamo sempre qualcosa che noi ci aspettiamo da Dio. C’è un rischio anche nella speranza: quello di farne un nostro credito di fronte Dio. Abbiamo sperato tante volte una grazia, l’esaudimento di una preghiera, sicuri che questa volta sarebbe stata la volta buona. E niente, silenzio totale. Si finisce per pensare inconsciamente che è Dio che ci è debitore di una risposta; che siamo stati fin troppo pazienti ad aspettare fino ad ora; che, dopo tutto, siamo noi che gli facciamo un favore tornando, ancora una volta, a sperare in lui. (Questa è l’impressione di chi legge Aspettando Godot; le simpatie del pubblico sono tutte per quei due poveracci che aspettano, non certo per Godot che si fa aspettare tanto e che, sembra, rappresenta proprio Dio).
Dimentichiamo una cosa: che anche Dio spera qualcosa da noi; che all’inizio di ogni nuovo anno, anche lui torna, puntualmente, a sperare che sarà l’anno buono, la volta buona. Buono per che cosa? Ma è chiaro: per la nostra conversione! Quanti anni sono che Dio aspetta e spera questo da noi? Da me, sono cinquantasei anni (escludo i primi dieci anni, quando ero troppo piccolo, per avere bisogno di conversione).
Voglio esporvi il pensiero di un poeta a me caro, Charles Péguy. Anche Dio, dice, conosce la speranza. Dio ama l’uomo e non vuole che si perda, ma non può salvarlo “senza di lui”, contro la sua libertà. Allora che può fare, se non quello che fa ogni padre in queste condizioni, e cioè sperare? Cosa faceva il padre del figliol prodigo nell’attesa, se non guardare ogni tanto dalla finestra e attendere? “Il ravvedimento di un uomo è il coronamento di una speranza di Dio”.
Tutti i sentimenti che dobbiamo avere per Dio, è Dio che ha cominciato ad averli prima per noi. Ci dice di amarlo, ma è lui che per primo ha amato noi; ci chiede di credere in lui, ma è lui che ha creduto e ha avuto fiducia per primo nell’uomo; ci chiede di sperare, ma è lui che per primo spera in noi. Spera che accettiamo di salvarci. Ecco in che situazione si è cacciato Dio, per amore dell’uomo. Deve sperare che noi ci salviamo. Bisogna che Dio aspetti il comodo del peccatore. “Bisogna che aspetti che il signor peccatore abbia la compiacenza di pensare un poco alla sua salvezza”.
La domanda più importante, all’inizio di un nuovo anno liturgico, è dunque questa: sarà, esso, l’anno buono per Dio? L’anno in cui coroneremo la sua speranza e la sua attesa a nostro riguardo, convertendoci sul serio, pensando davvero un poco alla nostra salvezza? L’importante non è che in questa vita noi otteniamo quello che aspettiamo da Dio, ma che Dio ottenga quello che aspetta da noi. Lui ha la vita eterna per rifarsi nei nostri riguardi e riempire in un attimo tutte le nostre attese e farsi “perdonare” il ritardo.