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Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? - X Domenica del Tempo Ordinario

Genesi 3, 9-15; 2 Corinzi 4, 13 – 5, 1; Marco 3, 20-35

Scegliamo lo spunto per la nostra riflessione dalla prima lettura. Essa tocca un tema troppo attuale e troppo importante, per passarlo sotto silenzio. Leggiamolo insieme dal libro della Genesi:
“Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio lo chiamò e gli disse: Dove sei? Rispose: Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto. Riprese: Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”.
C’è una parola che ricorre tre volte in questo brano ed è la parola nudo. Ad essa sono associate strettamente due altre parole: paura, vergogna. Si sa che il racconto biblico delle origini del mondo usa un linguaggio simbolico e semplice, per esprimere verità perenni sull’uomo e sul mondo. In questo caso, viene spiegato il problema della nudità e del perché essa ha il potere di turbare così profondamente l’essere umano.
La nudità non era un problema prima della colpa. Poco sopra, nello stesso libro della Genesi, si legge:
“Tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Genesi 2, 25).
Che è successo? La rottura dell’equilibrio e dell’armonia tra l’uomo e Dio ha determinato la rottura, dentro l’uomo, dell’equilibrio tra corpo e spirito, tra istinti e ragione. L’insubordinazione della volontà al Creatore, ha scatenato l’insubordinazione della carne alla volontà. Come se un vassallo si rifiutasse ormai di obbedire a un padrone che si è ribellato, a sua volta, al proprio sovrano.
Il peccato di Adamo ed Eva non è però l’unica ragione che spiega il disagio che l’essere umano prova dinanzi alla propria e altrui nudità. C’è, a monte, una spiegazione più profonda, che anche il non credente può, almeno in parte, condividere. Essa aiuta anche a capire perché il senso del pudore è così universale ed è presente anche fuori del mondo biblico e cristiano. L’uomo è un essere composto di materia e spirito, animalità e razionalità. Dio lo ha dotato di libertà e lo ha posto come dinanzi a un bivio, dicendogli: “Ti ho crea¬to libero; scegli tu stesso in che direzione vuoi svilupparti e realizzarti: se in basso, verso ciò che ti accomuna agli altri animali, o in alto verso ciò che ti rende simile agli angeli”.
Il turbamento e l’insoddisfazione che l’essere umano prova quando si abbandona alla materia e ai sensi, si spiega come un avvertimento che sale dal suo stesso essere per dirgli che sta facendo la scelta sbagliata. Sta perdendo quota. Quello che chiamiamo il “peccato originale” non ha fatto che acutizzare e portare alla luce questa situazione di fondo, creando una specie di tendenza ereditaria a ripetere la scelta sbagliata dei progenitori.
Tutto questo spiega perché noi tendiamo a coprire le parti che più potentemente richiamano l’attenzione dell’istinto, e presentiamo invece spontaneamente allo sguardo dell’altro il volto e gli occhi da cui traspare più direttamente la nostra interiorità spirituale. Il pudore proclama dunque da solo il mistero del corpo umano che è unito a un’anima immortale. Proclama che c’è, nel nostro corpo, qualcosa che va al di là di esso e lo trascende. Dove cade ogni senso del pudore, la stessa sessualità umana viene banalizzata, spogliata di ogni riflesso spirituale e ridotta a merce di consumo.
Alla luce di questi principi biblici, che dire della nostra cultura occidentale che mette in ridicolo il pudore e fa a gara a chi ne sposta più lontano i confini, credendo con ciò di rendere un servizio alla causa della liberazione umana? Esso è anzitutto un rifiuto della realtà; è un imporsi (e imporre agli altri) qualcosa di artificioso, che non viene naturale, molto meno naturale, in ogni caso, del fatto contrario di coprirsi. Contiene un elemento di sfida, un voler dimostrare qualcosa a sé e agli altri.
Il “comune senso del pudore” cambia certamente, nelle sue forme ed espressioni, da una cultura all’altra. Alla sua base però c’è qualcosa che non dipende solo dalla società, ma nasce e si sviluppa con lo svilupparsi di una coscienza di sé come essere anche spirituale. Appena l’essere umano esce dall’infanzia, o da un tipo di società assolutamente primitiva, non tarda a manifestarsi in esso un certo senso del pudore. Questo non nasce solo con il nascere della malizia. Il male, è chiaro, non è la nudità in se stessa (il corpo umano è opera di Dio e un riflesso della sua bellezza); è piuttosto l’uso strumentale e commerciale che se ne fa, per sedurre o fare soldi. L’uso che si fa della nudità nella pornografia e spesso anche nella pubblicità non è altro che una forma redditizia di prostituzione, un vendere il proprio corpo.
Si narra che un discepolo del grande pittore greco Apelle aveva eseguito il ritratto di una donna di Atene, ritraendola carica di oro e di gioielli. Quando il maestro lo vide, commentò: “Non avendo saputo farla bella, l’hai fatta ricca”. Oggi, di molti artisti, bisognerebbe dire che, non riuscendo a fare film e spettacoli belli, li fanno… pieni di nudi, e di molte attrici bisognerebbe dire che non riuscendo a mostrarsi brave, si mostrano… nude.
Ma non indugiamo in una denuncia sterile di come vanno le cose intorno a noi. L’ascolto della parola di Dio ci dà piuttosto l’occasione per riscoprire il valore positivo e la bellezza del pudore. San Pietro rivolgeva alle donne della prima comunità cristiana queste parole:
“Cercate di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace. Ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. Così si adornavano le sante donne che speravano in Dio” (1 Pietro 3, 4-5).
Non si tratta di condannare ogni ornamento esteriore del corpo e ogni ricerca di valorizzare al meglio la propria immagine e renderla più bella, ma si tratta di accompagnare ciò con sentimenti puliti del cuore; di farlo per gli altri (per il proprio fidanzato, per il proprio marito e per i figli, o anche per l’arte, quando si tratta di vera arte), non per mettersi semplicemente in mostra, per esibizionismo, o per i soldi. Per dare gioia, non per sedurre.
Ma dobbiamo guardarci bene dal fare del pudore un problema solo femminile. Le ragazze e le donne si ribellano giustamente al tentativo di far ricadere su di loro la colpa di tutte le cose abominevoli che si commettono in questo campo, spesso proprio contro di loro. Esiste un problema del pudore anche per i maschi. Specie se si pensa che si può mancare di pudore non solo nel vestire, ma anche nel parlare.
Lo stesso brano della Genesi che stiamo commentando riporta la scusa che Adamo avanzò per il suo peccato:
“La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.
Capite il sottinteso? La donna che “tu” mi posta accanto; in altre parole: la colpa è tua perché hai creato la donna!
Il pudore e il rispetto del proprio corpo è una splendida testimonianza che una giovane o un giovane cristiano possono dare a Cristo nel mondo d’oggi. Di una delle prime martiri cristiane, la giovane Perpetua, si legge, negli atti autentici del martirio, che, legata a una vacca inferocita nell’arena e scaraventata in aria, ricadendo a terra sanguinante, “si rassettava il vestito, più preoccupata del pudore che del dolore”. Testimonianze come questa contribuirono a cambiare il mondo pagano e a introdurre in esso la stima per la purezza.
Oggi non basta più però una purezza fatta di paure, di tabù, di divieti, di fuga reciproca tra l’uomo e la donna, come se l’una fosse, sempre e necessariamente, un’insidia per l’altro e un potenziale nemico, più che un “aiuto simile a lui”, come dice la Bibbia. In passato, la purezza si era ridotta, talvolta, almeno nella pratica, proprio a questo complesso di tabù, di divieti, e di paure, come se fosse la virtù a doversi vergognare davanti al vizio e non, invece, il vizio a doversi vergognare davanti alla virtù.
Non potendo cambiare la società intorno a noi, dobbiamo cambiare noi stessi. Cominciare con il risanare la radice che è il cuore, perché è da lì che esce tutto ciò che inquina veramente la vita di una persona. “Beati i puri di cuore – dice Gesù –, perché vedranno Dio” (Matteo 5, 8). Essi avranno occhi nuovi per vedere la realtà, occhi limpidi che sanno distinguere ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è verità e ciò che è menzogna. Occhi, insomma, come quelli di Gesù che gli permettevano di parlare con libertà di tutto: dei bambini, della donna, della gestazione, del parto… Gesù è la dimostrazione vivente del detto: “Tutto è puro per i puri” (Tito 1, 15).
Proprio per mantenere la casa pulita, dobbiamo custodire… le finestre. La finestra dell’anima è l’occhio. Noi non possiamo decidere cosa far passare sullo schermo della televisione, possiamo però decidere cosa far passare dallo schermo ai nostri occhi. Una volta uno mi obbiettò: “Ma, padre, non è Dio che ha creato l’occhio per vedere tutto quello che di bello c’è nel mondo?”. “È vero, gli risposi, ma quel Dio che ha creato l’occhio per guardare ha anche creato la palpebra per coprirlo, quando è necessario”.
A proposito della custodia dello sguardo, non potremmo trovare una parola di Dio più adatta con cui lasciarci, che quella di san Paolo che si legge nella seconda lettura di oggi:
“Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne”.