Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete - Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Esodo 24, 3-8; Ebrei 9, 11-15; Marco 14, 12-16. 22-26

Voglio iniziare raccontando una piccola esperienza: come una donna non credente una volta mi ha messo in crisi a proposito dell’Eucaristia e, senza saperlo, ha ispirato tutto quello che sto per dirvi sulla festa del Corpus Domini.
Avevo dato da leggere un mio libretto sull’Eucaristia a una donna con un lungo passato nel campo della scienza e della politica, vedendola interessata al problema religioso. Dopo una settimana, mi restituisce il libro dicendomi: “Lei non mi ha messo in mano un libro, ma una bomba…Ma si rende conto delle enormità delle cose che ha scritto? Secondo lei basterebbe aprire gli occhi per scoprire che c’è tutto un altro mondo intorno a noi; che il sangue di un uomo morto duemila anni fa ci salva tutti. Lo sa che nel leggerlo – cosa mai successa -, mi tremavano le gambe e che dovevo ogni tanto smettere e alzarmi? Se questo è vero, cambia tutto…
Ma più che le parole era il suo sguardo e il tono della voce a comunicarmi un senso di stupore quasi soprannaturale. Nell’ascoltarla, insieme con la gioia di vedere che il seme non era caduto sulla strada, provavo un grande senso di umiliazione e di vergogna. Io avevo ricevuto la comunione poco prima, ma non mi tremavano le gambe. Capivo quanto siamo esposti, noi cristiani, al rischio di prendere le cose enormi in cui crediamo alla leggera, a darle per scontate e quindi a banalizzarle. Ecco, mi dicevo, cosa dovrebbe provare uno che prendesse l’Eucaristia sul serio. Mi tornava in mente quello che un ateo disse un giorno a un amico credente: “Se io potessi credere che in quell’ostia c’è veramente il Figlio di dio, come dite voi, credo che cadrei in ginocchio e non mi rialzerei più”. L’ho salutata sulla porta dicendole: “Lei mi ha dato oggi una bella lezione di teologia e la ringrazio.
Uno che non aveva fatto l’abitudine all’Eucaristia e ne parla sempre con commosso stupore era S. Francesco d’Assisi. “Udite, fratelli miei -scriveva in una lettera ai suoi frati-: se la beata Vergine è così onorata, come è giusto, perché lo portò nel suo santissimo seno; se è venerato il sepolcro nel quale per qualche tempo egli giacque; quanto deve essere santo, giusto, degno, colui che lo accoglie nelle proprie mani, lo riceve nel cuore e con la bocca e lo offre agli altri perché lo ricevano? Gran miseria sarebbe e miserevole male, se, avendo lui così presente, vi curaste di qualunque altra cosa che fosse nell’universo intero! L’umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo…O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi sotto poca apparenza di pane!” (Lettera a tutto l’Ordine)
Credo che questa sia la cosa più necessaria da fare nella festa del Corpus Domini: non illustrare questo o quell’aspetto dell’Eucaristia, ma ridestare ogni anno stupore e meraviglia davanti al mistero. La festa è nata in Belgio, all’inizio del sec. XIII; i monasteri benedettini furono i primi ad adottarla; Urbano IV la estese a tutta la Chiesa nel 1264, pare anche per influsso del miracolo eucaristico di Bolsena, oggi venerato a Orvieto.
Che bisogno c’era di istituire una nuova festa? La Chiesa non ricorda l’istituzione dell’Eucaristia il Giovedì Santo? Non la celebra ogni Domenica e anzi ogni giorno dell’anno? Infatti il Corpus Domini è la prima festa che non ha per oggetto un evento della vita di Cristo, ma una verità di fede: la reale presenza di lui nell’Eucaristia.. Risponde a un bisogno: quello di proclamare solennemente tale fede; serve a scongiurare un pericolo: quello di abituarsi a tale presenza e non farci più caso, meritando così il rimprovero che Giovanni Battista rivolgeva ai suoi contemporanei: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!”.
Questo spiega la straordinaria solennità e visibilità che questa festa ha acquistato nella Chiesa cattolica. Per molto tempo quella del Corpus Domini fu l’unica processione in uso in tutta la cristianità e anche la più solenne: “In questa processione tutto ciò che lo zelo del clero e la fede ardente del popolo, secondato dai suoi governanti, poté trovare di pomposo, di ricco, di sommamente decorativo, tutto fu messo a servizio del Re della gloria, per rendere più trionfale il suo passaggio attraverso le vie delle borgate e delle città, scortato da compatte file di credenti e quasi sempre dal più sfarzoso corteggio di nobiltà, di principi, di re, che si potesse immaginare. Le memorie locali di ogni diocesi d’Europa ne hanno pagine ricche a dovizia” (M. Righetti, Storia liturgica).
Oggi le processioni hanno ceduto il passo ai cortei (in genere, di protesta); ma se è caduta la coreografia esterna, rimane intatto il senso profondo della festa e il motivo che l’ha ispirata: tenere desto lo stupore di fronte al più grande e più bello dei misteri della fede. La liturgia odierna riflette fedelmente questa caratteristica. Tutti i suoi testi (letture, antifone, canti, preghiere) sono pervasi da un senso di meraviglia. Molti di essi terminano con il punto esclamativo: “O sacro convito, in cui si riceve Cristo!” (O sacrum convivium), “Quanto è soave, Signore, il tuo spirito…”, O salutaris hostia…
Se la festa del Corpus Domini non esistesse, bisognerebbe inventarla. Se c’è un pericolo che i credenti oggi corrono nei confronti dell’Eucaristia è quello di banalizzarla. Una volta non la si riceveva così spesso e si dovevano premettere digiuno e confessione..Oggi praticamente tutti si accostano ad essa… Intendiamoci: è un progresso, è normale che la partecipazione alla Messa comporti anche la comunione, esiste per questo. Tutto ciò però comporta un rischio mortale. S. Paolo nella seconda lettura di oggi dice:

“Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”.

Io credo che sia una grazia salutare per un cristiano passare attraverso un periodo di tempo in cui ha paura di accostarsi alla comunione, trema al pensiero di ciò che sta per accadere e non finisce di ripetere, come Giovanni il Battista: “Tu vieni da me?” (Matteo 3, 14). Noi non possiamo ricevere Dio che come “Dio”, conservandogli, cioè, tutta la sua santità e la sua maestà. Non possiamo addomesticare Dio!
La predicazione della Chiesa non dovrebbe aver paura – ora che la comunione è diventata una cosa così abituale e così “facile” – di usare qualche volta il linguaggio dell’epistola agli Ebrei e dire ai fedeli: “Voi non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e suono di parole mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola… Voi vi siete invece accostati al Dio giudice di tutti…, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quella di Abele” (Ebrei 12, 18-24). Nei primi tempi della Chiesa, al momento della comunione, risuonava un grido nell’assemblea: “Chi è santo si accosti, chi non lo è si penta!”.
Ma non deve essere tanto la grandezza e la maestà di Dio la causa del nostro stupore di fronte al mistero eucaristico, quanto piuttosto la sua condiscendenza e il suo amore. L’Eucaristia è soprattutto questo: memoriale dell’amore di cui non esiste maggiore: dare la vita per i propri amici. Un giorno un bambino assisteva alla Messa con i suoi genitori. Come tutti i bimbi non faceva che muoversi e far rumore e il papà a fargli cenni e occhiacci per farlo stare buono. Giunti alla consacrazione il padre gli fa capire che adesso deve proprio star buono. Lui si ferma e ascolta. Quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione il bambino scoppia a piangere e piange forte, fino alla fine. Usciti di chiesa i genitori mortificati gli chiedono perché piangeva a quel modo e lui: “Ma non avete sentito anche voi che c’era uno che stava morendo, che parlava del suo sangue?”. Quel bambino aveva capito più di tutti. Alle sue orecchie quelle parole: “Prendete, mangiate; prendete bevete. Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue”, non erano sciupate dall’uso.
Ho parlato dello stupore da tener desto nei confronti della presenza di un Dio in mezzo a noi. Il canto eucaristico che meglio traduce questo senso di meraviglia e di stupore è il Panis angelicus. È tratto dall’inno della festa odierna Sacris sollemnia e dice (sono anche queste tutte frasi esclamative): “Il pane degli angeli diventa pane degli uomini! Il pane del cielo pone termine alle figure. Cosa mirabile: l’umile e povero servo mangia il suo Signore!” .