Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Nella vecchiaia daranno ancora frutti - I Domenica dopo Natale: Festa della Sacra Famiglia

Genesi 15, 1-6; 21, 1-3; Ebrei 11, 8. 11-12. 17-19;
Luca 2, 22-40

Nella Domenica dopo Natale, la liturgia celebra la festa della Sacra Famiglia. Gesù ha voluto nascere in seno a una famiglia umana, anche se per opera dello Spirito Santo e da una madre Vergine.
La famiglia è costituita da un insieme di rapporti. C’è, anzitutto, il rapporto tra marito e moglie; poi quello tra genitori e figli. Oggi tendiamo a chiudere qui il cerchio famigliare. Ma non è giusto: c’è un altro rapporto più largo: quello tra nonni e nipoti, o tra anziani e giovani, che pure è parte integrante di ogni normale famiglia umana.
Quest’anno le letture ci offrono l’occasione di riflettere proprio su quest’ultima componente della famiglia: gli anziani. Nella liturgia di questa Domenica essi dominano incontrastati. Ognuna delle tre letture ci presenta una coppia di anziani: la prima e la seconda lettura, Abramo e Sara; il Vangelo, Simeone ed Anna.
Gli anziani vivono nel mondo d’oggi una situazione nuova; sono quelli che più hanno risentito dei vertiginosi mutamenti sociali dell’era moderna. Due fattori hanno contribuito a cambiare radicalmente il ruolo degli anziani. Il primo è la moderna organizzazione del lavoro. Essa privilegia l’aggiornamento e la conoscenza delle ultime tecniche, più che l’esperienza, e quindi favorisce i giovani; fissa inoltre una soglia oltre la quale la persona deve lasciare la sua professione e andare in pensione. In alcune lingue, come l’inglese, il termine con cui si designa il pensionamento è ancora più brutale: retirement, ritiro.
L’altro fattore è l’affermarsi di un tipo di famiglia cosiddetta monocellulare, formata cioè solo da marito, moglie e figli, con gli anziani che solo saltuariamente vedono i figli e i nipotini. Tutto questo ha creato i problemi che conosciamo: solitudine, emarginazione, impoverimento enorme della vita di famiglia, specie per i bambini, per i quali i nonni sono figure importanti ed equilibratrici.
Non è stato sempre così. Nella Bibbia e, in genere, nelle società antiche, gli anziani, lungi dall’essere emarginati e dal costituire l’“età inutile”, erano i veri pilastri intorno a cui ruotavano la famiglia e la società. Oggi dire a una persona “vecchio!” suona come un’offesa; ma un tempo era un titolo onorifico. Dal latino senior (che è il comparativo di senex), vecchio, è derivato il nostro “signore”. Pensate un po’ che cambiamento! Quando diciamo di una persona: “si comporta da vero signore”, veniamo a dire che si comporta come un vero anziano! Anche la parola presbiteri, preti, ha la stessa origine, questa volta dal greco, e significa semplicemente anziani. Ricordo queste cose non per curiosità, ma per aiutare gli anziani a ritrovare una più giusta idea di sé e a scoprire il dono che c’è nell’essere anziani.
Partiamo dal famoso, e da molti temuto, tempo del pensionamento. Ma è davvero, il pensionamento, un “ritirarsi”, un essere tagliati fuori dalla vita vera? Io conosco diverse persone per le quali tale momento non è stato l’inizio del declino, ma il principio di una nuova operosità. Una volta liberi da un lavoro spesso non scelto, non sentito come gratificante e creativo, hanno scoperto che avevano finalmente tempo per dedicarsi a una attività nuova, più congeniale. Soprattutto, hanno scoperto che, dopo aver lavorato tutta la vita per i bisogni del corpo e per i doveri terreni, potevano finalmente dedicarsi con più agio e libertà a coltivare il loro spirito. Alcuni professionisti hanno chiesto di anticipare il pensionamento per poter dedicare il resto dei loro anni e delle loro energie a una ditta migliore: il regno di Dio! Con competenza ed entusiasmo prestano la loro opera nella evangelizzazione, nell’approntare e realizzare progetti caritativi, nel volontariato o semplicemente per aiutare il parroco nei piccoli servizi richiesti dalla comunità. Per tutti costoro si realizza la parola del salmo che dice:
“Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi” (Salmo 92, 15).

Quanta fiducia dà, a questo proposito, la parabola di Gesù dove si parla dell’operaio dell’undicesima ora che riceve la stessa paga dei primi. Vuol dire che non è mai troppo tardi. Supponiamo che uno, assillato dal bisogno, o anche spinto dalla sete del guadagno, abbia trascurato per tutta la vita di coltivare la sua fede, sia rimasto lontano dai sacramenti e da tutto. Ebbene, Dio gli offre una nuova possibilità. Come uno che non ha mai pagato i contributi e il padrone gli concede di andare lo stesso in pensione con il massimo dei punti. Quante persone, in paradiso, devono la loro salvezza agli anni della loro anzianità!
La Scrittura traccia anche le linee per una spiritualità dell’anziano, cioè un profilo delle virtù che più devono risplendere nella sua condotta:
“I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti: non siano maldicenti, sappiano piuttosto insegnare il bene per formare le giovani all’amore del marito e dei figli” (Tito 2, 2-4).
Non è difficile desumere da questo insieme di raccomandazioni i tratti fondamentali che fanno il buon anziano. Nell’anziano, uomo o donna, deve anzitutto spiccare una certa calma, dignità, che fa di lui un elemento di equilibrio nella famiglia. Uno che, nei contrasti, sa relativizzare le cose, smorzare i toni, indurre alla riflessione e alla pazienza. Una delle situazioni più penose che oggi vivono gli anziani è assistere impotenti allo sfasciarsi del matrimonio dei loro figli, con tutto quello che ciò comporta per i nipotini, per tutti. Anche in questa circostanza, l’anziano deve essere uno che invita alla riconciliazione, trattiene dal prendere decisioni precipitose, uno che “mette pace”.
Un’altra virtù suggerita agli anziani è una certa apertura verso i giovani. Alle donne anziane si raccomanda di “formare le giovani all’amore”. Quante cose sono racchiuse in questa frase! Questo suppone nell’anziano la capacità di sapersi adattare ai tempi che cambiano, apprezzare le novità e i valori positivi di cui sono portatori i giovani. Uno dei difetti che già gli antichi rimproveravano agli anziani è di essere laudatores temporis acti, cioè di lodare, ogni momento, le cose del passato, quello che si faceva al loro tempo. Questo è un difetto che si nota, a volte, anche nei preti e vescovi anziani, di fronte ai cambiamenti che avvengono nella Chiesa.
Ma le indicazioni più preziose per una spiritualità dell’anziano ci vengono proprio dalle figure di anziani che abbiamo ricordato all’inizio. Abramo e Sara ci dicono che la vera forza che deve sorreggere un anziano è la fede:
“Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì…
Per fede Sara, sebbene avanzata in età, divenne madre…
Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco…”.
Abramo aveva un figlio unico, Isacco, avuto in tarda età, come dono esplicito di Dio. Era tutto per lui. Ed ecco che un giorno Dio gli chiede di portarlo sul monte e sacrificarlo. Si può immaginare lo strazio del vecchio genitore. Questo mi fa pensare a quegli anziani genitori che hanno dovuto accompagnare alla tomba un loro figlio, magari l’unico che avevano, e non sanno darsi pace.
Sappiamo che Abramo riebbe il figlio vivo; Dio voleva solo mettere alla prova la sua obbedienza. Vorrei dire agli anziani che hanno perduto dei figli: anche voi li riavrete vivi. E non per qualche anno, in questo mondo, ma per sempre. Abbiate fede, perché è proprio per la fede che potete sentirli, già fin da ora, vivi e vicini in Dio. Non ricorrete ad altri mezzi strani, occulti, quasi sempre fasulli, per mettervi in contatto con i defunti. Fareste del male a voi, senza fare del bene a loro, perché è un mettersi contro Dio.
Da Simeone ed Anna, la coppia di anziani del Vangelo, impariamo l’altra virtù fondamentale degli anziani: la speranza. Simeone aveva sperato tutta la vita di vedere il Messia. Era ormai vicino al tramonto, tutto sembrava finito; ha continuato a sperare, e un giorno ha avuto la gioia di stringere tra le braccia il Bambino Gesù. Chissà, anche qualche anziano tra voi ha un desiderio che lo lega ancora alla vita, per esempio vedere sistemati tutti i figli. Per molte mamme, questo desiderio è di vedere un loro figlio o una figlia riconciliati con Dio, tornati alla Chiesa. Continuate, come Simeone, a sperare e pregare. La speranza è il vero elisir di eterna giovinezza. Si dice: “finché c’è vita c’è speranza”, ma è ancora più vero il rovescio: “finché c’è speranza c’è vita”.
Nei Salmi troviamo questa toccante preghiera di un anziano, che tutti, giovani e vecchi, possiamo ora fare nostra, nella prima o nella seconda parte:

“Non mi respingere nel tempo della vecchiaia,
non abbandonarmi quando declinano le mie forze…
Tu mi hai istruito fin dalla giovinezza
e ora nella vecchiaia e nella canizie
Dio, non abbandonarmi” (Salmo 71, 9 ss.).