Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Notte di silenzio Natale del Signore (Messa dell’aurora)

Isaia 62, 11-12; Tito 3, 4-7; Luca 2, 15-20

Le letture della Messa detta “dell’aurora” sono ancora tutte concentrate sull’avvenimento concreto della nascita di Cristo. Non ci trasportano in una riflessione altamente teologica, come farà il Prologo di Giovanni che si legge nella Messa “del giorno”, ma ci additano nei pastori e in Maria (i due protagonisti del brano evangelico) quale deve essere la nostra risposta e il nostro atteggiamento dinanzi al presepio di Cristo.
I pastori impersonano la risposta di fede dinanzi all’annuncio del mistero. Essi lasciano il loro gregge, interrompono il loro riposo, lasciano tutto; tutto passa in second’ordine di fronte all’invito rivolto loro da Dio:

“I pastori dicevano fra loro: Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

Maria impersona l’atteggiamento contemplativo e profondo di chi, in silenzio, contempla e adora il mistero:

“Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.

Cerchiamo di raccogliere il tacito invito che ci viene da questi modelli e di accostarci anche noi al mistero per le due strade della fede e dell’adorazione.
Ci sono verità ed eventi che si possono cogliere meglio col canto che con le parole, e uno di essi è proprio il Natale. Ci possono aiutare a cogliere qualcosa del mistero di questa festa alcuni dei canti natalizi più popolari del mondo cristiano. Essi hanno ispirato generazioni prima di noi, hanno incantato la nostra infanzia e per molti restano l’unico richiamo al significato religioso della festa.
Il primo è Tu scendi dalle stelle, composto da sant’Alfonso Maria de Liguori. Come è visto il Natale in questo canto natalizio, il più popolare in Italia? Qual è il messaggio che vuole trasmetterci? Il Natale ci appare in esso la festa dell’amore che si fa povero per noi. Il re del cielo nasce “in una grotta al freddo e al gelo”; al creatore del mondo “mancano panni e fuoco”. Questa povertà ci commuove sapendo che “ti fece amor povero ancora”, che fu l’amore a renderti povero. Con parole semplicissime, quasi infantili (ed è un dottore della Chiesa che le scrive!), viene espresso lo stesso significato profondo del Natale che l’apostolo Paolo racchiudeva nelle parole:

“Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Corinzi 8, 9).

Natale è dunque la festa dei poveri, di tutti i poveri, non solo di quelli materiali. Ci sono infinite forme di povertà che, almeno una volta l’anno, vale la pena ricordare, per non rimanere sempre fermi alla sola povertà di beni materiali. C’è la povertà di affetti, la povertà di istruzione, la povertà di chi è stato privato di ciò che aveva di più caro al mondo, della donna rifiutata dal marito o del marito rifiutato dalla moglie. La povertà di chi non ha avuto figli, di chi deve dipendere fisicamente da altri. La povertà di speranza, di gioia. Infine la povertà più brutta di tutte che è la povertà di Dio.
Accanto a tutte queste povertà negative, c’è però anche una povertà bella, che il Vangelo chiama povertà di spirito. È la povertà di chi sente di non avere meriti da accampare davanti a Dio e perciò non si appoggia orgogliosamente su se stesso, non si sente superiore agli altri, ed è più preparato a riporre tutta la sua fiducia in Dio.
Quale è dunque il messaggio che ci viene dal canto Tu scendi dalle stelle? Ci sono povertà, nostre ed altrui, contro le quali bisogna lottare con tutte le forze, perché sono povertà brutte, disumanizzanti, non volute da Dio, frutto dell’ingiustizia degli uomini; ma ci sono tante forme di povertà che non dipendono da noi. Con queste ultime dobbiamo riconciliarci, non lasciarcene schiacciare, ma portarle con dignità. Gesù Cristo ha scelto la povertà; c’è in essa un valore e una speranza. Chi crede di avere già tutto, è soddisfatto, non desidera e non aspetta niente, e non aspettando niente è triste e annoiato, perché la gioia più pura è quella che viene proprio dall’attesa e dalla speranza.
Tu scendi dalle stelle però ci ricorda anche qualcos’altro: che ci sono anche oggi bambini cui “mancano panni e fuoco”, che sono “al freddo e al gelo”, malati o abbandonati. Sono essi i Gesù Bambino di oggi. A Natale dobbiamo fare qualche gesto di solidarietà verso i poveri. A che servirebbe se costruissimo splendidi presepi, accendessimo luci dappertutto, facessimo raccolta di bambinelli artistici, se poi lasciassimo al freddo e al gelo i “bambini Gesù” in carne ed ossa che ci sono intorno a noi? Ricordiamo il detto di Cristo: “Quello che avrete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25, 40). Tante iniziative di solidarietà sono in atto a questo riguardo e bisognerebbe farle conoscere di più, per non fare sempre e solo propaganda al male e anche per stimolarci a sostenerle.
Passiamo adesso a un altro canto natalizio, forse il più amato in tutto il mondo. Si tratta del notissimo Notte silente (Stille Nacht, nella lingua originale), composto una notte di Natale da un tedesco di nome Gruber. Il messaggio fondamentale di questo canto non è nelle idee che comunica (quasi assenti), ma nell’atmosfera che crea. Un’atmosfera di stupore, di calma e soprattutto di fede. Il testo originale dice:

Notte di silenzio, notte santa!
Tutto tace, solo vegliano
I due sposi santi e pii.
Dolce e caro Bambino,
Dormi in questa pace celeste”.

Questo canto mi sembra carico di un messaggio importante per il Natale. Parla di silenzio, di calma e noi abbiamo un bisogno vitale di silenzio. Forse è la condizione per ritrovare un po’ della vera atmosfera della festa che abbiamo sempre sognato. “L’umanità, diceva Kierkegaard, è malata di chiasso”.
Il Natale potrebbe essere per qualcuno l’occasione per riscoprire la bellezza di momenti di silenzio, di calma, di dialogo con se stessi o con le persone, gli occhi negli occhi, non ognuno con l’orecchio incollato al proprio telefonino. Quando penso al Natale della mia infanzia, il ricordo più bello che affiora è quello del breve viaggio verso la chiesa a mezzanotte o il risveglio del mattino, sotto una coltre di neve che avvolgeva tutto in uno straordinario e dolcissimo silenzio.
Un testo della liturgia natalizia, tratto dal libro della Sapienza (18,14-15), dice: “Mentre un quieto silenzio avvolgeva ogni cosa, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale” e sant’Ignazio d’Antiochia chiama Gesù Cristo “la Parola uscita dal silenzio” (Magn. 8,2). Anche oggi, la parola di Dio scende là dove trova un po’ di silenzio.
Maria è il modello insuperabile di questo silenzio adorante. Si nota una chiara differenza tra il suo atteggiamento e quello dei pastori. I pastori si mettono in cammino dicendo: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento”, e tornano glorificando Dio e raccontando a tutti quello che avevano visto e udito. Maria tace. Ella “non ha parole”. Il suo silenzio non è semplice tacere; è meraviglia, stupore, adorazione, è un “religioso silenzio”, un essere sopraffatta dalla grandezza della realtà.
L’interpretazione più vera del silenzio di Maria è quella di certe icone orientali, dove ella è rappresentata frontalmente, immobile, con lo sguardo fisso, gli occhi spalancati, come chi ha visto cose che non si possono ridire. Anche alcune celebri rappresentazioni del Natale dell’arte occidentale (Della Robbia, Lippi) ci mostrano Maria così: in ginocchio davanti al Bambino, in atteggiamento di stupore e sconfinata adorazione. È un invito a chi guarda a fare lo stesso. Un canto natalizio, non meno noto dei precedenti, l’Adeste fideles, ripete continuamente: “Venite, fedeli, adoriamo il Signore”.
Termino con una bella leggenda natalizia che riassume tutto il messaggio che abbiamo raccolto dai due canti natalizi: povertà e silenzio. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce n’era uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo reggere il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui, per un momento, Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna.
È la sorte più bella che potrebbe capitare anche noi. Farci trovare in questo Natale con il cuore così povero, così vuoto e silenzioso che Maria, vedendoci, possa affidare anche a noi il suo Bambino. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Di essi è il Natale.