Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Rallegratevi sempre nel Signore! - III Domenica di Avvento

Isaia 61, 1-2a.10-11; 1 Tessalonicesi 5, 16-24; Giovanni, 1,6-8.19-28

Il Vangelo della terza Domenica di Avvento ha al centro, in tutti e tre gli anni, la figura di Giovanni Battista, che Gesù definisce “più che un profeta”. Noi abbiamo dedicato a Giovanni Battista e al suo messaggio, la riflessione di Domenica scorsa. Il Vangelo di oggi riproduce la stessa “testimonianza” del Precursore (“Voce di uno che grida nel deserto…”), con la sola differenza che questa volta è Giovanni, anziché Marco, a riferirla.
Questo ci permette di valorizzare un altro tema presente nelle letture e che ha addirittura dato il nome a questa Domenica. La terza Domenica di Avvento si chiama Domenica “della gioia” e segna il passaggio dalla prima parte, prevalentemente austera e penitenziale, dell’Avvento alla seconda parte dominata dall’attesa della salvezza vicina. Il titolo le viene dalle parole “rallegratevi” (gaudete) che si ascoltano all’inizio della Messa:

“Rallegratevi sempre nel Signore
ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Filippesi 4, 4-5).

Ma il tema della gioia pervade anche il resto della liturgia della parola. Nella prima lettura sentiamo il grido del profeta:

“Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio”.

Il Salmo responsoriale è il Magnificat di Maria, intercalato dal ritornello: “La mia anima esulta nel mio Dio”. La seconda lettura infine comincia con le parole di Paolo: “Fratelli, siate sempre lieti”.
Quello di essere felici è forse il desiderio umano più universale. Tutti vogliono essere felici. Il poeta tedesco Schiller ha cantato questo anelito universale alla gioia in una poesia che poi Beethoven ha immortalato, facendone il famoso inno alla gioia che conclude la Nona sinfonia. Molti forse conoscono questa musica, ma non hanno mai potuto conoscerne le parole che nell’originale sono in tedesco. Ne traduco alcune frasi:

“Gioia, scintilla divina / figlia dell’Elisio…/Tutti gli uomini si sentono fratelli, /quando sono sfiorati dalla tua ala gentile… / Ogni creatura succhia gioia / dai seni della natura. / Buoni e cattivi, tutti inseguono il suo profumo. / Anche il verme ha il suo piacere, / e i cherubini hanno Dio”.

Anche il vangelo è, a suo modo, un lungo inno alla gioia. Il nome stesso “vangelo” significa, come sappiamo, lieta notizia, annuncio di gioia. Ma il discorso della Bibbia sulla gioia è un discorso realistico, non idealistico e velleitario. Gesù porta, a questo proposito, il paragone della donna che partorisce. Dice:

“Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Giovanni 16, 20-22).

Con il paragone della donna che partorisce, Gesù ci ha detto molte cose. La gravidanza non è in genere un periodo facile per la donna. È anzi un tempo di fastidi, di limitazioni di ogni genere: non si può fare, mangiare, indossare tutto quello che si vuole, andare dove si vuole. Eppure, quando si tratta di una gravidanza voluta insieme, vissuta in un clima sereno, non è un tempo di tristezza, ma di gioia. Il perché è semplice: si guarda in avanti, si pregusta il momento in cui si potrà tenere in braccio la propria creatura. Ho sentito diverse mamme dire che nessun’altra esperienza umana può essere paragonata alla felicità che si prova nel divenire madre.
Tutto questo ci dice una cosa ben precisa: le gioie vere e durature maturano sempre dal sacrificio. Non c’è rosa senza spine! Al mondo, piacere e dolore (l’abbiamo osservato già una volta), si seguono l’un l’altro con la stessa regolarità con cui al sollevarsi di un’onda che spinge il nuotatore verso la spiaggia, segue un avvallamento e un vuoto che lo risucchia indietro. L’uomo cerca disperatamente di separare questi due “fratelli siamesi”, di isolare il piacere dal dolore. Ma non ci riesce perché è lo stesso piacere disordinato che si trasforma in amarezza. O improvvisamente e tragicamente, come ci dicono le cronache quotidiane, o un po’ alla volta, a causa della sua incapacità di durare e della noia che genera. Basta pensare, per fare gli esempi più evidenti, a che cosa resta dell’eccitazione della droga un minuto dopo cessato il suo effetto, o dove porta, anche dal punto di vista della salute, l’abuso sfrenato del sesso. Ma questo non lo diciamo solo noi preti; è una costatazione presente in tante opere letterarie. Il poeta pagano Lucrezio ha due versi potenti a questo riguardo: “Un non so che d’amaro sorge dall’intimo stesso d’ogni nostro piacere e ci angoscia anche in mezzo alle nostre delizie” (De rerum natura IV, 1129 s.).
Non potendo dunque separare piacere e dolore, si tratta di scegliere: o un piacere passeggero che porta a un dolore duraturo, o un dolore passeggero che porta a un piacere duraturo. Questo non vale solo per il piacere spirituale, ma per ogni gioia umana onesta: quella di una nascita, di una famiglia unita, di una festa, del lavoro portato felicemente a termine, la gioia di un amore benedetto, dell’amicizia, di un buon raccolto per l’agricoltore, della creazione artistica per l’artista, di una vittoria agonistica per l’atleta.
Tutte queste gioie richiedono anch’esse sacrificio, rinunce, fedeltà al dovere, costanza, sforzo; ma il risultato è ben diverso dal piacere facile e fine a se stesso. Tra l’altro, nel primo caso la felicità di uno è anche la felicità degli altri, è una gioia condivisa; nel secondo quasi sempre la felicità di uno è pagata dall’infelicità di un altro, o di più altri. La gioia è come l’acqua: può essere o limpida o torbida.
Qualcuno potrebbe obbiettare: ma allora per il credente la gioia, in questa vita, sarà sempre e solo oggetto di attesa, solo una gioia “di là da venire”? No, c’è una gioia segreta e profonda che consiste proprio nell’attesa. Anzi è forse questa, nel mondo, la forma più pura della gioia; la gioia che si ha nello sperare. Il nostro Leopardi l’ha detto meravigliosamente nella poesia Il sabato del villaggio. La gioia più intensa non è quella della domenica, ma quella del sabato; non quella della festa, ma quella della sua attesa. La differenza è che la festa che il credente aspetta non durerà solo alcune ore, per poi cedere di nuovo il posto a “tristezza e noia”, ma durerà per sempre.
Ho ricordato con ammirazione alcuni versi dell’inno alla gioia di Beethoven. C’è però in quell’inno un concetto che fa riflettere. Dice: “Chi è riuscito a stabilire un’amicizia duratura; chi ha avuto in sorte una moglie fedele, si unisca al nostro coro. Ma chi non ha nulla di tutto questo, che si ritiri piangendo dal nostro cerchio”. Parole, a pensarci bene, terribili. La gioia che qui si celebra non è per tutti, ma solo per alcuni privilegiati. La gioia evangelica è per tutti, soprattutto, dirà Maria nel Magnificat, per “gli umili e gli affamati”. Proprio nell’acclamazione al Vangelo di questa Domenica Gesù definisce il suo messaggio “un lieto annuncio per i poveri”.
Una delle menzogne con cui il maligno seduce più persone è far loro credere che Dio sia nemico del piacere, mentre il piacere è una invenzione di Dio. Nelle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis, sentiamo un diavolo provetto che dall’inferno così istruisce il nipote apprendista tentatore, incaricato di sedurre un bravo giovane sulla terra: “Non dimenticare mai che quando stiamo trattando con il piacere, con qualsiasi piacere, nella sua forma sana e normale e soddisfacente, siamo, in un certo senso, sul terreno del Nemico [Il Nemico qui è naturalmente Dio]. I piaceri li ha inventati Lui. Tutto quanto ci è dato di fare è incoraggiare gli umani a servirsi dei piaceri che il Nemico ha prodotto, nei tempi, o nei modi, o nella misura che egli ha proibito”.
Vorrei però tirare anche una piccola conclusione pratica da questa riflessione sulla gioia. Non riversiamo sugli altri sempre e solo le nostre tristezze, i nostri malanni e preoccupazioni. C’è gente che crede di fare peccato o di attirarsi addosso chissà quale punizione divina, a dire con semplicità: sono felice! Invece quanto bene fa in casa, al marito, alla moglie, ai figli, agli anziani, sentire l’altro dire: Sono contento, sono proprio contento!
Rivolgo questo appello soprattutto alle donne. Una volta si diceva che esse sono “il sole della casa”. Ecco il modo migliore per assolvere questa bella missione. Soprattutto i bambini hanno bisogno di respirare aria di gioia in casa. Come i fiori sbocciano con il cado, così i bambini con la gioia. È il più bel regalo che potete loro fare per Natale, senza del quale tutti i regali non sono che surrogati inutili, se non addirittura dannosi.