Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Una voce nel deserto - II Domenica di Avvento

Isaia 40,1-5. 9-11; 2 Pietro 3, 8-14;
Marco 1, 1-8

Nel Vangelo spicca questa definizione di Giovanni Battista:
“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.
Deserto, è una parola che parla potentemente oggi alla nostra coscienza, sia collettiva che personale. Quasi il 33% della superficie terrestre è occupata dal deserto. E la proporzione è in pauroso aumento, a causa del fenomeno della desertificazione. Ogni anno centinaia di migliaia di ettari di terreno coltivabile si trasformano in deserto. È uno dei fenomeni più inquietanti a livello mondiale. Circa 135 milioni di persone sono state allontanate dalla loro sede naturale, negli ultimi anni, dal deserto che avanza.
Ma io non sono qui, naturalmente, per parlarvi di deserti o di desertificazione. Se ho accennato al fenomeno, è perché esiste un altro deserto: non fuori ma dentro di noi; non ai margini delle nostre città, ma dentro di esse. Esiste un’altra desertificazione che avanza implacabile, facendo terra bruciata, e anche questa non fuori, ma dentro di noi, spesso dentro le stesse mura domestiche. È l’inaridimento dei rapporti umani, la solitudine, l’indifferenza, l’anonimato. Il deserto è il luogo dove, se gridi, nessuno ti ascolta, se giaci a terra sfinito, nessuno ti si fa accanto, se una bestia feroce ti assale, nessuno ti difende, se provi una grande gioia o una grande pena, non hai nessuno con cui condividerla. E non è questo ciò che succede a molti nelle nostre città? Il nostro agitarci e gridare non è anch’esso spesso un gridare nel deserto?
Ma il deserto più pericoloso è quello che ognuno di noi si porta dentro. Proprio il cuore può diventare un deserto: arido, spento, senza affetti, senza speranza, ripieno di sabbia. “Ossi di seppia”, direbbe il poeta. Perché molti non riescono a staccarsi dal lavoro, a spegnere il telefonino, la radio, il compact disc…? Hanno paura di ritrovarsi nel deserto. La natura rifugge dal vuoto, ha l’orrore del vuoto (horror vacui), ma anche l’uomo rifugge dal vuoto. Se ci esaminassimo onestamente, vedremmo quante cose ognuno di noi fa per non ritrovarsi solo, a faccia a faccia con se stesso e con la realtà.
Più aumentano, ai nostri giorni, i mezzi di comunicazione, più diminuisce la vera comunicazione. Si accusa la televisione di aver spento il dialogo nella famiglia e a volte questo è certamente vero. Ma dobbiamo ammettere che la televisione viene spesso a riempire un vuoto che è già lì. Non è la causa, ma l’effetto della mancanza di dialogo e di intimità.
Il Vangelo, abbiamo sentito, parla di una voce che un giorno risuonò nel deserto. Proclamava una grande notizia:
“Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”.
È Giovanni Battista che annuncia la venuta in terra di Gesù Cristo. La annuncia con parole semplici, si direbbe da contadino (i legacci dei sandali, l’aia, il ventilabro, il grano, la pula), ma quanto efficaci! Egli ha ricevuto l’immenso compito di scuotere il mondo dal torpore, di svegliarlo dal grande sonno. Quando un’attesa si prolunga, nasce la stanchezza, si va avanti per forza di inerzia. L’idea che qualcosa possa cambiare e l’atteso venire davvero, appare via via sempre più impossibile. (Chi lo ha visto, ripensi al bellissimo Aspettando Godot di Samuel Beckett).
Di questa attesa si era parlato, per secoli, in termini vaghi e remoti: “In quei giorni…; negli ultimi giorni…”. Ed ecco che ora si fa avanti un uomo e con sicurezza proclama: “Quel giorno è questo giorno. L’ora decisiva è giunta”. Egli punta l’indice risoluto verso una persona ed esclama: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che battezzerà il mondo in Spirito Santo!”. Che brivido dovette correre per il corpo degli ascoltatori!
Dicevo che noi pure siamo spesso nel deserto, se non fisicamente, almeno spiritualmente. Perciò quella voce è anche rivolta a noi. Giovanni Battista è morto, ma la sua funzione continua. Il papa è, nel mondo d’oggi, un vero Giovanni Battista, un precursore, uno che va in giro per il mondo a preparare le strade per la venuta di Cristo.
E qual è la cosa che tutti noi, grandi e piccoli, ripetiamo nella Chiesa? La stessa che annunziava il Battista: “Il Messia è venuto, è presente nel mondo. In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete! Egli vi battezzerà in Spirito Santo”. È proprio questo il modo con cui Gesù ha fatto fiorire il deserto del mondo e può trasformare anche il nostro moderno deserto: battezzandoci con lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’amore in persona. Il fatto che Gesù battezza in Spirito Santo vuol dire che riversa sul mondo l’amore, che “immerge” l’umanità in un bagno di amore.
“L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5, 5).
L’amore è l’unica “pioggia” che può arrestare la progressiva “desertificazione” spirituale del nostro pianeta, e il vangelonon è che questo: l’annuncio dell’amore di Dio per noi e tra noi. Il Natale stesso, che cos’è? “Così Dio ha amato il mondo, da dare il suo figlio unigenito…” (Giovanni 3, 16). La prova che Dio ci ama. Se per qualche cataclisma, diceva sant’Agostino, tutte le Bibbie del mondo andassero distrutte e non ne restasse che una copia; e se anche questa copia fosse così rovinata che solo una pagina fosse rimasta sana, e se anche di questa pagina una sola riga fosse ancora leggibile; ebbene, se questa riga è quella dove si dice: “Dio è amore”, tutta la Bibbia sarebbe salva, perché tutto è contenuto lì.
Che cosa apporta questo grande amore di Dio alle nostre necessità quotidiane? Noi avvertiamo la mancanza d’amore nei nostri rapporti umani (tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici, tra parenti); meno nel rapporto con Dio. Ma le due cose non sono senza relazione tra loro. Se un grande fiume si secca, tutti i canali laterali che da esso attingevano acqua per l’irrigazione si seccano. Al contrario, se esso è gonfio, anche i ruscelli e i canali sono colmi. Se ci tagliamo fuori dalla sorgente che è l’amore di Dio, tutti gli altri amori ne soffrono.
Questo messaggio è più che mai attuale e necessario nel mondo d’oggi. La nostra civiltà, tutta dominata dalla tecnica, ha bisogno di un cuore perché l’uomo possa sopravvivere in essa. Anche tanti non credenti sono convinti che dobbiamo dare più spazio alle “ragioni del cuore”, se vogliamo evitare che l’umanità ripiombi in un’era glaciale. L’umanità intera soffre di “insufficienza cardiaca”. Ci fu un tempo in cui la società soffriva per mancanza di conoscenza, di spirito critico, di razionalità, non per mancanza di generosità, di cuore, e di credulità. Come reazione, si ebbe l’Illuminismo, cioè l’esaltazione della ragione e dei suoi “lumi”. Oggi avviene il rovescio: quello che manca non sono lo spirito critico o le conoscenze tecniche. Di queste ne abbiamo una tale mole a disposizione, da non sapere più come gestirle. Più che di luce, abbiamo bisogno di calore. Una delle moderne idolatrie è l’idolatria dell’“IQ”, del “quoziente di intelligenza. Si sono messi a punto numerosi metodi di misurazione, anche se finora, per fortuna, tutti ritenuti in buona parte inattendibili. Non si tiene in altrettanto conto il “quoziente di cuore” delle persone. Eppure è proprio la durezza di cuore che crea i deserti di cui stiamo parlando.
Accanto però a questi segni negativi, dobbiamo registrare anche un fatto incoraggiante che ci permette di far trionfare “le ragioni della speranza”. Se la nostra società somiglia tanto spesso a un deserto, è vero però che in questo deserto lo Spirito sta facendo fiorire tante iniziative come altrettante oasi. In molti paesi si sono sviluppate, in questi anni, decine e decine di associazioni che hanno lo scopo di rompere l’isolamento, di raccogliere le tante voci che “gridano nel deserto” delle nostre città. Hanno nomi diversi: “telefono della speranza”, “voce amica”, “mano tesa”, “telefono amico”, “telefono verde”, “telefono azzurro”. Milioni e milioni di telefonate all’anno. Sono voci di persone sole, disperate, in preda a problemi più grandi di loro. Non cercano denaro (esso non passa attraverso il filo del telefono), ma qualcos’altro: una voce amica, una ragione di speranza, qualcuno con cui comunicare. Dall’altro capo del filo, sono migliaia di volontari che ascoltano, cercano di dare un po’ di calore umano e, se sono credenti, di aiutare le persone a pregare, a rimettersi in contatto con Dio, che è spesso la cosa che aiuta di più.
Anche se non apparteniamo ad alcuna di queste associazioni, tutti noi possiamo fare, nel nostro piccolo, qualcosa di quello che fanno loro. Il telefono, tanto per cominciare, ce lo abbiamo ormai tutti. Non aspettiamo sempre di sentirlo squillare, per accorgerci che c’è qualcuno che ha bisogno di noi, forse non lontano da noi. Specie all’avvicinarsi del Natale.