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Sarà tolto a voi il regno di Dio - XXVII Domenica del tempo ordinario

Isaia 5,1-7; Filippesi 4,6-9; Matteo 21, 33-43

Anche il Vangelo di questa Domenica è costituito da una parabola. Un uomo -dice Gesù- aveva una vigna che aveva piantato lui stesso e a cui dedicava tutte le sue cure. All’epoca della vendemmia, mandò i suoi servi a ritirare i frutti. Ma che successe? I vignaioli uccisero alcuni dei servi e altri ne bastonarono. Ne mandò altri che fecero la stessa fine. Gli restava solo il figlio. Pensò: avranno almeno rispetto per mio figlio. Qui bisogna attenersi al testo esatto perché esso lascia già trasparire la realtà storica cui si allude:

“I vignaioli, visto il figlio dissero tra sé:
Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità.
E presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”.

L’allusione a Gesù che di lì a poco verrà catturato, portato fuori della città e crocifisso è abbastanza chiara. Come in molti altri casi, Gesù lascia tirare la conclusione agli ascoltatori. “Che farà il padrone della vigna?”. Gli rispondono: “Farà morire quei malvagi e darà la vigna ad atri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
Il senso è evidente: si parla del cosiddetto “rigetto di Israele” che nella Bibbia è spesso simboleggiato dalla vigna. Ma Gesù lo esplicita, dicendo:

“Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio
e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”

Proprio in questa prima settimana di ottobre cade la giornata che, a partire dallo storico incontro del Papa in Assisi del 1986, viene ogni anno dedicata al dialogo tra le varie religioni. È dunque l’occasione propizia per occuparci una buona volta del tema del cosiddetto “rifiuto d’Israele” che tante volte ricorre nei Vangeli e, più ingenerale, del rapporto tra cristiani e ebrei.
Una interpretazione semplicistica e trionfalistica di questa e altre simili pagine del Vangelo ha contribuito a creare quel clima di condanna degli Ebrei che ha portato alle tragiche conseguenze che sappiamo. Non è che dobbiamo abbandonare le certezze di fede che ci vengono dal Vangelo, ma basta poco per renderci conto quanto il nostro atteggiamento abbia spesso travisato il genuino spirito del Vangelo stesso.
Anzitutto, in quelle parole terribili di Cristo: “Vi sarà tolto il regno di Dio…!” è lo straordinario amore di Dio per Israele che si esprime, non una fredda condanna. È “una passione d’amore” quella che si svolge tra Cristo e Israele. Egli disse un giorno di non essere stato inviato “se non per le pecore perdute d’Israele”.
Si tratta inoltre di un rigetto pedagogico non definitivo. Anche nell’Antico Testamento c’erano stati dei rifiuti di Dio, come quello che si concluse con l’esilio in Babilonia. Uno è descritto da Isaia, nella prima lettura di oggi, con la stessa immagine della vigna (“Voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la siepe, demolirò il muro e verrà calpestata”). Ma questo non ha impedito a Dio di continuare ad amare Israele e a vegliare su di esso.
S. Paolo ci assicura che anche quest’ultimo rifiuto, annunciato da Gesù, non sarà definitivo. Anzi dovrà servire, misteriosamente, a permettere ai pagani di entrare nel regno. “Forse -scrive- inciamparono per cadere per sempre? Certamente no”. L’apostolo fa anzi intravedere la futura riconciliazione tra Israele e i cristiani come una specie di risurrezione dai morti (cfr. Romani 11, 11.15). Egli va anche oltre. Dice che “se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta e se è santa la radice, lo saranno anche i rami” (Romani 11,16). Per la fede di Abramo -che è la primizia e la radice- tutto il popolo ebraico è santo, anche se alcuni rami, dice l’Apostolo, sono venuti meno.
Proprio Paolo, a torto ritenuto fautore della frattura tra Israele e la Chiesa, è quello che ci suggerisce l’atteggiamento giusto di fronte al dramma del popolo ebraico. Non autosicurezza e stupido vanto (“siamo noi ormai il nuovo Israele, noi gli eletti”!), ma piuttosto timore e tremore davanti all’insondabile mistero dell’agire divino (“chi sta in piedi, veda di non cadere lui!”), e più ancora amore per Israele che è “la radice e il tronco su cui siamo stati innestati”. Sentite cosa egli ha il coraggio di dire, a proposito degli ebrei:

“Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne” (Romani 9, 1-3).

Se tutti i cristiani in passato si fossero preoccupati di avere nel cuore questi stessi sentimenti nel parlare degli ebrei, la storia avrebbe avuto un corso ben diverso. Io ricordo l’esperienza che feci anni fa, sull’aereo che mi portava in pellegrinaggio in Terra Santa. Di colpo, leggendo il Vangelo, mi accorsi che dovevo cambiare completamente attitudine nei confronti degli ebrei, che in quegli anni erano attaccati da tutte le parti a causa dello spinoso problema palestinese. Dovevo in breve “convertirmi a Israele”. Amarlo. Capii che l’ostilità di un cristiano verso gli ebrei ferisce anzitutto proprio Gesù. “Nessuno -è scritto- ha in odio la propria carne” e gli ebrei sono i consanguinei di Gesù secondo la carne. Gesù amava profondamente il suo popolo. Egli pianse per la rovina imminente di Gerusalemme, non se ne rallegrò come di una rivincita.
Non si può identificare semplicemente l’ebraismo con lo stato d’Israele, anche se le due cose non si possono neppure separare. Uno può non approvare certi aspetti della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, senza per questo cessare di sentirsi solidale con Israele come realtà storica e spirituale.
Se gli ebrei un giorno dovranno arrivare (come Paolo ci dice di sperare), a un giudizio più positivo su Gesù, questo dovrà avvenire per un processo interno, come approdo di una loro propria ricerca (cosa, questa, che in parte sta avvenendo). Non possiamo essere noi cristiani a sollecitarlo dal di fuori, cioè a cercare di convertirli. Abbiamo perso il diritto di farlo per il modo con cui questo è avvenuto nel passato. Dovranno prima essere risanate le ferite mediante il dialogo e la riconciliazione. Io non vedo come un cristiano che ami veramente Israele possa non desiderare che esso giunga un giorno a scoprire Gesù che il Vangelo definisce “gloria del suo popolo di Israele” (Luca 2, 32). Non credo che questo sia proselitismo. Ma per il momento la cosa più importante è rimuovere gli ostacoli che abbiamo frapposto a questa riconciliazione, la “cattiva luce” in cui abbiamo messo Gesù ai loro occhi. Anche gli ostacoli presenti nel linguaggio. Quante volte, senza che ce ne accorgiamo, la parola “ebreo” ricorre in senso spregiativo, o almeno negativo, nel nostro modo di parlare.
A partire dal concilio Vaticano II, i rapporti tra cristiani e ebrei sono cambiati rapidamente in meglio. Il decreto sull’ecumenismo ha riconosciuto a Israele uno statuto a parte tra le religioni. L’ebraismo non è semplicemente, per un cristiano, “un’altra religione”; è parte integrante della nostra stessa religione. Adoriamo infatti lo stesso “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” che per noi cristiani è anche “il Dio di Gesù Cristo”.
Visitando la sinagoga di Roma, Giovanni Paolo II chiamò gli ebrei “nostri fratelli maggiori”. Dappertutto si moltiplicano le iniziative di dialogo costruttivo. Non possiamo che ringraziare lo Spirito Santo per questo cambiamento e augurarci che esso continui e che dal dialogo ebraico-cristiano si passi a una vera amicizia ebraico-cristiana.
Il mio saluto finale oggi è quello che si legge nella Lettera ai Galati di san Paolo e che pronuncio rivolto idealmente a tutto il mondo ebraico, in Italia e fuori:

“Sia pace e misericordia su tutto l’Israele di Dio!”