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Io sono la via, la verità e la vita - V Domenica di Pasqua

Atti 6, 1-7; 1 Pietro 2, 4-9; Giovanni 14, 1-12

Nel Vangelo della quinta Domenica del tempo pasquale incontriamo una delle affermazioni più forti e assolute di tutto il Nuovo Testamento. In risposta alla domanda di Tommaso sulla via per cui andare al Padre, Gesù risponde:

“Io sono la via, la verità e la vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Gesù si proclama la meta ultima della nostra esistenza e la via per raggiungerla. Potremmo svolgere al riguardo infinite considerazioni. Ma ce n’è una che mi sembra particolarmente attuale. Che pensare delle altre religioni, alla luce di queste parole di Gesù? Oggi questo problema ci tocca da vicino perché le altre religioni non sono più realtà lontane, di altri continenti. Con la mobilità che caratterizza il mondo moderno e con l’emigrazione, le religioni non sono più geograficamente ripartite come una volta.
Ci poniamo tre domande: che cosa pensa il cristianesimo di se stesso? Che cosa pensa delle altre grandi religioni? È possibile un dialogo e una collaborazione tra i cristiani e gli appartenenti alle altre religioni?
Anzitutto dunque quello che il cristianesimo pensa di se stesso. A differenza dell’ebraismo da cui è nato, il cristianesimo si è proclamato fin dall’inizio religione universale, non legata cioè a un popolo, a una razza, ma destinata a tutte le genti. Gesù lasciò ai suoi discepoli questa consegna: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28,19).
Non solo religione aperta a tutti, in cui tutti possono entrare, ma anche religione in cui tutti, secondo la rivelazione cristiana, devono (nel senso di “sono chiamati”) entrare. Infatti è scritto che fuori di Gesù

“Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo
nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,12).

Gesù è presentato dalla Scrittura come il “mediatore unico tra Dio e gli uomini” (1 Timoteo 2,5). Non tra Dio e questa o quella classe di uomini, ma tutti gli uomini, l’umanità intera.
Su che si basano affermazioni così assolute? Sul fatto che, in Cristo, è Dio in persona che si è fatto incontro agli uomini, che è disceso in mezzo a loro, facendosi carne. Non, dunque, un semplice inviato o un profeta. Questo fa parte del nucleo più essenziale della fede cristiana. Già nell’antichità c’era chi diceva: “Non è possibile arrivare alla Verità assoluta da una sola via; diverse vie sono possibili e necessarie”. È vero, rispondeva sant’Agostino, a meno che, però, la Verità non si faccia essa stessa via, che è quello che è accaduto con Cristo. Essendo Dio, egli è la verità e la vita; facendosi uomo è diventato anche la via per giungere alla verità e alla vita.
Gesù ha rivendicato per sé questa universalità e assolutezza, e, risuscitandolo da morte, Dio Padre ha avallato queste sue rivendicazioni, vi ha messo il proprio sigillo. Ma la prova più forte è quella che abbiamo dentro di noi: più uno conosce Gesù, più capisce che egli è veramente la via, la verità e la vita. Lo tocca con mano da solo.
Veniamo ora al secondo punto. Che pensare allora delle altre religioni? A questo proposito, c’è stata una chiara evoluzione nel pensiero cristiano, favorita anche dalle conquiste moderne sulla tolleranza e la libertà religiosa. Il cambiamento ha trovato la sua espressione nel concilio Vaticano II, con il documento Nostra aetate. Le varie religioni del mondo vi sono passate in rassegna secondo l’ordine della loro maggiore e minore attinenza con il cristianesimo, in quello che hanno di positivo e sempre con grande rispetto.
Vengono nominati dapprima l’Induismo e il Buddismo. Nell’Induismo, si dice, gli uomini cercano la liberazione dall’angoscia attraverso forme di vita ascetica e nella meditazione profonda. Nel Buddismo viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo materiale e si insegna il modo di raggiungere la liberazione perfetta e l’illuminazione.
Più vicino alla fede cristiana è l’Islamismo in quanto religione monoteistica, che crede cioè in un Dio unico e personale, al quale insegna a sottomettersi con devozione. Ancora più vicino è infine l’Ebraismo con il quale il cristianesimo condivide la fede nello stesso Dio di Abramo e le Scritture dell’Antico Testamento. Gli Ebrei sono addirittura, secondo l’espressione usata dal Papa nella visita alla sinagoga di Roma, i nostri “fratelli maggiori”.
Un tempo era convinzione dei cristiani che “fuori della Chiesa non c’è salvezza” e che solo i battezzati potessero salvarsi. Ora non siamo più così categorici. Riteniamo che Gesù Cristo è sì la via ordinaria alla salvezza, che la sua morte redentrice è quella che ha espiato oggettivamente i peccati di tutti e ha riconciliato l’umanità intera con Dio. Tuttavia, siamo convinti che la grazia di Cristo agisce anche al di fuori dei canali ordinari che sono il battesimo e l’adesione alla Chiesa. Coloro che, senza conoscere il Vangelo, vivono in accordo con i dettami della loro coscienza e secondo i principi della propria religione e aiutano il prossimo possono essere uniti a Cristo più di tanti cristiani battezzati che non vivono affatto le esigenze del proprio battesimo.
Dio si serve proprio dei “semi di verità” e dei riti sacri presenti nelle diverse religioni per far giungere ai loro aderenti i benefici della redenzione di Cristo e condurli alla salvezza. In ciò, i fondatori di altre religioni hanno svolto e svolgono tuttora, presso i rispettivi popoli, un compito analogo a quello di Mosè e della Legge nell’Antico Testamento: quello di essere dei precursori di Cristo, di preparagli, in qualche modo, le vie, come fece Giovanni Battista.
Possiamo dunque dire che c’è salvezza fuori di Cristo, anche se non senza Cristo; c’è salvezza fuori della Chiesa, anche se non indipendentemente dalla Chiesa. In un modo “noto solo a Dio”, lo Spirito Santo soffia anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa. Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvi” ed egli è abbastanza sapiente e onnipotente per realizzare quello che vuole. Questo è quello che sappiamo con certezza e che ci dà oggi serenità e ottimismo nel pensare a tutti quelli che vivono fuori dell’orizzonte cristiano.
Adesso il terzo punto. È possibile in dialogo? Come possiamo mettere d’accordo queste nostre certezze cristiane con il necessario pluralismo religioso di oggi e con i principi sacrosanti della tolleranza e del rispetto delle convinzioni altrui? Io penso che il pluralismo non consiste nel ritenere che tutte le religioni siano ugualmente buone e vere (questo sarebbe piuttosto relativismo religioso che distrugge alla radice ogni religione), ma consiste nel riconoscere a ognuno il diritto di ritenere vera e definitiva la propria religione.
Tutte le fedi devono godere la libertà di proporre, nel rispetto delle leggi dei diversi paesi, il loro messaggio agli uomini, lasciando ognuno libero di decidere se accoglierlo o meno. Questo è oggi l’atteggiamento generale e pacifico dei paesi cristiani (che purtroppo non trova sempre un corrispettivo in paesi di altre religioni).
Quello a cui bisogna rinunciare non sono dunque le proprie certezze di fede, ma i metodi intolleranti di professarla e propagarla che hanno prodotto tanti danni. Anche noi cristiani, in passato, abbiamo mancato a questo riguardo, specie nei confronti degli Ebrei. Oggi non facciamo difficoltà a riconoscere che questo non è un difendere il Vangelo, ma un tradirlo. Perché il Vangelo predica il contrario: la fratellanza universale, l’amore anche per i nemici. Secondo il Vangelo, l’ideale supremo è dare la vita per la fede, non uccidere l’infedele.
È solo questo ciò che le diverse religioni possono fare? Non farsi guerra tra loro e rinunciare a ogni guerra “santa”? No, c’è un vasto campo in cui le religioni possono collaborare positivamente al bene dell’umanità. Anzitutto, per tenere vivo il senso di Dio, della preghiera e del mistero, in un mondo che tende a sprofondare sempre più nel materialismo e rischia l’asfissia spirituale; per risolvere le tensioni etniche, lavorare insieme per la pace, per la salvaguardia del creato, per una più equa distribuzione tra i popoli delle ricchezze e delle risorse della terra.
Anche quando si parla delle varie religioni, bisogna insistere più su ciò che unisce che su ciò che divide. Questo fu il messaggio che il papa Giovanni Paolo II volle lanciare al mondo con il famoso incontro di preghiera di Assisi del 1986 tra i capi delle maggiori religioni ed è quello che non si stanca di promuovere con tutte le sue iniziative e i suoi viaggi.
Non solo, ma c’è anche spazio per imparare gli uni dagli altri. Il confronto e il dialogo con membri di altre religioni tanto spesso ci aiutano a cogliere meglio le implicazioni della nostra stessa fede, come pure le nostre incoerenze. Arricchiscono il patrimonio religioso di ognuno. Gandhi, con la sua vita e il suo ideale della non-violenza, ha insegnato tante cose anche a noi cristiani. Egli ha capito e valorizzato prima di noi un punto importante del vangelo.
Lo stesso Gandhi una volta ebbe a dire che Gesù Cristo lo affascinava, ma che i cristiani gli facevano paura. Non è il solo ad avere questo sentimento e non possiamo purtroppo dar ad essi torto. Il confronto con le altre religioni ci spinge dunque, alla fin fine, ad essere più umili, non più arroganti. E questo è un risultato così importante da farci benedire Dio di vivere in un tempo in cui tale confronto è diventato non solo possibile, ma necessario.