Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

VI Domenica tempo ordinario

Siracide 15, 16-21; 1 Corinzi 2, 6-10; Matteo 5, 17-37

Nel Vangelo di questa Domenica leggiamo:

“Fu detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio’; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.

Questa parola ci ripropone lo spinoso problema del divorzio. Ma io vorrei, in questa occasione, mettere in luce un aspetto del problema di solito ignorato. Noi tendiamo a ridurre il problema del divorzio al suo solo aspetto giuridico e legale, soprattutto da quando di esso si è impadronita la politica. Divorziare vuole dire, in questo caso, ottenere la separazione legale dal coniuge, vivere un certo numero di anni separati, per poi essere liberi, se si vuole, di risposarsi civilmente.
Ma nel presente brano evangelico Gesù è intento a riportare questo e altri comandamenti alla loro radice che è il cuore. Parlando dell’adulterio dice: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”.
Ora, come esiste un adulterio del cuore, così esiste, per il Vangelo, un divorzio del cuore. Esso si può consumare senza fare nessuno di quegli atti giuridici ricordati; semplicemente disaffezionandosi dalla propria moglie o dal proprio marito, separandosi nell’intimo dal coniuge, per vivere senza amare nessuno, o legando il proprio cuore a un’altra persona. Si crea così un muro di separazione, non fatto forse di carta bollata, con l’intervento di avvocati, ma ugualmente terribile. Questo, per il Vangelo, è già una forma di divorzio che si distingue dall’altra forma, quella giuridica e legale, solo perché non è ancora definitivo e irrevocabile.
Siamo sinceri: quanti, anche tra i credenti, vivono da anni in questa forma di divorzio pratico? Quando tra marito e moglie non c’è più neppure il desiderio di perdonarsi, di riconciliarsi, quando si è stabilita l’indifferenza, o addirittura l’ostilità, è divorzio di fatto, del cuore. È un ripudio, anche se senza il famoso “libretto”, cioè senza carta bollata! Il comandamento di Dio è già violato, non si è più una sola carne. Si è dei “divorziati”, tanto vale dirlo chiaramente.
Si parla molto dei mali terribili del divorzio giuridico: donne condannate alla solitudine, figli compromessi psicologicamente per sempre dalla crudele necessità di dover scegliere tra la propria madre e il proprio padre, contesi tra di essi e sballottati dall’uno all’altro dei genitori. Ma i danni di quest’altro divorzio sono forse molto minori per chi ci vive dentro, per la società e per i figli?
Ci sono tanti adolescenti traviati, drogati, violenti, disadattati, che non sono figli di divorziati risposati; sono figli di genitori che vivono sotto lo stesso tetto, ma nel divorzio del cuore, che litigano in permanenza, si offendono, o si tacciono ostinatamente, riducendo così, a volte, la famiglia, lasciatemelo dire, a un inferno. Che educazione si può dare ai figli in queste condizioni e come si può vivere una normale vita cristiana? Senza contare, naturalmente, la sofferenza indicibile che questa situazione provoca ai coniugi stessi, o almeno a uno di essi.
La conclusione da tirare non è dire: allora tanto vale divorziare anche legalmente. Sarebbe come uccidere un malato, per curarlo da una sua malattia grave. Il rimedio è di interrompere il divorzio del cuore, non di istituzionalizzarlo. Gesù diceva: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”. Questo significa, sì, “la legge umana non separi ciò che Dio ha unito”; ma significa anche e prima ancora: il marito non separi da sé la sua moglie, la moglie non separi da sé suo marito. Non si permetta al maligno di dividere ciò che Dio ha congiunto.
Conosco casi in cui una situazione del genere si è interrotta, l’amore è rifiorito, il matrimonio è rinato più bello di prima, perché, per qualche circostanza, Dio è rientrato tra marito e moglie e con lui il perdono e la voglia di ricominciare da capo. Una parola di Dio che ti raggiunge nel cuore, un incontro che ha ridestato la fede e il bisogno di preghiera, una sofferenza comune che ha fatto scattare la solidarietà. Ma sono eccezioni. Bisogna dire che è difficile ribaltare situazioni divenute inveterate, quando il cuore si è indurito. La cosa da fare è cercare di correre ai rimedi agli inizi, quando ci si accorge della china su cui si sta andando e si manifestano le prime avvisaglie del pericolo. È più facile impedire che il divorzio del cuore si compia, che cambiarlo quando si è compiuto. Come? Bisogna sciogliere sul nascere i contrasti, le incomprensioni, le freddezze. La causa numero uno del divorzio del cuore è l’orgoglio: il puntiglio, il non voler cedere, il non chiedere scusa quando si è sbagliato. Anzi, il non ammettere mai di avere sbagliato.
Il matrimonio nasce dall’umiltà e non può vivere se non nell’umiltà, come i pesci non possono vivere se non restano nell’acqua in cui sono nati. Quando un uomo si innamora e in ginocchio (così almeno si usava fare una volta) chiede la mano della sua ragazza, che cosa fa? Fa il più radicale atto di umiltà della sua vita. Si fa mendicante. È come se dicesse: “Dammi il tuo essere, perché il mio non mi basta. Io non basto a me stesso. Ho bisogno di te!”.
Forse uno dei motivi per cui Dio ha creato l’umanità maschio e femmina è proprio quello di educarlo in tal modo all’umiltà. “L’uomo -ha scritto il poeta Claudel- è un essere orgoglioso; non c’era altro modo di fargli comprendere la dipendenza, la necessità e il bisogno, se non mediante la legge su di lui di questo essere differente, dovuta al semplice fatto che esso esiste”. Il momento stesso dell’intimità coniugale può e deve essere vissuto come un momento di autentica umiltà, non di violenza, di possesso o di strumentalizzazione dell’altro. Come un dire: “Ho ancora bisogno di te; sei ancora importante per me”.
Una volta sposati, avviene purtroppo che l’orgoglio spesso rispunta e si prende la sua rivincita, facendo pagare al proprio partner l’iniziale bisogno che si ebbe di lui. Con l’umiltà se ne va la capacità di perdonarsi e con essa la gioia. Si comincia a chiedersi: “Perché devo essere sempre io a cedere?”. Senza accorgersi che c’è uno solo che esce veramente vittorioso da tutto ciò: quello il cui nome, diabolos, significa colui che separa, che allontana, che spezza. “I matrimoni si preparano in cielo”, dice un proverbio russo, ricordato in Guerra e Pace di Tolstoi; io aggiungerei: “i divorzi, invece, nell’inferno”.
Una volta, mi sono trovato a parlare in un contesto sociale difficile, dove spesso la rozzezza dei rapporti tra marito e moglie è causa di tanta sofferenza e la cultura stessa sembra accordare all’uomo, nel matrimonio, il privilegio di potersi adirare e alzare la voce ad ogni occasione, come se solo così egli dimostrasse di essere un vero uomo. A un certo punto, mi venne quasi da gridare una frase della Bibbia: “Mariti, che ne avete fatto della donna della vostra giovinezza?” (cfr. Proverbi 5,18). Oggi lo ripeterei, ma aggiungerei anche, rivolto alle donne: “Mogli, che ne avete fatto dell’uomo della vostra giovinezza?”. Perché il torto ormai è sempre meno da una parte sola.
“Non si vive in amore senza dolore”, dice una celebre massima dell’Imitazione di Cristo. E questo vale anche per il matrimonio. Non si mantiene vivo l’amore senza sacrifici e rinunce; se si pensa solo ad avere e mai a dare. Qualcosa cambia davvero in una coppia in difficoltà il giorno che ognuno dei due coniugi smette di chiedersi: “Cosa c’è che potrebbe fare di più per me mio marito, o mia moglie, che ancora non fa?”, e comincia invece a chiedersi: “Cosa c’è che io potrei fare di più per mia moglie, o per mio marito, che ancora non faccio?”.
È necessario però convincersi che i mezzi umani, anche i migliori, non bastano; occorre l’aiuto dall’alto. E questo si ottiene coltivando la preghiera, accostandosi insieme ai sacramenti, mantenendo vivo il contatto con la fonte di ogni amore che è lo Spirito Santo. Quello che Gesù dice, nel nostro brano evangelico, di ogni “fratello” si applica anzitutto al proprio coniuge:

“Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

Va’ prima a riconciliarti con tuo marito, o con tua moglie, poi torna! A volte, al momento del segno della pace, ho osservato dall’altare dei coniugi presenti insieme alla Messa guardarsi negli occhi e scambiarsi una bella stretta di mano tra di loro, prima che con ogni altro vicino, e me ne sono rallegrato. Quante cose si possono dire con una semplice stretta di mano! Soprattutto in chiesa, davanti a quello stesso altare e a quel Dio, in presenza del quale un giorno ci si unì in matrimonio.
Prima di concludere, una storia simpatica che ho letto di recente in una rivista francese. “Una notte -è un uomo sposato che racconta- ho sognato che camminavo con mia moglie su una lunga strada, in un paesaggio deserto e brullo. D’un tratto qualcuno ci si accostava da dietro, poneva amichevolmente una mano sulla spalla di ciascuno di noi due. Ci sovrastava con la sua statura, eppure la sua presenza ci faceva sentire più grandi. Era al centro, in mezzo a noi, eppure mai ci eravamo sentiti così uniti. Mentre parlava le nostre speranze e le paure più riposte venivano a galla, sembrava leggerci nel cuore. Non disse il suo nome, ma capivamo bene chi era perché mentre parlava, anche a noi, come ai discepoli di Emmaus, ardeva il cuore nel petto. Nel separasi prese le nostre due mani nella sua, dicendo: “Andate, vi affido di nuovo l’uno all’altro”.
Auguro a tante coppie in ascolto, specie a quelle che in questo momento fossero in difficoltà, di fare anch’esse un sogno come questo…