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Spezza il tuo pane con chi ha fame - V Domenica tempo ordinario

Isaia 58, 7-10; 1 Corinzi 2, 1-5; Matteo 5,13-16

L’ultima volta abbiamo parlato della povertà materiale positiva, ideale di vita da coltivare. Oggi dobbiamo guardare l’altra faccia della povertà: la povertà materiale negativa, condizione sociale imposta, o subìta. In altre parole, la povertà da combattere, o almeno da alleviare. Parliamo insomma di solidarietà. Ma vediamo subito come questo tema si rapporta alle letture di questa quinta Domenica del tempo ordinario.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
Voi siete la luce del mondo…
Risplenda la vostra luce davanti agli uomini
perché vedano le vostre opere buone”.

Ma che significa essere luce e risplendere? Brillare per intelligenza, cultura, ricchezza, popolarità? No, Gesù parla di un’altra luce. Non tanto quella che emana dalle idee ed è racchiusa nei libri, quanto quella che emana dalle azioni e parla con la vita. “Risplenda la vostra luce”, cioè: “vedano le vostre opere buone”. In questa direzione è interpretata la parola di Gesù nelle letture della presente Domenica. Nella prima lettura (che di solito prepara il brano evangelico) leggiamo:

“Spezza il tuo pane con l’affamato,
introduci in casa i miseri, senza tetto,
vesti chi è nudo…
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora”.

Qui il pensiero si precisa ulteriormente. Tutte le “azioni buone” sono luce, ma in modo speciale lo sono quelle che si fanno per soccorrere il prossimo, i poveri. La prima forma di solidarietà è accorgersi dei poveri. Il più grande peccato contro i poveri è forse l’indifferenza, il far finta di non vedere. Quello che Gesù rimprovera al ricco epulone, più ancora che il suo lusso sfrenato, è l’indifferenza verso il povero che giaceva alla sua porta. La sua durezza di cuore e insensibilità.
Noi tendiamo a mettere, tra noi e i poveri, dei doppi vetri. L’effetto dei doppi vetri, oggi così sfruttato, è che impedisce il passaggio del freddo, del caldo e dei rumori, stempera tutto, fa giungere tutto attutito, ovattato. E infatti vediamo i poveri muoversi, agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, sulle pagine dei giornali e delle riviste missionarie, ma il loro grido ci giunge come da molto lontano. Non ci penetra al cuore. Ci mettiamo al riparo da essi.
La parola: “poveri!” provoca, nei paesi ricchi, quello che provocava, nei romani antichi, il grido: “I barbari!”. Sconcerto, panico. Essi si affannavano a costruire muraglie e a inviare eserciti alle frontiere per tenere a bada i barbari; noi facciamo la stessa cosa, in altri modi. Ma la storia dice che è tutto inutile.
La prima cosa da fare dunque, nei confronti dei poveri, è rompere i doppi vetri, superare l’indifferenza, l’insensibilità. Gettare via le difese e lasciarci invadere da una sana inquietudine a causa della miseria spaventosa che c’è nel mondo.
Immagina che un giorno, mentre guardi, in televisione, le immagini di qualche sciagura (un deragliamento di treno, un incidente stradale, il crollo o l’incendio di un edificio) improvvisamente -Dio non voglia!- riconosci tra le vittime un parente stretto: la madre, un figlio, un fratello, il marito. Che grido ti esce dalla gola! Che mutamento di cuore rispetto a un istante prima! Che diverso interesse all’evento! Che è successo? Una cosa semplicissima: quello che prima percepivi solo con gli occhi e con il cervello, ora ti tocca personalmente.
Ebbene, questo è ciò che dovrebbe avvenire, almeno in qualche misura, quando vediamo scorrere davanti ai nostri occhi certi spettacoli allucinanti di miseria. Sono, o non sono, essi, nostri fratelli? Non apparteniamo tutti alla stessa famiglia umana e non è scritto forse che siamo “membra gli uni degli altri” (Romani 12, 5)?
Con il tempo, purtroppo, ci si abitua a tutto e noi ci siamo assuefatti alla miseria altrui. Non ci impressiona più di tanto, la diamo quasi per inevitabile e per scontata. Ma mettiamoci un istante dalla parte di Dio, cerchiamo di vedere le cose come le vede lui. Egli è come un padre di famiglia che ha sette figli e, a ogni pasto, assiste alla stessa scena: due dei figli, da soli, si accaparrano quasi tutto quello che c’è in tavola, lasciando gli altri cinque a stomaco vuoto. Può un padre rimanere insensibile a una cosa simile? Qualcuno ha paragonato la terra a un’astronave in volo nel cosmo, in cui uno dei tre cosmonauti consuma l’85% delle risorse presenti e briga per accaparrarsi anche il rimanente 15 %.
Gesù si è identificato con i poveri e questo per i cristiani conferisce al problema dei poveri una dimensione nuova, non più solo sociologica, ma teologica. Colui che pronunciò sul pane le parole: “Questo è il mio corpo”, ha detto queste stesse parole anche dei poveri. Le ha dette quando -parlando di quello che si è fatto, o non si è fatto, per l’affamato, l’assetato, il prigioniero, l’ignudo e l’esule- ha dichiarato solennemente: “L’avete fatto a me” e “Non l’avete fatto a me”. Questo infatti equivale a dire: “Quella certa persona lacera, bisognosa di un po’ di pane, quel povero che tendeva la mano, ero io, ero io!”.
Ricordo la prima volta che questa verità “esplose” dentro di me in tutta la sua violenza. Ero a predicare in un paese del terzo mondo e a ogni nuovo spettacolo di miseria che vedevo (ora un bambino dal vestitino a brandelli, il ventre tutto gonfio e il volto ricoperto di mosche, ora gruppetti di persone che rincorrevano un carro immondizie nella speranza di trarne qualcosa appena rovesciato nella discarica, ora un corpo piagato), sentivo come una voce rimbombarmi dentro: “Questo è il mio corpo. Questo è il mio corpo”. C’era da averne davvero il “fiato mozzo”.
Aveva capito bene tutto ciò il filosofo e credente Blaise Pascal. Durante la sua ultima malattia, non potendo ricevere il viatico perché non tratteneva nulla, chiese che gli portassero in camera un povero, perché, diceva, “non potendo comunicare nel capo, possa almeno comunicare nel suo corpo”.
Ci resta ora da vedere brevemente un ultimo punto, ma il più importante di tutti per i poveri: come tradurre in pratica il nostro interesse per essi. I poveri infatti non hanno bisogno dei nostri buoni sentimenti, ma di fatti. Da soli, quelli servirebbero solo a tranquillizzare la nostra cattiva coscienza. Quello che tutti, credenti e non credenti, dobbiamo fare in concreto per i poveri è amarli e soccorrerli. Per il cristiano a ciò si aggiunge un altro obbligo: evangelizzare i poveri, cioè portare loro la “buona novella” che Dio è con loro.
Amare i poveri significa anzitutto rispettarli e riconoscere la loro dignità. In essi, proprio per la mancanza di altri titoli e distinzioni accessorie, brilla di luce più viva la radicale dignità di un essere umano. Amore a Cristo e amore ai poveri si corrispondono e si esigono a vicenda. Vi sono persone che dall’amore per Cristo sono state condotte all’amore per i poveri, come Francesco d’Assisi, Charles de Foucauld, e vi sono persone, come Simone Weil, che dall’amore per i poveri e i proletari sono state condotte all’amore per Cristo.
Al dovere di amare e rispettare i poveri, segue, dicevo, quello di soccorrerli. Qui ci viene in aiuto san Giacomo. A che serve, egli dice, impietosirsi davanti a un fratello o una sorella privi del vestito e del cibo, dicendo loro : “Poveretto, come soffri! Vai, riscàldati, sàziati!”, se tu non gli dai nulla di quanto ha bisogno per riscaldarsi e nutrirsi? La compassione, come la fede, senza le opere è morta (cfr. Giacomo 2, 15-17). Gesù nel giudizio non dirà: “Ero nudo e mi avete compatito”; ma “Ero nudo e mi avete vestito”.
Oggi però non basta più la semplice elemosina. Il problema della povertà è divenuto, a causa delle possibilità nuove di comunicazione, planetario. Quello che occorrerebbe oggi è una nuova crociata, una mobilitazione corale di tutta la cristianità e, anzi, di tutto il mondo civile, per liberare i sepolcri viventi di Cristo che sono i milioni e milioni di persone che muoiono di fame, di malattie e di stenti. Questa sarebbe una crociata degna di questo nome, degna cioè della “croce” di Cristo.
Dobbiamo rallegrarci e ringraziare Dio perché, almeno in piccola parte, questa crociata è già in atto da parte di tanti individui, istituzioni, comunità parrocchiali, religiose e associazioni umanitarie. Per chi lo sa vedere, c’è anche oggi un “Pierre l’Ermite” che percorre il mondo incitando tutti a questa crociata. È il papa. Eliminare o ridurre l’ingiusto e scandaloso abisso che esiste tra ricchi e poveri nel mondo è il compito più urgente, e più ingente, che il millennio appena iniziato ha ereditato dal precedente.
Infine, oltre che amare e soccorrere i poveri, li si deve evangelizzare. Questa fu la missione che Gesù riconobbe come la sua per eccellenza (cfr. Luca 4, 18) e che affidò alla Chiesa: “portare ai poveri la buona novella”. Non dobbiamo permettere che la nostra cattiva coscienza ci spinga a commettere l’enorme ingiustizia di privare della buona notizia coloro che ne sono i primi e più naturali destinatari. Magari, adducendo, a nostra scusa, il proverbio che “ventre affamato non ha orecchi”. Gesù moltiplicava i pani e insieme anche la parola, anzi prima amministrava, a volte per tre giorni di seguito, la Parola, poi si preoccupava anche dei pani.
Non di solo pane vive il povero, ma anche di speranza e di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. I poveri hanno il sacrosanto diritto di udire il Vangelo integrale, non in formato ridotto, sociologico o di lotta di classe. Hanno diritto di udire anche oggi la buona notizia: “Beati voi poveri”. Sì beati, nonostante tutto, perché a voi si apre davanti una “possibilità” immensa, preclusa o assai difficile per i ricchi: il regno di Dio, cioè, per usare una vecchia parola oggi tanto censurata, il paradiso.
Una nota incoraggiante per tutti noi, prima di concludere. Gesù ha promesso che in paradiso, oltre i poveri, andranno anche quelli che si sono fatti amici i poveri, spezzando il pane con l’affamato, vestendo l’ignudo, accogliendo i senza tetto. E questa possibilità, per fortuna, è aperta a tutti.