Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

L’”ATEISMO” DI MADRE TERESA DI CALCUTTA

.1. Nel buio della notte

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri? Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei -l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative -, ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.
Lo hanno rivelato i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, conosciuti da tempo, ma resi pubblici solo in occasione del decennale della morte della Madre, nel settembre 2007. Alcuni commentatori laici si sono del tutto ingannati circa il senso di questi scritti, affermando che essi costringono a rivedere l’idea che la gente si è fatta della persona e della santità di Madre Teresa. Qualcuno ne ha tratto addirittura la conclusione che “si può essere santi anche senza fede”.
In realtà, questi scritti intimi, lungi dal diminuire la statura di Madre Teresa di Calcutta, la ingigantiscono, ponendola al fianco dei grandi mistici della cristianità. Una delle definizioni più celebri della mistica dice che essa consiste nel “patire il divino” (pati divina) : espressione intraducibile che possiamo intendere nel senso di sperimentare Dio con sofferenza, vivere una passione divina ( nel duplice senso di dolore e di amore della parola passione). Questa definizione la vediamo realizzata in pieno nell’esperienza di Madre Teresa. Ma vediamo di che si tratta.
Un sacerdote che fu vicino a Madre Teresa ha scritto: “Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri, una opprimente oscurità venne su di lei” . Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare:
“C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto” .
Non è stato difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro S. Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito. Taulero fa una descrizione impressionante di questa tappa della vita spirituale:
“Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura” .
Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte , con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore” . Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei.
“Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra” .
Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale T. Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’Arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta fatta anche a lui dalla Madre di distruggerle.
Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di… accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un eterno sorriso.
“Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!” .
Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio” . Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

2. Nella schiera dei grandi “desolati”

Madre Teresa è in “buona compagnia” nella sua desolazione. Vorrei accennare a due casi che più da vicino richiamano quello di Madre Teresa, uno di qualche secolo fa e uno dei suoi stessi giorni e con il quale si è incontrata da viva: san Paolo della Croce (1694 -1775) e san Pio di Pietrelcina.
Anche Paolo della Croce, dopo aver avviato la fondazione di una nuova congregazione, i Passionisti, e aver sperimentato l’ebbrezza dell’unione con Dio entrò in una notte dello spirito che durò per quarant’anni, cioè fino alla fine della vita. Qualcuno l’ha definito “il principe dei grandi desolati” . Se Madre Teresa avesse conosciuto questo brano di una sua lettera, si sarebbe accorta di essere in buona compagnia, anche se, nello stato in cui lei si trovava, anche una simile “consolazione” di solito è preclusa:
“Ah! un’Anima che abbia provato carezze celesti, e poi trovarsi a dovere stare del tempo spogliata di tutto, anzi più, arrivare a segno di trovarsi (al suo parere) abbandonata da Dio, che pare che Dio non la voglia più, non si curi più di lei, e che sia molto sdegnato; onde le pare, che tutto ciò che fa una tal Anima, sia tutto mal fatto ecc. Ah! non posso spiegarmi come desidero; le basti sapere, Figlia mia, che questa è una sorta quasi di pena di danno (dirò così), pena che supera ogni pena”
In occasione della canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina alcuni osservatori laici espressero il parere che quella del mistico del Gargano fosse una santità arcaica, a differenza di quella di Madre Teresa, la santa della carità, che sarebbe una santità moderna. Adesso scopriamo che anche Madre Teresa è stata una mistica e Padre Pio un “santo della carità”, come dimostra l’opera da lui realizzata a “sollievo della sofferenza”.
L’errore è di contrapporre questi due tratti della santità cristiana che vediamo al contrario spesso mirabilmente uniti, cioè altissima contemplazione e intensissima azione. S. Caterina da Genova, considerata una delle vette della mistica, fu da Pio XII proclamata patrona degli ospedali in Italia, per l’opera sua e dei suoi discepoli a favore dei malati e degli incurabili che ricorda da vicino quella di Madre Teresa ai nostri giorni.
In un bell’articolo, scritto in occasione della beatificazione, un autore indiano definisce Madre Teresa “una sorella per Gandhi” . Certamente molti tratti accomunano le due grandi anime, i due Mahatma, dell’India moderna, ma è ancor più giusto, credo, vedere in Madre Teresa “una sorella per Padre Pio”. Li accomuna non solo la stessa venerazione della Chiesa, ma anche uno stesso ciclone di gloria da parte dell’opinione pubblica mondiale. Una si è distinta soprattutto nelle opere di misericordia corporali, l’altro nelle opere di misericordia spirituali. Ma è stata proprio Madre Teresa a ricordare al mondo d’oggi che la povertà più brutta non è quella dei poveri di cose, ma quella dei poveri di Dio, di umanità e di amore, la povertà, insomma, del peccato.
Il tratto che più avvicina questi due santi è forse proprio la lunga notte oscura in cui hanno vissuto per tutta la vita. “Vivo in una perpetua notte”, scriveva Padre Pio in una delle sue lettere al confessore” . Ricorderò sempre l’impressione che ebbi nel leggere, nel coretto di S. Giovanni Rotondo, dove è esposta in un quadretto, la relazione con cui padre Pio descriveva al suo padre spirituale il fatto delle stimmate. Egli terminava facendo sue le parole del salmo che dice: “Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira” (Sal 38, 2). Era convinto, e questa convinzione lo accompagnò fino alla morte, che le stimmate non fossero un segno di predilezione e di accettazione da parte di Dio, ma, al contrario, del giusto castigo divino per i suoi peccati. Fu quello che mi aprì gli occhi sulla statura mistica di questo mio confratello, di cui, fino allora, mi ero poco interessato.
Per spandere luce, tutte e due queste anime hanno dovuto trascorrere la vita al buio, convinti, per giunta, di “ingannare” la gente. S. Gregorio Magno dice che il contrassegno degli uomini superiori è che “nel dolore della propria tribolazione, non trascurano l’utilità altrui; e mentre sopportano con pazienza le avversità che li colpiscono, pensano a insegnare agli altri ciò che è necessario, simili in ciò a certi grandi medici che, colpiti essi stessi, dimenticano le loro ferite per curare gli altri” . Questo segno risplende in grado eminente nella vita di Madre Teresa e di Padre Pio. Basta pensare a ciò che, nelle loro condizioni di spirito, sono stati capaci di fare per gli altri, in confessionale o al capezzale di moribondi.
Lungi dal dimostrare, in Madre Teresa e in questi suoi compagni di viaggio, una mancanza di fede, la notte dello spirito ne rappresenta il grado supremo. Ai mistici appartiene in modo del tutto speciale la betitudine di Gesú: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29).

3. Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso S. Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa”, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva, proprio perché interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio. Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era certo questo.
C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la “partecipazione alle sofferenze” di Cristo” (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Gesú nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva:
“Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la ‘teologia vissuta’ dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come ‘notte oscura’. Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore” .
Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino e chissà che, nel segreto, non pensasse anche a Teresa di Calcutta. Mi sembra difficile immaginare che la Madre abbia tante volte incontrato a tu per tu il suo grande amico Karol Woitila senza mai confidargli qualcosa del suo stato, se non altro per chiedergli di pregare per lei. Sappiamo, in ogni caso, che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce:
“Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità” .
Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. La Novo millennio ineunte, abbiamo sentito, parla di un “paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. S. Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa “è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’inferno”, ma che c’è in esse una “grandissima contentezza” che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso .
La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.
La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
S. Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. “Il dolore interiore che sento –diceva– è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”.
Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio. Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: “Ma perché sono venuti tutti questi?”, e alla risposta: “Per lei, Padre”, si ritirò in fretta sospirando: “Se solo sapessero…” .

4. A fianco degli atei e degli sposi

Altro che santi “arcaici”, i mistici sono i più moderni tra i santi. Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo La peste Albert Camus li chiamava “i santi senza Dio”. I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi “si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro”(cf. Lc 15,2).
Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.-K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno, T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che Samuel Beckett, l’autore di Aspettando Godot, il dramma più rappresentativo del teatro dell’assurdo, nel tempo libero leggeva S. Giovanni della Croce.
La parola “ateo” può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che -almeno così gli sembra- è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio. Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei:

“Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio…Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia” .

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale:

“Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me” “Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo“ .

Ma Madre Teresa si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo “ateismo”. Scrive:

“Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza” .
“Se mai un giorno arriverò a essere santa, sarò certamente una santa dell’oscurità. Mi assenterò continuamente dal cielo, per accendere una luce in coloro che sono nell’oscurità sulla terra” .

Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo post-moderno, dove si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono “lontani dal regno di Dio”; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto. Aveva ragione Karl Rahner di dire: “Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà”. Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo “sprecare” i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.

I mistici, in questo loro stato, sono però anche la confutazione vivente dell’ateismo moderno specie quello di stampo marxista e freudiano. Questo fa leva sull’argomento della proiezione o sublimazione. L’essere umano proietta in cielo i suoi desideri inappagabili sulla terra; trasferisce in un Padre celeste buono e accogliente il bisogno di protezione e di tenerezza sperimentato (o non sperimentato!) nel padre terreno. L’uomo religioso fa tutto in vista della ricompensa…

Ma queste anime sono rimaste attaccate a un Dio che non dava e non prometteva loro nulla, neppure il paradiso, sotto un cielo chiuso. Chi poteva dare ad esse la forza di fare quello che hanno fatto: dimenticarsi di sé, pensare tutto il tempo agli altri, stringere al cuore lebbrosi, abbracciare moribondi, se non quell’Essere che solo può operare senza essere visto perché è “più intimo e presente a noi che non noi stessi?
Sono convinto che l’esperienza della notte oscura di Madre Teresa e dei mistici in genere contiene un messaggio importante anche per coloro che vivono nel matrimonio. Una volta Madre Teresa parlando alle donne le esortò a sorridere spesso al proprio marito. Una delle presenti le fece osservare: “Madre, lei dice così perché non è sposata e non conosce mio marito”, al che la Madre ribatté: “Sono sposata anch’io, a Gesú, e ti assicuro che a volte non è facile neppure per me sorridere al mio sposo”. E adesso sappiamo cosa intendeva dire.
Il processo che porta a un matrimonio riuscito somiglia per certi versi a quello che porta alla santità. Anche il cammino con la persona amata nel matrimonio, come quello dei santi con Dio, conosce le cosiddette “grazie iniziali”: consolazioni, dolcezze, attrattive, per cui sembra di toccare il cielo con un dito, cose però che non durano per sempre. Arriva per gli uni e per gli altri “la notte dei sensi”, uno stato in cui non si prova alcun sentimento, nessun trasporto; si è aridi, vuoti, e si fa tutto a forza di volontà e con fatica, solo per dovere. Talvolta essa è seguita dalla “notte dello spirito” che è ancora peggiore, perché in essa non entra in crisi solo il sentimento, ma anche l’intelligenza e la volontà: si arriva a dubitare se si è sulla strada giusta, se per caso non si è sbagliato tutto; buio completo.
Ma nell’uno e nell’altro caso, sia nel rapporto con il coniuge che in quello con Dio, tutto questo non era la fine di tutto, ma il preludio un amore più puro. Dopo che hanno attraversato queste crisi, i santi si rendono conto di quanto il loro amore iniziale fosse impuro, quanta ricerca di sé ci fosse ancora in ciò che facevano; amavano Dio anche per le consolazioni che ne ricevevano, non solo per se stesso, gratuitamente. E anche gli sposi si rendono conto di quanto l’attrazione reciproca dei primi giorni fosse poca cosa, rispetto all’amore vero, genuino maturato attraverso le vicende della vita affrontate insieme. Se prima amavano il marito o la moglie per la soddisfazione che ciò procurava loro, oggi forse lo amano, o la amano, un po’ di più per lui, o per lei; cioè amano l’altro, non se stessi. Sono sicuro che molti coniugi non faranno fatica a riconoscere in ciò che ho detto la loro esperienza.
4. La nostra piccola notte

I mistici hanno però qualcosa da dire anche a noi credenti di oggi, non solo agli atei. Essi non sono un’eccezione, o una categoria a parte di cristiani. Mostrano piuttosto, come all’ingrandimento, quello che dovrebbe essere il pieno espandersi della vita di grazia. Una cosa soprattutto impariamo dalla notte oscura dei mistici e in particolare da quella di Madre Teresa: come comportarci nel tempo dell’aridità, quando la preghiera diventa lotta, fatica, un picchiare la testa contro un “muro del pianto”.

Non c’è bisogno di insistere sulla preghiera di Madre Teresa in tutti quegli anni passati nell’oscurità; l’immagine di lei in preghiera è quella che tutti abbiamo ancora davanti agli occhi. Una serie di bellissime preghiere sono tra le eredità più preziose che ella ha lasciato alle sue figlie e alla Chiesa. Di Gesù l’evangelista Luca dice che “In preda all’angoscia, pregava più intensamente”, factus in agonia prolixius orabat (Lc 22, 44). È quello che si osserva anche nella vita di queste anime.

L’aridità nella preghiera, quando non è frutto di dissipazione e di compromessi con la carne, ma permissione di Dio, è la forma attenuata e comune che prende la notte oscura nella maggioranza delle persone che tendono alla santità. In questa situazione è importante non arrendersi e cominciare a omettere la preghiera per darsi al lavoro, visto che si con¬clude ben poco con lo stare a pregare. Quando Dio non c’è, è importante almeno che il suo posto resti vuoto e che non venga preso da qualche idolo, soprattutto da quello chiamato attivismo.

Per im¬pedire che ciò avvenga è bene interrompere ogni tanto il lavoro per elevare almeno un pensiero a Dio, o per sacrificargli semplicemente un poco di tempo. Nel tempo dell’aridità bisogna scoprire un tipo di preghiera speciale che la Beata Angela da Foligno definisce la preghiera forzata e che dice di aver praticato lei stessa:

“È cosa buona e molto gradita a Dio che tu preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere ogni azione buona; ma è più gradito e ac¬cetto al Signore se, venendoti meno la grazia, non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la gra¬zia, come operavi quando possedevi la grazia… Tu fa’ la tua par¬te, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio” .

Questa è una preghiera che si può fare più con il corpo che con la mente. C’è una segreta al¬leanza tra la volontà e il corpo e bisogna usarla per ridurre la mente… alla ragione. Spesso quando la nostra volontà non può comandare alla mente di avere o non avere certi pensieri, può comandare al corpo: alle ginocchia di piegarsi, alle mani di con-giungersi, alle labbra di aprirsi e pronunciare alcune parole; per esempio: “ Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo “.

Un mistico orientale, Isacco il Siro, diceva: “ Quando il cuore è morto e non abbiamo più la minima preghiera né alcuna supplica, possa egli venendo tro¬varci prostrati con la faccia a terra in perpetuo”. Madre Teresa ha conosciuto anche lei questa preghiera “forzata”:

“Non so dirle quanto sono stata male l’altro giorno; c’è stato un momento in cui per poco non mi rifiutavo di andare avanti. Allora ho preso risolutamente il Rosario e l’ho recitato lentamente e con calma, senza né meditare né pensare a nulla” .

Il semplice rimanere con il corpo in chiesa, o nel luogo scelto per la preghiera, il semplice stare in preghiera, è allora il solo modo che resta per continuare a essere perse¬veranti nella preghiera. Dio sa che potremmo andare e fare cen¬to altre cose più utili e che ci gratificherebbero di più, ma re¬stiamo lì, consumiamo a vuoto il tempo a lui destinato dal nostro orario, o dal nostro proposito.

A un discepolo che si lamentava continuamente di non poter pregare a causa delle distrazioni, un anziano monaco, al quale si era rivolto, rispose: “ Che il tuo pensiero vada dove vuole, ma che il tuo corpo non esca dalla cella!” . È un consiglio che vale anche per noi, quando ci troviamo in situazione di distrazioni croniche che non è più in nostro potere controllare: che il nostro pensiero vada dove vuole, ma che il nostro corpo resti in preghiera!

Nel tempo dell’aridità dobbiamo ricordare la dolcissima parola dell’Apostolo: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza…” (Rom 8,26 s). Egli, da noi non avvertito, riempie le nostre parole e i nostri gemiti di desiderio di Dio, di umiltà, di amore. Il Paraclito diviene, allora, la forza della nostra preghiera “debole”, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera. Veramente, come dice la Sequenza, egli “irriga ciò che è arido”, rigat quod est aridum.

Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica: “Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesù; formando, perciò, “un solo Spirito” con lui, io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio, qui alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora dalla terra”. Con questa certezza concludiamo la nostra riflessione pregando:

“Spirito Santo, tu che intercedi nel cuore dei credenti con gemiti inesprimibili, vieni in soccorso della nostra debolezza; bussa al cuore di tanti nostri contemporanei che vivono senza Dio e senza speranza in questo mondo. Rischiara la mente di coloro che in questo momento stanno delineando la fisionomia futura del nostro continente; fa’ loro comprendere che Cristo non è una minaccia per nessuno, ma fratello di tutti. Che ai poveri, ai piccoli, ai perseguitati e agli esclusi dell’Europa di domani non sia tolta, con colpevole silenzio, la garanzia che finora più li ha difesi dall’arbitrio dei grandi e dalla durezza della vita: il nome del primo di loro, Gesù di Nazareth!”.

1.Dionigi Areopagita, I Nomi divini, II, 9 (PG 3, 648).
2.Fr. Joseph Neuner, S.J., On Mother Teresa’s Charism, “Review for Religious”, Sept- Oct. 2001, vol. 60,n.5 [In seguito abbreviato: JN] (I documenti citati in questa predica mi sono stati gentilmente messi a disposizione dalla Postulazione generale della Causa di Madre Teresa).
3.“There is so much contradiction in my soul, such deep longing for God, so deep that it is painful, a suffering continual – yet not wanted by God, repulsed, empty, no faith, no love, no zeal…. Heaven means nothing to me, it looks like an empty Place” (JN)

4.Giovanni Taulero, Omelia 40 ( ed.G. Hofmann, Johannes Tauler, Predigten,Friburgo in Br. 1961, p.305).
5.Cf. Fr. A. Huart, S.J., Mother Teresa: Joy in the Night, “Review for Religious”, Sept.-Oct. 2001. vol. 60, n.5 [In seguito abbreviato AH].
6.“Today my soul is filled with love, with joy untold, with an unbroken union of love” (JN)
7.“I have begun to love my darkness for I believe now that it is a part, a very small part, of Jesus’ darkness and pain on earth” (JN).
8.“The whole time smiling – Sisters and people pass such remarks – they think my faith, trust, and love are filling my very being… Could they but know – and how my cheerfulness is the cloak by which I cover the emptiness and misery” (AH).
Apophtegmata Patrum, Poemen 37 (PG 65, 332).
9.H. Martin, art. Desolation, in Dspir., 3, col. 635.
10.S. Paolo della Croce, Lettere, I, Roma 1924, pp. 153 s.
11.G. Varangalakudy, A sister for Gandhi, “The Tablett”, 11 Ottobre 2003, p. 12.
12.P. Pio da Pietrelcina, Epistolario, 357, vol. I, S. Giovanni Rotondo 1973, p. 817.
13S. Gregorio Magno, Moralia in Job, I,3,40 (PL 75, 619).
14.NMI, 27
15.“If my pain and suffering, my darkness and separation give you a drop of consolation, my own Jesus, do with me as you wish… Imprint on my soul and life the suffering of your heart…. I want to satiate your thirst with every single drop of blood that you can find in me…. Please do not take the trouble to return soon. I am ready to wait for you for all eternity” (JN).
16.Cf. S. Caterina da Genova, Trattato del Purgatorio, 4 (ed. Cassiano Carpaneto da Langasco, Sommersa nella fontana dell’amore. Santa Caterina Fieschi Adorno, vol. 2, Le opere, p. 96; cf. anche vol. 1. La vita, pp. 49 s.
17.“They say people in hell suffer eternal pain because of the loss of God…. In my soul I feel just this terrible pain of loss, of God not wanting me, of God not being God, of God not really existing. Jesus, please forgive the blasphemy” (JN).
18.“I have been on the verge of saying – No … I feel as if something will break in me one day”. “Pray for me that I may not refuse God in this hour – I don’t want to do it, but I am afraid I may do it” (AH).).
19.“I wish to live in this world which is so far from God, which has turned so much from the light of Jesus, to help them – to take upon myself something of their suffering” (JN).
A P. J. Neuner, 6 Marzo 1962 (Kolodiejchuk, p. 1)
20.Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 576 s.
21.“The other day I can’t tell you how bad I felt – there was a moment when I nearly refused to accept – deliberately I took the Rosary and very slowly without even meditating or thinking – I said it slowly and calmly” (AH).
22.Apophtegmi dei Padri, del manoscritto Coislin 126, n. 205 (ed. F. Nau, in “Revue de l’Orient Chrétien” 13, 1908, p. 279.