2 Samuele 12,7-10.13; Galati 2, 16.19-21; Luca 7, 36-8,3.
Vi sono pagine evangeliche dove l’insegnamento è così legato all’azione che non si coglie appieno il primo se lo si stacca dalla seconda. L’episodio odierno della peccatrice in casa di Simone è una di queste. Non possiamo perciò, in questo caso, individuare il messaggio centrale e poi seguirne lo svolgimento; dobbiamo, al contrario, seguire lo svolgimento dell’azione, per ricavare alla fine il messaggio.
Si tratta di una pagina molto movimentata, con almeno quattro cambiamenti di prospettiva, corrispondenti ai diversi personaggi che via via vengono inquadrati: la donna, il fariseo, Gesù, i commensali. Lasciamo da parte quello che dicono questi ultimi (“Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?”); esso tocca un tema cristologico sul quale abbiamo insistito in altra occasione (vedi VII Domenica Tempo ordinario anno B) e concentrariamoci sui primi tre personaggi. La prima è una scena muta; non ci sono parole, ma solo gesti silenziosi:
“Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”.
Si tratta quasi certamente di una prostituta, perché questo significava allora il termine “peccatrice” applicato a una donna. Ella è stata toccata dalla grazia in un precedente incontro con Gesù, perché risulta che lo conosce già e si è informata dove lo avrebbe trovato. Ha il cuore sconvolto e non c’è vergogna che la fermi. Non osa toccare il suo capo, ma si butta subito ai suoi piedi con infinita devozione e rispetto per cospargerli di profumo. Le lacrime non erano programmate e, una volta versate, la donna cerca di rimediare alla meglio al “danno”, sciogliendosi i capelli per asciugarli.
A questo punto, l’obbiettivo si sposta sul fariseo che aveva invitato Gesù a pranzo. La scena è ancora muta, ma solo in apparenza. Il fariseo “parla fra sé”, ma parla:
“A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”.
In apparenza, il fariseo si mostra benevolo, cerca di scusare Gesù, attribuendo il suo lasciar fare la donna all’ignoranza: “poverino, non sa chi è colei che lo tocca!”. Ma fa questo a prezzo di un’accusa ben più grave: Gesù non è un profeta, men che meno è il profeta atteso per ultimi tempi; dunque, usurpa la fama che gode, si inganna e inganna la gente.
A questo punto del Vangelo, e solo a questo punto, prende la parola Gesù per dare il suo giudizio sull’agire della donna e sui pensieri del fariseo:
“Gesù allora gli disse: Simone, ho una cosa da dirti. Ed egli: Maestro, di’ pure. Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più? Simone rispose: Suppongo quello a cui ha condonato di più. Gli disse Gesù: Hai giudicato bene”.
Gesù dà, anzitutto, all’ospite che lo ha invitato la possibilità di convincersi che lui è, di fatto, un profeta, visto che ha letto i pensieri del suo cuore; nello stesso tempo, con la parabola, prepara tutti quanti a capire quello che sta per dire a difesa della donna, la quale, lavando i suoi piedi, baciandolo e cospargendolo di profumo, ha fatto per lui quello che non ha fatto il padrone di casa:
“Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco. Poi disse a lei: Ti sono perdonati i tuoi peccati”.
Si è sempre notata una certa discrepanza tra la parabola premessa da Gesù e l’applicazione che egli stesso ne fa alla donna. Nella prima, il perdono è causa dell’amore: la donna ama molto, perché le è stato perdonato molto; nella seconda, l’amore è causa del perdono: le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato. Nella prima, l’iniziativa è di Dio, nella seconda, sembra essere della donna. Non c’è bisogno di ricorrere a chissà quali acrobazie per risolvere la difficoltà. È che nelle cose dello spirito c’è sempre una certa circolarità e reciprocità. Il perdono di Dio crea l’amore riconoscente della creatura e l’amore della creatura, facendosi umile confessione di peccato, perfeziona e accresce l’amore. L’una e l’altra cosa dunque è vera.
Fin qui il racconto evangelico. Che cosa ci si aspetta da chi legge oggi questo racconto? È chiaro che l’episodio della peccatrice, deve servire, nelle intenzioni di Luca che lo riferisce, a far comprendere lo spirito di Cristo e il suo messaggio di salvezza per i poveri, i peccatori, gli esclusi. Egli non scrive il suo Vangelo per i farisei, ma per i cristiani, anzi proprio per i cristiani provenienti dal paganesimo. Segno che riteneva la lezione di Cristo rivolta non solamente ai farisei di un tempo, ma a tutti quelli che avrebbero letto il Vangelo. Anche a noi.
In realtà, siamo davanti a un problema sempre attuale. Si tratta di sapere in che consiste la vera religiosità, qual è il sentimento e l’atteggiamento più giusto davanti a Dio, che cosa Dio apprezza soprattutto nella creatura. Secondo un certo modo di pensare, tutto si risolve nella osservanza della legge, intesa, oltretutto, in modo riduttivo. (Tutta l’attenzione si concentrava, da parte dei farisei, sui precetti violati dai pubblicani e dalle prostitute, mentre si sorvolava su altri, come quello dell’amore del prossimo, pure chiarissimo nella legge). Questo criterio legalistico permette di dividere le persone in due categorie ben precise: i giusti e i peccatori. Non c’è più posto, di fatto, per la misericordia che è l’attributo più vero di Dio: il peccatore infatti non la merita e il giusto non ne ha bisogno. Si crea la convinzione erratissima (in ciò consisterà l’eresia pelagiana) secondo cui basta che Dio riveli la sua volontà e dia i suoi i suoi comandamenti perché l’uomo, con la sua sola buona volontà, sia in grado di compierli, senza bisogno d’altro.
La donna ci mostra in atto tutto un altro universo religioso fatto di umile riconoscimento del peccato, di volontà di cambiare, di gratitudine per Dio che dà alle sue creature sempre nuove possibilità di riscatto, che vuole la misericordia più che il sacrificio e apprezza l’amore di un cuore contrito più di tutti gli olocausti e i sacrifici. La creatura non si sente creditrice di Dio, ma debitrice sempre e di tutto.
Possiamo vedere, nel nostro brano evangelico, anche la preoccupazione dell’evangelista di mostrare la novità dell’atteggiamento di Gesù verso le donne. Questa intenzione appare anche dal fatto che Luca coglie l’occasione per parlare, a conclusione del racconto, di un certo numero di donne che seguivano stabilmente Gesù, assistendolo con i loro beni, delle quali fornisce anche i nomi: Maria di Magdala (a torto identificata in passato con la peccatrice del Vangelo odierno), Giovanna, Susanna ed altre. Se si pensa alla condizione della donna al tempo di Cristo, questo fatto risulta addirittura rivoluzionario. Le donne non avevano quasi nessuno spazio nell’ambito religioso. Non potevano stare nella sinagoga con gli uomini, erano escluse dalle cerimonie religiose. In pratica trattavano con Dio solo per interposta persona, tramite il marito. Gesù le tratta al pari dei suoi discepoli uomini. Anzi, mentre spesso riprende questi ultimi, mai si legge una parola dura rivolta a una donna.
Con tutto ciò, però, non abbiamo ancora colto lo scopo più vero e attuale di questa pagina del Vangelo. Tale scopo si compie quando una persona, uomo o donna, si identifica con tutta naturalezza con la peccatrice, si riconosce pienamente in lei e desidera ripetere nella sua vita l’esperienza interiore della donna. Nel cuore di quella donna è avvenuta la vera conversione. Per passare di colpo da una vita sulla pubblica via, dominata da tutt’altre preoccupazioni e pensieri, a sentimenti così diversi, chissà quale rivoluzione si è operata nel suo cuore! E tutto per aver visto quell’uomo di Nazareth e aver ascoltato, forse a distanza, una sua parola. In ciò la donna ci appare il prototipo di tutte le grandi conversioni provocate dall’incontro con Cristo: quella, per esempio, di Paolo che vede cambiarsi in “perdita” e “spazzatura” quello che fino a un momento prima era stato per lui “il guadagno” della sua vita; quella di Francesco d’Assisi che vede mutarsi “in dolcezza di anima e di corpo -come dirà nel suo Testamento-, quello che prima gli sembrava amaro”.
Non è detto che questo debba avvenire una sola volta nella vita, al momento della prima conversione. Il passaggio dal cuore di pietra al cuore di carne non avviene in una volta sola. Spesso nella vita ci si ritrova lontani, con un cuore di nuovo indurito, bisognosi di riconciliazione con Dio e con se stessi. È il momento di ricordarci di questa pagina di Vangelo e ascoltare la voce dello Spirito che ci invita a riviverla. Se cerchi dove incontrare oggi Gesù per bagnargli i piedi di lacrime, non dovrai andare lontano o rifugiarti nella fantasia. Ogni domenica, ogni giorno, nell’Eucaristia, lo puoi trovare che siede a mensa con i suoi, puoi “rannicchiarti” ai suoi piedi, esprimergli il tuo pentimento e la gratitudine, sperimentando, ogni volta, “la gioia di essere salvato” (Salmo 51, 14).
Lo si ripete spesso ed è vero: il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona: Gesù Cristo. La cosa in esso più importante è perciò il rapporto che si ha con lui. Felici noi se decidiamo di prendere come programma di vita le parole di Paolo nella seconda lettura odierna:
“Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.