Atti 15, 1-2.22-29; Apocalisse 21, 10-14.22-23; Giovanni 14, 23-29
L’evangelista Giovanni, da cui sono tratti i brani che stiamo leggendo in queste domeniche dopo Pasqua, ha un modo particolare di esporre il pensiero di Gesù che si può definire a spirale, o a vite. Una volta enunciato un tema, non lo esaurisce per poi passare a un altro, ma vi ritorna sopra a più riprese, ogni volta però aggiungendo un elemento nuovo e con qualche approfondimento. Immaginiamo uno che sale per una scala a chiocciola verso la cima di un campanile. Egli sembra girare su se stesso, ma in realtà ogni volta si ritrova un po’ più in alto e vede un po’ più lontano.
Il tema che continua, nel Vangelo di oggi, è quello dell’amore: (“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”); la novità è il tema della pace. Abbiamo riflettuto Domenica scorsa sul primo, occupiamoci questa volta dell’elemento nuovo, tanto più che si tratta di una novità a cui tutti aspiriamo: la pace:
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi”.
Di quale pace parla Gesù in questo caso? Non della pace esterna consistente nell’assenza di guerre e conflitti tra persone o nazioni diverse. In altre occasioni egli parla anche di questa pace; per esempio quando dice: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Qui parla di un’altra pace, quella interiore, del cuore, della persona con se stessa e con Dio. Lo si capisce da quello che aggiunge subito appresso:
“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”.
Questo mi obbliga a dimenticare per una volta il problema, pur così assillante, della pace tra i popoli, le razze, le religioni, per parlare della pace interiore, che si decide nel cuore di ognuno di noi. È la pace fondamentale, senza la quale non esiste nessun’altra pace. Miliardi di gocce di acqua sporca non fanno un mare pulito e miliardi di cuori inquieti non fanno un’umanità in pace. È anche la pace a cui più ardentemente ogni essere umano aspira. Se si facesse una inchiesta su cosa le persone desiderano nel più profondo del loro cuore, sono sicuro che, avendo tempo per riflettere, la maggioranza di esse risponderebbe: “Pace, un po’ di pace!”. Pace è anche ciò che auguriamo alle persone care che lasciano questo mondo: Requiescat in pace, riposi in pace.
Se però si ponesse una seconda domanda: cosa intendi per pace? Cosa cerchi quando cerchi la pace?, la risposta non sarebbe altrettanto immediata. La nostra riflessione sul Vangelo di oggi vorrebbe aiutarci proprio in questo. La parola usata da Gesù è shalom. Con essa gli ebrei si salutavano –e tuttora si salutano- tra loro; con essa salutò lui stesso i discepoli la sera di Pasqua e con essa ordina di salutare la gente: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (Luca 10, 5-6). (“Figlio della pace” è un modo di dire ebraico per “uomo pacifico”, o meglio “pacificato”).
Dobbiamo perciò partire dalla Bibbia per capire il senso della pace che dona Cristo. Nella Bibbia shalom dice più che la semplice assenza di guerre e di disordini. Indica positivamente benessere, riposo, sicurezza, successo, gloria. A volte è sinonimo di salvezza e di bene: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunci che annuncia la pace, messaggero di bene che annuncia la salvezza” (Isaia 52,7). La nuova alleanza è chiamata una “alleanza di pace” (Ezechiele 37, 26), il Vangelo “vangelo della pace” (Efesini 6, 15), come se nella parola pace si riassumesse tutto il contenuto dell’alleanza e del Vangelo. All’inizio delle loro lettere gli apostoli augurano sempre ai fedeli: “Grazia e pace a voi”. La Scrittura parla addirittura della ”pace di Dio” (Filippesi 4,7) e del “Dio della pace” (Romani 15,32). Pace non indica dunque solo ciò che Dio dà, ma anche ciò che Dio è. In un suo inno, la Chiesa chiama la Trinità “oceano di pace”, e non è solo una frase poetica.
Questo ci dice che quella pace del cuore che tutti desideriamo non si può ottenere mai totalmente e stabilmente senza Dio, fuori di lui. Sant’Agostino, che aveva cercato la felicità e la pace per strade diverse -l’amore umano, la filosofia, la gloria – alla fine giunse a questa conclusione: “Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Non si contano le persone che dopo di lui sono giunte alla stessa conclusione e hanno ripetuto quelle parole. Come l’acqua “non si da pace” e non cessa di scorrere, finché non si ricongiunge con il mare, così noi finché non riposiamo in Dio. Dante Alighieri ha sintetizzato tutto ciò in quel verso che alcuni considerano il più bello di tutta la Divina Commedia: “E ‘n la sua volontate è nostra pace”.
Come tutte le cose che vengono da Dio, questa pace, prima che un dovere, o una nostra conquista, è dono, grazia. “Vi do, la mia pace”, dice Gesù: non dice: “Conquistate la pace”. Venendo dall’alto, questa pace non dipende per sé dalle situazioni esterne che possono essere più o meno favorevoli. Gioia e tristezza, salute e malattia, possono alternarsi, andare e venire, ma non questa pace profonda del cuore, quando essa c’è. Il mare può essere ora calmo ora mosso in superficie, ma nel suo fondo è sempre tranquillo.
È proprio in questi casi che si sperimenta la diversità (“non come la da il mondo”) di questa pace. Paolo la chiama “la pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza” (Filippesi 4,7), che non ha spiegazione umana. Tutti siamo forse rimasti impressionati nel vedere una persona conservare una grande pace e serenità in situazioni nelle quali di solito ci si aspetta di trovare solo angoscia e spavento.
Gesù fa capire che cosa si oppone a questa pace: il turbamento, l’ansia, la paura: “Non sia turbato il vostro cuore”. Facile a dirsi!, obbietterà qualcuno. Come placare l’ansia, l’inquietudine, il nervosismo che ci divora tutti e ci impedisce di godere un po’ di pace? Alcuni sono per temperamento più esposti di altri a queste cose. Se c’è un pericolo lo ingigantiscono, se c’è una difficoltà la moltiplicano per cento. Tutto diventa motivo di ansia.
Il Vangelo non promette un toccasana per questi mali; in certa misura essi fanno parte della nostra condizione umana, esposti come siamo a forze e minacce tanto più grandi di noi. Però un rimedio lo indica. Il capitolo da cui è tratto il brano evangelico di oggi comincia così: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Giovanni 14, 1). Il rimedio è la fiducia in Dio.
Dio viene paragonato spesso nella Scrittura a una roccia: “Il Signore è una roccia eterna” (Isaia 26, 4). “Ma la roccia del mio cuore è Dio”, dice un salmo (Salmo 73,26). Questa immagine ardita ha lo scopo di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce. Perciò non temiamo se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare” (Salmo 46, 3). Lo scopo della fede, secondo la parola che si legge in Isaia, è di darci “stabilità”: “Se non credete, non avrete stabilità” (Isaia 7, 9). A che ci serve avere una fede e avere un Dio, se non ci serve per questo?
Dopo l’ultima guerra, fu pubblicato un libro intitolato Ultime lettere da Stalingrado. Erano lettere di soldati tedeschi prigionieri nella sacca di Stalingrado, partite con l’ultimo convoglio prima dell’attacco finale dell’esercito russo in cui tutti perirono, e ritrovate a guerra finita. In una di esse, un giovane soldato scriveva ai genitori: “Non ho paura della morte. La mia fede mi dà questa bella sicurezza!”
Sarebbe istruttivo istituire un confronto tra il concetto cristiano di pace e quello buddista del nirvana. Nell’attuale contesto di dialogo tra le religioni e di globalizzazione della cultura, non possiamo disinteressarci di quello che pensano milioni di altri esseri umani che vivono sul nostro stesso pianeta e oggi, a volte, anche nella porta -o nella chiesa- accanto. Nirvana viene interpretato come negazione e fine di ogni sofferenza e angoscia, come spegnimento dei desideri, in particolare della brama di vivere; pace (che deriva dalla stessa radice di appagamento), indica non l’estinzione, ma la realizzazione di tutti i desideri; è affermazione, non negazione. Ma i due ideali non sono incompatibili tra loro e tali da escludere un fecondo confronto. Il nirvana indica l’aspetto negativo della pace e la pace l’aspetto positivo del nirvana. Quello che i buddisti chiamano il Nulla non è per noi cristiani che il vuoto e l’attesa che aspetta di essere riempito dal Tutto che è il Dio Padre rivelato da Gesù Cristo. Con parole diverse tendiamo forse tutti, cristiani e buddisti, allo stesso traguardo.
Adesso sappiamo cosa ci auguriamo a vicenda, quando stringendoci la mano, ci scambiamo, nella Messa, l’augurio della pace. Ci auguriamo l’un l’altro benessere, salute, buoni rapporti con Dio, con se stessi e con il prossimo. Insomma di avere il cuore ricolmo della “pace di Cristo che sorpassa ogni intelligenza”.