Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Mi leverò e andrò da mio padre - IV Domenica di Quaresima

Giosuè 5, 9a.10-12; 2 Corinzi 5, 17-21; Luca 15, 1-3.11-32

Il Vangelo di oggi è la parabola del figliol prodigo. Questa parabola non si può migliorare con le nostre parole di commento, si può solo sciupare. È una storia e come tale va ascoltata. Allora il mio compito sarà quello di prestare la voce a Gesù perché egli la faccia risuonare di nuovo oggi in mezzo a noi. Solo mi fermerò, dopo ogni paragrafo, per fare qualche breve sottolineatura e non scivolare su certi dettagli importanti.

“Disse ancora: Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”.

Quanta tristezza in questa prima scena! Non una parola di grazie del figlio al padre. Non un pensiero per il sudore che forse è costato al padre mettere insieme quell’eredità. Il padre è ridotto a un trasmettitore di patrimonio. Il patrimonio è tutto quello che gli interessa del padre, non i consigli, i valori, gli affetti. Chiede la sua parte di eredità come se il padre fosse già morto. L’eredità “che mi spetta”: si ricorda di essere figlio solo per rivendicare il suo diritto all’eredità.
Gesù non ha inventato dal nulla la storia che narra nella sua parabola, l’ha desunta, purtroppo, dalla vita. Si tratta di una situazione, tra l’altro, oggi assai più frequente che ai suoi giorni. Ragazzi che se ne vanno di casa sbattendo la porta; che consumano nella droga o in altri disordini il patrimonio paterno, e poi, quando hanno finito il denaro, tornano senza vergogna, spesso per chiederne dell’altro, non per chiedere perdono. Non insisto su questo perché la realtà, su questo punto, è sempre più varia e più triste di quanto possiamo immaginare. E tanti padri hanno compreso al volo. Proseguiamo nella lettura:

“Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”.

Adesso sappiamo cosa intendeva fare con la sua parte di eredità. Non servirsene come base per costruire egli stesso qualcosa nella vita, ma per “vivere da dissoluto” (il fratello maggiore più tardi espliciterà: “per divorare gli averi paterni con le prostitute”). L’esito è quello di sempre, in questi casi: finiti i soldi, finiti gli amici. Il ragazzo si ritrova solo, sprovvisto di tutto, a pascere i porci. Questo non è certo oggi il lavoro più allettante per un giovane, ma per un ebreo di quel tempo era addirittura la più grande ignominia, perché il maiale era considerato animale immondo. Leggiamo ancora:

“Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre”.

All’inizio del mutamento c’è l’attimo in cui il giovane “rientra in se stesso”. A partire dall’istante in cui dice tra sé: “Ho peccato”, è già una persona nuova. Tutto il seguito non è che un eseguire ormai la decisione presa. Quante cose straordinarie scaturiscono, a volte, dal coraggio di rientrare in se stessi, dal mettersi a nudo di fronte alla propria coscienza. Andiamo avanti.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”.

Da questo momento il protagonista non è più il figlio, ma il padre. Se lo vide “quando era ancora lontano”, è perché, dal giorno in cui il figlio era partito, non aveva cessato di scrutare spesso l’orizzonte. “Commosso, gli corse incontro”. Nessun accenno alla sua pena, alle sue ragioni, nessun rimprovero. Non lo trattiene il sentimento di dignità che vieterebbe a un anziano di mettersi a correre. Sono le sue viscere paterne a comandare.
Rembrandt ha fissato in un quadro famoso il momento in cui il figlio si getta ai piedi del padre per fare la sua confessione. In esso colpisce l’intensità del volto del padre e la tenerezza con cui appoggia le sue due mani sulle spalle del ragazzo. Di tutto quello che ha portato via con sé da casa, non resta al ragazzo, in questo quadro, che il pugnale (che tutti a quel tempo portavano per difendersi dalle fiere), una veste sbrindellata e sandali che non stanno più nei piedi. Si capisce, da questa immagine, il perché di quello che segue nella parabola:

“Il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa”.

Tutto, in questa parabola, è sorprendente. Mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.
Gesù non ha dovuto inventare dal nulla questa immagine di Dio; l’ha succhiata, per così dire, con il latte materno. Egli ha portato alla perfezione, come Figlio “che è nel seno del Padre”, l’idea di Dio che si riscontra nei momenti più alti della rivelazione biblica. Nei profeti si parla di un Dio che prova “un tuffo al cuore”, che si sente “fremere di compassione le viscere” ogni volta che si ricorda di Efraim, il suo figlio primogenito, che non mostra il suo volto sdegnato e non conserva per sempre la collera, ma si compiace di avere misericordia.
Èquesto forse il legame più profondo che esiste tra ebrei e cristiani. Non abbiamo in comune solo lo stesso “padre Abramo”, ma lo stesso “Dio Padre”. Lo stesso volto paterno di Dio brilla e rischiara le due fedi. Non siamo uniti solo dal fatto che gli uni e gli altri adoriamo un Dio unico e siamo due religioni monoteistiche, ma più ancora dall’idea che gli uni e gli altri abbiamo di questo Dio unico: un Dio pieno di tenerezza e di compassione.
Nella nostra parabola si parla di un figlio maggiore che resta a casa e che si risente, anzi, per l’atteggiamento, secondo lui, troppo debole del padre verso il figlio minore. A volte in passato si è pensato che questo “fratello maggiore” della parabola stia a indicare il popolo ebraico, geloso del fatto che Gesù si rivolgeva ai pagani e ai peccatori. Ma non è esatto. Non è certo in questo senso negativo che Giovanni Paolo II, nella sinagoga di Roma, ha chiamato gli ebrei “nostri fratelli maggiori”! Fratelli maggiori perché credenti prima di noi nello stesso Dio in cui crediamo noi.
Di fratelli maggiori, nel senso negativo della parabola, ce n’erano certamente tra gli ebrei al tempo di Gesù. Erano alcuni scribi e farisei intransigenti cultori della legge, gretti e chiusi a ogni prospettiva di universalità della salvezza. Quelli ai quali Gesù rivolse un giorno la dura frase: “Andate e imparate cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Matteo 9,13). Ma di questi “fratelli maggiori” ce ne sono anche tra noi cristiani e a volte purtroppo anche dentro il confessionale, tra coloro che dovrebbero impersonare, il quel momento, il padre della parabola, e non il fratello maggiore arcigno e pieno di rimproveri. Il padre è colui a cui importa una cosa sola: che il figlio sia tornato; il fratello maggiore è colui cui importa che “ha dissipato i suoi averi con le prostitute”. Spesso a determinare l’atteggiamento di intransigenza è un falso senso della giustizia dovuto alla formazione ricevuta o al temperamento. Sono persone rigorose con sé e con gli altri, mentre il Vangelo ci vuole rigorosi con noi stessi, ma misericordiosi con gli altri.
Vi sono dei cristiani che hanno fatto una volta una esperienza negativa in questo campo e da quel giorno hanno giurato di non confessarsi più e hanno mantenuto, purtroppo il proponimento. Ma non è giusto privarsi di un tale dono per un incidente del genere. In questo tempo di preparazione alla Pasqua nel cuore di tanti dovrebbe affiorare piuttosto il proponimento del ragazzo della parabola: “Mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre ho peccato!”.
Quanti hanno fatto, nel sacramento della riconciliazione, la stessa esperienza del figliol prodigo. È una delle gioie e dei ricordi più belli nella vita di un sacerdote. Persone che si alzano e si allontanano tra le lacrime, letteralmente rinati a nuova vita, che dicono a volte apertamente: “Io ero morto e sono tornato in vita”. L’Eucaristia è il banchetto di festa che Dio imbandisce per ogni figlio che torna. Non bisogna disertarlo a lungo semplicemente perché si ha ripugnanza a confessarsi.
Termino con le parole di Paolo nella seconda lettura di oggi che sono la migliore conclusione alla parola:

“È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola di riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro: lasciatevi riconciliare con Dio”