Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

ESSERE CRISTIANI OGGI in mondo dominato da scientismo, secolarismo e razionalismo

Ascoli Piceno, Palazzo dei Capitani, 2 Febbraio 2011

Desidero anzitutto ringraziare il sindaco Guido Castelli e con lui l’amministrazione comunale per aver organizzato questo incontro e messo a disposizione questa magnifica sala. Estendo il ringraziamento al Vescovo Mons. Silvano Montevecchi e alla sua diocesi che, unitamente al Sovrano ordine di Malta, ha voluto sponsorizzare l’iniziativa. Saluto con affetto tutti i presenti, augurando, di persona, come ho fatto per tanti anni dalla TV: Pace e Bene a tutti!
Come annunciato nella locandina, nella mia conversazione vorrei cercare di individuare alcuni nodi o ostacoli di fondo che rendono molti paesi di antica tradizione cristiana, compreso il nostro, “refrattari” al messaggio evangelico. I nodi o le sfide che intendo prendere in considerazione e a cui vorrei cercare di dare una risposta di fede sono lo scientismo, il secolarismo e il razionalismo.
Ai credenti il discorso potrà servire per capire le ragioni che hanno spinto papa Benedetto XVI a istituire il “Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”; a tutti, credenti e non credenti, potrà servire per avere una visione critica delle grandi tendenze e ideologie presenti nella nostra società e per capire cosa intende la Chiesa quando chiede all’Europa di non smarrire le sue “radici cristiane”.
1. La sfida dello scientismo ateo
La prima grande sfida che vorrei esaminare è quella dello scientismo ateo. Cosa si intende con questo termine, lo ha spiegato in breve Giovanni Paolo II:
“Questa concezione filosofica si rifiuta di ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono proprie delle scienze positive, relegando nei confini della mera immaginazione sia la conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico. Nel passato, la stessa idea si esprimeva nel positivismo e nel neopositivismo, che ritenevano prive di senso le affermazioni di carattere metafisico… Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto come è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato” .
Possiamo riassumere così le tesi principali di questa corrente di pensiero:
Prima tesi. La scienza, e in particolare la cosmologia, la fisica e biologia, sono l’unica forma oggettiva e seria di conoscenza della realtà. “Le società moderne, ha scritto Monod, sono costruite sulla scienza. Le devono la loro ricchezza, la loro potenza e la certezza che ricchezze e potenze ancora maggiori saranno in un domani accessibili all’uomo, se egli lo vorrà [...]. Provviste di ogni potere, dotate di tutte le ricchezze che la scienza offre loro, le nostre società tentano ancora di vivere e di insegnare sistemi di valori, già minati alla base da questa stessa scienza” .
Seconda tesi. Questa forma di conoscenza è incompatibile con la fede che si basa su presupposti che non sono né dimostrabili né falsificabili.
Terza tesi. La scienza ha dimostrato la falsità, o almeno la non necessità dell’ipotesi di Dio. È l’affermazione a cui hanno dato ampio risalto i media di tutto il mondo l’estate scorsa, in seguito a una affermazione dell’astrofisico inglese Stephen Hawking. Nel suo libro The Grand Design, Il Grande disegno, questi sostiene che le conoscenze raggiunte dalla fisica rendono ormai inutile credere in una divinità creatrice dell’universo: “la creazione spontanea è la ragione per cui esiste qualcosa”.
Tutte queste tesi si rivelano false, non in base ad argomenti teologici e di fede, ma dall’analisi stessa dei risultati della scienza e delle opinioni di molti tra gli scienziati più illustri del passato e del presente. Uno scienziato del calibro di Max Planck, l’autore della teoria dei “quanti”, ha affermato che “la scienza conduce a un punto oltre il quale non ci può più guidare” . In altre parole, la scienza non spiega tutto.
Ma non insisto nella confutazione delle tesi enunciate che è stata fatta da studiosi della scienza con una competenza che io non ho. Personalmente ho trovato utilissima e convincente la recente messa a punto del filosofo della scienza Roberto Timossi, nel libro L’illusione dell’ateismo. Perché la scienza non nega Dio (Edizioni San Paolo 2009). Mi limito a fare una osservazione di metodo.
Nella settimana in cui i media diffusero l’affermazione secondo cui la scienza ha reso inutile l’ipotesi di un creatore, nell’omelia domenicale mi sono trovato a dover spiegare a dei cristiani molto semplici di Cittaducale (sulla strada da Ascoli a Roma), dove è l’errore di fondo degli scienziati atei e perché non dovevano lasciarsi troppo impressionare dallo scalpore suscitato da quell’affermazione. L’ho fatto con un esempio molto semplice che mi permetto di ripetere anche qui.
Ci sono uccelli notturni, come il gufo e la civetta, il cui occhio è fatto per vederci di notte al buio, non di giorno. La luce del sole li accecherebbe. Questi uccelli sanno tutto e si muovono a loro agio nel mondo notturno, ma non sanno nulla del mondo diurno. Adottiamo per un momento il genere delle favole, dove gli animali parlano tra di loro. Supponiamo che un’aquila faccia amicizia con una famiglia di civette e parli loro del sole: di come esso illumina tutto, di come, senza di lui, tutto piomberebbe nel buio e nel gelo, come il loro stesso mondo notturno non esisterebbe senza il sole. Cosa risponderebbe la civetta se non: “Tu racconti fandonie! Mai visto il vostro sole. Noi ci muoviamo benissimo e ci procuriamo il cibo senza di esso; il vostro sole è un’ipotesi inutile e dunque non esiste”. È esattamente –dicevo a quei pochi fedeli – quello che fa lo scienziato ateo quando dice: “Dio non esiste”. Giudica un mondo che non conosce, applica le sue leggi a un oggetto che è fuori della loro portata. Per vedere Dio occorre aprire un occhio diverso, occorre avventurarsi fuori della notte.
Ho utilizzato questo esempio in una delle meditazioni che ho dato alla Casa Pontificia, in presenza del papa, in dicembre scorso. Prodigio delle comunicazioni moderne: tradotto in varie lingue e diffuso da agenzie di stampa, esso ha fatto il giro del mondo. Due scienziati di lingue inglese mi hanno scritto dicendo che lo trovavano “interessante”; in Belgio mi hanno invitato a parlare dell’argomento a un festival di giovani a Namur e hanno scelto essi stessi il titolo dell’intervento: “ Aquile o gufi: dove cercare la felicità?”
Ma, ripeto, non è mio intendo impegnarmi in una critica dello scientismo su tutto il fronte. Quello che mi preme mettere in luce è un aspetto particolare di esso che ha un’incidenza diretta e decisiva sulla evangelizzazione: si tratta della posizione che occupa l’uomo nella visione dello scientismo ateo.
È ormai una gara tra gli scienziati non credenti, soprattutto tra biologi e cosmologi, a chi si spinge più avanti nell’affermare la totale marginalità e insignificanza dell’uomo nell’universo e nello stesso grande mare della vita. “L’antica alleanza è infranta – ha scritto Jacques Monod -; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo” . “Ho sempre pensato –afferma un altro scienziato– di essere insignificante. Conoscendo ora le dimensioni dell’Universo, non faccio che rendermi conto di quanto lo sia davvero… Siamo solo un po’ di fango su un pianeta che appartiene al sole” .

Questa visione dell’uomo comincia ad avere dei riflessi anche pratici, a livello di cultura e di mentalità. Si spiegano così certi eccessi dell’ecologismo che tendono a equiparare i diritti degli animali e perfino delle piante a quelli dell’uomo. E’ risaputo che ci sono animali, cani e gatti, accuditi e nutriti molto meglio di milioni di bambini.

Vediamo ora che cosa la fede cristiana oppone all’idea scientistica dell’uomo quale fenomeno accidentale e insignificante nell’immensità del cosmo. La visione biblica ha trovato la sua più splendida espressione nel Salmo 8:

Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?
Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura?
Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l’hai coronato di gloria e d’onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi.

San Paolo porta a compimento questa visione, indicando il posto che occupa in essa la persona di Cristo: “”Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3, 22 s.). In una parola, il cosmo è per l’uomo, non l’uomo per il cosmo. Blaise Pascal ha dato a questa affermazione della superiorità dell’uomo sull’universo una motivazione razionale che dovrebbe convincere anche chi non condivide la fede cristiana:

“L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla” .

Il rifiuto dello scientismo non deve naturalmente indurre al rifiuto della scienza o alla diffidenza nei confronti di essa. Fare diversamente sarebbe un far torto alla fede, prima ancora che alla scienza. La storia ci ha dolorosamente insegnato, con il caso Galileo, dove porta un simile atteggiamento.
Di un atteggiamento aperto verso la scienza ha dato un esempio luminoso il Cardinal Newman, da poco dichiarato Beato. Nove anni appena dopo la pubblicazione dell’opera di Darwin sulla evoluzione delle specie, egli espresse un giudizio che anticipava di un secolo e mezzo quello attuale della Chiesa sulla non incompatibilità di tale teoria con la fede biblica. “La teoria del signor Darwin – rispondeva egli a un amico che gli aveva manifestato i suoi timori – non necessariamente deve essere atea, a prescindere se essa sia vera o meno. Può semplicemente voler dire che dobbiamo allargare la nostra idea della Divina Prescienza e Capacità….A prima vista non vedo come ‘l’evoluzione casuale di esseri organici’ sia incoerente con il disegno divino – È casuale per noi, non per Dio” . Colui, spiegava, che ha creato l’intelletto umano, dotato, grazie alla sua libertà, di capacità creative imprevedibili, può benissimo aver creato la materia con la capacità di evolversi autonomamente secondo leggi in essa insite, che noi chiamiamo “ caso e necessità”, o “lotta per la sopravvivenza della specie”.
Dell’atteggiamento nuovo e positivo da parte della Chiesa cattolica nei confronti della scienza è espressione concreta l’Accademia Pontificia delle scienze, in cui eminenti studiosi di tutto il mondo, credenti e non credenti, si incontrano per esporre e dibattere liberamente le loro idee su problemi di comune interesse per la scienza e per la fede. Per dare un’idea del pluralismo e dell’apertura di questo organismo basti dire che di esso fa parte anche lo scienziato inglese Stephen Hawking, autore della tesi ateistica ricordata sopra, e che, dopo la morte, l’estate scorsa, del fisico italiano Nicola Cabibbo, il nuovo presidente di esso non è uno cattolico ma un protestante.
2. La sfida del secolarismo
Passiamo ora alla seconda sfida, la secolarizzazione. La secolarizzazione è un fenomeno complesso e ambivalente. Può indicare l’autonomia delle realtà terrene, la separazione tra regno di Dio e regno di Cesare, la laicità, e, in questo senso, essa, non solo non è contro il Vangelo, ma trova le sue radici nella parola di Cristo: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Il fenomeno, però, può indicare anche tutto un insieme di tesi e di atteggiamenti contrari alla religione e alla fede, per il quale si preferisce usare il termine di secolarismo. Occupandomi degli ostacoli o delle sfide che la fede incontra nel mondo moderno, mi riferisco esclusivamente a questa accezione negativa della secolarizzazione.
Anche così delimitato, il fenomeno presenta molte facce a seconda dei campi in cui si manifesta: la teologia, la scienza, l’etica, l’ermeneutica biblica, la cultura in generale, la vita quotidiana. Io prendo qui il termine nel suo significato primordiale. Secolarizzazione, come secolarismo, derivano infatti dalla parola “saeculum” che nel linguaggio comune ha finito per indicare il tempo presente, in opposizione all’eternità. In questo senso, secolarismo è un sinonimo di temporalismo, di riduzione del reale alla sola dimensione terrena.
La caduta dell’orizzonte dell’eternità ha sulla la fede cristiana l’effetto che ha la sabbia gettata su una fiamma: la soffoca, la spegne. La fede nella vita eterna costituisce una delle condizioni di possibilità dell’evangelizzazione. “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita –esclama san Paolo – siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,19).
Richiamiamo per sommi capi la storia della credenza in una vita oltre la morte. Nella religione ebraica dell’Antico Testamento tale credenza si afferma solo tardivamente. Soltanto dopo l’esilio, di fronte al fallimento delle attese temporali, si fa strada l’idea della risurrezione della carne e di una ricompensa ultraterrena dei giusti, e anche allora non presso tutti (i Sadducei, si sa, non condividevano tale credenza). Questo smentisce clamorosamente la tesi di coloro (Feuerbach, Marx, Freud) che spiegano la credenza in Dio con il desiderio di una ricompensa eterna, come proiezione nell’aldilà delle attese terrene deluse. Israele ha creduto in Dio, molti secoli prima che in una ricompensa eterna nell’aldilà! Non è, dunque, il desiderio di una ricompensa eterna che ha prodotto la fede in Dio, ma è la fede in Dio che ha prodotto la credenza in una ricompensa ultraterrena.
La piena rivelazione della vita eterna si ha con la venuta di Cristo. Gesù non fonda la certezza della vita eterna sulla natura dell’uomo (l’immortalità dell’anima), ma sulla “potenza di Dio”, che è un “Dio dei vivi e non dei morti” (Lc 20,27-38). Dopo la Pasqua, a questo fondamento teologico, gli apostoli aggiungeranno quello cristologico: la risurrezione di Cristo da morte. Su di essa l’Apostolo fonda la fede nella risurrezione della carne e nella vita eterna: “Se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dai morti?” (1 Cor 15, 12.20).
Anche nel mondo greco–romano si assiste a una evoluzione nella concezione dell’oltretomba. L’idea più antica, per esempio nei poemi omerici, è che la vita vera termina con la morte; dopo di essa c’è solo una esistenza da larve, in un mondo di ombre. Una novità si registra con la comparsa della religione orfico-pitagorica. Secondo essa, il vero io dell’uomo è l’anima che, liberata dalla prigione (sema) del corpo (soma), può finalmente vivere la sua vera vita. Platone darà a questa scoperta una dignità filosofica, basandola sulla natura spirituale, e dunque immortale, dell’anima .

Questa credenza rimarrà, tuttavia, largamente minoritaria, riservata agli iniziati ai misteri e ai seguaci di particolari scuole filosofiche. Presso la massa persisterà la convinzione antica che la vita vera termina con la morte. Sono note le parole che l’imperatore Adriano rivolge a se stesso prossimo alla morte, lui che aveva ville sparse in tutto il mondo e come casa di campagna si era costruito la Villa Adriana di Tivoli, le cui sole rovine riempiono oggi i visitatori di meraviglia:

Piccola anima smarrita e soave,
Compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a ascendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora
Guardiamo insieme le rive familiari,
le cose che certamente non rivedremo mai più… .

Si capisce su questo sfondo l’impatto che doveva avere l’annuncio cristiano di una vita dopo la morte infinitamente più piena e più gioiosa di quella terrena; si capisce anche perché l’idea e i simboli della vita eterna sono così frequenti nelle sepolture cristiane delle catacombe.

Ma, ci domandiamo, che è successo all’idea cristiana di una vita eterna per l’anima e per il corpo, dopo che aveva trionfato sull’idea pagana del “buio oltre la morte”? Raccogliendo l’affermazione di Hegel, secondo cui “i cristiani sprecano in cielo le energie destinate alla terra”, Feuerbach e soprattutto Marx hanno combattuto la credenza in una vita dopo morte, sotto pretesto che essa aliena dall’impegno terreno. All’idea di una sopravvivenza personale in Dio, si sostituisce l’idea di una sopravvivenza nella specie e nella società del futuro.

A poco a poco, con il sospetto, è caduto sulla parola eternità l’oblio e il silenzio. Il materialismo e il consumismo hanno fatto il resto nelle società opulente, facendo perfino apparire sconveniente che si parli ancora di eternità fra persone colte e al passo con i tempi. Tutto questo ha avuto un chiaro contraccolpo sulla fede dei credenti che si è fatta, su questo punto, timida e reticente. Alcune inchieste hanno messo in luce il fatto, per me incomprensibile, che anche tra i cristiani il numero di coloro che credono in una vita dopo la morte è minore di quello dei credenti in Dio. Continuiamo a recitare nel Credo: “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, ma senza dare troppo peso a queste parole. Aveva ragione il filosofo Kierkegaard quando scriveva: “L’aldilà è diventato uno scherzo, un’esigenza così incerta che non solo nessuno più la rispetta, ma anzi neppure più la prospetta, al punto che ci si diverte perfino al pensiero che c’era un tempo in cui quest’idea trasformava l’intera esistenza” .
Qual è la conseguenza pratica di questa eclisse dell’idea di eternità? San Paolo riferisce il proposito di coloro che non credono nella risurrezione da morte: “Mangiamo, beviamo, domani moriremo” (l Cor 15,32). Il desiderio naturale di vivere sempre , distorto, diventa desiderio, o frenesia, di vivere bene , cioè piacevolmente, anche a spese degli altri, se necessario. La terra intera diventa quello che Dante diceva dell’Italia del suo tempo: “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Caduto l’orizzonte dell’eternità, la sofferenza umana appare doppiamente e irrimediabilmente assurda.
Anche a proposito del secolarismo, come per lo scientismo, la risposta più efficace non consiste nel combattere l’errore contrario, ma nel far risplendere di nuovo davanti agli uomini la certezza della vita eterna, facendo leva sulla forza intrinseca che possiede la verità quando è accompagnata dalla testimonianza della vita. Dobbiamo far leva sulla corrispondenza di tale verità al desiderio più profondo del cuore umano. A un amico che gli rimproverava, quasi fosse una forma di orgoglio e di presunzione, il suo anelito all’eternità, il filosofo laico spagnolo Miguel de Unamuno, rispose con queste parole:
“Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica ce lo dimostri; dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no, e basta. Dico che ciò che passa non mi soddisfa, che ho sete d’eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Ne ho bisogno, ne ho bisogno! Senza di essa non c’è più gioia di vivere e la gioia di vivere non ha più nulla da dirmi. E troppo facile affermare: ‘Bisogna vivere, bisogna accontentarsi della vita’. E quelli che non se ne accontentano?” .
Non è chi desidera l’eternità, aggiungeva nella stessa occasione, che mostra di disprezzare il mondo e la vita di quaggiù, ma al contrario chi non la desidera: “Amo tanto la vita che perderla mi sembra il peggiore dei mali. Non amano veramente la vita coloro i quali se la godono, giorno per giorno, senza curarsi di sapere se dovranno perderla del tutto o no”. Sant’Agostino diceva la stessa cosa: “Cui non datur semper vivere, quid prodest bene vivere?”, “A che giova vivere bene, se non è dato vivere sempre?” . “Tutto, tranne l’eterno, al mondo è vano”, ha cantato il nostro poeta Antonio Fogazzaro .
Tra la vita di fede nel tempo e la vita eterna c’è un rapporto analogo a quello che esiste tra la vita dell’embrione nel seno materno e quella del bambino, una volta venuto alla luce. Un autore ortodosso del medioevo, il Cabasilas, lo spiega così:
“Questo mondo porta in gestazione l’uomo nuovo, creato secondo Dio, finché egli, qui plasmato, modellato e divenuto perfetto, non sia generato a quel mondo perfetto che non invecchia. Al modo dell’embrione che, mentre è nell’esistenza tenebrosa e fluida del seno materno, la natura prepara alla vita nella luce, così è dei credenti” .
Esiste una storiella che illustra questo paragone. C’erano due gemellini, un maschietto e una femminuccia, così intelligenti e precoci che, ancora nel grembo della madre, parlavano già tra di loro. La bambina domandava al fratellino: “Secondo te, ci sarà una vita dopo la nascita?”. Lui rispondeva: “Non essere ridicola. Cosa ti fa pensare che ci sia qualcosa al di fuori di questo spazio angusto e buio nel quale ci troviamo? La bimba, facendosi coraggio: “Chissà, forse esiste una madre, qualcuno insomma che ci ha messi qui e che si prenderà cura di noi.”. E lui: “Vedi forse una madre tu da qualche parte? Quello che vedi è tutto quello che c’è”. Lei di nuovo: “Ma non senti anche tu a volte come una pressione sul petto che aumenta di giorno in giorno e ci spinge in avanti?”. “A pensarci bene, rispondeva lui, è vero; la sento tutto il tempo”. “Vedi, concludeva trionfante la sorellina, questo dolore non può essere per nulla. Io penso che ci sta preparando per qualcosa di più grande di questo piccolo spazio”.
Io amo citare questa simpatica storiella quando devo parlare dell’eternità a persone che hanno smarrito la fede in essa, ma ne conservano la nostalgia e forse aspettano che la Chiesa, come quella bambina, li aiuti a prendere coscienza di questo loro anelito.
Ci sono domande che gli uomini non cessano di porsi da che mondo è mondo e gli uomini di oggi non fanno eccezione: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo”. Nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese”, il Venerabile Beda racconta come la fede cristiana fece il suo ingresso nel nord dell’Inghilterra. Quando i missionari venuti da Roma arrivarono nel Northumberland, il re Edwino convocò un consiglio dei dignitari per decidere se permettere loro, o meno, di diffondere il nuovo messaggio. Si alzò uno di loro e disse:
“Immagina, o re, questa scena. Tu siedi a cena con i tuoi ministri e condottieri: è inverno, il fuoco arde nel mezzo e riscalda la stanza, mentre fuori mugghia la tempesta e cade la neve. Un uccellino, entra da una apertura della parete e subito esce dall’altra. Mentre è dentro, è al riparo dalla tempesta invernale; ma dopo aver goduto del breve tepore, subito scompare dalla vista, perdendosi nel buio inverno da cui è venuto. Tale ci appare la vita degli uomini sulla terra: noi ignoriamo del tutto ciò che la segue e ciò che la precede. Se questa nuova dottrina ci reca qualcosa di più sicuro su ciò, dico che la si deve accogliere” .
Chissà che la fede cristiana non possa ritornare in Inghilterra e nel continente europeo per la stessa ragione per cui vi fece il suo ingresso: come l’unica che ha una risposta sicura da dare ai grandi interrogativi della vita terrena. L’occasione più propizia per far giungere questo messaggio sono i funerali. In essi le persone sono meno distratte che in altri riti di passaggio (battesimo, matrimonio), si interrogano sul proprio destino. Quando si piange su una persona cara defunta, si piange anche su di sé. “Piangevo su di lei e per lei, su di me e per me”, scrive Agostino parlando della morte di sua madre Monica .
3. La sfida del razionalismo
Passiamo al terzo ed ultimo terzo ostacolo, che rende tanta parte della cultura moderna “refrattaria” al Vangelo, il razionalismo. Il cardinale, e ora beato, John Henry Newman ci ha lasciato un memorabile discorso, pronunciato l’11 Dicembre del 1831, all’Università di Oxford, intitolato “The Usurpation of Raison”, l’usurpazione, o la prevaricazione, della ragione. In questo titolo c’è già la definizione di ciò che intendiamo per razionalismo . Per usurpazione della ragione –spiega il cardinale – si intende “quel certo diffuso abuso di tale facoltà che si verifica ogni qual volta ci si occupa di religione senza una adeguata conoscenza intima, o senza il dovuto rispetto per i primi principi ad essa propri” . Newman paragona il rapporto tra ragione e fede a quello che esiste tra l’artista e il critico d’arte. “Il critico d’arte –scrive – valuta ciò che egli stesso non sa creare; altrettanto la ragione può dare la sua approvazione all’atto di fede, senza per questo essere la fonte da cui la fede promana” .
L’analisi di Newman mette in luce la tendenza, per così dire imperialista, della ragione a sottomettere ogni aspetto della realtà ai propri principi. Si può, però, considerare il razionalismo anche da un altro punto di vista, strettamente collegato con il precedente. Per rimanere nella metafora politica impiegata dall’autore, potremmo definirlo l’atteggiamento di isolazionismo, di chiusura in se stessa della ragione. Esso non consiste tanto nell’invadere il campo altrui, quanto nel non riconoscere l’esistenza di altro campo fuori del proprio. In altre parole, nel rifiuto che possa esistere alcuna verità al di fuori di quella che passa attraverso la ragione umana e, oggi, la scienza positiva.
Contro tale pretesa di assolutismo della ragione, si è levata in ogni epoca la voce non solo di uomini di fede, ma anche di uomini militanti nel campo della ragione, cioè filosofi e scienziati. “L’atto supremo della ragione, ha scritto Pascal, sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano” . Nell’istante stesso che la ragione riconosce il suo limite, lo infrange e lo supera. È ad opera della ragione che si produce questo riconoscimento che è, pertanto, un atto squisitamente razionale. È, alla lettera, una “dotta ignoranza” , un ignorare “a ragion veduta”, sapendo di ignorare.
Si deve dunque dire che pone un limite alla ragione e la umilia colui che non le riconosce questa capacità di trascendersi. “Finora -ha scritto Kierkegaard- si è sempre parlato così: ‘Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire’. Ecco lo sbaglio. Si deve dire proprio il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o -in modo ancor più preciso- qualcosa di cui essa con chiarezza può ‘capire che non può capire’, allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire” .
Il razionalismo non è nato con l’illuminismo, anche se esso gli ha impresso una accelerazione i cui effetti perdurano ancora. È una tendenza contro la quale la fede ha dovuto fare i conti da sempre, non solo la fede cristiana, ma anche quella ebraica e islamica, almeno nel medioevo. In tutto questo dibattito, è la ragione che impone la sua scelta e costringe la fede, per così dire, a giocare fuori casa e sulla difensiva. Bisogna trovare una via per rompere questo circolo vizioso e liberare la fede da questa strettoia.
Io credo che un modo per uscire dal vicolo cieco esista. Il contributo più notevole che la moderna fenomenologia della religione ha dato alla fede è di aver mostrato che l’affermazione tradizionale secondo cui c’è qualcosa che non si spiega con la ragione, non è un postulato teorico o di fede, ma un dato primordiale di esperienza. È la tesi centrale del libro ormai classico del tedesco Rudolph Otto intitolato “Il sacro” , tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti.
Esiste, secondo questo studioso, un sentimento che accompagna l’umanità fin dai suoi primordi ed è presente in tutte le religioni e le culture: lo chiama sentimento del numinoso, cioè del divino. Esso è un dato primario, irriducibile a ogni altro sentimento o esperienza umana; coglie l’uomo, come con un brivido, quando si trova improvvisamente davanti alla rivelazione del mistero “tremendo e affascinante” del soprannaturale. Il numinoso si manifesta in gradi diversi di purezza: dallo stadio più grezzo che è la reazione inquietante suscitata dalle storie di spiriti e di spettri (il successo dei fil “Horror” si basa su di esso), allo stadio più puro che è la manifestazione della santità di Dio – il Qadosh biblico -, come nella celebre scena della vocazione di Isaia (Is 6, 1 ss).
Otto designa l’oggetto di questa esperienza con l’aggettivo “irrazionale” (il sottotitolo dell’opera è “L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale”); ma tutta l’opera dimostra che il senso che anch’egli da al termine “irrazionale” non è quello di “contrario alla ragione”, ma quello di “non- razionale”, di non traducibile in concetti e in termini razionali.
Se è così, la rievangelizzazione del mondo secolarizzato passa anche attraverso un recupero del senso del sacro. Il terreno di cultura del razionalismo –sua causa ed insieme suo effetto – è la perdita del senso del sacro; è necessario perciò che la Chiesa aiuti gli uomini a rimontare la china e riscoprire la presenza e la bellezza del sacro nel mondo. Il poeta Charles Péguy ha detto: “ La spaventosa penuria del Sacro è il marchio profondo del mondo moderno”. Lo si nota in ogni aspetto della vita, ma in particolare nell’arte, nella letteratura e nel linguaggio di tutti i giorni. Per molti autori, essere definiti “dissacranti” non è più un’offesa, ma un complimento.
Il creato ha avuto sempre in passato il potere di provocare l’esperienza del numinoso e del divino. Di una esperienza del genere reca il segno, a mio parere, la celebre dichiarazione di Kant, il rappresentante più illustre del razionalismo filosofico:
Due cose riempiono l’animo mio di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. […]. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata” .
Uno scienziato americano che ho avuto la gioia di conoscere di persona e di intervistare una volta nel mio programma del sabato sera in TV, Francis Collins, nel suo libro “Il Linguaggio di Dio”, descrive così il momento del suo ritorno alla fede: “In un bel mattino di autunno, mentre per la prima volta, passeggiando sulle montagne, mi spingevo all’ovest del Mississippi, la maestà e bellezza della creazione vinsero la mia resistenza. Capii che la ricerca era arrivata al termine. Il mattino seguente, al sorgere del sole, mi inginocchiai sull’erba bagnata e mi arresi a Gesù Cristo” .
Questo medesimo scienziato dimostra che le stesse scoperte meravigliose della scienza e della tecnica, anziché portare al disincanto, possono diventare occasioni di stupore e di esperienza del divino. Il momento finale della scoperta del genoma umano, che tanto impressionò il mondo scientifico nell’anno 2000, viene descritto da lui che era il capo dell’equipe governativa che portò a tale scoperta, come “una esperienza di esaltazione scientifica e al tempo stesso di adorazione religiosa”.
Anche nella vita umana quotidiana non mancano occasioni in cui è possibile fare l’esperienza di un’”altra” dimensione: l’innamoramento, la nascita del primo figlio, una grande gioia, un’improvvisa ispirazione per l’artista. Bisogna aiutare le persone ad aprire gli occhi e a ritrovare la capacità di stupirsi. “Chi si stupisce regnerà”, dice un detto attribuito a Gesù fuori dei vangeli.
Parlando da marchigiano a dei marchigiani, non posso terminare senza ricordare una delle più celebri esperienze del numinoso, la poesia “L’infinito” di Leopardi. Riascoltarla, dopo quello che abbiamo detto, può aiutarci a scoprirvi qualcosa a cui forse non avevamo fatto caso quando l’abbiamo studiata a scuola:
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare».
“Per poco il cor non si spaura…il naufragar è dolce in questo mare”: ritroviamo in queste parole l’intero contenuto del mistero “tremendo e affascinante” di Rudolph Otto. Come cristiani ci resta solo da dare un nome a questo “mare”. Esso è l’oceano infinito, senza fondo e senza rive, dell’amore di Dio.