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LA PAROLA DI DIO, SORGENTE DI VITA E DI SPERANZA

Fidenza, Cattedrale, 5 Giugno 2011

Oggi abbiamo celebrato la festa dell’Ascensione. Prima di salire al cielo Gesù promise agli apostoli di non lasciarli orfani, ma di rimanere con loro in eterno. Uno dei modi con cui Cristo si fa presente a noi oggi – accanto ai sacramenti e, qualcuno aggiunge, i poveri – è proprio la sua parola. Questo nostro incontro può essere perciò una occasione per fare esperienza della presenza del Risorto in mezzo a noi.
Nel programma televisivo da me condotto per diversi anni ho avuto occasione una volta di intervistare una coppia di sposi con cinque figli, gente semplice, ma con valori umani e cristiani fuori del comune. (Il marito ha lasciato purtroppo questa terra pochi mesi fa per un tumore). Alla domanda che cosa li aveva fatti innamorare l’uno dell’altro, lui rispose: “i suoi occhi che ridevano” e lei: “la sua voce”. Ecco, questa sera noi dovremmo innamorarci di Dio a causa della sua voce e della sua parola.
1. In principio era la Parola
“La tua parola mi fa vivere”, dice il salmo 119 che per 176 versetti celebra, con inesauribile dovizia di sinonimi, la bellezza della parola di Dio. Commentando questo stesso salmo, sant’Ambrogio dice che “la parola di Dio è la sostanza vitale della nostra anima; essa la alimenta, la pasce e la governa; non c’è altra cosa che possa far vivere l’anima dell’uomo, all’infuori della parola di Dio”. Lo stesso stretto rapporto tra la parola di Dio e la vita mette in luce Mosè quando dice al popolo: “Questa parola è la vostra vita” (Dt 32, 47) e Gesù quando risponde al tentatore: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
La parola di Dio non è solo vita per noi, vita nella storia; è vita in se stessa, prima del tempo, da sempre. È Giovanni che ci permettere di fare questo salto con le parole iniziali del Prologo:
“In principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.
Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei;
e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini”.
Non sono mancati tentativi di cambiare la solenne affermazione: “In principio era la Parola”. Nell’antichità gli gnostici proponevano la variante: “In principio era il Silenzio” e Goethe fa dire al suo Faust: “In principio era l’azione”. È interessante vedere come lo scrittore arriva a questa conclusione. Non posso, dice Faust, dare a “la parola” un valore così alto; forse devo intendere “il senso”; ma può il senso essere ciò che tutto opera e crea? Si dovrà allora dire: “In principio era la forza”? Ma no, un’improvvisa illuminazione mi suggerisce la risposta: “In principio era l’azione” .
Ma sono davvero necessari questi tentativi di correzione? Il Verbo, o Logos, giovanneo contiene tutti i significati che Goethe assegna ad altri termini. Esso, abbiamo sentito, è luce, è vita ed è forza creatrice. È “parola operativa”: “Egli disse e furono creati” (Sal 148, 5). Dio, dicendo, crea.
Il pensiero cristiano ha lottato per dare all’espressione “in principio” il vero significato inteso da Giovanni. Dovette anzitutto liberarsi dell’idea che il Verbo fu proferito dal Padre solo al momento di creare il mondo, quando pronunciò il fatidico “Fiat lux”, sia la luce. Una soluzione provvisoria, in questa direzione, consistette nel distinguere il Verbo in quanto proferito (Logos proforikos) che comincia ad esistere al momento della creazione, dal Verbo in quanto insito in Dio (Logos endiathetos) che esiste dall’eternità.
L’inconveniente era che il Verbo eterno non era ancora persona distinta, e il Verbo proferito non era più eterno. La soluzione definitiva si ebbe, però, solo nel Concilio di Nicea, in cui i Padri rigettarono l’idea che “ci fu un tempo in cui il Verbo non c’era”. Anche come “Verbo proferito” il Figlio di Dio è eterno perché da sempre il Padre “pronuncia” il suo Verbo e anzi lui stesso, in quanto Padre, non esisterebbe ab aeterno, se ab aeterno non avesse un Figlio che è il Verbo.
Il “principio” in cui Giovanni colloca la Parola, è dunque un principio assoluto, fuori del tempo. L’espressione “In principio era la Parola” contiene in nuce tutta la futura dottrina della Trinità. Vuol dire che il Dio biblico è unico, ma non solitario; che è relazione, cioè comunicazione, perché non c’è parola che non presupponga (nel caso di Dio, che non crei) un interlocutore, un “tu”.
2. Parola di Dio e Parola di Cristo
Dopo questo “prologo in cielo”, torniamo in fretta sulla terra. Due sono i punti che vorrei illustrare. Primo, la differenza che c’è tra “parola di Dio” e “parola di Cristo”; in altre parole, perché al termine della prima lettura della Messa si esclama: “Parola di Dio!” e al termine del Vangelo la liturgia ci fa dire: “Parola del Signore!” Secondo, la differenza che c’è tra la parola di Dio e la parola degli uomini e che cosa il nostro parlare umano può imparare dal parlare di Dio.
Il Dio biblico è un Dio che parla. “Parla il Signore, Dio degli dei… non sta in silenzio”, dice il salmo (Sal 50, 1-3). Dio stesso ripete infinite volte nella Bibbia: “Ascolta, popolo mio, voglio parlare” (Sal 50, 7). In ciò la Bibbia vede la differenza più chiara rispetto agli idoli che “hanno bocca, ma non parlano” (Sal 115, 5). Dio si è servito della parola per comunicare con le creature umane.
Ma che significato dobbiamo dare a espressioni così antropomorfiche come: “Dio disse ad Adamo”, “così parla il Signore”, “dice il Signore”, “oracolo del Signore” e altre simili? Si tratta evidentemente di un parlare diverso dall’umano, un parlare agli orecchi del cuore. Dio parla come scrive! “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore”, dice nel profeta Geremia (Ger 31, 33). Egli scrive sul cuore e anche le sue parole le fa risuonare nel cuore. Lo dice lui stesso attraverso il profeta Osea, parlando di Israele come di una sposa infedele: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16).
A volte si insiste su un parlare quasi materiale ed esterno di Dio: “Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce” (Dt 4, 12; cf At 9, 7). Ma anche in questi casi si tratta della drammatizzazione di un evento interiore e spirituale, in ogni caso di un parlare diverso da quello umano.
Dio non ha bocca e fiato umani: la sua bocca è il profeta, il suo fiato lo Spirito Santo. “Tu sarai la mia bocca” dice egli stesso ai suoi profeti, o anche “porrò la mia parola sulle tue labbra”. È il senso della celebre frase: “Mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio” (2 Pt 1, 21). La tradizione spirituale della Chiesa ha coniato per questo modo di parlare, diretto alla mente e al cuore, l’espressione di “locuzioni interiori”.
E tuttavia si tratta di un parlare in senso vero; la creatura riceve un messaggio che può tradurre in parole umane. Così vivido e reale è il parlare di Dio che il profeta ricorda con precisione il luogo e il tempo in cui una certa parola “venne” su di lui: “Nell’anno in cui morì il re Ozia” (Is 6, 1), “Il cinque del quarto mese dell’anno trentesimo, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebàr” (Ez 1, 1), “L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese” (Ag 1, 1).
Così concreta è la parola di Dio che di essa si dice che “cade” su Israele, come fosse una pietra: “Una parola mandò il Signore contro Giacobbe, essa cadde su Israele” (Is 9, 7). Altre volte la stessa concretezza e materialità è espressa con il simbolo non della pietra che colpisce, ma del pane che si mangia con gusto: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore” (Ger 15, 16; cf anche Ez 3, 1-3).
Nessuna voce umana raggiunge l’uomo alla profondità in cui lo raggiunge la parola di Dio. Essa “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12). A volte il parlare di Dio è “un tuono potente che schianta i cedri del Libano” (Sal 29, 5), altre volte somiglia al “mormorio di un vento leggero” (1 Re 19, 12). Conosce tutte le tonalità del parlare umano.
Il discorso sulla natura del parlare di Dio cambia però radicalmente nel momento in cui dall’affermazione iniziale del Prologo: “In principio era il Verbo” si passa a quella finale: “E il Verbo si è fatto carne”. Con la venuta di Cristo, Dio parla anche con voce umana, udibile con gli orecchi non più solo dell’anima, ma anche del corpo. “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” (1 Gv 1, 1).
Il Verbo è stato veduto e udito! E tuttavia quello che si ode non è parola di uomo, ma parola di Dio perché chi parla non è la natura ma la persona, e la persona di Cristo è la stessa persona divina del Figlio di Dio. In lui, Dio non ci parla più per interposta persona, “per mezzo dei profeti”, ma di persona, perché Cristo è “l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza” (cf Eb 1, 2).
L’autore dell’Epistola agli Ebrei scriveva parecchi anni dopo la morte di Gesù, dunque molto dopo che Gesù aveva smesso di parlare; eppure dice che Dio ci ha parlato nel Figlio “ultimamente, in questi giorni”. Considera, dunque, i giorni in cui vive come facenti parte dei “giorni di Gesù”. Per questo, poco oltre, citando la parola del salmo: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”, la applica ai cristiani dicendo: “Guardate fratelli, che non si trovi tra voi qualcuno dal cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente; esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi” (cf Eb 3, 7 s).
Dio parla, dunque, anche oggi nella Chiesa e parla “nel Figlio”. “Dio – si legge nella Dei Verbum –, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito santo, per mezzo del quale la viva voce del vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo” .
L’Apocalisse è la solenne inaugurazione del nuovo modo di parlare di Cristo “secondo lo Spirito”. Le sette lettere alle sette Chiese (Ap 2-3) cominciano con una autopresentazione del Risorto (“Così parla l’Amen, il Primo e l’Ultimo, il Testimone…”) e terminano con l’esortazione ad ascoltare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese”, come se a parlare fosse stato lo Spirito e non il Cristo. Non si poteva dire in modo più chiaro che è sempre Cristo che parla, ma nel suo nuovo modo di esistere “secondo lo Spirito”.
Donandoci il Figlio – scrive san Giovanni della Croce – Dio ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare. Dio è diventato, in un certo senso, muto, non avendo più nulla da dire . Ma bisogna intendersi bene: Dio è diventato muto nel senso che non dice cose nuove rispetto a quello che ha detto in Gesù, ma non nel senso che non parla più; egli dice sempre nuovamente ciò che ha detto una volta in Gesù!
Non ci sono più parole-evento, cioè pronunciate in un punto preciso del tempo e dello spazio e come tali irripetibili; ci sono però parole-sacramento. Le parole-sacramento sono le parole di Dio “avvenute” una volta per sempre e raccolte nella Bibbia, che tornano ad essere “realtà attiva” ogni volta che la Chiesa le proclama con autorità e lo Spirito che le ha ispirate torna ad accenderle nel cuore di chi le ascolta. “Egli prenderà del mio e ve lo annuncerà”, dice Gesù dello Spirito Santo (Gv 16, 14).
In ogni sacramento si distingue un segno visibile e la realtà invisibile che è la grazia. La parola che leggiamo nella Bibbia e nei Vangeli, in se stessa, non è che un segno materiale (come l’acqua nel Battesimo e il pane nell’Eucaristia), un insieme di sillabe, una parola del vocabolario umano come le altre; ma intervenendo la fede e l’illuminazione dello Spirito Santo, attraverso tale segno noi entriamo misteriosamente in contatto con la vivente verità e volontà di Dio e ascoltiamo la voce stessa di Cristo.
“Il corpo di Cristo – scrive Bossuet – non è più realmente presente nel sacramento adorabile, di quanto la verità di Cristo lo sia nella predicazione evangelica. Nel mistero dell’Eucaristia le specie che vedete sono dei segni, ma ciò che in esse è racchiuso è lo stesso corpo di Cristo; nella Scrittura, le parole che ascoltate sono dei segni, ma il pensiero che vi recano è la verità stessa del Figlio di Dio” .
La sacramentalità della parola di Dio si rivela nel fatto che a volte essa opera manifestamente al di là della comprensione della persona, che può essere limitata e imperfetta, opera quasi per se stessa, ex opere operato, come si dice in teologia. C’è, nelle parole della Scrittura, qualcosa che agisce al di là di ogni spiegazione umana; esiste una sproporzione evidente tra il segno e la realtà da esso prodotta, che fa pensare, appunto, all’agire dei sacramenti.
Quando il profeta Eliseo disse a Naaman il Siro, che era andato da lui per essere guarito dalla lebbra, di lavarsi sette volte nel Giordano, questi replicò sdegnato: “Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?” (2 Re 5, 12). Naaman aveva ragione: i fiumi della Siria erano senz’altro migliori e più ricchi di acque; eppure, bagnandosi nel Giordano egli fu guarito e la sua carne divenne come quella di un giovinetto, cosa che non sarebbe mai avvenuta se si fosse bagnato nei grandi fiumi del suo Paese.
Così è della parola di Dio contenuta nelle Scritture. Tra le genti e anche nella Chiesa vi sono stati e vi saranno libri più edificanti di alcuni libri della Bibbia (basti pensare a L’Imitazione di Cristo), eppure nessuno di essi opera come opera il più modesto dei libri ispirati. Finito di leggere il brano evangelico della Messa, la Chiesa invita il ministro a baciare il libro e a dire: “Le parole del Vangelo cancellino i nostri peccati” (per evangelica dicta deleantur nostra delicta). Il potere risanante della parola di Dio è attestato nella stessa Scrittura: “Non li guarì né un’erba né un emolliente – si dice del popolo d’Israele nel deserto – ma la tua parola, o Signore, la quale tutto risana” (Sap 16, 12).
L’esperienza lo conferma. Ho sentito una persona rendere questa testimonianza in un programma televisivo al quale prendevo parte. Era un alcolizzato all’ultimo stadio; non resisteva più di due ore senza bere; la famiglia era sull’orlo della disperazione. Lo invitarono con la moglie a un incontro sulla parola di Dio. Lì qualcuno lesse un brano della Scrittura. Una frase lo attraversò come una fiammata di fuoco e sentì che era guarito. In seguito ogni volta che era tentato di bere, correva a riaprire la Bibbia in quel punto e solo al rileggere le parole sentiva la forza ritornare in lui, finché ora era del tutto guarito. Quando volle dire quale era la frase, la voce gli si ruppe dalla commozione. Era la parola del Cantico dei Cantici: “Le tue tenerezze sono più dolci del vino” (Ct 1,2). Queste semplici parole, apparentemente estranee al suo caso, avevano compiuto il miracolo.
3. Parola di Dio e parola di uomini
Passiamo al secondo punto annunciato sopra: la differenza tra il parlare di Dio e il parlare umano. Nella Prima Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi leggiamo:
“Noi ringraziamo sempre Dio, perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete” (1 Ts 2,13).
L’Apostolo non si limita qui ad affermare la radicale differenza tra la parola di Dio e quella degli uomini, ma con quell’accenno all’efficacia della parola di Dio, dice anche in che consiste tale differenza.
Nel vangelo di Matteo è riportata una parola di Gesù che ha fatto tremare, per il suo apparente rigore, i lettori del Vangelo di tutti i tempi: “Ma io vi dico che di ogni parola inutile gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12, 36). Il termine originale, tradotto con “inutile”, è argon che vuol dire “senza effetto” (a privativo più ergon, opera). Non è difficile intuire cosa vuol dire Gesù, se confrontiamo questo aggettivo con quello che, nella Bibbia, caratterizza costantemente la parola di Dio: l’aggettivo energes, efficace, che opera, che è seguita sempre da effetto (ergon), lo stesso aggettivo da cui deriva la parola “energico”. Anche nell’Epistola agli Ebrei troviamo questo concetto dell’efficacia della parola divina: “Viva ed efficace (energes) è la parola di Dio” (Eb 4, 12). Ma è un concetto di lunga data; in Isaia, Dio dichiara che la parola uscita dalla sua bocca non ritorna mai a lui “senza effetto”, senza avere “operato ciò per cui l’ha mandata” (cf Is 55, 11).
La parola inutile, di cui gli uomini dovranno rendere conto nel giorno del giudizio, non è ogni e qualsiasi parola inutile; è la parola inutile, vuota, pronunciata da colui che dovrebbe invece pronunciare le “energiche” parole di Dio. È, insomma, la parola del falso profeta, che non riceve la parola da Dio e tuttavia induce gli altri a credere che sia parola di Dio. Di ogni parola inutile su Dio, dovrà rendere conto l’uomo! Ecco dunque il senso del grave ammonimento di Gesù.
Ma noi non stiamo qui a fare una disquisizione sui falsi profeti nella Bibbia. Come sempre, è di noi che si parla nella Bibbia ed è a noi che si parla. I falsi profeti non sono soltanto coloro che di tanto in tanto spargono eresie; sono anche coloro che “falsificano la parola di Dio”. È Paolo che usa questo termine, traendolo dal linguaggio corrente; alla lettera, esso significa annacquare la Parola, come fanno gli osti fraudolenti, quando allungano con acqua il loro vino (cf 2 Cor 2, 17; 4, 2). I falsi profeti sono coloro che non presentano la parola di Dio nella sua purezza, ma la diluiscono ed estenuano in mille parole umane che escono dal loro cuore.
San Paolo scriveva al suo discepolo Timoteo: “Sforzati di presentarti davanti a Dio come… uno scrupoloso dispensatore della parola della verità. Evita le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nell’empietà” (2 Tm 2, 15-16). Le chiacchiere profane sono quelle che non hanno attinenza con il disegno di Dio, che non c’entrano con la missione della Chiesa. Nell’era della comunicazione di massa, la Chiesa rischia di sprofondare anch’essa nella “paglia” delle parole inutili, dette tanto per dire, scritte tanto perché esistono riviste e giornali da riempire. In questo modo noi offriamo al mondo un ottimo pretesto per rimanere tranquillo nella sua miscredenza e nel suo peccato. Quando ascoltasse l’autentica parola di Dio, non sarebbe tanto facile, per l’incredulo, cavarsela dicendo (come fa spesso, dopo aver ascoltato le nostre prediche): “Parole, parole, parole!”.
L’Apostolo chiama le parole di Dio “le armi della nostra battaglia” e dice che soltanto esse “hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” (2 Cor 10, 3-5). Il nostro mondo secolarizzato è pieno di baluardi dietro i quali si trincea per non credere in Dio e in Cristo. Sola l’autentica parola di Dio animata dal soffio dello Spirito potrà abbattere questi baluardi e assicurare il successo alla grande impresa della nuova evangelizzazione.
Mi rendo conto che questo che sto dicendo può far nascere una obiezione. Allora la predicazione della Chiesa dovrà ridursi a una sequenza (o una raffica) di citazioni bibliche, con tanto di indicazione pignola di libro, capitolo e versetto, alla maniera dei Testimoni di Geova e di altri gruppi fondamentalisti? No di certo. Noi siamo eredi di una diversa tradizione. Spiego cosa intendo per rimanere legati alla parola di Dio.
San Pietro, nella Prima lettera, esorta i cristiani dicendo: “Chi parla, lo faccia come con parole di Dio” (1 Pt 4, 11). Cosa vuol dire parlare “come con parole di Dio”? Non vuol dire certo ripetere materialmente e solo le parole pronunciate da Cristo e da Dio nella Scrittura. Vuol dire che l’ispirazione di fondo, il pensiero che “informa” e sorregge tutto il resto deve venire da Dio, non dall’uomo. L’annunciatore deve essere “mosso da Dio” e parlare come in sua presenza.
La realtà e l’esperienza umane non sono dunque escluse dalla predicazione della Chiesa, ma esse devono essere sottomesse alla parola di Dio, a servizio di essa. Come, nell’Eucaristia, è il corpo di Cristo che assimila a sé chi lo mangia, e non viceversa, così, nell’annuncio, deve essere la parola di Dio, che è il principio vitale più forte, a soggiogare ed assimilare a sé la parola umana, e non il contrario. Il grande oratore sacro Bossuet scrive:
“Il predicatore evangelico è colui che fa parlare Gesù Cristo. Non deve indulgere a un linguaggio umano per non dare un corpo estraneo alla verità eterna. Non disdegna, dice sant’Agostino, gli ornamenti dell’eloquenza umana quando cadono a proposito, ma neppure si preoccupa di fare eccessivo uso di essi. Ogni mezzo gli sembra buono solo se è uno specchio nel quale si rifletta Gesù Cristo e la sua verità, un canale dal quale escano in purezza le acque vive del Vangelo, o, se si vuole qualcosa di più animato, un interprete fedele che non altera, non svia e non debilita la sua santa parola, né si mescola con essa” .
Noi tutti abbiamo fatto l’esperienza di quanto può fare una sola parola di Dio profondamente creduta e vissuta prima da chi la pronuncia e talvolta perfino a sua insaputa; spesso si deve costatare che, tra tante altre parole, è stata quella che ha toccato il cuore e ha condotto più d’un ascoltatore al confessionale.
Nel mio servizio di commento al vangelo domenicale in televisione ho potuto raccogliere tante testimonianze al riguardo. Penso a quella di due fidanzati la cui filosofia, dicevano, era di divertirsi al massimo senza limiti e senza regole. I genitori di lei, una sera, li invitano a una missione ed essi per educazione accettano, lontani mille miglia dal prendere sul serio la cosa. Succede che durante la predica sentono pronunciare le parole: “Larga è la strada che conduce alla perdizione…”. La ragazza è fulminata; dice rivolta al fidanzato: “Noi stiamo percorrendo la strada larga… O cambi anche tu o non ci vediamo più”. Furioso, lui risponde che è diventata pazza, che l’accompagnerà a casa e poi addio. Però qualcosa è entrato anche in lui. Un giorno apre la Bibbia, legge: “Io sto alla porta e busso…”, e di nuovo la parola di Dio compie il miracolo. Oggi, sposati con diversi figli, sono laici impegnati nell’evangelizzazione in una diocesi del Meridione d’Italia.
4. La Parola e lo Spirito
La “energia” propria della parola di Dio ha un nome: si chiama lo Spirito Santo. San Paolo dice che la parola di Dio è “la spada dello Spirito” (Ef 6,17). È lo Spirito che fa, della parola di Dio, una parola “viva ed efficace” e la distingue dalle parole umane. Siamo nella novena di Pentecoste e questo è un motivo in più per insistere su questo punto.
Se io voglio diffondere una notizia, il primo problema che mi si pone è: con quale mezzo trasmetterla: via stampa? via radio? via televisione? Il mezzo è così importante che la moderna scienza delle comunicazioni sociali ha coniato lo slogan: “Il mezzo è il messaggio” (“The medium is the message”, M. McLuhan). Ora, qual è il mezzo primordiale e naturale con cui si trasmette la parola? È il fiato, il soffio, la voce. Esso prende, per così dire, la parola che si è formata nel segreto della mia mente e la porta fino a chi ascolta. Tutti gli altri mezzi non fanno che potenziare e amplificare questo primo mezzo del fiato o della voce. Anche la scrittura viene dopo e suppone la viva voce, giacché le lettere dell’alfabeto non sono che dei segni indicanti dei suoni.
Anche la Parola di Dio segue questa legge. Essa si trasmette per mezzo di un fiato, di un soffio. E qual è, o chi è, il soffio, o la ruach, di Dio, secondo la Bibbia? Lo sappiamo: è lo Spirito Santo! Può il mio fiato animare la vostra parola, o il vostro fiato animare la mia parola? No, la mia parola non può essere pronunciata che con il mio fiato e la vostra parola con il vostro fiato. Così, in modo analogo s’intende, la Parola di Dio non può essere animata che dal soffio di Dio che è lo Spirito Santo.
Questa è una verità semplicissima e quasi ovvia, ma di immensa portata. È la legge fondamentale di ogni annuncio e di ogni evangelizzazione. Le notizie umane si trasmettono o a viva voce, o via radio, via cavo, via satellite ecc.; la notizia divina, in quanto divina, si trasmette via Spirito Santo. Lo Spirito Santo ne è il vero, essenziale mezzo di comunicazione, senza del quale non si percepisce, del messaggio, che il rivestimento umano. Le parole di Dio sono “Spirito e vita” (cf Gv 6, 63) e non si possono perciò trasmettere o accogliere che “nello Spirito”.
Questa legge fondamentale è quella che vediamo anche in atto, concretamente, nella storia della salvezza. Gesù cominciò a predicare “con la potenza dello Spirito Santo (Lc 4, 14 ss). Egli stesso dichiarò: “Lo Spirito del Signore è su di me… Mi ha consacrato con l’unzione, per portare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18).
Dopo la Pasqua, gli apostoli furono esortati da Gesù a non allontanarsi da Gerusalemme finché non fossero stati rivestiti di potenza dall’alto: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1, 8). Tutto il racconto della Pentecoste serve a mettere in luce questa verità. Viene lo Spirito Santo ed ecco che Pietro e gli altri apostoli, a voce alta, cominciano a parlare di Cristo crocifisso e risorto e la loro parola ha una tale potenza che tremila persone si sentono trafiggere il cuore. Lo Spirito Santo, venuto sugli apostoli, si trasforma in essi in un irresistibile impulso a evangelizzare.
San Paolo arriva ad affermare che senza lo Spirito Santo è impossibile perfino proclamare che Gesù è il Signore, che è la forma più elementare e l’inizio stesso di ogni annuncio cristiano (cf 1 Cor 12, 3). Nessuno, però, potrà mai esprimere l’intimo legame che c’è tra evangelizzazione e Spirito Santo, meglio di come lo fece Gesù stesso la sera di Pasqua. Apparendo agli apostoli nel cenacolo, egli disse: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”“ (Gv 20, 21-22). Nel conferire agli apostoli il mandato di andare in tutto il mondo, Gesù conferì loro anche il mezzo per poterlo compiere e lo conferì, significativamente, nel segno del soffio, dell’alito.
Questo intimo legame tra parola (il dabar) e il soffio o spirito (la ruach) è visibile da un capo all’altro della Bibbia, dove, contrariamente all’italiano, “spirito” è femminile e “parola” maschile! Sono le due grandi forze che insieme creano e muovono il mondo: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera” (Sal 33, 6). “La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio” (Is 11, 4). I profeti sono visti ora come gli uomini della parola, ora come gli uomini dello Spirito. Ora è la parola che “viene” su di essi e li costituisce profeti, ora è lo “Spirito del Signore” (Is 61, 1) che assolve lo stesso compito. “Il mio spirito che è sopra di te e le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno mai dalla tua bocca” (Is 59, 21).
C’è una reciprocità perfetta tra le due realtà che ha le sue lontane radici nella Trinità stessa. Lo Spirito procede “attraverso” il Figlio, ma anche il Figlio è generato “nello” Spirito. Nella rivelazione, lo Spirito ci dona la parola (infatti, “mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio”, 2 Pt 1, 21); ma poi è questa stessa parola, la Scrittura, che, letta con fede, dà lo Spirito Santo. Nella redenzione, di nuovo, questa circolarità: al momento dell’incarnazione, lo Spirito Santo ci dà la vivente Parola di Dio che è Gesù, “concepito per opera dello Spirito Santo”; nel mistero pasquale è la Parola fatta carne che, dalla croce, effonde lo Spirito Santo sulla Chiesa.
5. Cosa imparare dal parlare di Dio
Mi resta da compiere un’ultima promessa: spiegare che cosa il parlare di Dio può insegnare all’umanità in generale e non solo a chi è impegnato attivamente nella Chiesa, come esso può aiutare a risanare l’uso che facciamo del grande dono della parola.
Dio creò l’uomo “a sua immagine” perché lo creò capace di parlare, di comunicare e di stabilire dei rapporti, e proprio perché questo fosse possibile “li creò maschio e femmina” (Gn 1, 27), cioè diversi. Dio, che ha in se stesso, dall’eternità, una Parola, il suo Verbo, ha creato l’uomo dotato di parola.
Per essere, però, non solo “a immagine”, ma anche “a somiglianza” di Dio (Gn 1, 26), non basta che l’uomo parli, bisogna che parli come parla Dio, che imiti il parlare di Dio, in ciò che dice e nel “perché” lo dice. Contenuto e movente del parlare di Dio è l’amore. Dio parla per lo stesso motivo per cui crea: “Per effondere il suo amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della sua gloria”, come dice la Preghiera Eucaristica IV.
La Bibbia, dall’inizio alla fine, non è che un messaggio d’amore di Dio alle sue creature. I toni possono cambiare, dall’adirato al tenerissimo, ma la sostanza è sempre e solo amore. Dio si è servito della parola per comunicare vita e verità, per istruire e consolare. “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi – scrive l’apostolo Paolo – è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Rm 15, 4).
Nell’era della comunicazione di massa che ha dilatato quasi all’infinito, in bene e in male, l’uso della parola, dobbiamo porci la domanda: noi esseri umani ci serviamo della parola, scritta o pronunciata, per comunicare vita e verità, o, al contrario, per diffondere la morte e falsificare la verità?
Nel suo dramma Porte chiuse, Sartre ci ha dato una immagine crudele di quello che può diventare la comunicazione umana, quando manca l’amore. Tre persone – un uomo e due donne – vengono introdotte, a brevi intervalli, in una stanza. Non ci sono finestre, la luce è al massimo e non c’è possibilità di spegnerla, fa un caldo soffocante, e non c’è nulla all’infuori di un canapè per ciascuno. La porta naturalmente è chiusa, il campanello c’è, ma non dà suono. Chi sono? Sono tre morti e il luogo dove si trovano è l’inferno. L’uomo è un disertore che ha torturato tutta la vita la povera moglie, le donne sono una un’infanticida e l’altra una lesbica.
Non vi sono specchi e ognuno di loro non può vedersi che attraverso le parole e l’anima dell’altro che gli rimanda l’immagine più brutta di sé, senza nessuna misericordia, accrescendone anzi volutamente l’orrore con il proprio sarcasmo. Quando, dopo un po’, le loro anime sono diventate nude l’una all’altra e le colpe di cui ci si vergogna di più sono venute a galla una ad una e sfruttate dagli altri senza pietà, uno dei personaggi dice agli altri due: “Ricordate: lo zolfo, le fiamme, la graticola. Tutte sciocchezze. Non c’è nessun bisogno di graticole: l’inferno sono gli Altri” . L’abuso della parola può trasformare la vita in un inferno.
Un imperatore cinese, interrogato su quale fosse la cosa più urgente da fare per migliorare il mondo, rispose senza esitare: riformare le parole! Intendeva dire: ridare alle parole il loro vero significato. Aveva ragione. Ci sono parole che, a poco a poco, sono state svuotate completamente del loro significato originario e riempite di un significato diametralmente opposto. Il loro uso non può che risultare micidiale. È come mettere su una bottiglia di arsenico l’etichetta “digestivo effervescente”: qualcuno ne resterà avvelenato. Gli Stati si sono dati leggi severissime contro quelli che falsificano le banconote, ma nessuna contro quelli che falsificano le parole.
Con nessuna parola il processo si è spinto tanto avanti come con la parola “amore”. Un uomo violenta una donna e si giustifica dicendo che l’ha fatto per amore. L’espressione, in se stessa bellissima, “fare l’amore”, spesso sta per il più volgare atto di egoismo, in cui ognuno pensa alla sua soddisfazione, ignorando completamente l’altro e riducendolo a semplice oggetto, perfino, a volte, disprezzandolo in cuor suo.
Ma lasciamo di nuovo la terra con le sue brutture e ritorniamo al cielo da cui siamo partiti. Che cosa ne sarà della Parola di Dio e della parola di Cristo alla fine? Ascoltiamo cosa dice sant’Agostino:
“Allora, giunto quel giorno, non saranno più necessarie le lu¬cerne; non ascolteremo più il profeta, non apriremo più il libro dell’Apostolo, non andremo a cercare la testimonianza di Giovanni, non avremo più bisogno neppure del Vangelo; allora scompariranno tutte le Scritture che si sono accese per noi come lucerne nella notte di questo mondo, perché non rimanessimo al buio… Venuti meno tutti questi aiuti, che cosa vedre¬mo? Come si pascerà la nostra mente? Come si alliete¬rà il nostro sguardo?… Che cosa vedremo dunque? Ce lo dice il Vangelo: ‘In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio’. Giungerai alla fon¬te, da cui sei stato appena irrorato; vedrai scoperta¬mente la luce, di cui, in modo riflesso e per vie tortuo¬se, appena un raggio ha colpito il tuo cuore immerso nelle tenebre” .

Scompariranno dunque le Scritture e cesseranno le pa¬role, ma resterà la Parola! In principio era la Parola e anche alla fine sarà la Parola. Non più però esattamente come era “al principio” perché ora sarà la Parola fatta carne, Cristo vivent