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Annuncio del Vangelo e preghiera liturgica

Assisi. Settimana di aggiornamento dei cappellani militari.

Inizio questo incontro raccontando un aneddoto che ho letto da qualche parte e che mi pare si applichi in modo particolare a noi sacerdoti. Un giorno, un vecchio professore fu chiamato come esperto a parlare sulla pianificazione più efficace del proprio tempo ai quadri superiori di alcune grosse compagnie nordamericane. Decise allora di tentare un esperimento. In piedi, tirò fuori da sotto il tavolo un grosso vaso di vetro vuoto. Insieme prese anche una dozzina di pietre grosse quanto palle da tennis che depose delicatamente una a una nel vaso fino a riempirlo. Quando non si poteva aggiungere più altri sassi, chiese agli allievi: «Vi sembra che il vaso sia pieno?» e tutti risposero «Si!».

Si chinò di nuovo e tirò fuori da sotto il tavolo una scatola piena di breccia che versò sopra le grosse pietre, movendo il vaso perché la breccia potesse infiltrarsi tra le pietre grosse fino al fondo. «È pieno questa volta il vaso?» chiese. Divenuti più prudenti, gli allievi cominciarono a capire e risposero: «Forse non ancora». Il vecchio professore si chinò di nuovo e tirò fuori questa volta un sacchetto di sabbia che versò nel vaso. La sabbia riempì gli spazi tra i sassi e la breccia. Quindi chiese di nuo vo: «È pieno ora il vaso?». E tutti, senza esitare, risposero: «No!». Infatti il vecchio prese la caraffa che era sul tavolo e versò l’acqua nel vaso fino all’orlo.

A questo punto domanda: «Quale grande verità ci mo stra questo esperimento?». Il più audace rispose: «Questo dimostra che anche quando la nostra agenda è completamente piena, con un po’ di buona volontà, si può sempre aggiungervi qualche impegno in più, qualche altra cosa da fare». «No» rispose il professore. «Quello che l’esperimento dimostra è che se non si mettono per primo le grosse pietre nel vaso, non si riuscirà mai a farvele entrare in seguito.» «Quali sono le grosse pietre, le priorità, nella vostra vita? La cosa importante è mettere queste grosse pietre per prime nella vostra agenda».

Noi siamo qui proprio per fare questo: per riportare alla luce e rimettere, se necessario, in cima alla nostra agenda le priorità della nostra vita. San Pietro ha indicato, una volta per tutte, quali sono le grosse pietre, le priorità assolute, degli apostoli e dei loro successori, vescovi e sacerdoti: “Quanto a noi, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6,4).
Preghiera e Parola: sono esattamente le due parole che ricorrono nel titolo a me inizialmente assegnato per il presente intervento: “La Parola nella preghiera liturgica”. Nella formulazione definitiva, stampata sul programma, il titolo suona leggermente diverso: “Annuncio del vangelo e preghiera liturgica”. Ma si tratta della stessa cosa. Nella liturgia della Messa non c’è infatti solo la lettura del vangelo, ma anche quella dell’Antico Testamento che lo prepara e quella degli scritti apostolici che la spiegano e la applicano.
Per rimanere il più possibile fedele al tema affidatomi, parlerò di due cose: primo, come vivere la Parola nella liturgia; secondo, come annunciare la Parola nella liturgia. In altre parole: come fare della liturgia un momento di crescita personale e come fare di essa un’occasione privilegiata di annuncio.

I. LA LITURGIA DELLA PAROLA

Vivere la Parola nella liturgia significa, concretamente, vivere la liturgia della Parola della Messa, viverla intensamente, comprenderne l’inesauribile ricchezza. Premetto qualche brevissimo cenno storico su questa parte della celebrazione eucaristica.

Nei primordi della Chiesa la liturgia della parola era distaccata dalla liturgia eucaristica. I discepoli, riferiscono gli Atti degli Apostoli, «ogni giorno, tutti insieme, frequentavano il tempio»; lì ascoltavano la lettura della Bibbia, recitavano i salmi e le preghiere insieme con gli altri ebrei; facevano quello che si fa nella liturgia della parola; quindi si riunivano a parte, nelle loro case, per «spezzare il pane», cioè per celebrare l’Eucaristia (cf At 2, 46).

Ben presto però questa prassi divenne impossibile sia per l’ostilità nei loro confronti da parte delle autorità ebraiche, sia perché ormai le Scritture avevano acquistato per essi un senso nuovo, tutto orientato al Cristo. Fu così che anche l’ascolto della Scrittura si trasferì dal tempio e dalla sinagoga ai luoghi di culto cristiani, divenendo l’attuale liturgia della parola che precede la preghiera eucaristica. Nella descrizione della celebrazione eucaristica fatta da san Giustino nel II secolo non solo la liturgia della parola è parte integrante di essa, ma alle letture dell’Antico Testamento si sono affiancate ormai quelle che il santo chiama «le memorie degli apostoli», cioè i vangeli e le lettere, in pratica il Nuovo Testamento.

Ascoltate nella liturgia, le letture bibliche acquistano un senso nuovo e più forte di quando sono lette in altri contesti. Non hanno tanto lo scopo di conoscere meglio la Bibbia, come quando la si legge a casa o in una scuola biblica, quanto quello di riconoscere colui che si fa presente nello spezzare il pane, di illuminare ogni volta un aspetto particolare del mistero che si sta per ricevere. Questo appare in modo quasi programmatico nell’episodio dei due discepoli di Emmaus: fu ascoltando la spiegazione delle Scritture che il cuore dei discepoli cominciò a sciogliersi, sicché furono poi capaci di riconoscerlo allo spezzare il pane.

Un esempio tra tanti: le letture della XXIX Domenica del tempo ordinario del ciclo B. La prima lettura è un brano sul servo sofferente che si addossa le iniquità del popolo (Is 53, 2-11); la seconda lettura parla di Cristo sommo sacerdote provato in tutto come noi, eccetto il peccato; il brano evangelico parla del Figlio dell’uomo che è venuto a dare la sua vita in riscatto per molti. Insieme questi tre brani mettono in luce un aspetto fondamentale del mistero che si sta per celebrare e ricevere nella liturgia eucaristica.

Un’altra caratteristica della parola di Dio ascoltata nella liturgia è che qui la memoria diventa realtà, le cose passate diventano presenti. Nella Messa le parole e gli episodi della Bibbia non sono soltanto narrati, ma rivissuti. Ciò che avvenne «in quel tempo», avviene «in questo tempo», «oggi» (hodie) come ama esprimersi la liturgia. Noi non siamo soltanto uditori della parola, ma interlocutori e attori in essa. È a noi, lì presenti, che è rivolta la parola; siamo chiamati a prendere noi il posto dei personaggi evocati.

Anche qui alcuni esempi aiuteranno a capire. Si legge, nella prima lettura, l’episodio di Dio che parla a Mosè dal roveto ardente: noi siamo, nella Messa, davanti al vero roveto ardente… Si legge di Isaia che riceve sulle labbra il carbone ardente che lo purifica per la missione: noi stiamo per ricevere sulle labbra il vero carbone ardente, colui che è venuto a portare il fuoco sulla terra… Ezechiele è invitato a mangiare il rotolo degli oracoli profetici e noi ci apprestiamo a mangiare colui che è la parola stessa fatta carne e fatta pane…

La cosa diventa ancora più chiara se dall’Antico Testamento passiamo al Nuovo, dalla prima lettura al brano evangelico. La donna che soffriva di emorragia è sicura di essere guarita se riuscirà a toccare il lembo del mantello di Gesù: che dire di noi che stiamo per toccare ben più che il lembo del suo mantello? Una volta ascoltavo nel vangelo l’episodio di Zaccheo e fui colpito dalla sua «attualità». Ero io Zaccheo; erano rivolte a me le parole: «Oggi devo venire a casa tua»; era di me che si poteva dire: «È andato ad alloggiare da un peccatore!» ed era a me, dopo averlo ricevuto nella comunione, che Gesù diceva: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa».

Così di ogni singolo episodio evangelico. Come non identificarsi nella Messa con Simeone che stringe tra le braccia il Bambino Gesù, con Tommaso che tocca le sue piaghe? In un venerdì di Quaresima si legge nel vangelo la parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21, 33-45): «Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto di mio figlio!”». Ricordo l’effetto di queste parole su di me mentre le ascoltavo una volta piuttosto distrattamente nella Messa. Quello stesso Figlio stava per essere dato a me nella comunione: ero io preparato a riceverlo con il rispetto che il Padre celeste si aspettava?

Non solo i fatti ma anche le parole del vangelo ascoltate nella Messa acquistano un senso nuovo e più forte. Un giorno d’estate, mi trovavo a celebrare la Messa in un piccolo monastero di clausura. C’era, come brano evangelico, Matteo 12. Non dimenticherò mai l’impressione che mi fecero quelle parole di Gesù: «Ecco, ora qui c’è più di Giona… Ecco ora qui c’è più di Salomone». Era come se le ascoltassi in quel momento per la prima volta. Capivo che quei due avverbi «ora» e «qui» significavano veramente ora e qui, cioè in quel momento e in quel luogo, non soltanto nel tempo in cui Gesù era sulla terra, tanti secoli fa. Da quel giorno d’estate, quelle parole mi sono diventate care e familiari in un modo nuovo. Spesso, nella Messa, al momento in cui mi genufletto e mi rialzo dopo la consacrazione, mi viene da ripetere dentro di me: «Ecco, ora qui c’è più di Salomone! Ecco, ora qui c’è più di Giona!».

Tra le tante parole di Dio che ogni giorno ascoltiamo nella Messa o nella Liturgia delle ore, ce n’è quasi sempre una destinata in particolare a noi. Da sola, essa può riempire l’intera nostra giornata e illuminare la nostra preghiera. Si tratta di non lasciarla cadere nel vuoto. Scriveva Origene già nel II secolo:«Voi che siete soliti prendere parte ai divini misteri – diceva Origene ai cristiani del suo tempo – quando ricevete il corpo del Signore lo conservate con ogni cautela e ogni venerazione perché nemmeno una briciola cada a terra, perché nulla si perda del dono consacrato. Siete convinti, giustamente, che sia una colpa lasciarne cadere dei frammenti per trascuratezza. Se per conservare il suo corpo siete tanto cauti – ed è giusto che lo siate –, sappiate che trascurare la parola di Dio non è colpa minore che trascurare il suo corpo»[1].

Diverse sculture e bassorilievi dell’antico Oriente mostrano lo scriba in atto di raccogliere la voce del sovrano che detta o parla: lo si vede tutto attenzione: gambe accavallate, busto eretto, occhi spalancati, orecchi protesi. È l’atteggiamento che in Isaia viene attribuito al Servo del Signore: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati» (Is 50, 4). Così dovremmo essere noi quando viene proclamata la parola di Dio.

La storia della Chiesa ci parla di vite cambiate, di avventure sublimi di santità, dovute a una parola del vangelo ascoltata nella Messa. Un giorno, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo un giovane entrò in una chiesa di Alessandria di Egitto per ascoltare la Messa. Era appena rimasto orfano con una ricca eredità paterna. Sentì Gesù che nel vangelo del giorno diceva a un giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Capì che in quel momento Cristo stava parlando a lui personalmente; andò, provvide al futuro della sorella, vendette tutto e si ritirò nel deserto. Era il futuro S. Antonio Abate con il quale ha inizio la storia del monachesimo.

Anche il movimento francescano nacque così, e dal momento che ci troviamo in Assisi vale la pena ascoltare dal vivo il racconto del fatto.

Un giorno in cui in chiesa si leggeva il brano del Vangelo relativo al mandato affidato agli Apostoli di predicare, il Santo, che ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il passo. Il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza (Mt 10,7-10; Mc 6,8-9; Lc 9,1-6), subito, esultante di spirito Santo, esclamò: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!»[2].

A questo momento allude il Santo quando scrive nel suo Testamento: “Dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo e io la feci scrivere con poche parole e con semplicità e il Signor papa me la confermò”. L’anno scorso, qui in Assisi, abbiamo celebrato l’ottavo centenario di questo evento, con un nuovo “Capitolo delle Stuoie”. Potenza creatrice della Parola! Una proposta, ascoltata e messa in pratica con radicalità dal giovane Francesco, ha inciso così profondamente nella storia di questa città e del mondo intero.

II. COME ANNUNCIARE AGLI ALTRI LA PAROLA NELLA LITURGIA

Come sacerdoti e ministri della Parola non siamo chiamati soltanto ad ascoltare e vivere la Parola, ma anche a proclamarla agli altri. S. Agostino distingue due cose a proposito della preghiera: “quid ores” e “qualis ores”, cioè l’oggetto e il soggetto della preghiera, ciò per cui si prega e il cuore con cui si prega, e dice che quest’ultima è la cosa più importante. La distinzione si applica anche alla predicazione: la cosa più importante in essa non è ciò che si dice, ma ciò che si è. La liturgia ci offre ogni volta il contenuto e la Parola da predicare, ma sta a noi fare sì che questo contenuto risuoni vivo e tocchi i cuori, che interpelli le persone nelle concrete situazioni della loro esistenza, nel vostro caso i giovani sotto le armi.

Il mondo militare può sembrare a prima vista il meno adatto a ricevere l’annuncio del “vangelo della pace”, ma questo è smentito dal vangelo stesso. In esso incontriamo dei soldati che ascoltano la predicazione di Giovanni Battista e gli domandano cosa debbono fare (Lc 3,14); alcuni centurioni romani, cioè degli alti ufficiali dell’esercito, sono tra le persone ricordate con maggiori elogi da Gesù nel Vangelo e uno di essi, il centurione Cornelio, fu il primo pagano a entrare nella Chiesa.

Il libro mangiato

In questa seconda parte vorrei mettere in luce alcuni tratti che “qualificano” il predicatore evangelico, alcune condizioni preliminari richieste per ogni tipo di annuncio, dal più semplice al più solenne. Lo faccio partendo sempre da esempi della Bibbia. Vediamo, per esempio, cosa ci dice l’episodio della vocazione di Ezechiele, con la visione del rotolo mangiato e digerito:
«Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto all’interno e all’esterno e vi erano scritti lamenti, pianti e guai. Mi disse: Figlio dell’uomo, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: “Figlio dell’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele (Ez 2, 9 – 3, 3).

Il tema è inaugurato da Geremia («Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità…») ed è ripreso dall’autore dell’Apocalisse (Ap 10, 8-10). Solo dopo aver mangiato e assimilato il rotolo il profeta si sente dire da Dio: “Figlio d’uomo, va’, recati alla casa d’Israele, e riferisci loro le mie parole” (Ez 3,4). C’è una differenza enorme tra il libro semplicemente letto o studiato e il libro ingoiato, digerito. Nel secondo caso, la parola diventa davvero, come diceva sant’Ambrogio, “la sostanza della nostra anima”[3], quello che informa i pensieri, plasma il linguaggio, determina le azioni, crea l’uomo “spirituale”.

Bisogna permettere prima alla parola di fare il suo lavoro dentro di noi, di rivelarci il nostro peccato, di farci esclamare: “Ho peccato!”, dopo potrà toccare il cuore degli ascoltatori. È interessante notare la piccola variante che l’autore dell’Apocalisse apporta al tema del rotolo mangiato. Ezechiele dice che il rotolo fu per la sua bocca “dolce come il miele”; l’Apocalisse dice che quel rotolo era “per la bocca dolce come il miele, ma nelle viscere amaro come il fiele (cf. Ap 10,10). Bisogna che la Parola sia “amara” per chi l’annuncia, se vuole essere dolce per chi l’ascolta.

Una volta, mi recavo a un importante impegno di predicazione (andavo a predicare la mia prima Quaresima alla Casa Pontificia) e sul treno, recitando la Liturgia delle ore, mi imbattei nel salmo 50; diceva: “All’empio dice Dio: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?… Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati…”. Come erano «amare», ma salutari, quelle parole nelle mie viscere! Prima che potessi predicare agli altri, la Parola predicava a me. E come predicava! Io ero, infatti, senza dubbio alcuno, quel peccatore che ha sempre in bocca i decreti e l’alleanza di Dio, ma che non ne vuol sapere della sua «disciplina», cioè che rifugge dalla necessaria austerità e si sottrae alle esigenze radicali della Parola.
Amare i destinatari dell’annuncio

Il Vangelo non si trasmette che sull’onda dell’amore. Se non amiamo le persone che abbiamo davanti (nel vostro caso i militari di cui siete cappellani), le parole ci si trasformano facilmente in pietre che feriscono. Giona era andato a predicare a Ninive, ma non amava i niniviti che erano i nemici di Israele. Egli è visibilmente più contento quando può gridare: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!”, che non quando assiste alla conversione e al perdono dei niniviti. “Tu ti dai pena – dice Dio a Giona – per quella pianta di ricino…e io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra?” (Giona 4,10). Dio dovette faticare di più per convertire il predicatore che non tutti gli ascoltatori.
Questo ci deve far riflettere. Guai a ridurre l’omelia domenicale, come avviene purtroppo in certe parrocchie, a un’occasione per sfogare il proprio disappunto e amarezza sulla gente, a far rilevare tutto ciò che non va. La gente esce irritata, anziché rincuorata dalla Messa.

Il Vangelo dell’amore non si può annunciare che per amore. Se non amiamo le persone che abbiamo davanti, le parole ci si trasformano facilmente tra le mani in pietre che feriscono. Perché Dio mandò il Figlio suo Gesù? Per nient’altro che per amore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16). Perché Gesù predicava il regno? Unicamente per amore, per compassione. «Ho compassione di queste folle – diceva – perché sono come pecore senza pastore» (cf. Mt 9, 36; 15, 32)

Amore, dunque, per gli uomini, ma anche e prima di tutto amore per Gesù. È l’amore di Cristo che ci deve spingere. «Mi ami tu? – dice Gesù a Pietro –. Allora pasci le mie pecore» (cf Gv 21, 15 ss). Il pascere e il predicare devono nascere da genuina amicizia per Gesù. «L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti» (2 Cor 5, 14): era questa la sorgente dello slancio missionario dell’apostolo Paolo.

Farsi un nome o fare un nome a Dio?

Un’altra lezione importante su come deve “essere” chi annuncia agli altri la parola di Dio la ricaviamo dall’esempio degli apostoli. È risaputo che Luca ha voluto creare un contrasto tra Pentecoste e Babele. A Pentecoste avviene qualcosa che rovescia ciò che era avvenuto a Babele. Di qui la sua insistenza sul fatto delle lingue. Ecco dove risiede esattamente il parallelismo e il contrasto: a Babele tutti parlavano ancora la stessa lingua, eppure, a un certo momento, nessuno capisce più l’altro; a Pentecoste tutti parlavano lingue diverse (Parti, Elamiti ecc.), eppure ognuno capisce l’altro. Come mai?

Il messaggio è racchiuso proprio nella risposta a questa domanda. Gli uomini di Babele si accinsero alla costruzione della torre, dicendosi l’un l’altro: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci sulla faccia della terra” (Gen 11, 4).Essi vogliono “farsi un nome”, sono animati da volontà di potenza e di auto-affermazione. Ora passiamo a Pentecoste. Come mai tutti li comprendono? La risposta è in ciò che notano i presenti: “Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11).

Tutti comprendono gli apostoli, perché essi non parlano di se stessi, ma di Dio. Non pensano a farsi un nome, ma a farlo a Dio. Hanno appreso il “canto nuovo!”. Se un tempo discutevano tra loro chi fosse il più grande, ora non più. È avvenuta la grande conversione, la rivoluzione copernicana: dall’io a Dio. Sono morti alla propria gloria. Per questo lo Spirito può mettere loro sulla bocca la parola. Egli non può diventare complice della nostra vanità e non può mettere la sua potenza a servizio della nostra ambizione.
I Padri della Chiesa hanno svolto riflessioni profonde su Babele, ma in un punto si sbagliavano. Pensavano che i costruttori di Babele fossero degli atei, dei titani che volevano sfidare Dio. Ma non era così. Erano uomini pii e religiosi. La torre che volevano costruire non era altro che uno dei famosi templi a terrazze sovrapposte, detti zikkurat, di cui restano ancora rovine in Mesopotamia. Dov’era, allora, il peccato? Essi volevano costruire un tempio a Dio, ma non per Dio; per la loro gloria, non per quella di Dio. Pensavano che, costruendo un tempio più alto di tutti quelli esistenti all’intorno, avrebbero potuto trattare con Dio da una posizione di forza e strappargli così favori e vittorie.

Questo rende di colpo tutta la vicenda assai vicina a noi. Babele e Pentecoste sono due cantieri tuttora aperti nella storia. Sant’Agostino ha fondato su questo la sua opera La città di Dio. Nel mondo sono in costruzione due città: la città di Babilonia, fondata sull’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio, e la città di Dio, la Gerusalemme nuova, fondata sull’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé. Ognuno è chiamato a scegliere in quale dei due cantieri vuole operare. Ogni iniziativa pastorale, ogni attività religiosa, compreso questo discorso che io sto facendo a voi, può essere o Babele o Pentecoste. È Babele se in essa cerchiamo la nostra affermazione, di farci con essa un nome; è Pentecoste con essa cerchiamo la gloria di Dio e l’avvento del suo regno.

“Farsi un nome” non significa sempre e solo cercare la propria gloria, la stima dei superiori e degli altri. Si può trattare anche del desiderio di “farsi una posizione”, di godere di privilegi, di avere una vita agiata e senza troppi problemi. Già S. Pietro sentiva il bisogno di mettere in guardia gli anziani, cioè i presbiteri, della primitiva comunità cristiana, contro questo pericolo: “Esorto –scriveva- gli anziani che sono tra di voi…: pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge” (1 Pt 5, 1-3).

Ravvivare l’unzione

L’ultima condizione o qualità dell’annunciatore che intendo accennare è la più importante di tutte. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, parlando del ministero apostolico S. Paolo scrive: “Or colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Cor 1, 21 s.).
Dobbiamo assolutamente riscoprire l’importanza dell’unzione dello Spirito perché in essa, sono convinto, è racchiuso il segreto dell’efficacia del ministero presbiterale. I sacerdoti sono essenzialmente dei consacrati, cioè degli unti. “Nostro Signore Gesù -si legge nella Presbyterorum ordinis – che il Padre santificò e inviò nel mondo (Gv 10,36), ha reso partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito che egli ha ricevuto”. Lo stesso decreto conciliare si premura però di mettere subito in luce la specificità dell’unzione conferita dal sacramento dell’Ordine. Per esso, dice, “ i sacerdoti, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo Capo”[4].

Nell’Antico Testamento si parla di tre tipi di unzione: l’unzione regale, sacerdotale e profetica e cioè unzione dei re, dei sacerdoti e dei profeti, anche se nel caso dei profeti si tratta in genere di un’unzione spirituale e metaforica, senza cioè un olio materiale. In ognuna di queste tre unzioni, si delinea un orizzonte messianico, cioè l’attesa di un re, di un sacerdote e di un profeta che sarà l’Unto per antonomasia, il Messia. Il Nuovo Testamento non ha esitazioni nel presentare Gesù come l’Unto di Dio, nel quale tutte le unzioni antiche hanno trovato il loro compimento. Il titolo di Messia, o Cristo, che significa, appunto, Unto, è la prova più chiara di ciò.
Il momento o l’evento storico a cui si fa risalire questo compimento è il battesimo di Gesù nel Giordano. L’effetto di questa unzione è lo Spirito Santo: “Dio ha unto di Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth” (At 10, 38); Gesù stesso, subito il suo battesimo, nella sinagoga di Nazareth dichiarerà: “Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18).
Gli effetti della triplice unzione –regale, profetica e sacerdotale – sono grandiosi e immediati nel ministero di Gesù. In forza dell’unzione regale, egli abbatte il regno di satana e instaura il regno di Dio: “Se è con l’aiuto dello Spirito di Dio che io scaccio i demòni, è dunque giunto fino a voi il regno di Dio” (Mt 12.28); in forza dell’unzione profetica, egli “annuncia la buona novella ai poveri”; in forza dell’unzione sacerdotale, offre preghiere e lacrime durante la sua vita terrena e alla fine offre se stresso sulla croce.

Dopo essere stata presente nell’Antico Testamento come figura e nel Nuovo Testamento come evento, l’unzione è presente ora nella Chiesa come sacramento. Il sacramento prende dalla figura il segno e dall’evento il significato; prende dalle unzioni dell’Antico Testamento l’elemento – l’olio, il crisma o unguento profumato- e da Cristo l’efficacia salvifica. Cristo non è stato mai unto con olio fisico (a parte l’unzione di Betania), né mai ha unto alcuno con olio fisico. In lui il simbolo è stato sostituito dalla realtà, dall’”olio di letizia” che lo Spirito Santo.

Più che un sacramento unico, l’unzione è presente nella Chiesa come un insieme di riti sacramentali. Come sacramenti a se stanti, abbiamo la cresima (che attraverso tutte le trasformazioni subite, risale, come attesta il nome, all’antico rito dell’unzione con il crisma) e l’unzione degli infermi; come parte di altri sacramenti abbiamo: l’unzione battesimale e l’unzione nel sacramento dell’ordine.

Di tutte queste unzioni, a noi interessa in questo momento quella che accompagna il conferimento dell’Ordine sacro. Nel momento in cui unge con il sacro crisma le palme di ciascuno ordinato inginocchiato davanti a lui, il vescovo pronuncia queste parole: “Il Signore Gesù Cristo che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio”.

C’è un rischio, che è comune a tutti i sacramenti: quello di fermarsi all’aspetto rituale e canonico dell’ordinazione, alla sua validità e liceità, e non dare abbastanza importanza alla “res sacramenti”, all’effetto spirituale, alla grazia propria del sacramento, in questo caso al frutto dell’unzione nella vita del sacerdote. L’unzione sacramentale ci abilita a compiere certe azioni sacre, come governare, predicare, istruire; ci dà, per così dire, l’autorizzazione a fare certe cose, non necessariamente l’autorità nel farle; assicura la successione apostolica, non necessariamente il successo apostolico!

L’unzione sacramentale, con il carattere indelebile (il “sigillo”!) che imprime nel sacerdote, è una risorsa dalla quale possiamo attingere ogni volta che ne sentiamo il bisogno, che possiamo, per così dire, attivare in ogni momento del nostro ministero. Si attua anche qui quella che in teologia si chiama la “reviviscenza” del sacramento. Il sacramento, ricevuto in passato, “reviviscit”, torna a rivivere e a sprigionare la sua grazia: nei casi estremi perché viene tolto l’ostacolo del peccato (l’obex), in altri casi perché viene rimossa la patina dell’abitudine e si intensifica la fede nel sacramento. Succede come con un flacone di profumo. Noi possiamo tenerlo in tasca o stringerlo nella mano finché vogliamo, ma se non lo apriamo il profumo non si effonde, è come se non ci fosse.

Come è nata questa idea di una unzione attuale? Già S. Agostino interpreta il testo della prima lettera di Giovanni: “Voi avete ricevuto l’unzione…” (1 Gv 2, 27), nel senso di un’unzione continua, grazie alla quale lo Spirito Santo, maestro interiore, ci permette di comprendere dentro ciò che ascoltiamo all’esterno. A lui risale l’espressione “unzione spirituale”, spiritalis unctio, accolta nell’inno Veni creator[5].

L’unzione, in questa accezione, appare più un atto che uno stato. È qualcosa che la persona non possiede stabilmente, ma che sopraggiunge su di essa, la “investe” sul momento, nell’esercizio di un certo ministero, conferendole nello stesso tempo dolcezza e autorità.

Noi sacerdoti dovremmo abituarci a chiedere l’unzione dello Spirito prima di accingerci a un’azione importante a servizio del regno: una decisione da prendere, una commissione da presiedere, una predica da preparare, un consiglio da dare. Io l’ho appreso a mie spese. Mi sono trovato a volte a dover parlare a un vasto uditorio, in una lingua straniera, magari appena arrivato da un lungo viaggio. Buio totale. La lingua in cui dovevo parlare mi sembrava di non averla mai conosciuta, incapacità di concentrarmi su uno schema, un tema. E il canto iniziale stava per finire…Allora mi sono ricordato dell’unzione e in fretta ho fatto una breve preghiera: “Padre, nel nome di Cristo, ti chiedo l’unzione dello Spirito!”

A volte, l’effetto è immediato. Si sperimenta quasi fisicamente la venuta su di sé dell’unzione. Una certa commozione attraversa il corpo, chiarezza nella mente, serenità nell’anima; scompare la stanchezza, il nervosismo, ogni paura e ogni timidezza; si sperimenta qualcosa della calma e dell’autorità stessa di Dio.

Molte mie preghiere, come, penso, quelle di ogni cristiano, sono rimaste inascoltate, quasi mai però questa per l’unzione. Pare che davanti a Dio abbiamo una specie di diritto di reclamarla. In seguito ho speculato anche un po’ su questa possibilità. Per esempio, se devo parlare di Gesù Cristo faccio un’alleanza segreta con Dio Padre, senza farlo sapere a Gesù, e dico: “Padre, devo parlare del tuo Figlio Gesù che ami tanto: dammi l’unzione del tuo Spirito per arrivare al cuore della gente”. Se devo parlare di Dio Padre, il contrario: faccio un’intesa segreta con Gesù…La dottrina della Trinità è meravigliosa anche per questo.

Non seppellire il talento

Tutte queste che ho ricordato sono condizioni spirituali, atteggiamenti interiori da coltivare. C’è però anche una condizione pratica, concretissima, in vista di un annuncio efficace della Parola nella liturgia: dedicare tempo alla preparazione di un annuncio. Questa è una delle “grosse pietre”, delle priorità di cui parlavo all’inizio.

Ci sono due modi di preparare una predica o un qualsiasi annuncio di fede orale o scritto. Io posso prima sedermi a tavolino e scegliere io stesso la parola da annunciare e il tema da sviluppare, basandomi sulle mie conoscenze, le mie preferenze, ecc., e poi, una volta preparato il discorso, mettermi in ginocchio per chiedere frettolosamente a Dio di benedire quello che ho scritto e dare efficacia alle mie parole. È già una cosa buona, ma non è la via profetica. Bisogna piuttosto fare il contrario. Prima mettersi in ginocchio e chiedere a Dio qual è la parola che vuole dire; dopo, sedersi a tavolino e utilizzare le proprie conoscenze per dare corpo a quella parola. Questo cambia tutto perché così non è Dio che deve fare sua la mia parola, ma sono io che faccio mia la sua parola.

Bisogna partire dalla certezza di fede che, in ogni circostanza, il Signore risorto ha nel cuore una sua parola che desidera far giungere al suo popolo. Ed egli non manca di rivelarla al suo ministro, se umilmente e con insistenza gliela chiede. All’inizio si tratta di un movimento pressoché impercettibile del cuore: una piccola luce che si accende nella mente, una parola del vangelo che devi commentare che comincia ad attirare l’attenzione e che illumina una situazione. Davvero «il più piccolo di tutti i semi», ma in seguito ti accorgi che dentro c’era tutto; c’era un tuono da schiantare i cedri del Libano. Dopo ti metti a tavolino, apri i tuoi libri, consulti i tuoi appunti, consulti i Padri della Chiesa, i maestri, i poeti… Ma è ormai tutta un’altra cosa. Non è più la Parola di Dio al servizio della tua cultura, ma la tua cultura al servizio della Parola di Dio.

Concludo richiamando la parola di S. Pietro citata all’inizio: “Noi ci dedicheremo alla preghiera e all’annuncio della Parola”. Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle condizioni particolari del loro servizio, queste priorità devono essere anche quelle dei cappellani militari. Il sacerdozio è un talento di incalcolabile valore; il Santo Curato d’Ars diceva che, dopo l’Eucaristia, è il dono più grande che Cristo ha fatto alla Chiesa e al mondo. Non seppelliamo questo talento. Ricordo ancora la tristezza e il rimpianto di un sacerdote che, vicino alla morte, mi confidava tra le lacrime (lui era stato un teologo): “Ho passato la vita a fare ricerche su Dio, ma non ho cercato Dio!” Sappiamo che ci sono molti modi in cui si può seppellire il talento del proprio sacerdozio…

Termino facendo miei, nei vostri confronti, carissimi sacerdoti cappellani militari, i sentimenti che il mio padre S. Francesco nutriva verso tutti i sacerdoti e che ricorda nel suo Testamento:

“Il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri”.

NOTE

[1] Origene, In Exod. hom. XIII, 3.
[2] Celano, Vita Prima, IX, 22 (Fonti Francescane, nr. 356)
[3] Ambrogio, Exp. Ps. 118, 7, 7 (PL 15, 1350).
[4] PO, 1,2.
[5] Agostino, Sulla prima lettera di Giovanni, 3,5 (PL 35, 2000); cf. 3, 12 (PL 35, 2004).

P. Raniero Cantalamessa, ofmcap