Riapertura della Basilica di S. Maria degli Angeli dopo il terremoto del 1997
Assisi 31 luglio 1999
La chiesa di S. Maria degli Angeli, la Porziuncola, o Piccola porzione di Maria, entra nella storia e nella geografia del cristianesimo con una riparazione – quella che il giovane Francesco intraprese “spinto dalla sua fervente devozione alla Regina del mondo, vedendo la chiesetta assolutamente abbandonata” (S. Bonaventura, Legenda maggiore, 8, FF 1048). Oggi essa inizia una nuova tappa della sua storia al termine di un’altra riparazione, quella resa necessaria dal terremoto di due anni fa. E’ un piccolo segno di quello che avviene nella storia della Chiesa universale che avanza nel tempo passando attraverso periodici rinnovamenti, tanto da essere definita dal concilio “Ecclesia semper renovanda”, una Chiesa bisognosa di continuo rinnovamento.
Il Poverello amava questo luogo (a suo tempo tutt’altro che ameno e salubre) a causa, è scritto, “del suo amore per la Madre di Cristo” (FF 1048) e amava la Madre di Cristo soprattutto per una ragione: “perché, diceva, ella ha reso nostro fratello il Signore della Maestà” (FF 786).
Ora noi ci stiamo preparando a celebrare proprio il bimillenario di quel momento in cui, nascendo da Maria, Gesù Cristo è divenuto nostro fratello, “in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Eb 4,15). La piena riapertura della Basilica al culto e la riposizione della statua della Vergine sulla sua facciata può costituire dunque un’occasione di grazia per prepararci spiritualmente al Grande Giubileo.
Domandiamoci: come ha fatto Maria di Cristo il nostro fratello? Che cosa ha prestato Maria a Dio? Solo il suo grembo verginale di donna e nulla più? Sarebbe stato poco e non spiegherebbe, in ogni caso, la sua grandezza. Oggi i progressi (in questo caso, forse i regressi) della scienza permettono a delle donne di dare in prestito, come si dice, il loro utero per ospitare vite non loro, non concepite nel loro cuore, non destinate ad allietare la loro casa.
Non fu così per Maria. Ella non ha prestato a Dio solo un grembo materno, ma molto di più. Maria, ha detto Agostino, “prius concepit mente qual corpore”, ha concepito Cristo prima nel cuore che nel corpo. Che significa concepire Cristo nel cuore? Significa credere. “Fide concepit, fide peperit”, per fede Maria concepì, per fede partorì” (S. Agostino, Sermo 125, 4; PL 38, 1074).
Il grande apporto personale di Maria all’evento dell’incarnazione è la sua fede. Tutto il resto è grazia, è elezione gratuita di Dio, privilegio. Che cosa aveva fatto Maria per nascere già immacolata? Che cosa aveva, fino a quel momento, sperato, sofferto, pregato, meritato? Guarda e osserva, cerca il merito, la virtù, cerca ciò che vuoi, e vedi, esclama ancora Agostino, se trovi altro che grazia. Prima che Maria dicesse il suo fiat, l’angelo la proclama beata “perché ha trovato grazia presso Dio” (Lc 1, 30); dopo che l’ha detto, Elisabetta la proclama beata perché ha creduto (Lc 1, 45). Noi siamo soliti dire “Ave Maria, piena di grazia…”, ma potremmo qualche volta cambiare senza paura questo saluto e dire: “Ave Maria, piena di fede…”.
La fede di Maria! Qualcuno potrebbe pensare che fu una fede facile. Diventare madre del Messia: non era quello che ogni fanciulla ebrea poteva sognare di meglio nella vita? Ci inganniamo: fu l’atto di fede più grande della storia. Quello che l’angelo le annuncia -divenire madre senza conoscere uomo- non è avvenuto mai prima di lei, non avverrà mai dopo di lei. Maria si viene a trovare in una situazione di assoluta solitudine. “Credere, ha scritto un grande filosofo, è compiere un atto tale per cui uno viene a trovarsi completamente gettato in braccio all’assoluto”. “E’ inoltrarsi per una via sulla quale tutti i cartelli indicatori dicono: indietro, indietro!”. Così è stato soprattutto per Maria. Lei conosceva ciò che era scritto nella legge di Mosè: la fanciulla che al momento delle nozze fosse trovata non più vergine, doveva essere portata all’ingresso della casa paterna e lapidata (cf. Dt 22, 20). Lei sì che ha conosciuto “il rischio della fede”!
Non è stata neppure la fede di un momento: Maria non ha creduto “una tantum”, una volta per tutte. Tutta la sua vita, dall’annunciazione al Calvario, è un cammino di fede. Ce lo ha provvidenzialmente ricordato il concilio Vaticano II e l’enciclica Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II. Maria ha camminato nella fede, ha progredito nella fede, ha conosciuto anche lei la terribile “notte oscura” delle fede.
Cosa avrebbe dovuto fare, umanamente parlando, Maria sul Calvario? Precipitarsi giù per la collina, strappandosi i capelli e gridando a Dio: “Mi hai ingannato, mi hai tradito! Mi avevi promesso un Figlio che avrebbe regnato in eterno sul trono di David. Era questo il trono di David?”. Invece è scritto che Maria “stava presso la croce di Gesù”: stava in piedi, in silenzio. Se per aver creduto “sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18), Abramo è chiamato “nostro padre nella fede” come esiteremmo a chiamare Maria “nostra madre nella fede”, “nostra madre nell’ordine della grazia”? (Lumen gentium, 61). Con Abramo Dio si fermò all’ultimo momento, con Maria no; le chiese di credere e sperare anche oltre la morte. Così ella è divenuta anche madre di speranza, “Mater spei”, come la saluta la Chiesa, “fontana vivace di speranza intra i mortali”, come la saluta Dante.
Proprio per questa sua fede e questa sua incredibile speranza, Maria è la stella che ci guida al Grande Giubileo. E’ la via e la porta per entrare in questo anno di grazia. Si è scritto molto sulle vie che durante i giubilei del medioevo i pellegrini seguivano per recarsi a Roma: la via Francigena, dal nord ovest d’Europa, la via Germanica dal nord, la via Romea dal nord est, la via Paolina dal sud. Una di queste vie, la via Germanica, passava proprio per Assisi e giungeva a Roma attraverso Spoleto e Rieti. Si sono individuati i punti di sosta ricostruiti i tracciati, fatti lavori di restauro di monumenti… Ma molto più importante è riscoprire “la via vivente”, la via spirituale al Giubileo, che è Maria. S. Bernardo la chiamava “la via regia che Cristo ha seguito per venire fino a noi e che ora noi possiamo seguire per giungere a lui” (Discorso I per l’Avvento, 5).
La via di Maria è la via della fede. Qual è lo scopo primario del Giubileo? All’inizio esso era lucrare l’indulgenza, ottenere quello che fino ad allora si poteva conseguire solo recandosi in pellegrinaggio o in crociata in Terra Santa. La fede era allora cosa scontata; tutti credevano, si era nella cosiddetta “societas christiana”. Oggi non è più l’indulgenza lo scopo essenziale del Giubileo, è la fede.
La fede è la prima vittima della secolarizzazione. Cade l’orizzonte dell’eternità, resta solo quello del saeculum, del tempo. La fede non è più il sole della vita; gli uomini si rischiarano ad altre luci. Scomparsa la fede, scompare anche automaticamente la sua sorella di latte che è la “bambina Speranza” (Ch. Péguy). Un segno di questa eclisse della speranza nella nostra patria? Il triste primato che ormai possediamo di denatalità nel mondo. Perché non nascono quasi più bambini in Italia? Perché bisogna ogni anno chiudere o riconvertire asili e scuole elementari? Qualcuno dice per le difficoltà economiche, le tasse sulla famiglia, l’insicurezza sociale. Sarà anche vero in parte, ma non nascondiamoci dietro paraventi. Quando l’Italia ha goduto, in passato, il benessere materiale di oggi? Se il motivo fondamentale della denatalità fosse quello economico allora le nascite dovrebbero aumentare a mano a mano che si sale verso le fasce più benestanti della società, o a misura che risale dal sud verso il nord d’Italia, invece sappiamo che è esattamente il contrario.
Il motivo è più profondo. E’ la mancanza di speranza. Qualcuno ha parlato dell’Italia come di una nazione sostanzialmente sana, ma che stenta a camminare, cose se fosse “zoppa”. Io credo che il vero problema d’Italia non è nelle gambe, ma nel cuore. E’ una certa aridità spirituale, la perdita di slancio vitale, di gioia, di capacità di proiettarsi nel futuro. Una perdita di innocenza, di ingenuità, e di poesia.
Se sposarsi è un atto di fede, mettere al mondo un figlio è sempre un atto di speranza. Venendo meno la Speranza teologale, la speranza in Dio, anche le speranze umane diventano vacillanti, come una nave senza albero maestro. Quale fede, quale speranza occorsero a Maria per accettare il suo Figlio. Per questo ella può aiutarci a operare una inversione in questa tendenza di morte.
Nella settimana che oggi si conclude la liturgia ci ha proposto, nel vangelo domenicale, le parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa. Queste parabole si possono leggere da un’angolatura particolare che ce le rende ancora più attuali: quella del proprietario che svende il campo del tesoro e del commerciante che svende la perla preziosa, forse per una collezione di perle false. Non potremmo essere noi quel proprietario e quel commerciante stolti? La fede cristiana è il tesoro nascosto, la perla preziosa. Noi popoli di antica tradizione cristiana ne eravamo in possesso, ma forse la stiamo svendendo anche noi per una collezione di perle false, per valori che, lo vediamo bene, non bastano a dare un’anima alla nostra società.
L’allenatore della squadra di calcio del Liverpool nell’imminenza di una partita importante dichiarò: “Vincere questa partita per noi non è questione di vita o di morte. E’ molto di più”. Non credo che questo si possa dire di una partita di calcio, ma si deve dire della fede. Credere è questione di vita o di morte. Viviamo in una società che vive di assicurazioni. Ci si assicura su tutto. Perfino contro il rischio del mal tempo durante le vacanze. Prendiamo la famosa assicurazione sulla vita. Di che cosa ci assicura? Che non moriremo? No di certo. Solo che, in caso di morte, qualcuno percepirà un premio (e si sa quante tentazioni ciò può far nascere in chi deve percepire tale premio!). La fede è la vera “assicurazione sulla vita”. Essa giova a chi parte, non solo a chi resta; assicura davvero la vita, e la vita eterna.
Il Giubileo deve segnare dunque un sussulto di fede e di speranza nel popolo cristiano. Se no, è inutile, è spreco di energie, “molto rumore per nulla”. A Dio non interessa tanto lo stato delle nostre strade, edifici, ponti; interessa la vita e la santità del suo popolo. “Come i fedeli, uscendo di chiesa, si passavano un tempo di mano in mano l’acqua benedetta, così i cristiani devono passarsi di padre in figlio, la divina speranza” (Ch. Péguy). La cosa più preziosa che possiamo portare con noi nel nuovo millennio, che possiamo trasmettere alle nuove generazioni è la fede e la speranza.
Da questo luogo partì, con S. Francesco e i suoi compagni, un movimento di risveglio che contribuì al rinnovamento religioso d’Italia e del mondo. Che anche oggi parta da qui una scintilla che riaccenda la fiammella smorta della fede. Cominciando da noi qui presenti. S. Bonaventura riferisce un episodio legato alla Porziuncola. Un frate ebbe una visione. “Gli sembrò di vedere innumerevoli uomini, colpiti da cecità, che stavano attorno a questa chiesa, in ginocchio e con la faccia rivolta al cielo. Tutti protendevano le mani verso l’alto e, piangendo, invocavano da Dio misericordia e luce. Ed ecco, venne dal cielo uno splendore immenso, che, penetrando in loro tutti, portò a ciascuno la luce e la salvezza desiderate” (FF, 1049).
Non potremmo essere noi, questa sera, quella folla? Noi forse crediamo già per grazia di Dio, ma la nostra fede è smorta, non è contagiosa, non è all’altezza dei compiti.
Chiediamo a Maria un po’ della sua fede. Lo facciamo proclamando la Salve Regina. Nessun saluto alla Vergine è più adatto di questo, per acclamare la Regina degli Angeli nel momento in cui la sua statua sta per essere ricollocata sul suo naturale piedistallo e restituita alla venerazione dei fedeli. Fu una preghiera carissima a S. Francesco che la riecheggia nel suo saluto alla Vergine (FF, 259 e 1051).Vi invito a ripetere dietro di me, al mio cenno, alcune acclamazioni della Salve Regina, perché il nostro saluto sia corale, sia il saluto di tutto un popolo alla sua amata regina.
“Salve Regina, madre di misericordia”. Entrando nel Perdono di Assisi, ti chiediamo di ottenere misericordia a quanti, oggi e domani, entreranno in questa chiesa o in un’altra chiesa del mondo, per ottenere il perdono dei peccati.
“Speranza nostra salve”. Tu sai quanto abbiamo bisogno di speranza: nella famiglia, nella Chiesa, nella società. Rendici seminatori di speranza. Metti parole di speranza sulla bocca dei nostri pastori e dei nostri politici. Togli le parole litigiose, polemiche e dacci parole di speranza.
“A te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime”. Sì, “valle di lacrime”, nonostante che “fratello sole, sorella luna e i coloriti fiori e frutti” rendano così bella “la nostra madre terra” e la tecnica abbia fatto tanti progressi. Questa terra che abbiamo reso “l’aiuola che ci fa tanto feroci”( Dante). Ti preghiamo per quelli che ora piangono, soffrono, in Italia e nel mondo.
“Rivolge a noi quegli occhi tuoi misericordiosi”. Non ci aspettiamo da te dei movimenti esterni delle mani, degli occhi, del capo; ma movimenti interni del tuo cuore, la stessa compassione che ti spinse a Cana a dire a tuo Figlio: “Non hanno più vino”. Non hanno più speranza, non hanno più gioia.
“Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno”. Meglio: mostraci “in” questo esilio Gesù. Non “dopo”, ma “ora”, mentre dura l’esilio.
“O clemente!”. “O pia!”. “O dolce Vergine Maria!”.