Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

Guardate gli uccelli del cielo - VIII Domenica del Tempo Ordinario

Isaia 49, 14-15; 1 Corinzi 4, 1-5; Matteo 6, 24-34

Riascoltiamo anzitutto alcune battute del brano evangelico di questa Domenica che è tutto un poema in se stesso:

“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre… E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno”.

Diciamo la verità: chi ha più il coraggio di proporre questo brano evangelico, o anche solo di citarlo? Da qualche tempo, esso è tacitamente occultato, come se la pagina che lo contiene fosse stata incollata alla precedente, e nessuno potesse leggerla più. Il motivo c’è. Come si fa a ripetere di non preoccuparsi del cibo e del vestito, quando intorno a noi ci sono milioni e milioni di persone che mancano completamente di cibo e di vestito? Non è, questa pagina del Vangelo, crudelmente smentita dai fatti e perciò da tacere?
La critica marxista è partita da essa per dimostrare la sua tesi della irrilevanza e pericolosità del cristianesimo sul piano sociale. Fino a non molto tempo fa, la voce “cristianesimo”, nelle enciclopedie e in altri grandi mezzi di diffusione della cultura marxista dell’Unione sovietica, era trattata alla luce delle tesi di Karl Kautscky che per primo, nel 1910, aveva studiato da storico il rapporto tra il cristianesimo delle origini e il problema sociale. Per lui il cristianesimo perseguì, all’origine, un comunismo dei mezzi di consumo, cioè un comunismo della distribuzione dei beni, senza darsi minimamente pensiero di chi dovesse produrre la ricchezza da distribuire e da consumare. Citando il nostro testo evangelico, egli parla di parassitismo religioso: “Non vi preoccupate del cibo e del vestito, tanto ci saranno sempre altri che lavoreranno per voi!”.
Kautschy ha contribuito a cambiare radicalmente l’atteggiamento del marxismo di fronte al cristianesimo nascente. La tesi predominante prima di lui, risalente al compagno di Marx, Friederick Engels, era piuttosto quella di una sostanziale affinità tra la nascita del cristianesimo e la nascita del movimento proletario moderno. Entrambi movimenti dal basso, di oppressi, entrambi perseguitati, entrambi votati alla vittoria finale. La vittoria del cristianesimo appariva anzi a Engels garanzia di sicura vittoria per la nascente rivoluzione proletaria. Per lui il movimento nato dalla predicazione di Gesù non era che una forma di comunismo ante litteram, ingenuo e non scientifico.
Che faremo di fronte a questa duplice obbiezione, teorica e pratica, che la nostra pagina di Vangelo solleva? Continueremo a lasciarla in disparte, guardandoci bene dall’additare alla gente, come modelli, gli uccelli del cielo e i gigli del campo? Devo confessare che io stesso ho ceduto, in parte, a questa tentazione, perché mi accorgo che mai prima d’ora ho osato fare una predica su questo testo evangelico. Ma possiamo lasciare da parte una pagina come questa che ha ispirato scelte radicali a tanti credenti e che ci rivela, tra l’altro, uno dei tratti più toccanti del Padre celeste: la cura che egli ha di noi? Non ha detto Gesù: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”?
Bisogna notare anzitutto una cosa. Il brano citato del Vangelo ci esorta a non preoccuparci del nostro vestito e del nostro cibo, non però del cibo e del vestito del fratello. Rispetto a questo, il Vangelo ci vuole, al contrario, pieni di sollecitudine. Chi ha pronunciato quelle parole sugli uccelli che non seminano e i gigli che non tessono, ha anche pronunciato le parole: “Ero affamato e non mi avete dato da mangiare, ero nudo e non mi avete vestito” (cfr. Matteo 25). Bisogna dunque preoccuparsi, e come, del cibo e del vestito!
L’errore nasce sempre dal separare una parola del Vangelo dalle altre, una parabola dalle altre, anziché collocarle nell’insieme. In questo caso, per esempio, basterebbe ricordare la parabola dei talenti per rendersi conto di quanto sia lontana dal pensiero di Gesù l’idea che l’uomo debba starsene con le mani in mano, aspettando che la provvidenza gli piova addosso, senza neppure doverla chiedere. Gli stessi asceti del deserto, pure così radicali nel seguire il Vangelo, hanno sempre visto nel lavoro delle proprie mani il mezzo ordinario per provvedere al cibo e vestito e contribuire al mantenimento del monastero, se vivevano in cenobio.
Se prendiamo le parole di Gesù isolatamente e alla lettera, bisognerebbe concludere che neppure lui ha imitato gli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché ha lavorato per tanti anni e durante il suo ministero ha permesso ai suoi di tenere una cassa comune per i propri bisogni e per aiutare i poveri. Certamente, in ogni caso, non li ha imitati Paolo, il quale afferma di aver lavorato con le proprie mani per provvedere a sé e aiutare i poveri. Dice san Tommaso d’Aquino: “Sarebbe pazzia e un tentare Dio aspettare senza fare niente che Dio ci soccorra nelle cose in cui possiamo aiutarci con la nostra azione”.
Una frase dello stesso discorso di Gesù ci offre la chiave interpretativa di tutto:

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Non si tratta di ignorare i bisogni vitali dell’esistenza, cibo e vestito, ma di decidere se il cibo e il vestito, e in genere tutti i bisogni del corpo, saranno la preoccupazione principale e unica nella vita, o se ci sarà posto per un’altra ricerca più importante.
Il marxismo, come ogni concezione materialista della vita, non può capire il discorso di Gesù sugli uccelli del cielo e i gigli del campo, perché non ammette che ci possa essere qualcosa di indipendente dal fattore economico e dai bisogni materiali. Per esso la dimensione religiosa non è che sovrastruttura, surrogato dei bisogni economici e, una volta ridotta a questo, si ha buon gioco a dimostrare che non serve allo scopo e dunque che va combattuta come un diversivo inutile e dannoso.
Una volta sgombrato il campo dagli equivoci più grossolani, possiamo forse tornare ad ascoltare le parole di Gesù sul Padre celeste che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo con orecchi nuovi e senza complessi. Su queste parole ha scritto un magnifico “discorso edificante” Kierkegaard , intitolato “Quello che si può imparare dai gigli del campo e dagli uccelli dell’aria”. Egli ha compreso il senso profondo di questo discorso di Gesù. Non si tratta di sapere se l’uomo abbia o no il diritto di occuparsi del suo cibo; si tratta di sapere se, anche nel provvedere al suo cibo, egli riconoscerà di non essere Dio, di non essere lui, in ultima analisi, a provvedere a se stesso, ma lo stesso Padre che nutre gli uccelli e veste i gigli. Si tratta di sapere, insomma, se l’uomo si accontenterà di essere uomo, o vorrà essere lui Dio, sufficiente a se stesso. “Accontentarsi della propria condizione di uomo, accontentarsi di essere la debole creatura incapace di provvedere alle proprie necessità, come è incapace di creare se stessa: questo è l’essenziale. Se invece l’uomo dimentica Dio e pretende di nutrirsi da solo, eccolo divenire preda delle preoccupazioni materiali”.
Nessuno è al sicuro da questa preoccupazione. Essa può assalire il più ricco come il più povero. Libero dall’angoscia del domani, prosegue il filosofo, è solo “colui che, ricco o povero, comprende, persino nella povertà, che a nutrirlo è il Padre celeste”.
Ad insegnarci il vero e perfetto abbandono fiducioso alla Provvidenza non possono essere però gli uccelli dell’aria e i gigli del campo. Essi non si preoccupano del domani perché, come i bambini, non hanno il senso del domani, mentre l’uomo ce l’ha. La perfezione sta nel conoscere la preoccupazione del domani e tuttavia superarla con le ali della fede. Il vero abbandono è quello che viveva Gesù che poteva dire: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Luca 9, 58).
Il Vangelo odierno si chiude con una di quelle massime di Gesù che sono diventate giustamente proverbiali. Dovremmo raccoglierla come rivolta personalmente a ciascuno di noi in questo momento:

“Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”.

Nelle nostre ansie e apprensioni per il cibo, il vestito, la casa, il lavoro, la salute, attacchiamoci alla certezza trasmessaci oggi da Cristo: “Il Padre celeste sa di che cosa ho bisogno”.