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Chi non lavora neppure mangi - XXXIII Domenica del Tempo ordinario

Malachia 4, 1-2a; 2 Tessalonicesi 3, 7-12; Luca 21, 5-19

Il Vangelo di oggi fa parte dei famosi discorsi sulla fine del mondo, caratteristici delle ultime domeniche dell’anno liturgico. Pare che in una delle prime comunità cristiane, quella di Tessalonica, vi fossero dei credenti che traevano, da questi discorsi di Cristo, una conclusione sbagliata: inutile affannarsi, inutile lavorare e produrre, tanto tutto sta per passare; meglio vivere giorno per giorno, senza assumere impegni a lungo termine, magari ricorrendo a piccoli espedienti per vivere. A costoro, risponde san Paolo nella seconda lettura, sulla quale concentreremo questa volta la nostra riflessione:

“Sentiamo che alcuni di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace”.

All’inizio del brano, san Paolo ricorda il suo esempio personale, dicendo di non aver mangiato oziosamente il suo pane, ma di aver lavorato giorno e notte, e con fatica, per non essere di peso a nessuno. Ricorda anche la regola che egli ha dato ai cristiani di Tessalonica, quando era tra loro:

“Chi non vuole lavorare, neppure mangi”.

Sappiamo che Paolo lavorò davvero (faceva il tessitore di tende), tanto da riuscire, con il suo lavoro, ad aiutare anche alcuni fratelli bisognosi (cfr. Atti 20, 34 ss.). Questa era una novità per gli uomini di allora. La cultura alla quale essi appartenevano disprezzava il lavoro manuale, lo riteneva degradante per la persona e tale da essere lasciato agli schiavi e agli incolti. Paolo però ha alle spalle un’altra cultura, la Bibbia, che gli offre esempi ben diversi su questo punto. La prima pagina della Bibbia presenta Dio stesso come modello del lavoro: Dio opera per sei giorni e si riposa nel settimo giorno, stabilendo così, simbolicamente, la legge del lavoro e del riposo. Tutto questo, prima ancora che nella Bibbia si parli del peccato. Il lavoro fa dunque parte della natura originaria dell’uomo, non della colpa e del castigo.
Il lavoro manuale è altrettanto dignitoso di quello intellettuale e spirituale. Gesù stesso dedica una ventina d’anni al primo (supposto che abbia incominciato a lavorare verso i tredici anni) e solo un paio di anni al secondo che egli chiama, significativamente, “il lavoro che il Padre gli aveva dato da compiere nel mondo” (cfr. Giovanni 4, 34; 6, 29; 17, 4).
Una persona ha espresso così le domande che i laici pongono oggi alla Chiesa. “Che senso e che valore ha il nostro lavoro di laici davanti a Dio? È vero che noi laici ci dedichiamo anche a tante opere di bene (carità, apostolato, volontariato); però la maggior parte del tempo e delle energie della nostra vita dobbiamo dedicarle al lavoro. Quindi, se il lavoro non vale per il cielo, ci troveremo ad avere ben poco per l’eternità. Tutte le persone che abbiamo interpellato non hanno saputo darci risposte soddisfacenti. Ci dicono: ‘Offrite tutto a Dio!’. Ma basta questo?”
La risposta fondamentale a queste domande credo che si trovi già in un testo del Concilio Vaticano II sul lavoro: “Con il lavoro, l’uomo abitualmente provvede alle condizioni di vita proprie e dei suoi familiari, comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Ancor più: sappiamo per fede, che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth. Di qui discendono, per ciascun uomo, e il dovere di lavorare fedelmente e il diritto al lavoro. Corrispondentemente è compito della società, in rapporto alle condizioni in essa esistenti, aiutare per sua parte i cittadini affinché possano trovare sufficiente occupazione” (Gaudium et Spes, 67).
A quelle domande dei laici dobbiamo dunque rispondere: No, il lavoro non vale solo per la “buona intenzione” che si mette nel farlo, o per l’offerta che se ne fa a Dio al mattino; vale anche per se stesso, come partecipazione all’opera creatrice e redentrice di Dio e come servizio ai fratelli. L’Apocalisse dice, dei giusti, che “le loro opere li seguiranno” (14, 13). Dunque anche l’”opera” più comune che è il lavoro ci seguirà e sarà per noi fonte di gloria se l’avremo fatta bene, il contrario se l’avremo fatta male.
Una vita di lavoro onesto e coscienzioso è un bene prezioso davanti a Dio e agli uomini. È ciò che conferisce a ogni persona la sua dignità. Non importa tanto che lavoro uno fa, quanto come lo fa. Questo ristabilisce una certa parità, al di sotto di tutte le differenze (a volte ingiuste e scandalose) di categoria e di rimunerazione. Una persona che ha svolto mansioni umilissime nella vita, può “valere” molto di più di chi ha occupato posti di grande prestigio. La storia della Chiesa è piena di santi che hanno passato la vita esercitando i più umili mestieri.
Il lavoro, dicevo, è partecipazione all’azione creatrice di Dio e all’azione redentrice di Cristo ed è fonte di crescita personale e sociale. Ma esso è anche qualcos’altro di molto diverso che conosciamo bene: è fatica, pena, fonte di conflitti. Il lavoro si carica di questa valenza negativa, di castigo, nel passaggio da Genesi 2 (“soggiogate la terra”) a Genesi 3 (“col sudore del tuo volto mangerai il tuo pane”), cioè in seguito al peccato. Non solo, s’intende, il peccato di Adamo, ma il peccato in tutte le sue forme, derivanti dall’unica radice che è l’egoismo.
Oggi, potremmo individuare facilmente due manifestazioni di questa realtà negativa del lavoro. La prima è la mancanza di lavoro, la disoccupazione, con tutti i drammi che essa comporta. Drammi economici per la difficoltà di mandare avanti la famiglia, drammi morali e psicologici per il senso di frustrazione e di dipendenza che crea nel disoccupato. La persona disoccupata si sente inutile, perde talvolta la stima di sé e dei familiari che, magari, sono portati ad attribuire la situazione alla sua incapacità e alla sua mancanza di iniziativa. L’occupazione ha oggi un nuovo, inquietante nemico: le macchine. Inventate per ridurre la fatica umana, le macchine stanno creando un problema enorme, di cui non si vede la soluzione: rendono inutile il lavoro umano. Dove arrivano i computer e i robot, diminuiscono fatalmente i posti di lavoro.
Di fronte a questi ed altri problemi, il credente, insieme con ogni persona di buona volontà, deve sviluppare un grande senso di responsabilità e di solidarietà; sollecitare e appoggiare riforme che portino a ridurre la piaga della disoccupazione, essere solidale con ogni iniziativa concreta a favore dei disoccupati, pagare onestamente le tasse sul proprio reddito, sapendo che questa è la forma più comune per venire in aiuto dei concittadini meno fortunati; nel caso di un imprenditore, fare il possibile per istituire nuovi posti di lavoro.
Accanto a questo male della mancanza di lavoro, ce n’è un altro, di segno opposto, che è l’eccesso di lavoro. C’è un superlavoro dovuto, purtroppo, al bisogno, a insufficiente retribuzione, o al numero delle persone a carico. Non è di questo che qui si tratta, naturalmente. Si tratta piuttosto del lavoro eretto a idolo della vita, del lavoro che occupa tutti i giorni, compresi il sabato e la Domenica. Il lavoro che ossessiona, per cui si rientra in casa e non si parla che di esso. Il lavoro che non lascia spazio per coltivare nessun altro interesse, né culturale, né spirituale.
A questo riguardo, bisogna dire, parafrasando una parola di Gesù: il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro! Quanti matrimoni isteriliti da questo idolo del superlavoro che è poi, ancora e sempre, l’idolo del denaro. I figli fanno bene a protestare e far capire al papà e alla mamma (che tanto spesso sbagliano, in questo campo, per un malinteso amore verso i figli) che c’è qualcosa di diverso dai soldi, di cui essi hanno bisogno. Oltretutto, lavorare più del necessario, fare due lavori, assumere sempre nuovi impegni, consulenze, visite (quando si tratta di dottori), significa sottrarre lavoro agli altri, specie ai giovani, creare disoccupati, essere ladri della merce più delicata e nevralgica che esista nel mondo d’oggi che è proprio il lavoro.
Parlando di lavoro, dobbiamo ricordare che è su di esso che si deve fare affidamento nella vita, non sulla rincorsa a improbabili colpi di fortuna nelle varie forme di lotterie e scommesse. Queste possono essere una legittima forma di gioco, un modo di coltivare sogni ed emozioni, messo alla portata anche di chi non può permettersi i giochi di borsa, purché mantenute dentro limiti ragionevoli. Possono però anche distogliere dall’impegnarsi nel proprio lavoro e rovinare delle famiglie, se ci si lascia prendere senza più freni nella loro spirale e se si trasformano in un’ossessione. Le fortune che “arricchiscono” davvero la persona, nel corpo e nello spirito, sono quelle acquistate giorno per giorno, con il sudore della fronte e l’ingegno della mente, non quelle che piovono addosso dalla sera alla mattina. Il bisogno di rinsanguare le casse dell’erario non giustifica che lo stato si faccia così apertamente promotore di queste cose, svolgendo un ruolo chiaramente diseducativo nei confronti dei cittadini.
Concludiamo con un pensiero eucaristico. Il momento di massima esaltazione del lavoro è quando il sacerdote, all’altare, presenta a Dio il pane e il vino, chiamandoli “frutti della terra e del lavoro dell’uomo.” In quel momento viene offerto a Dio tutto il lavoro umano; non solo quello degli agricoltori, ma anche il lavoro nascosto delle casalinghe che preparano il cibo quotidiano, quello di chi è alla catena di montaggio, allo sportello di un ufficio, a un tavolo di lavoro, o sulla strada, alla guida di mezzi di trasporto. Cristo assume questo nostro lavoro, lo associa alla sua offerta redentrice e ce lo restituisce poco dopo, nella comunione, trasformato in “cibo di vita eterna”.
Terminiamo con una bella preghiera che si legge nella Liturgia delle ore: “O Dio che assegni a ciascuno il suo lavoro e la giusta ricompensa, benedici il nostro lavoro quotidiano e fa’ che serva al tuo disegno universale di salvezza. Per Cristo nostro Signore”.