2 Re 5,14-17; 2 Timoteo 2, 8-15; Luca 17, 11-19
Un giorno, mentre Gesù era in viaggio verso Gerusalemme, all’ingresso di un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi. Fermatisi a distanza, come prescriveva la legge, essi gridarono: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Gesù si impietosì e disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. Presentarsi ai sacerdoti, per avere da essi l’attestato di avvenuta guarigione e il permesso di reinserirsi nella comunità, era un atto previsto dalla Legge mosaica. Sappiamo il resto. Durante il tragitto, i dieci lebbrosi si scoprirono tutti miracolosamente guariti. Uno solo di loro però, un Samaritano, tornò indietro, per gettarsi ai piedi di Gesù e ringraziarlo a gran voce. E Gesù commentò:
“Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”.
Anche la prima lettura riferisce di una guarigione miracolosa dalla lebbra: quella di Naaman Siro per opera del profeta Eliseo. È chiara dunque l’intenzione della liturgia di invitarci a una riflessione sul senso del miracolo e in particolare del miracolo che consiste nella guarigione dalla malattia. Raccogliamo questo invito, visto che quella del miracolo e delle guarigioni miracolose è una questione sempre aperta e dibattutissima.
Diciamo anzitutto che la prerogativa di fare miracoli è tra le più attestate nella vita di Gesù. Forse l’idea dominante che la gente si era fatta di Gesù, durante la sua vita, più ancora che quella di un profeta, era quella di un operatore di miracoli. Gli Atti degli apostoli descrivono Gesù come “un uomo accreditato da Dio per mezzo di miracoli, prodigi e segni” (Atti 2,22). Gesù stesso presenta questo fatto come prova della autenticità messianica della sua missione: “I ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti sono risuscitati” (cfr. Matteo 11,5). Non si può eliminare il miracolo dalla vita di Gesù, senza smagliare tutta la trama del vangelo.
Ma domandiamoci: perché il miracolo? Che pensare di questo fenomeno che ha accompagnato tutta la storia della salvezza e continua ad accompagnare, oggi, la vita della Chiesa? Come ogni carisma, esso è una “manifestazione dello Spirito”; non, dunque, qualcosa lasciato al nostro gusto, o in potere della critica di accettare o meno. Fa parte di un atteggiamento di fede, non, s’intende, il credere a tutto ciò che viene spacciato per miracolo, ma almeno ammettere la possibilità e anche l’esistenza di miracoli autentici. Non dimentichiamo che il “dono di fare guarigioni” e il “potere di operare miracoli” sono elencati da Paolo tra i carismi dati alla Chiesa (1 Corinzi 12, 9-10).
Insieme con i racconti di miracoli, la Scrittura ci offre anche i criteri per giudicare della loro autenticità e del loro scopo. Secondo un testo di Isaia, Dio opera “meraviglie e prodigi”, per rompere la routine, per impedire che ci si adagi in una religiosità ritualistica e ripetitiva che riduce tutto a un “imparaticcio di usi umani” (cfr. Isaia 29,13-14). Il miracolo produce soprassalti di coscienza, mantenendo vivo lo stupore, così necessario nei rapporti con Dio. Inoltre, il miracolo attuale aiuta a cogliere il miracolo abituale della vita e dell’essere, in cui siamo immersi, ma che sempre rischiamo di perdere di vista o di banalizzare.
Nello stesso tempo, secondo quel testo di Isaia, il miracolo serve anche a confondere “la sapienza dei sapienti”, cioè a mettere in salutare crisi la pretesa della ragione di spiegare tutto e di rifiutare ciò che non sa spiegare. Rompe sia il morto ritualismo che l’arido razionalismo. Inteso correttamente, il miracolo non abbassa dunque il livello qualitativo di una religione, ma lo eleva.
Il miracolo, del resto, non è mai, nella Bibbia, fine a se stesso; tanto meno deve servire ad innalzare chi lo compie e a mettere in luce i suoi poteri straordinari, come quasi sempre avviene nel caso di guaritori e taumaturghi che fanno la pubblicità di se stessi. Esso è incentivo e premio della fede. È un segno (così infatti chiama di preferenza il miracolo Giovanni); deve servire a elevare a un significato. Per questo Gesù si mostra così rattristato quando, dopo aver moltiplicato i pani, si accorge che non hanno capito di che cosa ciò era “segno” (cfr. Marco 6,51).
Il miracolo appare, nel Vangelo stesso, come ambiguo. È visto ora positivamente, ora negativamente. Positivamente, quando esso è accolto con gratitudine e gioia, suscita fede in Cristo e apre alla speranza di un mondo futuro senza più né malattia né morte; negativamente, quando è richiesto, o addirittura preteso, per credere. “Quale segno fai, perché possiamo crederti?” (Giovanni 6, 30). “Se non vedete segni e prodigi non credete”, diceva con tristezza Gesù ai suoi ascoltatori (Giovanni 4,48).
L’ambiguità continua, sotto altra forma, nel mondo d’oggi. Da una parte c’è chi ricerca il miracolo a tutti i costi; è sempre a caccia di fatti straordinari, si ferma ad essi e alla loro utilità immediata. Al versante opposto, ci sono quelli che non fanno alcun posto al miracolo; lo guardano anzi con un certo fastidio, come si trattasse di una manifestazione deteriore di religiosità, senza accorgersi che, in tal modo, si pretende insegnare a Dio stesso cos’è vera religiosità e cosa no.
Il Lessing, celebre illuminista del Settecento, ha formulato un’argomentazione che, anche se inaccettabile in alcune delle sue premesse, ci aiuta però a capire il compito permanente del miracolo nel cristianesimo. Del cristianesimo, dice, non si potrà mai dare una dimostrazione razionale definitiva della sua verità, perché verità storiche occasionali, non potranno mai diventare la prova di necessarie verità di ragione. In altre parole, non si può fondare l’universale su un fatto storico particolare, come è l’evento e la persona di Gesù Cristo. Un individuo particolare e concreto non può, nello stesso tempo, rappresentare l’universale e l’assoluto. Una prova convincente della verità della fede sarebbe la manifestazione della potenza divina mediante miracoli e segni prodigiosi. Se non che queste cose impegnano solo i testimoni oculari diretti del fatto, mentre perdono la loro forza appena sono riferite da altri. A questo punto infatti diventano oggetto di fede, anziché di esperienza e più che provare qualcosa, hanno bisogno di essere, esse stesse, provate. Ecco perché, conclude, il cristianesimo avrebbe bisogno, in ogni epoca, di mostrare nuovi segni e prodigi, cioè la “dimostrazione dello Spirito e della sua potenza”.
Quello che al Lessing sfuggiva era che, difatti, lo Spirito non ha mai cessato di dare alla Chiesa questa prova, che i miracoli avvenivano anche al suo tempo, come avvengono oggi, ma che bisogna saperli riconoscere e per questo occorre, se non credulità, almeno una certa disponibilità a credere. Io ho assistito a dei fatti prodigiosi, ma evito quasi sempre di parlarne nella mia predicazione, proprio per la ragione illustrata dal Lessing: i miracoli convincono se visti di persona, non se sentiti raccontare.
Di uno di questi fatti mi è rimasto un ricordo particolarmente vivo. Mi trovavo all’estero a predicare. Una donna, appena mi vide, mi corse incontro facendomi gran festa. “Mi deve scusare, diceva, ma è la prima volta che la vedo in faccia. Si ricorda di me?”. A quel punto la riconobbi come la persona che anni addietro, in un precedente soggiorno in quella nazione, avevo visto andare in giro tastando il terreno con il bastone bianco dei ciechi.
Lei stessa mi raccontò cosa era successo. C’era stata in città una preghiera di guarigione per i malati. A un certo punto, il sacerdote pregava per quelli che avevano problemi con la vista. Lei non stava pensando a se stessa, ma pregava piuttosto per la guarigione di un altro cieco che non si rassegnava alla sua disgrazia. Ci fu nella sala una folata di vento, lei gridò: “Attenti al pannello del palco, sta cadendo!”. Fu così che si accorse di vederci. La prima immagine che, entrando nei suoi occhi, le aveva ridato la vista era stata quella di Cristo dipinta sul pannello.
Alcuni recenti dibattiti suscitati dal “fenomeno Padre Pio” hanno messo in luce quanta confusione c’è ancora in giro circa il miracolo. Non è vero, per esempio, che la Chiesa considera miracolo ogni fatto inspiegabile (di questi, si sa, è pieno il mondo e anche la medicina!). Considera miracolo solo quel fatto inspiegabile che, per le circostanze in cui avviene (e rigorosamente accertate), riveste il carattere di segno divino; cioè di conferma data a una persona, o di risposta a una preghiera. Se una donna, priva dalla nascita delle pupille, a un certo punto comincia a vederci, pur continuando a mancare delle pupille, questo può essere catalogato come fatto inspiegabile. Ma se ciò avviene proprio mentre si confessa da Padre Pio, come di fatto è successo, allora non basta più parlare semplicemente di “fatto inspiegabile”.
I nostri amici “laici”, senza volerlo, danno un contributo prezioso alla stessa fede, con il loro atteggiamento critico nei confronti dei miracoli, perché rendono attenti alle falsificazioni possibili in questo campo. Devono però, anch’essi, guardarsi da un atteggiamento acritico. È ugualmente sbagliato sia il credere a priori a tutto quello che viene spacciato come miracoloso, sia il rifiutare a priori tutto, senza neppure darsi pena di esaminarne le prove. Si può essere dei creduloni, ma anche degli…increduloni, che non è poi tanto diverso.
Nell’episodio del Vangelo di oggi vediamo riflessi i due atteggiamenti possibili di fronte al miracolo: nei nove lebbrosi che non tornano indietro, l’atteggiamento utilitaristico di chi cerca il miracolo per il miracolo, e poi chi s’è visto s’è visto; nel decimo che è tornato a ringraziare, l’atteggiamento giusto di chi non cerca solo i miracoli di Dio, ma prima ancora il Dio dei miracoli. Costui non ha ottenuto solo la salute, ma anche la salvezza. Gesù lo congeda infatti con le parole: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.