1 Re 17,17-24; Galati 1, 11-19; Luca 7, 11-17
Si parla ormai con insistenza di clonazione umana, cioè della possibilità di far rinascere una persona da se stessa, da una sua cellula, in modo da avere una seconda e, chissà, una terza e una quarta vita. Anche la Scrittura, a pensarci bene, conosce una clonazione, anche se di tipo diverso. La risurrezione da morte, in fondo, non che è questo: un rinascere da se stessi, un iniziare un nuovo ciclo di vita, a partire da un “seme” della precedente, e una vita destinata a non morire più. È san Paolo che paragona il corpo che muore a un seme da cui sboccia una nuova vita:
“Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale” (1 Corinzi 15, 42-44).
Ci siamo introdotti con questo pensiero sulla risurrezione, primo perché ogni Domenica è una commemorazione della risurrezione di Cristo e poi perché il Vangelo di oggi ci parla proprio di una risurrezione da morte. Richiamiamo alla mente il racconto:
“In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: Non piangere! E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: Giovinetto, dico a te, alzati! Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre.
Nella sua sublime semplicità il racconto parla da sé e non ha bisogno di dettagliati commenti. Nain era una cittadina ai confini meridionali della Galilea. Esiste ancora con il nome di Nein e conta circa duecento abitanti. Per raggiungerla da dove si trovava in precedenza, Gesù dovette camminare per otto o nove ore. Anche questo ha la sua importanza; ci ricorda che il Vangelo non è un racconto “campato in aria”, ha tutti i segni di una storia vera, che si svolge un tempo e in uno spazio ben precisi. Non si tratta di “favole artificiosamente inventate”, ma di cose viste e udite da “testimoni oculari” (cfr. 2 Pietro 1, 16).
Quello che risalta a prima vista è la grande umanità di Cristo che si sente fremere le viscere di compassione davanti al dolore della povera donna. Quel giovane era figlio unico e la madre era vedova. Perso il marito e ora anche il figlio, quella donna è venuta a trovarsi in una delle situazioni più miserevoli che si potevano avere nella società del tempo: privata non solo di ogni affetto, ma anche di ogni sostegno materiale per vivere.
Insieme con la compassione, l’episodio mette in risalto anche la potenza di vita che si manifesta con Cristo. Quel corteo che a un certo punto “si ferma”, inverte la marcia, e da corteo funebre si trasforma in corteo di festa, è un segno potente del cambiamento che la venuta di Cristo ha portato nel mondo. Questo è la conclusione che l’evangelista affida alle voci del “coro” che chiude il racconto:
“Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”.
Non è stata solo una donna e una famiglia a beneficiare della compassione di Cristo e rallegrarsi. I presenti capiscono che quel beneficio è di tutti. Tutti tornano a casa con la certezza che Dio li ha “visitati”.
Questo è ciò che possiamo dedurre da una semplice lettura del brano. Ma avviene, con le parole di Dio, quello che avviene con certi metalli o elementi chimici che, inerti in se stessi, sprigionano una forte reazione, con emissione di luce, di calore e di energia, non appena sono messi in contatto con un reagente esterno, l’acqua, la luce, o qualche altra sostanza. Nel caso della parola di Dio i “reagenti” sono due: la Scrittura e la vita. Si fa reagire la Scrittura con la Scrittura, quando si mette un testo biblico a confronto con un altro, simile o contrario; si fa reagire con la vita, quando si applica la Parola o alla nostra personale esperienza, o alla realtà che ci circonda, con le sue sfide e i suoi problemi.
Il Vangelo di oggi ci offre l’opportunità di verificare l’una e l’altra delle due possibilità. La prima lettura ci parla anch’essa della risurrezione di un ragazzo morto, ad opera questa volta di Elia. Si tratta di una bella storia che non stanca riascoltare:
“In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro…. Elia le disse: Dammi tuo figlio. Glielo prese dal seno, lo portò al piano di sopra, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: Signore mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio? Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: Signore Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo. Il Signore ascoltò il grido di Elia; l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elia prese il bambino, lo portò al piano terreno e lo consegnò alla madre… La donna disse a Elia: Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca”.
Che cosa mette in luce, del Vangelo, il confronto con questa pagina dell’Antico Testamento? Elia invoca Dio, perché non è in suo potere risuscitare il morto, ma può solo impetrarlo; Gesù comanda sulla propria autorità: “Dico a te, alzati!”. C’è, in ciò, tutta la differenza tra Cristo e qualsiasi intermediario umano, fosse pure “Elia o uno dei profeti” (cfr. Matteo 16,14). Ma il confronto con l’operato di Elia, come avviene sempre quando si passa dall’Antico al Nuovo Testamento, mette in luce anche delle affinità, non solo delle differenze. Elia che si distende tre volte sul corpo morto del ragazzo, bocca a bocca, occhi a occhi, cuore a cuore, è uno dei simboli più eloquenti di quello che è avvenuto nella “visita” che Dio ha fatto al suo popolo incarnandosi. Nell’incarnazione è avvenuto, sul piano mistico, proprio questo: Dio si è disteso sull’umanità intera, l’ha assunta interamente, si è “fatto in tutto simile all’uomo, fuorché nel peccato” e così facendo gli ha ridato vita.
Ma è ora di far reagire adesso la parola sulla vita, di applicarlo cioè alla nostra realtà esistenziale. Cosa dice questo episodio alle tante “vedove di Nain” che ci sono oggi nel mondo? Mamme che conoscono la terribile prova di dovere accompagnare il figlio al cimitero, anziché, come sarebbe più naturale, essere, esse, accompagnate da lui; mamme che vedono il figlio giacere in un letto, se non in una bara, o lo vedono incamminato per una strada cattiva che porta alla distruzione di sé e alla morte. Anche ad esse egli ripete, come alla vedova di Nain: “Non piangere”; ma lo dice, mentre è “commosso” o addirittura, come successe in un’occasione analoga, mentre lui stesso piange (Giovanni 11,35). Gesù ha per esse la stessa compassione, solidarietà, tenerezza che ebbe quel giorno per la vedova di Nain. Ne ha tanto maggiormente quanto più si prolunga il loro strazio e si fa attendere la sua risposta. Si dirà: se può risuscitare da morte, perché non impedisce addirittura che la persona muoia? È l’obiezione che gli facevano già da vivo (cfr. Giovanni 11, 37). Egli non rispose direttamente, non svelò il “perché”, ma fece capire che tutto questo si sarebbe risolto in “gloria di Dio” e a vantaggio dell’uomo (Giovanni 11, 4). Senza la morte non ci sarebbe neppure la risurrezione. Questa, ci ha assicurato l’Apostolo all’inizio, è ben più che un semplice tornare alla vita di prima; è cambiare il corruttibile con l’incorruttibile, la gloria con l’ignominia, la debolezza con la forza, il materiale con lo spirituale.
Ma lasciamo da parte questo problema che abbiamo toccato tante volte e vediamo cos’altro l’episodio evangelico ha da dirci applicato alla vita. Si parla spesso di casi di morte apparente, ma ci sono anche, molto più frequenti, casi di morte… non apparente! È il caso di chi è vivo e vegeto all’esterno, ma dentro, dove Dio guarda, è morto. Morto di “morte seconda” (Apocalisse 20, 6), la morte per così dire al quadrato, la morte dell’anima che conduce alla morte eterna. Se ci mettiamo in questa prospettiva di fede, quanti invisibili cortei funebri attraversano le vie delle nostre città! Per tutti costoro risuona il grido di Cristo davanti alla bara del fanciullo: “Dico a te, alzati!”, o, più alla lettera, “svegliati!”.
In questo senso spirituale, il grido odierno di Cristo “Alzati, destati!”, non è solo per alcuni, è per tutti. Ci sono molti modi di essere addormentati: la tiepidezza, la mediocrità, l’insensibilità verso i bisogni del prossimo…
L’Eucaristia ci permette di sperimentare personalmente quello che Gesù fece, incarnandosi come uomo,
e che Elia prefigurò con il suo stendersi sul ragazzo morto. Egli si fa un solo corpo e un solo spirito con noi, ci ricopre interamente, lui vivo si unisce alla nostra morte, per risuscitare anche noi a vita nuova.