Atti 14,20b-26; Apocalisse 21,1-5a; Giovanni 13, 31-33a
C’è una parola che ricorre più volte nelle letture di questa Domenica. Si parla di “un nuovo cielo e una nuova terra”, della “nuova Gerusalemme”, di Dio che fa “nuove tutte le cose” e infine, nel Vangelo, del “comandamento nuovo”:
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”
“Nuovo”, “novità” appartengono a quel ristretto numero di parole “magiche”, che evocano sempre e solo sensi positivi. Nuovo di zecca, nuovo fiammante, vestito nuovo, vita nuova, giorno nuovo, anno nuovo. Il nuovo fa notizia. Sono sinonimi. In Inglese, “notizie”, news, non è che il sostantivo di “nuovo”, new. Anche in italiano “nuova” e “novella”, come aggettivi, significano una cosa nuova e, come sostantivi, una notizia. Il Vangelo si chiama “buona novella” proprio perché contiene la novità per eccellenza.
Perché ci piace tanto il nuovo? Non solo perché ciò che è nuovo, non usato (per esempio, un’automobile), in genere, funziona meglio. Se fosse solo per questo, perché saluteremmo con tanta gioia l’anno nuovo, il nuovo giorno? Il motivo profondo è che la novità, ciò che non è ancora conosciuto e sperimentato, lascia più spazio all’attesa, alla sorpresa, alla speranza, al sogno. E la felicità è proprio figlia di queste cose. Se fossimo sicuri che l’anno nuovo ci riserverà esattamente le stesse cose del vecchio, né più né meno, già non ci piacerebbe più.
Nuovo non si oppone ad “antico”, ma a “vecchio”. Anche “antico” e “antichità”, “antiquariato” infatti sono parole positive. Qual è la differenza? Vecchio è ciò che con il passare del tempo peggiora e perde valore; antico è ciò che con il passare del tempo migliora e acquista valore. Per questo oggi si cerca di evitare di usare l’espressione “Vecchio Testamento” e si preferisce parlare invece di “Antico Testamento”.
Adesso, con queste premesse, accostiamoci alla parola del Vangelo. Si pone subito una domanda: come mai si definisce “nuovo” un comandamento che era noto già fin dall’Antico Testamento (cfr. Levitico 19, 18)? Qui ci torna utile la distinzione tra vecchio ed antico. “Nuovo” non si oppone, in questo caso, ad “antico”, ma a “vecchio”. Sentite cosa dice lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo:
“Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico…E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo” (1 Giovanni 2, 7-8).
Insomma, un comandamento nuovo, o un comandamento antico? L’una e l’altra cosa. Antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone qui, dicevo, ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo “come se stessi” era diventato un comandamento “vecchio”, cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché la Legge imponeva sì l’obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.
Occorreva, per questo, la grazia. E infatti, per sé, non è quando Gesù lo formula durante la vita, che il comandamento dell’amore diventa un comandamento nuovo, ma quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l’amore che egli stesso ha per ognuno.
Il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché “rinnova”, fa nuovi, trasforma tutto. “E questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo” (S. Agostino, Trattati su Giovanni 65, 1). Se l’amore parlasse, potrebbe fare sue le parole che Dio pronuncia nella seconda lettura di oggi:
“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.
Tutti desideriamo “ cieli nuovi e terra nuova in cui ha stabile dimora la giustizia” (2 Pietro 3, 13). La parola di Dio ci svela qual è il segreto per affrettarne la venuta. Un po’ di cielo nuovo e di terra nuova si instaura dovunque viene posto un atto d’amore, per quanto nascosto e piccolo. Non dobbiamo aspettare che finisca questo mondo, perché vengano i cieli nuovi e la terra nuova. Essi vengono ogni giorno. Dipende anche da noi farli venire.
E non è necessario neppure che questo amore sia sempre esplicitamente ispirato dalla fede in Cristo. Quando è genuino e disinteressato, l’amore non prescinde mai del tutto da Cristo che ne ha fatto il cuore del suo Vangelo. La condizione che Gesù ha posto alla carità verso il prossimo non è che sia fatta per amore suo, o in nome suo, ma che sia fatta. Ha dichiarato fatto personalmente a lui ciò che viene fatto al più piccolo dei suoi.
Tuttavia, non è certo indifferente e senza conseguenze il fatto di rifarsi o meno a Cristo e poter contare sul suo esempio e sulla sua grazia. Non è facile per noi amare il prossimo, amarlo a lungo, amarlo disinteressatamente, senza un motivo superiore. È una cosa assolutamente al di sopra delle nostre forze. Madre Teresa diceva che senza il contatto quotidiano con Gesù nell’Eucaristia, non avrebbe avuto la forza di fare ogni giorno quello che faceva. Una volta un giornalista straniero, dopo avere osservato come curava le piaghe di certi malati e si chinava sui moribondi, esclamò inorridito: “Io non lo farei per tutto l’oro del mondo!”. Al che lei rispose: “Neppure io!”. (S’intende: per tutto l’oro del mondo, no, ma per Gesù sì).
È importante dunque prendere sul serio la specificazione che segue al comandamento: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Come ha amato gli uomini Gesù? La Scrittura elenca almeno tre caratteristiche. Ci ha amato: “per primo” (1 Giovanni 4,10); ci ha amato “mentre eravamo nemici” (Romani 5, 10); ci ha amato “fino alla fine” (Giovanni 13, 1)
A proposito dell’amare “per primo”, Gesù ha detto:
“Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?…E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?” (Matteo 5, 46-47).
A volte si sente dire dalle persone: “Io non lo saluto perché lui non mi saluta”, senza pensare che l’altro sta dicendo forse la stessa cosa. Se nessuno rompe il ghiaccio, il ghiaccio non fa che consolidarsi. Gesù ci spinge a fare noi il primo passo. Se due persone decidono contemporaneamente di fare il primo passo (immaginate la scena), il risultato è che finiscono… una nelle braccia dell’altra. Magari con una risata liberatoria.
Questo consiglio bisogna cominciare a metterlo in pratica, prima di tutto, in famiglia, specialmente nei rapporti tra marito e moglie. Molte difficoltà e crisi matrimoniali nascono dal fatto che ognuno aspetta che sia l’altro a fare il primo sorriso dopo una lite, o a dire la prima parola di riconciliazione. Bisognerebbe convincersi che umiliante non è prevenire l’altro, ma lasciarsi prevenire dall’altro; non l’arrivare primo, ma l’arrivare secondo.
Gesù ci ha amato, poi, “mentre eravamo nemici”. Difficoltà delle difficoltà! Amare i nemici: questo è il punto dove soprattutto il comandamento di Gesù si rivela “nuovo”. Non solo perché si tratta di una esigenza mai avanzata prima in alcuna religione, ma più ancora perché con il suo esempio e con la sua grazia Gesù ha creato la possibilità stessa di amare anche i nemici. Grazie a lui, noi non solo dobbiamo, ma possiamo amare i nemici.
Non riesci ad amare un tuo nemico, o uno che ti ha fatto del male? Non ti stupire, nessuno ci riesce. Quello che devi fare è chiedere a Gesù di darti il “suo” amore per i nemici, di aiutarti, lui, a farlo. La preghiera che sant’Agostino faceva per ottenere la castità, si può fare anche per ottenere l’amore per i nemici: “Signore, tu mi chiedi di amare il mio nemico. Ebbene, dammi quello che mi chiedi e poi chiedimi quello che vuoi!”.
Ultima cosa, forse la più bella: amare “fino alla fine”. Che significa? Due cose: quanto all’intensità, amare fino alla prova suprema di dare la vita; quanto alla durata, amare fino all’ultimo respiro. È questo il senso che ha l’espressione applicata a Gesù:
“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Giovanni 13,1)
Tutti siamo capaci di slanci generosi, ma quando si tratta di perseverare nell’amore e di essere costanti, le cose cambiano! Questo tipo di amore che ha il coraggio di ricominciare ogni giorno da capo, col sorriso sulle labbra anche tra le difficoltà, brilla nelle persone che lavorano, per vocazione, in istituzioni come il Cottolengo. Ma anche tra genitori che hanno avuto per anni un figlio handicappato o malato in casa si trovano esempi luminosi che riempiono di ammirazione.
Amare fino alla fine, senza aspettarsi nulla: verrebbe la tentazione di dire che tutto questo è fuori della realtà e che è perfino ingiusto verso se stessi. Cercare il bene solo degli altri: è possibile? è giusto? Quando pensiamo così dimentichiamo che, in realtà, tra i due -colui che ama e colui che è amato- chi ci guadagna di più è proprio colui che ama. L’amore arricchisce, dischiude orizzonti nuovi, impensati a chi lo dona; rischiara la vita e, quello che più conta, ci fa somigliare a Dio.
Mi piace terminare con alcuni versi di una poesia inglese:
“C’è chi dice che l’amore è un fiume
che piega la canna sulla riva.
C’è chi dice che è un rasoio
e ciò che tocca fa sanguinare.
C’è chi dice che l’amore è fame,
bisogno che duole e mai si appaga.
Io dico che l’amore è un fiore
e tu il suo solo seme”.