Atti 13, 14. 43-52; Apocalisse 7, 9.14b-17; Giovanni 10, 27-30
In tutti e tre i cicli liturgici, la IV Domenica di Pasqua presenta un brano del Vangelo di Giovanni sul buon pastore. Il brano di quest’anno è breve e lo possiamo ascoltare per intero:
“In quel tempo, Gesù disse: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre che me le ha date è più grande di me e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Dopo averci condotto, Domenica scorsa, tra i pescatori, il Vangelo ci conduce oggi tra i pastori. Due categorie di uguale importanza nei vangeli. Dall’una deriva il titolo di “pescatori di uomini”, dall’altra quello di “pastori di anime”, dato agli apostoli.
La maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all’agricoltura. Come qui, l’erba era scarsa e il gregge doveva spostarsi continuamente; non c’erano muri di protezione e questo richiedeva la costante presenza del pastore in mezzo al gregge. Un viaggiatore ci ha lasciato un ritratto del pastore della Terra Santa: “Quando lo vedi su un alto pascolo, insonne, lo sguardo che scruta in lontananza, esposto alle intemperie, appoggiato al suo bastone, sempre attento ai movimenti del gregge, capisci perché il pastore ha acquistato tale importanza nella storia d’Israele che essi hanno dato questo titolo ai loro re e Cristo lo ha assunto come emblema di sacrificio di sé”.
Nell’antico Testamento Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla “ (Salmo 23,1). “Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce” (Salmo 95,7). Il futuro Messia è anch’esso descritto con l’immagine del pastore: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Isaia 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede “come pecore senza pastore” (Matteo 9,36); chiama i suoi discepoli “il piccolo gregge” (Luca 12, 32). Pietro chiama Gesù “il pastore delle nostre anime” (1 Pietro 2, 25) e la Lettera agli Ebrei “il grande pastore delle pecore” (Ebrei 13,20).
Di Gesù buon pastore il brano evangelico di questa Domenica mette in risalto alcune caratteristiche. La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. In certi paesi d’Europa, gli ovini sono allevati principalmente per le carni; in Israele erano allevati soprattutto per la lana e il latte. Esse perciò rimanevano per anni e anni in compagnia del pastore che finiva per conoscere il carattere di ognuna e chiamarla con qualche affettuoso nomignolo.
È chiaro ciò che Gesù vuole dire con queste immagini. Egli conosce i suoi discepoli (e, in quanto Dio, tutti gli uomini), li conosce “per nome” che per la Bibbia vuol dire nella loro più intima essenza. Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Cristo non sa contare che fino a uno: e quell’uno è ognuno di noi.
Un’altra cosa ci dice del buon pastore il brano odierno di Vangelo. Egli da la vita alle pecore e per le pecore e nessuno potrà rapirgliele. L’incubo dei pastori d’Israele erano le bestie selvagge –lupi e iene- e i briganti. In luoghi così isolati essi costituivano una minaccia costante. Era il momento in cui veniva fuori la differenza tra il vero pastore -quello che pasce le pecore di famiglia, che ha la vocazione di pastore- e il salariato che si mette a servizio di qualche pastore unicamente per la paga che ne riceve, ma non ama, e spesso anzi odia le pecore. Di fronte al pericolo, il mercenario fugge e lascia le pecore in balia del lupo o del brigante; il vero pastore affronta coraggiosamente il pericolo per salvare il gregge. Questo spiega perché la liturgia ci propone il Vangelo del buon pastore nel tempo pasquale: la Pasqua è stata il momento in cui Cristo ha dimostrato di essere il buon pastore che da la vita per le sue pecore.
Ma adesso vorrei lasciare questo piano mistico per scendere a una considerazione più esistenziale. Me ne offre lo spunto una famosa poesia di Leopardi intitolata Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia. Qualcuno ricorderà: quello che comincia dicendo: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai – silenziosa luna?”). In quella poesia il poeta immagina un pastore che in una notte serena, non avendo con chi parlare, parla con la luna: “Dimmi, o luna: …Ove tende questo vagar mio breve?”. In altre parole: che senso ha la vita? Non è un correre per monti e valli, su vie sassose, per cadere al fine nel precipizio silenzioso del nulla? L’uomo è appena venuto al mondo e i genitori sentono il bisogno di cullarlo, quasi a consolarlo d’essere nato.Vale dunque la pena di vivere? “Che vuol dire questa – solitudine immensa? Ed io che sono?” .
Al dialogo con la luna succede quello con il proprio gregge: “O greggia mia che posi, oh te beata, – Che la miseria tua, credo, non sai! – Quanta invidia ti porto!”. Cioè: quando ti sdrai tu riposi (posi) beata; io, se mi fermo, sono assalito da un “tedio” mortale. L’uomo invidia le bestie perché, non pensando, non si tormentano.
E una delle poesie più sconsolate di Leopardi e tra le più moderne per questo respiro cosmico che la pervade. Qualcuno l’ha definita l’anti-Divina Commedia. Lì un universo con al centro la terra e in essa l’uomo, il tutto rischiarato dalla luce serena della Provvidenza; qui – con la rivoluzione Copernicana di mezzo-, la terra appare un puntino sperduto nell’universo e l’uomo una “passione inutile”. Sotto tutto questo tetro pessimismo, qualcuno però ha giustamente intravisto una cosa assai diversa: “il sospiro dell’essere finito e caduco verso l’infinito e l’eterno”. Un infinito che qui si fa sentire indirettamente, per il dolore che provoca la sua assenza.
Vediamo che cosa la parola di Dio, e in particolare il Vangelo del buon pastore, ha da dire su questo senso di vuoto e di solitudine dell’uomo nel mondo. La Bibbia ha parole non meno forti di quelle del poeta sulla insignificanza dell’uomo: “Un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita” (Salmo 38,6). Anche il poeta biblico si sente un puntino da nulla rispetto all’universo, ed esclama: “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8,4-5). Ma accanto a questa miseria, il salmista vede anche la grandezza dell’uomo:
“Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna” (Salmo 8, 6-9).
Il filosofo Pascal ha espresso, in un pensiero celebre, questo contrasto tra miseria e grandezza dell’uomo: “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua [cioè un embolo] bastano a ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla” (Pensieri 347 Br.). Lungi dall’essere uno svantaggio, il pensiero costituisce la superiorità dell’uomo “su tutti i greggi, gli armenti e le bestie della campagna”.
Ma basta il pensiero e la coscienza che abbiamo della nostra fragilità per renderci felici? No, la consolazione più grande dell’uomo sta nel fatto che Dio “si cura”, “si da pensiero” di lui. È il suo pastore! Se non si trova qui la ragione profonda del vivere, non la si troverà da nessuna parte, perché niente e nessuno può riempire “quell’anelito all’infinito e all’eterno” che si percepisce dolorosamente nel lamento del pastore errante. Ecco la voce di uno che ha trovato questo senso:
“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Salmo 22).
Chi ha scritto questo salmo era probabilmente anche lui un pastore; ma un giorno ha scoperto di essere anche una pecorella e di avere egli stesso un pastore che vegliava su di lui. La sua vita si è illuminata, la morte (“la valle oscura”) ha cessato di incutergli spavento e ha sentito il suo cuore (il “calice”) traboccare di gioia.
Due canti, quello di Leopardi e questo del salmista ebreo, tutti e due di “pastori erranti dell’Asia”, simili tra loro per sublimità di poesia, ma tanto diversi nel tono! Non è detto che l’uno smentisca l’altro. Quante persone, specie giovani studenti liceali, ha aiutato l’amaro canto di Leopardi a porsi il problema del senso della vita. E questo è un passaggio obbligato per giungere a scoprire l’annuncio rassicurante contenuto nel Vangelo del buon pastore.