Atti 5, 27b-32.40b-41; Apocalisse 5, 11-14; Giovanni 21,1-19.
Una parte considerevole del Vangelo di svolge sul mare e in ambiente di pescatori: la chiamata dei primi discepoli, la tempesta sedata, la pesca miracolosa, Gesù che cammina sulle acque. I pescatori di Galilea erano associati in piccole cooperative e avevano in genere vita magra, dovendo versare quasi tutto il guadagno ai pubblicani (i banchieri dell’epoca) che finanziavano le loro attività. La cooperativa immortalata dal Vangelo è quella della famiglia Giona, con i figli Simone e Andrea, e della famiglia Zebedeo, con i figli Giacomo e Giovanni. Da questa cooperativa di pescatori Cristo reclutò i suoi primi quattro apostoli. Li ritroviamo tutti, con qualcuno in più, nel brano evangelico di questa Domenica. Esso presenta due episodi legati tra loro, ma distinti: la pesca miracolosa e il dialogo in cui Gesù conferisce a Pietro il mandato di pascere le sue pecore.
Siamo nel periodo dei quaranta giorni successivi alla risurrezione. Pietro e i suoi compagni sono tornati a pescare (nel frattempo dovevano pur mangiare!); all’alba, stanno tornando a riva senza aver preso nulla, quando un uomo, dalla sponda, grida loro:
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”.
Lo fecero e presero centocinquantatré grossi pesci. Quante volte questo fatto del Vangelo si ripete, in modo diverso, nella nostra vita. Abbiamo anche noi gettato ripetutamente e invano la rete da una certa parte della barca e non abbiamo preso nulla. Cioè, abbiamo cercato la soluzione dei nostri problemi in una certa direzione: lottando, ammazzandoci di lavoro, magari agendo sempre di testa propria e senza ascoltare i consigli di nessuno. Gesù dice anche a noi: “Getta la rete dall’altra parte: cerca altrove, o cerca in altro modo. Con più calma, con più fiducia in me. Cerca con la fede e con la preghiera, e troverai quello che hai cercato finora invano con tutta la tua grinta”.
Il numero dei pesci presi ha qui valore simbolico. Centrocinquantatre erano le specie di pesci che si credeva fossero presenti nel mare di Tiberiade. Come dire che c’era nella rete ogni genere di pesci, ogni ben di Dio. Ma forse l’evangelista ha in mente una verità più importante. La rete che gli apostoli getteranno, in seguito, nel mare del mondo è destinata a raccogliere anch’essa ogni specie di pesci: gli uomini di ogni razza, popolo e nazione.
Non deve sorprendere che, anche questa volta, sulle prime i discepoli non riconoscono Gesù. Egli non è tornato, come Lazzaro, alla vita di prima, ma è entrato in una nuova vita. È risorto in avanti non indietro. Per riconoscerlo bisogna aprire altri occhi, quelli della fede che a volte si aprono lentamente.
La prima parte del brano evangelico ha il suo vertice in quell’invito di Gesù, carico di richiami simbolici e sacramentali: “Venite a mangiare”, cui segue la descrizione del singolare pasto mattutino sulla spiaggia: “Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce”.
Leggendo il Vangelo di Giovanni si capisce che esso originariamente terminava con il capitolo 20. Se fu aggiunto questo nuovo capitolo 21, è perché l’evangelista stesso o qualcuno dei suoi discepoli ha sentito il bisogno di insistere ancora una volta sulla realtà della risurrezione di Cristo. Questo è infatti l’insegnamento principale del brano: che Gesù non è risorto per modo di dire, ma realmente, nel suo vero corpo. “Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti”, dirà Pietro negli Atti degli apostoli, riferendosi probabilmente proprio a questo episodio (Atti 10, 4).
Ma passiamo senz’altro al secondo quadro, sul quale ci dovremo soffermare più a lungo. Si tratta di un dialogo a quattrocchi tra Gesù e Pietro, che vogliamo ascoltare come se si svolgesse ora davanti a noi:
Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?
Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene.
Pasci i miei agnelli… Simone di Giovanni, mi vuoi bene?
Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene.
Pasci le mie pecorelle… Simone di Giovanni, mi vuoi bene?
A questo punto Pietro capisce perché Gesù gli chiede per la terza volta se lo ama: vuole dargli la possibilità di cancellare il suo triplice rinnegamento durante la passione. E se alle prime due domande ha risposto immediatamente, ma forse un po’ superficialmente: “Certo, Signore, che ti amo!”, ora rientra in se stesso, prende consapevolezza di quello che ha fatto, dell’incredibile possibilità che il Maestro gli offre. La terza risposta è forse la sola vera e consapevole, perché viene da un cuore contrito e umiliato:
“Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”.
Gesù conclude dicendo a Pietro, per terza volta: “Pasci le mie pecorelle”. Con queste parole egli conferisce di fatto a Pietro – e, secondo l’interpretazione cattolica, ai suoi successori – il compito di supremo e universale pastore del gregge di Cristo. Gli conferisce quel primato che gli aveva promesso quando aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Matteo 16, 18-19). Allora i verbi erano al futuro, ora sono al presente: “Pasci!”.
La cosa che più commuove di questa pagina del Vangelo è che Gesù resta fedele alla promessa fatta a Pietro, nonostante Pietro fosse stato infedele alla promessa fatta a Gesù: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (Matteo 26, 35). Dio dà sempre agli uomini una seconda possibilità; spesso una terza, una quarta e infinite possibilità. Non radia le persone dal suo libro, al loro primo errore.
Intanto cosa succede? La fiducia e il perdono del Maestro hanno fatto di Pietro una persona nuova, forte, fedele fino alla morte. Egli ha pascolato il gregge di Cristo nei difficili momenti dei suoi inizi, quando bisognava uscire dalla Galilea e lanciarsi per le strade del mondo. Sarà in grado di mantenere, finalmente, la sua promessa di dare la vita per Cristo. Al tempo della prima persecuzione di Nerone, darà infatti la vita per il Maestro, lasciandosi crocifiggere, secondo la tradizione, con la testa in giù. Se imparassimo la lezione contenuta nell’agire di Cristo con Pietro, dando fiducia a qualcuno anche dopo che ha sbagliato una volta, quante meno persone fallite ed emarginate ci sarebbero nel mondo!
Ma non abbiamo esaurito con ciò tutto l’insegnamento contenuto nel dialogo tra Gesù e Pietro. Da esso l’apostolo ha imparato una cosa essenziale. Il suo sarà un “servizio d’amore”. Gesù non gli ha consegnato un gregge su cui dominare, ma da servire. Il gregge è, e resta, di Cristo: “Pasci le mie pecore”. Lui deve solo pascerle, mettersi al loro servizio. Prima di conferire a Pietro il compito di pastore, Gesù ha fatto quello che farebbe oggi un buon proprietario di azienda nel designare il suo amministratore delegato. Gli ha illustrato per bene le mansioni e le competenze del suo ufficio: “Il buon pastore conosce le sue pecore; le conduce fuori; cammina innanzi a loro; offre la vita per le pecore” (cfr. Giovanni 10, 3-11). “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Marco 9, 35).
Nel suo libro Dono e mistero, scritto in occasione del 50o di ordinazione sacerdotale, Giovanni Paolo II esprime con un’immagine forte questo senso dell’autorità nella Chiesa. Si tratta di alcuni versi da lui stesso composti al tempo del concilio, quando non era ancora lui il successore di Pietro:
“Sei tu, Pietro. Vuoi essere qui il Pavimento
su cui camminano gli altri… per giungere là
dove guidi i loro passi –
come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge?”.
I capi delle nazioni camminano su tappeti; il capo della Chiesa deve essere un tappeto su cui gli altri camminano. E oggi, grazie a Dio, spesso è proprio così.
Ma anche la parola “servizio” non dice tutto. Tanti dicono di essere “di servizio”: il poliziotto è di servizio, il soldato presta il servizio militare, il commerciante serve i suoi clienti. Qui si tratta di un servizio diverso: non di interesse o di obbligo, ma d’amore. Amore, anzitutto, per Cristo. “Mi ami tu? Pasci le miei pecore!”. Gesù fa consistere l’amore per lui, nel servire gli altri. Non vuole essere lui a ricevere i frutti di questo amore, ma vuole che siano le sue pecore. Egli è il destinatario dell’amore di Pietro, ma non il beneficiario. È come se gli dicesse: “Considero fatto a me quello che farai per il mio gregge”.
Ma, a questo punto, è chiaro che il dialogo tra Gesù e Pietro va trasferito nella vita di ognuno di noi. Sant’Agostino, commentando questo brano evangelico, dice: “Interrogando Pietro, Gesù interrogava anche ciascuno di noi” (Sermone 229). La domanda: “Mi ami tu?” è rivolta a ogni discepolo. Il cristianesimo non è un insieme di dottrine e di pratiche; è qualcosa di molto più intimo e profondo. È un rapporto di amicizia con la persona di Gesù Cristo. Così almeno lo concepisce Gesù quando dice: “Non vi chiamo più servi, ma amici” (cfr. Giovanni 15, 15).
È significativo che Gesù ponga la domanda: “Mi ami tu?” solo ora. Tante volte, durante la sua vita terrena, aveva chiesto alle persone: “Credi tu?”, ma mai: “Mi ami tu?”. Lo fa solo ora, dopo che, nella sua passione e morte, ha dato la prova di quanto lui ha amato noi. Anche il nostro amore per Cristo, come quello di Pietro, non deve restare un fatto intimistico e sentimentale. Si deve esprimere nel servizio degli altri, nel fare del bene al prossimo.
“Mi ami tu?”, dice Gesù a un papà o a una mamma: abbi cura dei tuoi figli, che sono anche i miei figli. Non solo della loro salute fisica, ma anche della loro sanità morale.
“Mi ami tu?”, dice a un datore di lavoro: sii giusto e rispettoso verso i tuoi dipendenti.
“Mi ami tu?”, dice a noi sacerdoti: ascolta, consola, incoraggia, perdona la gente, sii vicino a chi ha un lutto, a chi soffre. Se non puoi in altro modo, fallo con la preghiera.
“Mi ami tu?”, dice a chi ha ricevuto un torto: perdona!
“Mi ami tu?”, dice a ciascuno di noi: “Osserva i miei comandamenti!”.