Esodo 3, 1-8a.13-15; 1 Corinzi 10,1-6.10.12; Luca 13, 1-9
Uno dei temi dominanti delle letture di questa Domenica, come del resto di tutta la Quaresima, è quello dell’esodo. Nella prima lettura, Dio parla a Mosè dal roveto ardente, gli rivela il suo nome e gli conferisce la missione:
“Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo…Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo”.
Io non conosco, di questo passo della Scrittura, una interpretazione più potente del canto negro spiritual intitolato Go down Moses. Il motivo è semplice. Questi canti sono nati tra un popolo che viveva la stessa situazione di schiavitù degli ebrei in Egitto. Ne conoscevano per esperienza l’amarezza e sperimentavano lo stesso anelito alla liberazione: “Va’, Mosè. Scendi in Egitto e di’ al vecchio faraone: Lascia partire il mio popolo”. Let my people go! Questo ritornello è cantato in tono così solenne e profondo da far quasi sentire la maestà e l’autorità di colui che parla.
Assistiamo qui alla nascita della Pasqua. La Pasqua non ha origine in terra, ma in cielo. Nasce dalla compassione di un Dio che ode il grido degli oppressi, vede le sofferenze e decide di intervenire. Pasqua è una parola che sentiamo ripetere continuamente in questo tempo dell’anno e che occupa un posto centrale nel linguaggio religioso dei cristiani. Vale dunque la pena spendere un po’ di tempo a ricostruirne la storia e i significati.
Pare che il rito pasquale affondi le sue radici in un costume anteriore a Mosè e che si perde nella notte dei tempi. L’antenato della Pasqua biblica era un rito che le tribù di pastori nomadi del Medio Oriente celebravano all’inizio della primavera, al momento della transumanza, cioè del passaggio dai pascoli invernali a quelli estivi. In questa occasione veniva ucciso un agnello, le cui carni erano poi consumate nel corso di un pasto con cui si riaffermavano i vincoli del clan.
In un anno compreso, pare, tra il 1250 e il 1230 avanti Cristo (l’epoca in cui si colloca l’uscita degli ebrei dall’Egitto), questo rito umano fu elevato a istituzione divina. Divenne cioè il memoriale di un decisivo intervento di Dio nella storia del suo popolo. Un rito legato, dunque, non più al ciclo naturale delle stagioni, ma alla storia della salvezza. Questo è il modo abituale di agire di Dio che si serve di realtà naturali, come il pane nell’Eucaristia, elevandoli a segni di realtà soprannaturali e divine.
Il capitolo 12 dell’Esodo descrive la prima Pasqua celebrata dagli ebrei in Egitto. Da questo momento la festa accompagnerà tutta la storia del popolo d’Israele, fino ai nostri giorni, riflettendone le alterne vicende.
Nella fase più antica, la Pasqua è la festa tipica di un popolo nomade di pastori. La vittima deve essere un agnello o un capretto, cioè un capo di bestiame minuto, l’unico di cui dispongono i pastori. Anche il modo di mangiarlo – arrostito al fuoco, con erbe amare, in piedi, i sandali ai piedi e il bastone in mano – riflette lo stesso ambiente di pastori. La cena pasquale si celebra casa per casa. Il sacerdote è lo stesso padre di famiglia; è lui che spiega ai figli il senso dei riti compiuti. Il termine “Pasqua” è inteso come il “passaggio di Dio”. Il termine ebraico pesach è molto vicino a un verbo, pasach, che significa “passare sopra”, nel senso di saltare o risparmiare. Per questo la parola Pasqua viene interpretata nel senso che Dio passa sopra le case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello, le risparmia, mentre colpisce le case degli egiziani.
Più tardi, dopo l’insediamento nella terra di Canaan, per esempio nel Deuteronomio, il rito assume tratti nuovi, propri di un popolo sedentario che conosce ormai anche l’agricoltura. La vittima può essere infatti anche un capo bovino. L’immolazione della vittima deve avvenire solo nel tempio centrale, ad opera del sacerdozio ufficiale. Il termine stesso Pasqua si arricchisce di un significato nuovo. Non indica tanto il passaggio di Dio, quanto il “passaggio del popolo” dalla schiavitù alla libertà, dall’Egitto alla Terra Promessa e, in senso spirituale, dai vizi alla virtù.
Al tempo di Gesù la celebrazione della Pasqua comportava due momenti: l’immolazione della vittima che avveniva nel tempio di Gerusalemme e la cena pasquale che avveniva casa per casa. Nel corso della sua ultima cena pasquale, Gesù istituì l’Eucaristia, come memoriale del nuovo universale esodo di tutta l’umanità dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio che si sarebbe compiuto, di lì a poco, con la sua morte.
Ora passiamo alla seconda lettura, in cui Paolo applica ai cristiani le vicende dell’esodo degli ebrei. Scrivendo ai Corinzi, l’Apostolo nota che tutto il popolo d’Israele passò il Mar Rosso, tutti furono sotto la nuvola, tutti mangiarono la manna e bevvero l’acqua dalla roccia. Ma della maggioranza di essi il Signore non si compiacque, perché mormorarono e desiderarono cose cattive. E qui aggiunge un’affermazione importante:
“Ciò avvenne come esempio per noi…Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro”.
Cosa vuole dire tutto ciò? Che non basta l’esodo fisico, occorre l’esodo spirituale; non basta passare da un luogo all’altro, occorre passare da uno stato all’altro, da un modo di vivere all’altro. A molti israeliti non giovò a nulla essere usciti dall’Egitto, perché non erano usciti da se stessi, dalla propria volontà. Così, vuol dire l’Apostolo, a poco serve anche a noi cristiani essere battezzati e perfino mangiare il corpo del Signore e bere il suo sangue (la manna e l’acqua) se poi, come succedeva a Corinto, non si abbandona il vecchio modo di vivere nella fornicazione e nell’idolatria.
Il testo di Paolo pone però un problema che non possiamo non accennare. Egli dice che gli eventi dell’esodo ebraico erano “figure” per noi. Potrebbe sembrare che così si svuota la storia del popolo ebraico, facendo degli eventi dell’Antico Testamento dei puri simboli e figure di quelli del Nuovo Testamento. In effetti, nel clima polemico che ha caratterizzato i rapporti tra Israele e la Chiesa, a volte si è finito per cadere in questo equivoco. Un vescovo del II secolo, Melitone di Sardi, per esempio, affermava che la Pasqua ebraica era un “bozzetto” di quella cristiana. Il bozzetto serve a preparare l’opera d’arte e, una volta realizzata questa, si distrugge, perché non ha più valore. Ma questo non è esatto. L’Antico Testamento non è un bozzetto, ma parte integrante della costruzione. Non serve solo a preparare il Nuovo, ma ne è il fondamento, perché Cristo non è venuto ad abolire la legge, ma a compierla. Alcuni anni fa il Vaticano ha emanato delle norme su come usare l’Antico Testamento, senza offendere la sensibilità dei fratelli ebrei, pur rimanendo fedeli alle nostre convinzioni cristiane secondo cui Cristo è il compimento della Legge e il senso ultimo di tutta la storia della salvezza.
E giungiamo così al brano evangelico. Un giorno viene recata a Gesù la notizia di alcuni Galilei fatti uccidere da Pilato. Gesù ne trae motivo per un insegnamento. Dice:
“Credete voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.
Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta. Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non smarrirci e perdere magari la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra. In questo modo, Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di fatti luttuosi. Non con degli sterili “O poverini!”, ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti, di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all’altro ci può venire a mancare.
Ma non è principalmente per questo che il testo è stato scelto come brano evangelico di una Domenica di Quaresima. Il motivo vero è che esso completa l’insegnamento sull’esodo. Ci dice qual è il nome nuovo dell’esodo: conversione. Conversione, nel linguaggio biblico, non indica il passaggio da un luogo a un altro, ma, appunto, da un modo di vivere a un altro.
La parola conversione, ascoltata nel contesto della Quaresima, ci ricorda una cosa fondamentale. Dio fa il novantanove virgola nove per cento della nostra salvezza. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare anche noi. Abbiamo visto che Pasqua significa due cose: Dio che passa, ma anche l’uomo che passa, cioè grazia e libertà. L’una non è sufficiente senza l’altra. Mi torna in mente una storia ambientata nel medioevo. Un uomo sta per essere impiccato sulla piazza della città perché non ha potuto pagato il suo debito. Passa di lì il corteo del re. Saputa la cosa, il re versa lui stesso la maggior parte del riscatto. Manca però ancora qualcosa e il carnefice fa per eseguire la condanna. La regina aggiunge la sua offerta e così fanno quelli del seguito. Manca alla fine una sola monetina. Il carnefice è inflessibile: si deve procedere. Il condannato allora si fruga disperatamente nelle tasche e trova che anche lui ha un soldino. È salvo! Il re, nella storia, rappresenta Cristo, la regina la Vergine e i cavalieri i santi (anche se Maria e i santi non fanno che offrire anch’essi i meriti di Cristo).
Un’ultima cosa bisogna dire. La conversione non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti. Direi quasi un diritto. Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono a volte nella vita situazioni morali che sembrano senza via d’uscita: divorziati risposati, persone con figli che convivono senza essere sposati, situazione di rottura apparentemente definitiva tra marito e moglie, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere. Anche per questi c’è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: “E chi allora si può salvare?”. Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: “Impossibile agli uomini, non a Dio”.
Richiamiamo alla mente, prima di concludere, le parole di Dio a Mosè: “Ho udito il grido del mio popolo, ho visto le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo”. Che sapore nuovo hanno queste parole lette oggi con occhi di cristiani! In Cristo, Dio è sceso per liberare davvero il suo popolo. Non è sceso solo intenzionalmente, con il pensiero, ma realmente, di persona. Non è sceso per liberare un popolo da un altro, ma per liberare tutti i popoli dal nemico comune che è il peccato e la morte. Cristo è davvero, come lo chiama l’Apostolo, “la nostra Pasqua” (1 Corinzi 5, 7).