Geremia 31,31-34; Ebrei 5,7-9; Giovanni 12,20-33
Il Vangelo odierno ha un inizio molto movimentato: «Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: Signore, vogliamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo».
Apparentemente la risposta di Gesù non ha nulla a che vedere con la domanda, invece un nesso c’è e importante. Essa ci rivela «come» Gesù desidera essere visto. Quei proseliti ebrei provenienti dal mondo ellenistico volevano vedere il rabbi di cui tutti parlavano, l’operatore di miracoli. Gesù però non desidera essere conosciuto così, ma come colui salva il mondo con l’umiltà e la sofferenza della croce. Quando sarà elevato sulla croce, quando il chicco di grano sarà caduto in terra e morto, solo allora si saprà chi è veramente Gesù.
L’immagine del chicco di grano gli serve per trasmetterci un sublime insegnamento che getta luce, prima di tutto, sulla sua vicenda personale e poi anche su quella dei suoi discepoli. Come un chicco di frumento, egli è caduto in terra nella sua passione e morte, è rispuntato e ha portato frutto con la sua risurrezione. Il «molto frutto» che egli ha portato è la Chiesa che è nata dalla sua morte, il suo corpo mistico. Potenzialmente, il «frutto» è tutta l’umanità, non solo noi battezzati, perché egli è morto per tutti, tutti sono stati da lui redenti, anche chi ancora non lo sa. Il brano evangelico si conclude con queste significative parole di Gesù: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Ma la storia del piccolo chicco di grano aiuta anche, per un altro verso, a capire noi stessi e il senso della nostra esistenza. Dopo aver parlato del chicco di grano, Gesù ag¬giunge: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia (un altro evangelista dice perde) la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (cfr. Matteo 16,25). Cadere in terra e morire, non è dunque solo la via per portare frutto, ma anche per «salvare la propria vita», cioè per continuare a vivere! Che succede al chicco di grano che rifiuta di cadere in terra? O viene qualche uccello e lo becca, o inaridisce e ammuffisce in un angolo umido, oppure viene ridotto in farina, mangiato e tutto finisce lì. In ogni caso, il chicco, come tale, non ha seguito. Se invece viene seminato, rispunterà e conoscerà una nuova vita, come in questa stagione vediamo che è avvenuto dei chicchi di grano seminati in autunno.
Sul piano umano e spirituale ciò significa che se l’uomo non passa attraverso la trasformazione che viene dalla fede e dal battesimo, se non accetta la croce, ma rimane attaccato al suo na¬turale modo di essere e al suo egoismo, tutto finirà con lui, la sua vita va a esaurimento. Giovinezza, vecchiaia, morte. Se invece crede e accetta la croce in unione con Cristo, allora gli si apre davanti l’orizzonte dell’eter¬nità.
Ci sono situazioni, già in questa vita, sulle quali la parabola del chicco di grano getta una luce rasserenante. Hai un progetto che ti sta sommamente a cuore; per esso hai lavorato, era diventato lo scopo principale nella vita, ed ecco che in breve lo vedi come caduto in terra e morto. Fallito, oppure tolto a te e affidato a un altro che ne raccoglie i frutti. Ricordati del chicco di grano e spera. I nostri migliori progetti e affetti (a volte lo stesso matrimonio degli sposi) devono passare per questa fase di apparente buio e di gelido inverno, per rinascere purificati e ricchi di frutti. Se resistono alla prova, sono come l’acciaio dopo che è stato immerso in acqua gelida e ne è uscito «temprato». Come sempre, costatiamo che il Vangelo non è lontano, ma vicinissimo alla nostra vita. Anche quando ci parla con la storia di un piccolo chicco di grano.