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LA ESPERIENZA DELLO SPIRITO SANTO NELLA VITA CRISTIANA

XVI Corso di aggiornamento per i Missionari itineranti
Roma, Antoniano, 13 Gennaio 1998

Il testo biblico che più direttamente ed estesamente svolge il tema dell’azione dello Spirito Santo nella vita cristiana è senza dubbio il capitolo ottavo della lettera ai Romani. E siccome noi predicatori itineranti dovremmo porre sempre a base di ogni nostro annuncio la parola di Dio, intendo attenermi anch’io a questa regola, anche se la presente non sarà una predica, ma una “relazione”, come mi è stato chiesto. Cercherò di illustrare tre aspetti dell’azione dello Spirito nell’esistenza dell’uomo redento: lo Spirito Santo legge nuova del cristiano; la lotta tra carne e Spirito; lo Spirito Santo e la preghiera cristiana.

1. La legge dello Spirito

Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani inizia con le solenni e dolcissime parole:

“Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rom 8, 1-2).

Sorprende il fatto che, dopo aver proclamato, nel capitolo precedente, la fine del regime della legge, l’Apostolo inizi la nuova sezione presentando lo Spirito Santo proprio come una legge. La “legge dello Spirito” è un genitivo oggettivo e significa “la legge che è lo Spirito”. Per comprendere questo modo di parlare bisogna rifarsi all’evento della Pentecoste.
Il racconto della venuta dello Spirito Santo, negli Atti degli apostoli, comincia con queste parole: “
Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo (At 2, 1).

Da queste parole deduciamo che la Pentecoste preesisteva… alla Pentecoste. C’era già, in altre parole, una festa di Pentecoste nel giudaismo e fu durante tale festa che scese lo Spirito Santo. Tutti sanno che esisteva una Pasqua ebraica e che cosa commemorava, ma pochi sanno che esisteva una festa di Pentecoste e che cosa commemorava. Eppure, come non si capisce la Pasqua cristiana senza tener conto della Pasqua ebraica, così non si capisce la Pentecoste cristiana, senza tener conto della Pentecoste ebraica.
Nell’Antico Testamento sono esistite due interpretazioni fondamentali della festa di Pentecoste. All’inizio, la Pentecoste era la festa delle sette settimane (cf. Tb 2,1), la festa del raccolto (cf. Nm 28,26.55), quando si offriva a Dio la primizia del grano (cf. Es 23,16; Dt 16,9). Ma successivamente, al tempo di Gesù, la festa si era arricchita di un nuovo significato: era la festa del conferimento della legge sul monte Sinai e dell’alleanza; la festa, insomma, che commemorava gli avvenimenti descritti in Esodo 19-20.
Secondo calcoli interni alla Bibbia, la legge, infatti, fu data sul Sinai cinquanta giorni dopo la Pasqua. Da festa legata al ciclo della natura (il raccolto), la Pentecoste si era trasformata in una festa legata alla storia della salvezza: “Questo giorno della festa delle settimane – dice un testo dell’attuale liturgia ebraica – è il tempo del dono della nostra Torah”. Uscito dall’Egitto, il popolo camminò per cinquanta giorni nel deserto e, al termine di essi, Dio diede a Mosè la legge, stabilendo, sulla base di essa, un’alleanza con il popolo e facendo di esso “un regno di sacerdoti e una gente santa” (cf. Es 19,4-6). Sembra che san Luca abbia volutamente descritto la discesa dello Spirito Santo con i tratti che contrassegnarono la teofania del Sinai; usa infatti immagini che richiamano quelle del terremoto e del fuoco. La liturgia della Chiesa conferma questa interpretazione, dal momento che inserisce Esodo 19 tra le letture della veglia di Pentecoste.

A questo punto, è chiara la risposta alla nostra domanda perché lo Spirito scende sugli apostoli proprio nel giorno di Pentecoste: è per indicare che egli è la legge nuova, la legge spirituale che suggella la nuova ed eterna alleanza e che consacra il popolo regale e sacerdotale che è la Chiesa. Che rivelazione grandiosa sul senso della Pentecoste e sullo stesso Spirito Santo! Esclama sant’Agostino:

“Chi non rimarrebbe colpito da questa coincidenza e insieme da questa differenza? Cinquanta giorni si contano dalla celebrazione della Pasqua fino al giorno in cui Mosè ricevette la legge in tavole scritte dal dito di Dio; similmente, compiuti i cinquanta giorni dall’uccisione e dalla risurrezione di colui che come agnello fu condotto all’immolazione, il Dito di Dio, cioè lo Spirito Santo, riempì di sé i fedeli tutti radunati insieme” .

Un altro Padre – questa volta dell’oriente ci permette di vedere come questa interpretazione della Pentecoste fosse, nei primi secoli, patrimonio comune di tutta la Chiesa:

“Nel giorno di Pentecoste fu data la legge; era conveniente perciò che nel giorno in cui fu data la legge antica, in quello stesso giorno fosse data la grazia dello Spirito” .

Di colpo, si illuminano le profezie di Geremia e di Ezechiele sulla nuova alleanza:

“Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33).

Non più su tavole di pietra, ma sui cuori; non più una legge esteriore, ma una legge interiore. In che cosa consiste questa legge interiore, lo spiega meglio Ezechiele che riprende e completa la profezia di Geremia:

“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,26-27).

Quello che san Paolo dice del dono dello Spirito, al capitolo ottavo della lettera ai Romani, non si comprende se non sullo sfondo di queste premesse sul significato della Pentecoste e della nuova alleanza. Del resto, che l’Apostolo abbia presente tutto quel complesso di profezie legate al tema della nuova alleanza, appare chiaramente dal passo in cui egli chiama la comunità della nuova alleanza una “lettera di Cristo, composta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori” e in cui definisce gli apostoli “ministri adatti di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita” (cf. 2 Cor 3,3.6).

Vediamo ora dove risiede, in tutto ciò, la grande novità recata da Cristo e dall’avvento della nuova alleanza. San Paolo afferma che la legge antica – cioè ogni legge esteriore e scritta- dà soltanto “la conoscenza del peccato” (Rm 3,20), ma non toglie il peccato; non dona la vita, ma solo porta alla luce lo stato di morte e di inimicizia con Dio:

“Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge” (Gal 3,21).

La legge mosaica – e più in generale ogni legge positiva – essendo una norma esteriore all’uomo non modifica la sua situazione interiore, non influisce sul cuore. La vita e la morte vengono prima della legge; dipendono dal fatto se uno si orienta con il cuore verso Dio, o verso se stesso. Se uno ha il cuore “retto” o “per-verso”, ricurvo su se stesso. Sia nella osservanza come nella trasgressione, la legge è la manifestazione esterna di qualcosa che si è deciso prima nel cuore.
Ecco perché il peccato di fondo che è l’egoismo, non può essere tolto dall’osservanza della legge, ma solo se verrà ristabilito quello stato di amicizia che c’era all’inizio tra Dio e l’uomo. E questo è ciò che è avvenuto con la redenzione operata da Cristo:

“Ciò che era impossibile alla legge perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne” (Rm 8,3).

Gesù, sulla croce, ha tolto dall’umanità intera il cuore di pietra. Ha “crocifisso l’uomo vecchio” e ha “distrutto il corpo del peccato” (cf. Rm 6,6). Ha assorbito la nostra morte e ci ha dato in cambio la sua vita. San Paolo esprime tutto questo chiamando lo Spirito Santo “Spirito di Cristo” (Rm 8,9) e dicendo che lo Spirito dà la vita “in Cristo Gesù” (Rm 8,2).

Questo Spirito di Cristo, venendo nel credente, attraverso i sacramenti, la Parola e tutti gli altri mezzi di santificazione, nella misura in cui è accolto e assecondato, è finalmente in grado di cambiare quella situazione interiore che la legge non poteva modificare. Ed ecco come ciò avviene. Finché l’uomo vive “per se stesso”, cioè in regime di peccato, Dio gli appare inevitabilmente come un antagonista e come un ostacolo. C’è, tra lui e Dio, una sorda inimicizia che la legge non fa che mettere in evidenza. L’uomo concupisce, vuole determinate cose, e Dio è colui che, attraverso i suoi comandamenti, gli sbarra la strada, opponendosi ai suoi desideri con i propri: “Tu devi!”, “Tu non devi!”: “I desideri della carne – dice Paolo – sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge” (Rm 8,7). L’uomo vecchio è in rivolta contro il suo creatore e, se potesse, vorrebbe, addirittura, che egli non esistesse. Basta che – o per colpa nostra, o per un contrasto, o per semplice permissione di Dio ci venga meno talvolta il sentimento della presenza di Dio, che subito scopriamo di non sentire altro in noi se non ira e ribellione e tutto un fronte di ostilità a Dio e ai fratelli che sale dall’antica radice del nostro peccato, fino a ottenebrarci lo spirito e a far paura a noi stessi.
Quando lo Spirito Santo viene e prende possesso del cuore, allora avviene un cambiamento. Se prima l’uomo portava conficcato nel fondo del cuore un sordo rancore contro Dio, ora lo Spirito viene a lui da parte di Dio, gli attesta che Dio gli è veramente favorevole e benigno, che è suo alleato, non nemico; gli mette sotto gli occhi tutto quello che Dio è stato capace di fare per lui e come non abbia risparmiato per lui il proprio Figlio. Lo Spirito porta nel cuore dell’uomo “l’amore di Dio”(cf. Rm 5,5). In tal modo, egli suscita in lui come un altro uomo che ama Dio e fa volentieri le cose che Dio gli comanda .
Dio, del resto, non si limita più a comandargli di fare o non fare, ma fa egli stesso con lui e in lui le cose che gli comanda. La legge nuova che è lo Spirito è ben più che una semplice indicazione di volontà; è un’azione, un principio vivo e attivo. La legge nuova è la vita nuova. Per questo, molto più spesso che legge, è detto grazia: “Non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia!” (Rm 6,14).
La legge nuova, o dello Spirito, non è, perciò, in senso stretto, quella promulgata da Gesù sul monte delle beatitudini, ma quella da lui incisa nei cuori a Pentecoste. I precetti evangelici sono certo più elevati e perfetti di quelli mosaici; tuttavia, da soli, anch’essi sarebbero rimasti inefficaci. Se fosse bastato proclamare la nuova volontà di Dio attraverso il Vangelo, non si spiegherebbe che bisogno c’era che Gesù morisse e che venisse lo Spirito Santo. Ma gli apostoli stessi dimostrano che non bastava; essi che pure avevano ascoltato tutto – per esempio, che bisogna porgere, a chi ti percuote, l’altra guancia -, al momento della passione non trovano la forza di eseguire nessuno dei comandi di Gesù. Se Gesù si fosse limitato a promulgare il comandamento nuovo, dicendo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 13,34), esso sarebbe rimasto, come era prima, legge vecchia, “lettera”. E quando egli, a Pentecoste, infonde, mediante lo Spirito, quell’amore nei cuori dei discepoli, che esso diventa, a pieno titolo, legge nuova, legge dello Spirito che dà la vita.
Senza la grazia interiore dello Spirito, anche il Vangelo, dunque, anche il comandamento nuovo, sarebbe rimasto legge vecchia, lettera. Riprendendo un pensiero ardito di sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino scrive:

“Per lettera si intende ogni legge scritta che resta al di fuori dell’uomo, anche i precetti morali contenuti nel Vangelo, per cui anche la lettera del Vangelo ucciderebbe, se non si aggiungesse, dentro, la grazia della fede che sana” .

Ancora più esplicito è ciò che ha scritto un po’ prima: “La legge nuova è principalmente la stessa grazia dello Spirito Santo che è data ai credenti” .

Ma come agisce, in concreto, questa legge nuova che è lo Spirito e in che senso si può chiamare legge? Agisce attraverso l’amore! La legge nuova altro non è se non quello che Gesù chiama il comandamento nuovo. Lo Spirito Santo ha scritto la legge nuova nei nostri cuori, infondendo in essi l’amore: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5). Questo amore è l’amore con cui Dio ama noi e con cui, contemporaneamente, fa sì che noi amiamo lui e il prossimo. E una capacità nuova di amare. La frase con cui Luca descrive il prodigio della Pentecoste: “Tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2, 5), si deve intendere così: “Tutti furono pieni dell’amore di Dio”. Gli apostoli fecero, per la prima volta nella loro vita, una esperienza travolgente dell’amore di Dio. Un vero battesimo, o un naufragio, nell’oceano infinito dell’amore trinitario. E così succede ogni volta che qualcuno sperimenta quella che Giovanni XXIII chiamava “la novella Pentecoste”.
La legge nuova dunque è essenzialmente l’amore. Chi si accosta al Vangelo con la mentalità umana, trova assurdo che si faccia dell’amore un comandamento; che amore è – si obietta – se non è libero, ma comandato? La risposta è che vi sono due modi secondo cui l’uomo può essere indotto a fare, o a non fare, una certa cosa: o per costrizione o per attrazione. La legge ve lo induce nel primo modo, per costrizione, con la minaccia del castigo; l’amore ve lo induce nel secondo modo, per attrazione. Ciascuno infatti è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione dall’esterno. E’ nota l’immagine di Agostino. Mostra a un bambino delle noci e lo vedrai slanciarsi per afferrarle. Chi lo spinge? Nessuno, è attratto dall’oggetto del suo desiderio. Mostra il Bene a un’anima assetata di verità ed essa si slancerà verso di esso. Chi ve la spinge? Nessuno, è attratta dal suo desiderio. L’amore è come un peso dell’anima che attira verso l’oggetto del proprio piacere, in cui sa di trovare il proprio riposo . E’ in questo senso che lo Spirito Santo – concretamente, l’amore – è una legge, un comandamento: esso crea nel cristiano un dinamismo che lo porta a fare tutto ciò che Dio vuole, spontaneamente, senza neppure doverci pensare, perché‚ ha fatto propria la volontà di Dio e ama tutto ciò che Dio ama. L’amore attinge la volontà di Dio alla sua stessa sorgente. Attinge, nello Spirito, la vivente volontà di Dio. Avviene come nell’innamoramento quando, presi dall’amore, ogni cosa si fa con gioia, spontaneamente, non per abitudine, o con calcolo.

“Chi ama vola, corre, giubila, è libero e nulla può trattenerlo… Spesso l’amore non conosce misura, ma divampa fuori misura. L’amore non sente peso, non cura fatica, vorrebbe fare più di quello che può; non adduce a pretesto l’impossibilità, perché si crede lecito e possibile tutto. L’amore si sente capace di qualsiasi cosa e molte ne fa e vi riesce, mentre chi non ama viene meno e si arrende” .

Potremmo dire che vivere sotto la grazia, governati dalla legge nuova dello Spirito, è un vivere da innamorati cioè trasportati dall’amore. La stessa differenza che crea, nel ritmo della vita umana e nel rapporto tra due creature, l’innamoramento, la crea, nel rapporto tra l’uomo e Dio, la venuta dello Spirito Santo.

2. “Se con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere della carne vivrete”.

Dopo aver proclamato lo Spirito Santo come la nuova legge del cristiano, il principio vitale della nuova alleanza realizzata da Cristo, S. Paolo dedica un lungo spazio a parlarci della vita dello Spirito: in che consiste e in quali condizioni si sviluppa.
Tocchiamo così il culmine dell’esperienza cristiana dello Spirito. Quando, nel concilio di Costantinopoli del 381, i Padri dovettero racchiudere la loro fede nello Spirito Santo in una breve frase da aggiungere al simbolo niceno, non trovarono nulla di più essenziale e di più importante da dire, di lui, che questo: che dà la vita, che è uno Spirito vivificante: “Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita…”. Anche Giovanni Paolo II ha scelto questa parola come titolo della sua enciclica sullo Spirito Santo: “Dominum et vivificantem”.
Ogni volta che si assiste a un “salto” di qualità della vita, lì è puntualmente all’opera, secondo la Bibbia, lo Spirito Santo.

Il soffio dello Spirito:
viene su Adamo nella creazione ed egli diventa un “essere vivente”,
viene sulla Vergine nell’incarnazione e prende vita in lei il salvatore,
viene su Gesù nella risurrezione e fa di lui uno “Spirito datore di vita”,
viene sugli apostoli nella Pentecoste e viene alla luce la Chiesa,
viene sull’acqua nel battesimo e l’uomo rinasce a vita nuova,
viene sul pane e sul vino nell’Eucaristia ed essi si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo,
verrà su di noi alla fine dei tempi e “darà vita ai nostri corpi mortali”.

Ma di quale vita parliamo, quando diciamo che lo Spirito dà la vita? La fede della Chiesa non ha avuto mai dubbi nel rispondere a quella domanda. Si tratta della vita divina, cioè della vita che ha la sua sorgente nel Padre, che, in Cristo, “si è resa visibile a noi” (1 Gv 1,2) e, nella rinascita battesimale, si comunica al credente. Tra questa vita e la vita naturale, avuta dalla nascita umana, non c’è opposizione reale (entrambe vengono da Dio che è il padrone assoluto di tutta la vita, fisica e spirituale); c’è però una diversità e un contrasto a livello morale che si esprime nelle note antitesi di natura – grazia, carne – Spirito, vita vecchia – vita nuova, vita terrena – vita eterna.
La diversità è dovuto al fatto che questa vita nuova, secondo lo Spirito, è frutto di un nuovo, diverso intervento di Dio, rispetto alla creazione; il contrasto è dovuto al fatto del peccato che ha reso la vita naturale chiusa, “ricurva” su se stessa, refrattaria ad accogliere la vita secondo lo Spirito.
Ma la ragione del contrasto non sta solo nel peccato dell’uomo, cioè in un incidente intervenuto lungo il percorso della storia. È più profondo; affonda le sue radici nella natura stessa composita dell’uomo, fatto di un elemento materiale e di uno immateriale, di qualcosa che lo porta verso la molteplicità e di qualcosa che tende invece all’unità. Non c’è alcun bisogno di pensare (come hanno fatto gnostici, manichei e tanti altri) che i due elementi risalgano a due “creatori” rivali, uno buono che ha creato l’anima e uno cattivo che ha creato la materia e il corpo. È lo stesso Dio che ha creato l’uno e l’altro insieme, in unità profonda, “sostanziale”. Non però in una situazione statica, cioè perché l’uomo rimanesse tranquillo in questa sua posizione intermedia, con le due forze che si controbilanciano, o si neutralizzano a vicenda; al contrario, perché, con l’esercizio concreto della sua libertà, decidesse liberamente in che direzione svilupparsi e realizzarsi: se “in alto”, verso ciò che sta “sopra” di lui, o “in basso”, verso ciò che sta “sotto” di lui.
È proprio in questa possibilità di autodeterminazione che risiede la dignità dell’uomo ed è in essa che trova il campo di esercizio privilegiato la sua libertà. Creando l’uomo libero, scrive un filosofo del Rinascimento, è come se Dio gli dicesse:

“Ti ho posto nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi ciò che vi è in esso. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine” .

Questo spiega la lotta tra la carne e lo Spirito e quindi il carattere drammatico che caratterizza l’esistenza del cristiano nel mondo. Se “scegliere è rinunciare”, non si può scegliere di vivere secondo lo Spirito, senza sacrificare qualcosa della vita secondo la carne. Dice l’Apostolo sempre nel capitolo ottavo di Romani:

“Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero” (Rom 8,5-7).

Il contrasto tra le due vite arriva a configurarsi come contrasto tra vita e morte: “Se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rom 8,13).
Non si tratta di sacrificare un elemento dell’uomo per salvarne un altro, ma di salvare l’uno e l’altro. La carne stessa non può essere salvata che attraverso lo spirito, se si salva lo spirito. Nel suo Dialogo tra l’anima e il corpo, santa Caterina da Genova mostra come non è possibile soddisfare contemporaneamente tutte le esigenze del corpo e tutte quelle dello spirito. O sarà il corpo a rendere l’anima schiava delle sue pretese, o sarà l’anima a renderlo soggetto alle sue. Ciò che l’anima dice, in sostanza, al corpo in quel dialogo, è questo: se tu fai quello che voglio io, siamo salvi in eterno tutti e due; se io faccio quello che vuoi tu, saremo tutti e due perduti in eterno .
In questo si è sempre visto il fondamento dell’ascesi che, del resto, non è propria solo del cristianesimo, ma, in forme diverse, è presente in quasi tutte le grandi religioni: non si può vivere secondo lo spirito, senza mortificare il corpo e le sue infinite esigenze.

Qualcosa è cambiato, nella valutazione di questo aspetto della vita cristiana, a cavallo tra il secolo scorso e il nostro, con l’apparire di una filosofia che esalta il vitalismo. In forme diverse, questo era il messaggio dei biologi evoluzionisti come Darwin, dei positivisti, degli storicisti, dei filosofi pragmatisti e degli intuizionisti come Bergson, con la tesi seducente dello “slancio vitale”. Ma chi ha fatto del vitalismo la sua religione è stato F. Nietzsche. Egli propone l’ideale della “grande salute” come mezzo essenziale per realizzare il nuovo corso della storia da lui preconizzato; definisce i cristiani “i tisici dell’anima che appena son nati già cominciano a morire e aspirano alle dottrine della fatica e della rassegnazione” . Nella introduzione alla prima edizione di Così parlò Zaratustra, la sorella del filosofo riassume così il pensiero del fratello su questo punto:

“Egli suppone che, per il risentimento di un cristianesimo debole e falsato, tutto ciò che era bello, forte, superbo, potente -come le virtù proveniente dalla forza- sia stato proscritto e bandito e che perciò siano diminuite di molto le forze che promuovono e innalzano la vita. Ma ora una nuova tavola di valori dev’essere posta sopra l’umanità, cioè il forte, potente, magnifico uomo fino al suo punto più eccelso, il superuomo, che ci è adesso presentato con travolgente passione quale scopo della nostra vita, della nostra volontà e della nostra speranza… Il nuovo opposto modo di valutare…deve presentare un gagliardo tipo sano, vigoroso, contento di vivere, e una apoteosi della vita”.

All’idea cristiana di una vita soprannaturale, viene sostituita qui quella di una super-vita naturale; al posto dell’uomo nuovo, il super-uomo. La qualità è risolta nella quantità. All’interno della vita c’è posto solo per una evoluzione rettilinea, in intensità e in “potenza”, non per un salto di qualità. Alla luce di questi sviluppi, appaiono profetiche le parole di Kierkegaard:

“Non c’è alcun sentimento al quale l’uomo si attacchi maggiormente che a quello della vita; nulla egli brama con maggior impeto e forza che sentire pulsare in sé la vita e nulla che lo faccia rabbrividire più che morire! Ma ecco che qui si annuncia uno Spirito che vivifica. Allora, attacchiamoci a lui: chi esiterebbe? Dacci vita, più vita e che il sentimento di vita ribolla in me come se la vita intera fosse contenuta nel mio petto…Ma questa vivificazione dello Spirito non è una sublimazione diretta della vita naturale dell’uomo in una sua continuazione e coerenza immediata…Essa è una vita nuova nel senso rigoroso di una nuova vita. Infatti basta che tu badi che qui interviene la morte, il mortificarsi; è una vita che è, dall’altra parte, la morte, questo è certamente una nuova vita” .

Il pensiero di Nietzsche non ci interessa tanto per se stesso, quanto per il fatto che, su questo punto, la sua provocazione è stata, in parte, raccolta da alcuni teologi, dando luogo a un nuovo modo di intendere lo Spirito “vivificatore”. Si propone di sostituire all’ideale tradizionale della spiritualità, quello della “vitalità”, intendendo con ciò “l’amore per la vita che unisce gli uomini a tutti gli altri viventi”, una vitalità intesa come “vera umanità”.
Questo è il tema di un recente trattato di pneumatologia intitolato “Lo Spirito della vita” dovuto a un noto teologo protestante. Il suo intento è di promuovere la vita a tutti i livelli, specie la vita minacciata e debole. In ciò si distacca certamente da Nietzsche da cui trae spunto, ma la tesi è per lo meno assai ambigua.
Certo la mortificazione non dovrebbe essere mai fine a stessa, ma avere sempre come scopo anche la promozione della vita altrui, sia fisica che spirituale. Il modello ultimo di ciò è Cristo che è morto, per dare la vita al mondo, e ha rinunciato alla sua gioia di vivere, perché fosse piena la gioia degli altri . I veri “spirituali” cristiani sono quelli che hanno seguito, in questo, il Cristo. Spesso gli asceti più implacabili nell’affliggere il proprio corpo, sono stati i più teneri nel sollevare la sofferenza del corpo dei fratelli, in tutte le sue forme: minorazione, malattia, fame, lebbra…Nessuno ha rispettato, difeso, coltivato la vita più di loro. L’esperienza dimostra, del resto, che nessuno può dire de “sì” ai fratelli, se non è pronto a dire dei “no” a se stesso.
Le due vite suscitate dallo Spirito -quella naturale e quella soprannaturale- non vanno dunque separate e tanto meno contrapposte tra loro, ma neppure si devono confondere e appiattire in un’unica vita che non conosce soluzione di continuità. È certo che lo Spirito promuove la vita in tutte le sue manifestazioni, naturali e soprannaturali, ma ognuna nel suo ordine. Egli promuove la vita naturale, rendendola atta a ricevere la forma a cui Dio l’ha destinata, che è la “conformità” a Cristo. Asseconda la vita fisica in tutto ciò che la nobilita e la orienta al suo fine eterno (nulla escluso!); la “mortifica” in ciò che si oppone ad esso.
Negare la radicale “novità” della vita dello Spirito, significherebbe togliere ogni rilevanza all’evento Gesù Cristo. La vita “in Cristo”, o nel Nuovo Adamo, non sarebbe di altro genere rispetto alla vita nell’Adamo vecchio. Significherebbe anche rassegnarsi a che l’opera vivificatrice dello Spirito sia, in partenza, votata allo scacco e all’insuccesso, perché si sa bene come finirà tutta la nostra “vitalità” sul piano naturale. Il successo finale dello Spirito sta nella possibilità che il declino e la morte sul piano naturale siano “rialzati” e trasformati in riuscita su un altro piano. Scrive l’Apostolo:

“Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4, 16).

3. Lo Spirito Santo e la preghiera cristiana

Un altro ambito dell’esperienza cristiana in cui lo Spirito Santo, secoindo Romani 8, ha un ruolo determinante è quello della preghiera. Principio di vita nuova, egli è anche principio di una preghiera nuova. La preghiera, come l’agire, segue l’essere. La cosa più importante nella preghiera non è ciò che si dice, ma ciò che si è; non ciò che si ha sulle labbra, ma ciò che si è nel cuore. Anche per Agostino, il problema fondamentale non è sapere “cosa dici nella preghiera” , quid ores, ma “come sei nel pregare”, qualis ores.
La novità recata dallo Spirito Santo, nella vita di preghiera, consiste nel fatto che egli riforma, come abbiamo visto, l’essere dell’orante; suscita l’uomo nuovo, l’uomo amico e alleato di Dio, togliendo il cuore ipocrita e ostile a Dio proprio dello schiavo. Venendo in noi, lo Spirito non si limita a insegnarci come bisogna pregare, ma prega in noi, come – a proposito della legge – egli non si limita a dirci cosa dobbiamo fare, ma lo fa con noi. Lo Spirito non dà una legge di preghiera, ma una grazia di preghiera.
La preghiera biblica non viene dunque a noi, primariamente, per apprendimento esteriore e analitico, cioè in quanto cerchiamo di imitare il modo di pregare dei grandi oranti biblici e dello stesso Gesù (anche se tutto ciò sarà, esso pure, necessario e richiesto in un secondo momento), ma viene a noi per infusione, come dono. Questa è la buona notizia a proposito della preghiera cristiana! Viene a noi il principio stesso di tale preghiera nuova e tale principio consiste nel fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Gal 4,6). Questo vuol dire pregare “nello Spirito”, o mediante lo Spirito (cf. Ef 6,18; Gd 20).
Anche nella preghiera, come in tutto il resto, lo Spirito “non parla da sé”, non dice cose nuove e diverse; semplicemente, egli risuscita e attualizza, nel cuore dei credenti, la preghiera di Gesù. “Egli prenderà del mio e ve lo annunzierà”, dice Gesù del Paraclito (Gv 16,14): prenderà la mia preghiera e la darà a voi. In forza di ciò, noi possiamo esclamare con tutta verità: “Non sono più io che prego, ma Cristo prega in me!”. Il grido stesso Abbà! dimostra che chi prega in noi, attraverso lo Spirito, è Gesù, il Figlio unico di Dio. Per se stesso, infatti, lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a Dio, chiamandolo Padre, perché egli non è generato, ma soltanto procede dal Padre. Quando ci insegna a gridare Abbà lo Spirito Santo. diceva un autore antico “è come una madre che insegna al proprio bambino a dire papà e ripete tale nome con lui, finché lo porti all’abitudine di chiamare il padre anche nel sonno” .
E lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel cuore, il sentimento della figliolanza divina, che ci fa sentire (non soltanto sapere!) figli di Dio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8,16). Talvolta questa operazione fondamentale dello Spirito si realizza in modo repentino e intenso, nella vita di una persona. In occasione di un ritiro, di un sacramento ricevuto con particolari disposizioni, di una parola di Dio ascoltata con cuore disponibile, o in occasione della preghiera per l’effusione dello Spirito (il cosiddetto battesimo nello Spirito), l’anima e inondata di una luce nuova, nella quale Dio le si rivela, in un modo nuovo, come Padre. Si fa esperienza di cosa vuol dire veramente la paternità di Dio; il cuore si intenerisce e la persona ha la sensazione di rinascere da questa esperienza. Dentro di lei appare una grande confidenza e tenerezza e un senso mai provato della condiscendenza di Dio.
Altre volte, invece, questa rivelazione del Padre si accompagna a un tale sentimento della maestà e trascendenza di Dio che l’anima è come sopraffatta e non riesce più, per un certo tempo, neppure a pronunciare la parola Padre, perché appena comincia a pronunciarla, è riempita di sacro timore e stupore e non riesce ad andare avanti. Dire Padre nostro! non è più, allora, una cosa semplice e innocua; appare un’impresa, un rischio, una beatitudine, una concessione e degnazione tale che l’anima ha paura di sciupare la cosa e ricade nel silenzio. Si capisce perché‚ alcuni santi iniziavano il Padre nostro e dopo ore erano ancora fermi alle prime parole. Quando san Paolo parla del momento in cui lo Spirito irrompe nel cuore del credente e gli fa gridare: Abba Padre!, allude a questo modo di gridarlo, a questa ripercussione di tutto l’essere, nel grado più alto.
Ma questo modo così vivido di conoscere il Padre, di solito, non dura a lungo, quaggiù sulla terra; ritorna presto il tempo in cui il credente dice Abba, senza sentire nulla, e continua a ripeterlo solo sulla parola di Gesù. E il momento, allora, di ricorda- re che quanto meno quel grido rende felice chi lo pronuncia, tanto più rende felice il Padre che lo ascolta, perché fatto di pura fede e di abbandono.
Noi siamo, allora, come quel celebre musicista che, divenuto sordo, continuava a comporre ed eseguire splendide sinfonie per la gioia di chi ascoltava, senza che lui potesse gustarne una sola nota, al punto che quando il pubblico, dopo aver ascoltato una sua opera, esplodeva in un uragano di applausi, dovevano tirargli il lembo della veste perché egli se ne accorgesse e si voltasse. La sordità, anziché spegnere la sua musica, la rese più pura e così fa anche l’aridità con la nostra preghiera.
E proprio in questo tempo di lontananza di Dio e di aridità che si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Egli, da noi non visto e non sentito, riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio, di umiltà, di amore, “e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito”. Noi non lo sappiamo, ma lui sì! Lo Spirito diviene allora la forza della nostra preghiera debole, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera. Davvero, egli irriga ciò che è arido, come diciamo nella sequenza in suo onore. Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: “Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesù; formando, perciò, un solo Spirito con Gesù, io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio, qui alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora dalla terra”.

C’è in noi, a causa di tutto ciò, come una vena segreta di preghiera. C’è un tesoro nascosto nel campo del nostro cuore! Parlando di questa voce interiore dello Spirito, il martire sant’Ignazio d’Antiochia, scriveva: “Sento in me un’acqua viva che mormora e dice: Vieni al Padre!” (Ad Rom. 7,2). Cosa non si fa, in alcuni paesi afflitti da siccità, quando, da certi indizi, si scopre che c’è, nel terreno sottostante, una vena d’acqua: non si smette di scavare, finché quella vena non è stata raggiunta e portata alla superficie. Anche noi, non dovremmo darci tregua nello sforzo di riportare sempre nuovamente alla luce del nostro spirito quella “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14) che è in noi per il battesimo. Dico riportarla alla luce sempre nuovamente, perché noi gettiamo detriti e terriccio sopra quella sorgente e la ricopriamo, ogni volta che ci riempiamo l’anima di chiasso, di dissipazione e di attivismo vano e frenetico, ogni volta che lasciamo libero corso dentro di noi ai pensieri e ai desideri della carne che sono contrari allo Spirito (Gal 5,17).
A un cristiano che riscopre, ai nostri giorni, il bisogno e il gusto della preghiera ed è tentato talvolta di andare lontano, fino all’oriente, o che va cercando senza posa, fuori di sé, luoghi e guide di preghiera, vorrei dire: Dove vai? Dove cerchi? “Rientra in te stesso: dentro l’uomo abita la Verità” . Dio è dentro di te e tu lo cerchi fuori? La preghiera è dentro di te e tu la cerchi fuori?
La capacità di pregare nello Spirito è la nostra grande risorsa. Molti cristiani, anche veramente impegnati, sperimentano la loro impotenza di fronte alle tentazioni e l’impossibilità di adeguarsi alle esigenze altissime della morale evangelica e concludono, talvolta, che non ce la fanno e che è impossibile vivere integralmente la vita cristiana. In un certo senso, hanno ragione. E’ impossibile, infatti, da soli, evitare il peccato; ci occorre la grazia; ma anche la grazia – ci viene insegnato – è gratuita e non la si può meritare. Che fare allora: disperarsi, arrendersi? “Dio – dice il concilio di Trento – dandoti la grazia, ti comanda di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi” .
Quando uno ha fatto tutto quanto sta in lui e non è riuscito, gli resta pur sempre una possibilità: pregare! E se ha già pregato? Pregare ancora! La differenza tra l’antica e la nuova alleanza sta tutta in una lettera in più: nella legge, Dio impera, dicendo all’uomo: “Fa’ quello che ti comando!”; nella grazia, l’uomo impetra, dicendo a Dio: “Da’ quello che mi comandi!”. Una volta scoperto questo segreto, sant’Agostino, che fino allora aveva combattuto inutilmente per riuscire a essere casto, cambiò il modo di lottare e anziché lottare con il suo corpo, cominciò a lottare con Dio; “O Dio disse, tu mi comandi di essere casto; ebbene, dammi ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi!” . E ottenne la castità!

Molte persone possono testimoniare che la loro vita è cambiata a partire dal momento in cui hanno preso la decisione di mettere un’ora di preghiera personale al giorno nel loro orario, recintando, come con filo spinato, questo tempo sulla loro agenda per difenderlo da tutto il resto. Che lo Spirito Santo conceda a noi predicatori itineranti, non solo di annunciare agli altri questa preghiera nuova “nello Spirito”, ma di praticarla noi stessi per primi. In questo modo il nostro annuncio sarà sempre meno basato “su discorsi persuasivi di sapienza umana”, e sempre più “sulla dimostrazione dello Spirito e della sua potenza” (1 Cor 2, 4). Sarebbe certamente il frutto più bello per noi di questo anno dello Spirito Santo.