Benevento, XVIII Convegno pastorale diocesano su Fede e Magia
13 Settembre 2001
1. Magia e superstizione nel mondo moderno
Non mi soffermo sul fenomeno di magia, superstizione, occultismo nell’attuale società, il “vortice magico inarrestabile”, come qualcuno l’ha definito. Esso si trova analizzato in diversi studi, sia dal punto di vista socio-religioso che pastorale , e sarà, penso, oggetto di altri interventi in questo convegno. Basta solo ricordare alcuni dati per avere un’idea della vastità del fenomeno.
I vescovi hanno di recente lanciato l’allarme sulla diffusione della magia e del satanismo in Italia. Sono circa 12 milioni di persone, cioè un quinto della popolazione, a consultare almeno una volta l’anno un mago o una fattucchiera. Settantacinque mila sono gli operatori magici italiani iscritti a due sindacati che si fanno pubblicità sui giornali e sulle televisioni private, su riviste e su quotidiani, i quali, per conto loro, forniscono regolarmente ai loro lettori oroscopi e lettura dei tarocchi. Il giro d’affari che tutto ciò comporta è impressionante, circa mille e cinquecento miliardi l’anno.
Un segno eloquente del prestigio e della popolarità che gode nel mondo d’oggi la magia è la serie di romanzi di J.K. Rowling (quattro finora e forse già cinque), incentrati sulla figura di Harry Potter. Il successo librario più colossale di tutti i tempi che ha fatto dell’autrice in meno di cinque anni la donna più ricca d’Inghilterra, dopo la regina; milioni di copie vendute il giorno stesso dell’uscita di ogni volume. Per quanto trattato con mano leggera, tutto in essi si svolge nel mondo della magia.
Ma la vera nuova frontiera di magia ed esoterismo è Internet. Non si contano i siti al riguardo . E non si tratta solo di informazione, perché in essi si pretende coagulare energie sacre del cosmo e riversarle sugli utenti, coinvolgendoli così in modo reale, non solo virtuale in riti, dottrine ed esperienze esoteriche.
Quando si parla di magia e superstizione bisogna distinguere in partenza due livelli: il livello teorico e il livello popolare. Per livello teorico o ideologico si intendono tutte quelle sette esoteriche che oggi i sociologi preferiscono chiamare “nuove religioni”. Sono gruppi legati tra loro da particolari dottrine segrete e riti iniziatici fatti risalire (spesso artificialmente) ad antiche credenze egiziane, orientali e perfino bibliche. Tali sono alcuni rami della Massoneria, l’occultismo, lo spiritismo, la Società teosofica, i vari ordini Templari, i fenomeni medianici scoperti nell’Ottocento con tutti riti e le teorie connesse.
Il livello popolare è costituito invece da coloro che esercitano le arti magiche, predicono il futuro, leggono i tarocchi, fanno o sciolgono fatture e malocchio, per scopi puramente di lucro, anche se cercano di darsi una copertura “scientifica”, sbandierando la loro affiliazione all’una o all’altra di quelle tradizioni e ordini esoterici appena ricordati. Mentre gli appartenenti al primo livello, -i membri di società e religioni esoteriche- sono assai esigui e si contano in Italia a centinaia o migliaia, quelli che sono interessati a questo secondo livello si contano a centinaia di migliaia e di milioni. A questo livello di magia spicciola sono interessati coloro che ricorrono a maghi, chiromanti, astrologi ecc., persuasi di poter risolvere con il loro aiuto problemi finanziari, amorosi o di salute, senza nulla conoscere della storia e delle dottrine da essi professate.
In che consiste, dal punto di vista cristiano (e, direi, di ogni autentica religione) il “peccato” della magia? La magia è un altro modo, il più plateale, di soccombere all’antica tentazione di essere “come Dio”. Si legge in un manuale di magia:
“La forza che, nascosta, guida la magia è la sete di potere. L’obiettivo del mago venne definito per la prima volta abbastanza appropriatamente dal serpente nel giardino dell’Eden. [...] L’eterna ambizione dell’adepto delle Arti Nere consiste nell’acquistare potere su tutto l’universo e fare di se stesso un dio”.
Non importa se, nella maggioranza dei casi, si tratta poi di ciarlataneria e nulla più; basta l’intenzione empia con cui si esercita quest’arte, o ci si rivolge a essa, per far cadere sotto il potere di Satana. Egli opera proprio attraverso la menzogna e il bluff, ma gli effetti del suo operare sono tutt’altro che immaginari.
La Bibbia condanna senza mezzi termini tutte le forme di magia:
“Non si trovi in mezzo a te [...] chi esercita la divinazione, o il sortilegio, o l’augurio, o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti, o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18, 10-12).
Nel profeta Isaia troviamo questo severo ammonimento: Il Signore colpirà il paese perché esso “rigurgita di maghi orientali e di indovini” (cf Is 2, 6). Gli uomini hanno due sole vie lecite per ottenere potere su se stessi, sulle malattie, sugli eventi, sugli affari, e queste due vie sono la natura e la grazia. La natura indica l’intelligenza, la scienza, la medicina, la tecnica e tutte le risorse che l’uomo ha ricevuto da Dio nella creazione, per dominare la terra nell’obbedienza a lui; la grazia indica la fede e la preghiera con cui si ottengono, a volte, anche guarigioni e miracoli, sempre però da parte di Dio, poiché “il potere appartiene a Dio” (Sal 62, 12).
Quando si imbocca una terza via, quella della ricerca di poteri occulti, ottenuti con mezzi occulti, quasi di nascosto a Dio, senza bisogno del suo benestare, o abusando addirittura del suo nome e dei suoi segni, allora entra subito in scena, in un modo o in un altro, il maestro e il pioniere di questa terza via, quello che un giorno disse che tutto il potere della terra è suo e che egli lo dà a chi vuole, se lo si adora (cf Lc 4, 6). La rovina è, in questi casi, sicura; il moscerino è caduto nella tela del “grande ragno” e non ne uscirà facilmente indenne.
Il peccato della magia in tutte le sue forme è dunque, letteralmente, una “offesa di Dio. Con essa si pretende “disporre” a proprio piacimento di Dio. L’uomo non si sottomette a Dio, riconoscendolo suo creatore e padre, ma pretende che Dio si sottometta a lui. Rientra nella definizione che S. Paolo da dell’”empietà” (asebeia) all’inizio della lettera ai Romani e che consiste nel “tenere prigioniera la verità nella menzogna”. Quello che l’Apostolo dice lì dell’idolatria si applica perfettamente anche alla magia che è una forma di idolatria:
”Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio [i maghi in genere credono che Dio esiste], non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rom 1,21).
Sta avvenendo nella nostra società, tecnologica e secolarizzata, esattamente ciò che notava Paolo nei pagani del suo tempo: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rom 1, 22-23). Anche oggi si abbandona spesso la fede per abbracciare ogni sorta di superstizione, anche la più puerile. Si è avverato ciò disse Italo Calvino nel 1965: “Il territorio che il pensiero laico ha sottratto ai teologi è sul punto di cadere in mano ai negromanti”.
Il libro citato di Francesco Bamonte riferisce casi da lui conosciuti di reduci da esperienze con il mondo della magia. Uno è il seguente. Due genitori sono preoccupati del futuro del figlio a causa di una ragazza con la quale si è fidanzato. Vanno da un mago perché sciolga il legame tra i due. Questo dice loro che è stato fatto al ragazzo ‘un grosso maleficio con il mestruo’. E propone come rimedio ‘un potente talismano da tenere in casa’ che costa sette milioni di lire pagabili in due rate. Pagano i servizi del mago, senza l’effetto promesso. Tornano dallo stesso il quale, tramite un suo collaboratore, dichiara che il ragazzo è anche vittima di ‘una macumba molto potente’ e assicura la guarigione in quindici giorni. Passati i giorni, nulla. Il legame del ragazzo è sempre forte. Contattano una cartomante di cui sentono parlare in televisione. La donna conferma: il ragazzo è vittima di una macumba mortale, ma si può liberare nel giro di quarantott’ore per la cifra di altri sette milioni. Non succede di nuovo nulla. Dopo aver litigato con la cartomante e minacciato di denunciare il mago decidono di discutere la cosa con una sacerdote e comincia così un cammino spirituale che porterà a cambiare anzitutto loro stessi, i genitori.
Ma il danno finanziario non è il più grave. Infinitamente più gravi sono i danni morali e psicologici. Dai contatti con maghi, spiritisti, fattucchieri si esce quasi sempre con disturbi psichici di ogni genere per riprendersi dai quali occorrono anni e a volte tutta la vita. Io stesso ne ho conosciuti di persona diversi. Un giovane intellettuale francese (ricercatore di fisica alla Sorbona) ha raccontato in un libro i dieci anni di inferno passati per rientrare nella vita normale dopo che, alla scuola di un famoso guru indiano, si era impadronito di tutte le tecniche che di solito abbagliano la gente in questo campo: lievitazione, telepatia, materializzazione di oggetti . In una conferenza pubblica in Francia ci tenne tutti per due ore senza fiato. Ora è diventato sacerdote e insegna teologia alle facoltà di Lione.
Anche quando si tratta di fenomeni dovuti a conoscenze ed energie naturali, il fatto di giocare a fare “dio” fa cadere sotto il dominio di forze oscure e spesso, come nel caso citato, chiaramente diaboliche.
2. Il rimedio: “una fede profonda e vissuta con coerenza”
Ho premesso qualche dato e qualche riflessione teologica sul mondo della superstizione e della magia, ma non è di esso che io debbo e voglio occuparmi. Altri, mi pare, lo faranno nelle giornate seguenti. Il titolo assegnatomi “Fede e sequela Christi” mostra che si è voluto parlare del rimedio prima ancora che del problema. E credo giustamente. Gli stessi sociologi che si sono occupati del problema notano una rapporto diretto tra il calo della fede e la crescita della magia. “Credo nell’astrologia perché ho smesso di credere in Dio”, ha risposto il 43% degli intervistati a uno di essi .
Il 23 dicembre scorso, all’udienza del papa in S. Pietro c’era un nutrito gruppo di persone reduci da esperienze di sette e di maghi, con le rispettive famiglie. Il papa si riferì ad essi nel suo discorso dicendo tra l’altro:
“Fra le insidie [che minacciano la fede in questi nostri tempi] non ci sono forse pure quelle forme aberranti del sentimento religioso, che sfruttano i bisogni e le aspirazioni più profonde dell’animo umano, proponendo prospettive di appagamento illusorie e fallaci? Purtroppo numerose famiglie sono toccate da questo triste problema, a motivo del coinvolgimento di qualcuno dei suoi membri, in particolare dei figli, spesso più fragili ed esposti a tali rischi. Solo una fede profonda e vissuta con coerenza, costituisce un antidoto efficace a così pericolose deviazioni del sentimento e della pratica religiosa” .
La fede è l’antidoto perché rappresenta, nei confronti di Dio, l’atteggiamento esattamente contrario a quello della magia e della superstizione. Se in queste si cerca di piegare Dio alla propria volontà, nella fede la creatura accetta Dio come Dio e “a lui solo da gloria e adorazione”. All’astuzia sostituisce, nei confronti di Dio, la fiducia. Un bell’esempio della differenza tra fede e magia si ha nell’episodio del sacrificio di Elia sul Carmelo. I sacerdoti di Baal si fanno incisioni, danzano da invasati, scandendo le loro invocazioni, ma nessuna risposta; Elia rivolge una semplice preghiera al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e scende il fuoco dal cielo a consumare il sacrificio (1 Re 18, 36-38).
La magia e la superstizione fanno leva su formule magiche e talismani che avrebbero un potere in se stessi; la fede si esprime in umile preghiera. La magia cerca di scimmiottare la vera religione; ne prende a prestito i rituali e i segni sacri. È una forma di religione parassitaria. Purtroppo molti si lasciano trarre inganno. Vedono nello studio del mago oggetti che richiamano quelli della Chiesa, immaginette della Madonna, di Padre Pio, di Giovanni XXIII e non si accorgono che è tutta una montatura per ingannare i semplici. Magari in un’udienza generale in piazza S. Pietro, mescolati alla folla, sono riusciti a stringere la mano del papa e ne mostrano la foto come segno che il papa li conosce e li approva.
Per la fede non ci sono che due sfere del reale: Dio e il creato. Non c’è posto per potenze intermedie che agirebbero all’insaputa di Dio. S. Paolo insiste molto su questo punto nella lettera ai Colossesi dove si profilava, pare, un pericolo analogo a quello della moderna gnosi e astrologia.
Ci sono, sì, gli angeli e i demoni, ma anch’essi non sono che creature e nulla assolutamente possono fare, né in bene né in male, contro il volere di Dio. Dio non permetterà mai che qualcosa succeda alla creatura solo per decisione di terzi, indipendentemente dalla sua volontà e da quella della creatura stessa. E se qualcosa del genere dovesse succedere, egli è capace di volgerla al bene della persona, anziché a suo male, se questa si mantiene nella sua grazia. Questo è il principio che la fede oppone alla paura di fatture e malocchio. Nessuno, se non Dio solo, può decidere il destino di un’altra persona. “Io sono persuaso, scrive S. Paolo, che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8, 38-39). Quelle che l’Apostolo chiama “principati, altezze, profondità” corrispondono da vicino a quello che oggi intendiamo per influssi astrali, poteri occulti, forze negative.
La fede ha così il potere di liberare l’uomo dall’angoscia. Il credente non teme neppure il demonio perché sa che, dopo la venuta di Cristo, come dice un antico autore, “il demonio è legato, come un cane alla catena; non può mordere nessuno, se non chi, sfidando il pericolo, gli va vicino…Può latrare, può sollecitare, ma non può mordere, se non chi lo vuole. Non è infatti costringendo, ma persuadendo, che nuoce; non estorce da noi il consenso, ma lo sollecita” .
La fede dunque. Ma quale fede? La soluzione pastorale al problema della magia e della superstizione non sta in una fede generica, ma nella fede in Gesù Cristo! Non in un insieme di credenze, ma in una persona. La gente ricorre spesso ai maghi perché ha bisogno di qualcuno cui parlare, con cui confidarsi, da cui essere tranquillizzata nelle angosce della vita. Devono poter trovare tutto questo nella fede e ve lo troveranno se essa non sarà una fede astratta e teorica, ma fede abitata dalla persona del Risorto.
S. Paolo, dopo aver descritto il traviamento pagano che (abbiamo visto) si applica anche alla moderna magia, propone come un rimedio ben preciso. Sentiamolo, perché proclamare queste verità è già parte del processo pastorale che deve portare la gente fuori dalle nebbie della magia e della superstizione:
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rom 1, 23-26).
L’esperienza dimostra che dove arriva il Gesù del vangelo, con la sua parola e il suo Spirito, non c’è più posto per maghi, occultismo e spiritismo. L’incompatibilità è assoluta. È come la luce del sole che non lascia scampo alle tenebre della notte.
Qualche sociologo pensa che una delle cause che hanno aumentato in certe aree il fenomeno della magia è stata il declino della religiosità popolare: devozioni al santo locale, processioni, tradizioni religiose popolari…Questa –si dice- offriva quel rifugio e quel conforto alla propria portata che ora la gente è tentata di cercare nella magia. Ai santi si sono sostituiti i …santoni.
Io non sono di questo parere. La religiosità popolare ha un suo compito e una sua dignità che nessuno vuole negarle, ma non è ad essa che si può affidare il compito di incarnare la fede nella società moderna. A volte anzi, in certe sue forme, essa confinava addirittura con la magia. Non può perciò esserne l’antidoto. Le forze oscure del male non tremano per le nostre processioni candele e cose simili (anche se in se buone); tremano al nome di Cristo Signore. “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 10-11).
No, la soluzione è in avanti, non indietro. Non sta nel tornare alla religiosità popolare di una volta, ma nel portare la gente a una fede più matura in Cristo. Sta nel predicare con rinnovato vigore il kerigma, facendo innamorare i fedeli del mistero pasquale. Davanti alla scoperta di Cristo come proprio Signore e Salvatore personale, tutto il resto appare “spazzatura” (cfr. Fil 3, 8).
Quello che avviene in certi movimenti ecclesiali di oggi mostra che questo è possibile anche negli ambienti più umili, con la gente più semplice. Sono essi anzi i più disposti ad accogliere il messaggio. Quello che la gente di oggi confusamente attende è il messaggio con cui si apre il capitolo ottavo della Lettera ai Romani:
“Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dá vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte”.
3. Ha preso su di se le nostre infermità
Bisogna a questo punto chiarire un punto importante. In questa proposta di limpida e pura fede in Gesù Cristo, che posto hanno i bisogni umani, le ansie, le angosce della gente? Sono esse ignorate o lasciate senza risposta? Qui si gioca la credibilità della nostra pastorale.
La risposta a questa domanda è contenuta nei vangeli. Guardiamo come si comporta Gesù nei vangeli con la gente che ricorre a lui perché il figlio ha convulsioni, la suocera ha la febbre, la figlioletta è agli estremi, o, come nel caso della Cananea, è posseduta da uno spirito immondo. Nessuno è più pronto di Gesù a commuoversi, a fermarsi, perfino a interrompere un discorso sul regno dei cieli per rispondere a questi gridi di aiuto. Matteo conclude il racconto di tutta una serie di queste guarigioni operate da Cristo, applicando a lui le parole di Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17).
La differenza tra Gesù i guaritori (del suo tempo e del nostro tempo) è che egli fa tutto ciò per genuina compassione della gente e non chiede, per operare, che la fede. “Credi tu?”, “Credi che io possa fare questo?”, “Ti sia fatto secondo la tua fede”. Le guarigioni allora diventano momenti di fede, non uno strappo ad essa.
Dobbiamo riscoprire questo tipo di fede che osa chiedere a Dio, in preghiera, anche il miracolo. La fede di cui Gesù diceva che “sposta anche le montagne”.
S. Paolo, insieme al dono di fare guarigioni e di operare miracoli, elenca anche il “il dono della fede”. Ora è chiaro che non si può trattare della fede teologale che è necessaria a tutti, come la speranza e la carità, e non un dono dato ad alcuni. S. Cirillo di Gerusalemme spiega bene di che fede si tratta:
“La fede è una sola, ma il suo genere è duplice. Vi è infatti una fede che riguarda i dogmi ed è la conoscenza e l’assenso dell’intelletto alle verità rivelate. Questa fede è necessaria alla salvezza…Ma c’è un altro genere di fede che è un dono di Cristo. È scritto infatti: ‘A uno viene concesso dallo stesso Spirito il linguaggio della sapienza, a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza, a uno la fede, per mezzo dello stesso Spirito, a un altro il dono di far guarigioni’ (1 Cor 12, 8-9). Questa fede, elargita dallo Spirito come un dono, non riguarda soltanto i dogmi, ma è anche causa di prodigi che superano tutte le forze dell’uomo. Chi ha tale fede potrà dire a questo monte: ‘Spostati da qui a là ed esso si sposterà’ (Mt 17,20)” .
Parallelamente alla riscoperta dei carismi, dopo il Vaticano II, c’è stata anche la riscoperta di questa fede carismatica che trova la sua espressione soprattutto nelle preghiere e liturgie di liberazione e di guarigione. Sappiamo tutti che è un ministero delicato che si può facilmente prestare ad abusi, ma questo non giustifica che lo si rifiuti. Quando esser sono condotte nello stile della Chiesa riproducono quello che avveniva intorno a Gesù: la gente accorre magari per essere guarita dalle proprie infermità, ma intanto ascolta la parola di Dio e spesso la guarigione spirituale precede quella fisica.
Dio non solo permette ma incoraggia l’uomo a ricorrere a lui nei suoi bisogni terreni. Quante guarigioni, riconciliazioni con se stessi, con il prossimo, con la vita, perfino con i propri problemi, da queste preghiere! Ho avuto più volte l’occasione di esercitare il ministero della parola insieme con P Emiliano Tardiff che esercitava quello della guarigione e ho visto con i miei occhi i frutti spirituali della sua preghiera. Non tutti sono guariti o liberati dal loro problema, è vero; ma anche chi non ottiene la grazia che cercava, il più delle volte ottiene la forza di portare la croce in modo diverso, sentendosi sostenuto dalla comunione dei fratelli. So di molti che sono andati a questi incontri di preghiera dopo essere stati da maghi e fattucchieri; di nessuno che abbia fatto il contrario e abbia sentito il bisogno di andare da maghi e fattucchieri dopo essere stato a questi incontri di preghiera.
Qualcuno crede di scorgere in ciò che avviene negli incontri di preghiera carismatica delle analogie con ciò che avviene nella magia. Che ci possano essere abusi, come in tutte le cose umane, è indubbio, ma l’accostamento mi pare ingiusto. Questo tipo di preghiera non è parte del problema, ma della soluzione del problema. Da la possibilità di trovare nella Chiesa quell’aiuto, quel conforto, quell’ascolto e quella solidarietà che le persone cercano spesso incautamente nei maghi
Bisogna piuttosto domandarsi: come inserire nella pastorale normale della Chiesa questo ministero in modo che non resti ai margini della vita della comunità, ma sia offerto a tutti? Gesù è categorico al riguardo. “Predicate che il regno dei cieli è vicino, guarite gli infermi” (Mt 10,7), “Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Lc 9,2). Le due cose sono parte integrante della missione della Chiesa. La Chiesa assolve, certamente, il mandato di “curare gli infermi” in tutta la sua attività caritativa (ospedali, lebbrosari, orfanotrofi, ricoveri per anziani, centri di recupero), ma accanto a questa attività istituzionale fatta con mezzi umani, non dovrebbe mancare, nei casi in cui questa non è più sufficiente, quella carismatica, basata sulla fede e la preghiera. Non dimentichiamo l’esortazione di S. Giacomo: “C’è tra voi un malato? Chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5, 14-15).
In alcune parrocchie è diventato abituale celebrare una volta al mese una Messa in cui si prega per i malati e per altre necessità della gente e si amministra anche l’unzione degli infermi. (A Lourdes lo si fa ad ogni grande pellegrinaggio). In altre si da la possibilità alle persone che lo desiderano di scrivere la loro particolare petizione che viene poi presentata al Signore all’offertorio. Sono piccoli segni, certo, e per se insufficienti, ma possono far capire ai fedeli che non sono abbandonati nei momenti difficili e nelle situazioni drammatiche della loro vita.
Oltre questo non oso spingermi nelle indicazioni pastorali, prima perché non ho l’esperienza necessaria per farlo, secondo perché questo dovrebbe essere il compito di ogni Chiesa e comunità locale. Sarebbe un frutto di questo convegno se si cominciasse a dedicare un po’ di attenzione anche a questo aspetto del problema “magia e superstizione” nella nostra Italia.