Chiusi, Teatro Mascagni 27 Ottobre 2007
1. Struttura e metodo del libro
Do anzitutto un’idea del contenuto del libro e della sua struttura. Il libro si occupa del Gesú dei vangeli nel periodo che va dal battesimo nel fiume Giordano fino al momento della trasfigurazione, cioè dall’inizio del suo ministero pubblico fino verso il suo epilogo. Un successivo volume, se Dio, confida il papa, gli darà forze e tempo sufficienti per scriverlo, si occuperà dei racconti della morte e risurrezione, come pure, si pensa, dei racconti dell’infanzia, rimasti fuori da questo primo volume.
La successione dei capitoli, dieci in tutto, segue un ordine al tempo stesso cronologico e tematico, come si vede dai titoli di essi: 1. il battesimo, 2. le tentazioni, 3. la predicazione del Regno, 4. il discorso della montagna, 5. la preghiera di Gesú, 6. i discepoli, 7. le parabole, 8. le grandi immagini di Gesú nel vangelo di Giovanni, 9. la confessione di Pietro e la trasfigurazione, 10. le affermazioni di Gesú su se stesso.
Non meno importante della struttura del libro è il metodo seguito. Esso è dichiarato apertamente in una nota finale (p. 409): “Questo libro presuppone l’esegesi storico-critica e si serve dei suoi risultati, ma vuole andare oltre questo metodo mirando a un’interpretazione propriamente teologica”. Nell’introduzione il papa specifica cosa intende per interpretazione teologica, là dove parla della cosiddetta “esegesi canonica” (p. 14).
Per esegesi canonica si intende quel tipo di esegesi credente che parte dalla convinzione di fede che Dio non ha un solo modo di rivelarsi al mondo, quello della storia; ne ha molti altri, tra cui il più importante è l’ispirazione biblica. Questa convinzione permette di leggere non solo “il frammento nel tutto” (cioè un testo nel suo contesto immediato), come fanno i moderni, ma anche “il tutto nel frammento”, come facevano i Padri, cioè l’intera Bibbia riflessa in ogni sua parte. Su di essa si basa la lettura spirituale e unitaria della Scrittura fatta dalla Chiesa lungo i secoli e di cui H. de Lubac, in un’opera magistrale, ha messo in luce la coerenza e la fecondità .
“Il metodo storico-critico –scrive il papa – resta indispensabile a partire dalla struttura della fede cristiana. Dobbiamo tuttavia aggiungere due considerazioni: il metodo storico-critico è una delle dimensioni fondamentali dell’esegesi, ma non esaurisce il compito dell’interpretazione per chi nei testi biblici vede l’unica Sacra Scrittura e la crede ispirata da Dio” (p. 12).
Lo scopo di tutto il libro è mostrare che la figura di Gesú che si raggiunge per tale via “è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. Io ritengo – aggiunge il papa – che proprio questo Gesú – quello dei Vangeli – sia una figura storicamente sensata e convincente” (p. 18). A lettura ultimata credo sia difficile non convenire con il papa su questo punto.
La lettura da lui condotta dei Vangeli è l’unica, tra l’altro, che spiega l’epilogo della storia di Gesú. “Perché si giungesse a quel contrasto radicale, perché si ricorresse a quel gesto estremo –la consegna ai romani – doveva essere accaduto o essere stato detto qualcosa di drammatico. L’elemento importante e sconvolgente si colloca proprio all’inizio; la Chiesa nascente dovette riconoscerlo solo lentamente in tutta la sua grandezza, afferrarlo poco per volta, accompagnando e penetrando il ricordo con la riflessione. La comunità anonima viene ritenuta capace di una sorprendente genialità teologica: chi furono veramente le grandi figure che escogitarono tali cose? No, l’elemento grande, nuovo ed eccitante proviene proprio da Gesú; nella fede e nella vita della comunità esso viene dispiegato, ma non creato. Anzi, la comunità non si sarebbe neppure formata e non sarebbe sopravvissuta se non fosse stata preceduta da una realtà straordinaria” (p. 372).
2. Gesú tra storia e interpretazione
La stessa conclusione del papa si può raggiungere, io credo, per via negativa, osservando cioè l’esito fallimentare a cui è giunta la ricerca sul Gesú storico che pretendeva di sostituirsi alla testimonianza dei Vangeli. Il 12 Maggio scorso si è tenuto nell’Auditorium di Roma, un dibattito, moderatore Corrado Augias, interlocutori Paolo Flores d’Arcais, Eugenio Scalfari, la studiosa americana Paula Fredriksen, e il sottoscritto, come Daniele nella fossa dei leoni, ha commentato qualcuno. Il titolo, con evidente riferimento al libro di Benedetto XVI, era “Gesú di Nazareth tra storia e teologia”. In quell’occasione ho fatto presente che prima dell’alternativa tra storia e teologia ce n’è un’altra più radicale, quella tra storia e storia.
L’idea di una ricerca storica su Gesú unitaria, rettilinea che procede inarrestabile verso una piena luce su di lui è quella che prevale in tante opere di divulgazione, ma è un puro mito che nessuno storico serio tenta più di avallare. Lasciando da parte le variazioni diacroniche, cioè le ricostruzioni storiche della vicenda di Gesú succedutesi l’una all’altra negli ultimi due secoli (Gesú idealista, romantico, liberale, esistenzialista, rivoluzionario), mi soffermo un istante sulle variazioni sincroniche, cioè esistenti su di lui in una stessa epoca, la nostra.
Nella nuova introduzione scritta per il suo libro: Da Gesú al Cristo. Le origini delle immagini di Gesú del Nuovo Testamento , la stessa Paula Fredriksen presente in quel dibattito scrive: “I libri si moltiplicano a misura che lo spettro dei ritratti di Gesù si dilata. Nella ricerca scientifica recente Gesú è stato presentato come una figura di sciamano del primo secolo, come un itinerante filosofo cinico, come un visionario radicale e un riformatore sociale che predica una etica egualitaria a favore degli ultimi, come un regionalista galileo che lotta contro le convenzioni religiose dell’elite della Giudea (il tempio e la Torah), come un campione della liberazione nazionale, o, al contrario, come suo oppositore e critico, e via di questo passo. Tutte queste figure sono state presentate con vigorosi argomenti e metodi accademici, tutte sono difese appellandosi a dati antichi. I dibattiti continuano briglia sciolta e il consenso –anche su punti essenziali quali i criteri in base ai quali procedere – appare una remota speranza”.
Spesso si fa appello ai nuovi dati e alle scoperte recenti che avrebbero finalmente messo la ricerca storica in una posizione di vantaggio rispetto al passato e cioè: la scoperta dei rotori di Qumran, della biblioteca di Nag Hammadi, gli scavi archeologici, le ricerche sociologiche. Ma quanto aperte siano le conseguenze da tirare da queste nuove fonti storiche, appare dal fatto che esse hanno dato luogo a due immagini di Cristo opposte e inconciliabili tra loro, tuttora presenti sul campo. Da una parte un Gesú “in tutto e per tutto ebreo”; dall’altra un Gesú figlio della Galilea ellenizzata del suo tempo, imbevuto di filosofia cinica.
Anche le ricerche sociologiche sono approdate a risultati diametralmente opposti, come fa notare il grande specialista su Gesú e il giudaismo E.P. Sanders: “Per alcuni, il mondo in cui visse Gesú viveva una profonda crisi sociale ed economica. La Palestina era sull’orlo del crollo, sotto il peso di una doppia tassazione, locale e romana, crescente indebitamento dei contadini, sfruttamento delle classi benestanti…Per altri, al contrario, la Galilea del tempo di Gesú era urbanizzata, cosmopolita e prospera, un concentrato di cultura ellenistica, in cui tutti, Gesú compreso, parlavano greco” .
Non stupisce perciò che nel campo del post-moderno si sia sviluppata una radicale sfiducia. Qui l’alternativa non è più né tra storia e teologia, né tra storia e storia, ma tra storia e interpretazione, o criticismo letterario. Non c’è nessun dato oggettivo previo alla lettura; tutto si gioca nel confronto diretto tra il lettore e il testo, con esisti radicalmente soggettivi e relativi.
L’ultima monumentale (e a mio parere veramente innovativa) monografia sul Gesú storico scritta dallo scozzese James Dunn, dell’Università di Durham, conclude la rassegna delle opinioni con questo giudizio: “La perdita di fiducia nel metodo storico in ambienti postmoderni è completa. E per quel che riguarda la ricerca sul Gesú storico, i risultati di questa, in particolare se vi si annoverano i vari Gesú della ricerca neoliberale, semplicemente confermano il fallimento della metodologia storica tradizionale. Il fatto semplice e piuttosto sconvolgente è stato che gli studiosi dei vangeli e del Gesú storico non sono riusciti a produrre risultati sui quali vi sia accordo” .
Cosa concludere da tutto ciò? Che la ricerca storica su Gesú sia da abbandonare in quanto impossibile e inutile, come sosteneva R. Bultmann? Non credo. Lo stesso studioso appena citato, James Dunn, ne da l’esempio, dedicando ad essa la sua monumentale fatica. Credo che si possa applicare alla ricerca storica quello che un proverbio dice di Dio e cioè che “scrive diritto su righe storte”. Nonostante il suo andamento a tela di Penelope, c’è in essa una conoscenza storica che avanza, nuovi orizzonti che vengono aperti, nuove ipotesi formulate, alcune delle quali si rivelano illuminanti e produttive. Alla ricerca storica dobbiamo se oggi non si cerca più di spiegare Gesú e il cristianesimo alla luce dell’ellenismo e dei suoi culti misterici, ma alla luce della fede giudaica.
Quello semmai che si impone alla ricerca storica su Gesú è una maggiore umiltà e consapevolezza dei propri limiti intrinseci. La critica storica ha reso più umile e problematica l’ortodossia teologica, ma forse deve anch’essa accettare i propri limiti, dovuti sia alla situazione delle fonti, sia all’oggetto della ricerca che – almeno come ipotesi – travalica i limiti della storia. La problematicità, il pro e il contro e il senso del limite, è ciò che distingue di fatto le grandi monografie scientifiche sul Gesú storico dagli autori in cerca di sensazionalismo, i cui libri sono una lunga marcia trionfale verso conclusioni già tutte chiare in partenza .
In particolare è da abbandonare l’illusione che, nello scrivere su Gesú, i credenti abbiano una precomprensione e i non credenti invece siano esenti da ogni pregiudizio. Scrive giustamente John Meier, autore di un’altra monumentale monografia sul Gesú storico: “Lo si chiami pregiudizio, tendenza, visione del mondo o posizione di fede, chiunque scrive sul Gesú storico scrive da qualche punto di vista ideologico; nessun critico ne è esente. La soluzione a questo dilemma non è pretendere un’assoluta oggettività che non può avere, né vagare in un totale relativismo. La soluzione è ammettere onestamente il proprio punto di vista, tentare di escluderne l’influenza nell’esporre giudizi scientifici aderendo a criteri certi, comunemente sostenuti, e sollecitare la correzione di altri studiosi, se la proprio vigilanza inevitabilmente commette errori” .
3. Conferme insospettate
[Il dialogo con il Rabbino J.Neusner, la parte più originale e interessante del libro del papa. Cosa dimostra il libro di Neusner. Il DNA di Cristo ricostruito attraverso un detto…Articolo di Neusner. Risposta al papa del Prof. Giorgio Israel a Livorno e mia replica].
È molto significativo che la scelta del papa di attenersi al Gesú dei Vangeli trovi, per certi versi, una conferma autorevolissima negli orientamenti più recenti e autorevoli della stessa critica storica. Nella monumentale monografia di James Dunn ricordata sopra, dopo una serrata analisi dei risultati degli ultimi tre secoli di ricerche, lo studioso giunge alla conclusione che non c’è stata nessuna cesura tra il Gesú predicante e il Gesú predicato e quindi tra il Gesú della storia e quello della fede. Questa non è nata dopo la Pasqua, ma con i primi incontri dei discepoli, i quali sono divenuti discepoli proprio perché hanno creduto nel Rabbi di Nazareth.
La difficoltà di risalire dai Vangeli sinottici al Gesú reale –afferma lo studioso – è nata in buona parte dal fatto che non si è tenuto conto delle leggi che regolano la trasmissione delle tradizioni fondatrici di una comunità presso gruppi umani dalla cultura non scritta, come erano quelli tra cui si formarono e circolarono i racconti su Gesù. Lo studio di tali leggi (tuttora verificabili presso gruppi umani di cultura pre-letteraria) mostra che un fatto o un discorso ritenuto importante per la storia e la vita della comunità può trasmettersi con singolare accuratezza nei suoi elementi centrali, pur variando nei particolari a ogni ri-narrazione, per rispondere alle esigenze del momento.
La critica storica (compresa la Formgeschichte, o storia delle forme) ha tacitamente proiettato all’epoca del Nuovo Testamento le leggi che portano oggi all’edizione definitiva di un libro: riedizioni successive, ognuna basata sulla precedente, che modifica, aggiungendo o togliendo qualcosa. Questo ha creato l’illusione di poter risalire da uno strato al precedente, fino a isolare un ipotetico nucleo originario, che finisce quasi sempre per riflettere da vicino l’opzione di partenza dello studioso di turno.
Cosa giungiamo a conoscere per questa via? Non – almeno direttamente – l’”interiorità segreta” di Cristo, cosa egli pensava di se stesso, ma il “Gesú come era ricordato”; “ricordato” però – e qui sta la differenza – non a distanza di tempo, dopo la Pasqua, da discepoli e comunità che re-interpretavano i fatti e gli insegnamenti mossi da interessi estranei, ma da coloro che per primi avevano visto e udito e avevano cominciato da subito a dare forma ai racconti. Letti in questo modo, afferma lo studioso, “i vangeli sinottici attestano un modello e una tecnica di trasmissione orale che hanno garantito una stabilità e una continuità nella tradizione di Gesú maggiori di quelle che si sono sin qui generalmente immaginate”.
A un risultato analogo si è giunti di recente, partendo da un altro punto di vista, quello della venerazione, o del culto, di Cristo da parte dei suoi seguaci. Larry W. Hurtado, professore del Nuovo Testamento all’università di Edimburgo, ha ripreso recentemente su basi nuove, alla luce cioè della riconosciuta matrice giudaica e non ellenistica del cristianesimo primitivo, lo studio sull’origine del culto di Gesú condotto da W. Bousset all’inizio del secolo scorso. Ed ecco la conclusione a cui giunge dopo una ricerca che si estende per 750 pagine:
“La venerazione di Gesú come figura divina, esplose all’improvviso e presto, non poco alla volta e tardi, tra cerchie di seguaci del I secolo. Più in particolare, le origini stanno nelle cerchie cristiane giudaiche dei primissimi anni. Solo un modo di pensare idealistico continua ad attribuire la venerazione per Gesú come figura divina all’influenza decisiva della religione pagana e all’influsso dei convertiti gentili, presentandola come recente e graduale. La venerazione di Gesú come ‘signore’, che trovava espressione adeguata nella venerazione cultuale e nell’obbedienza totale, era inoltre generale, non era confinata e attribuibile a cerchie particolari, ad esempio gli ‘ellenisti’ o i cristiani gentili di un ipotetico ‘culto di Cristo siriaco’. Con tutta la diversità del primo cristianesimo, la fede nella condizione divina di Gesú era incredibilmente comune” .
Alcuni vorrebbero far iniziare quello che chiamiamo cristianesimo, dopo Gesú e la primitiva comunità, addirittura nel II o III secolo. Se per cristianesimo si intende correttamente la venerazione di Gesú di Nazareth come Signore e essere divino, esso inizia già con la Pasqua e la Pentecoste; secondo Hurtado, essa affonda le sue radici addirittura prima della Pasqua, nel Gesú storico. Una certa venerazione per Gesú è presente, secondo lui, in ogni strato della tradizione, anche nei detti della famosa fonte “Q”.
Certo, se uno mette a confronto il Gesú dei Vangeli con il Cristo di Nicea e di Calcedonia, a prima vista sembra esserci un abisso di mezzo. Anche se uno mette a confronto un embrione fotografato nel grembo materno con l’uomo adulto che ne è nato sembra esserci un abisso di mezzo, eppure tutto quello che l’uomo è diventato era in germe nell’embrione. Gesú aveva paragonato il regno da lui predicato al più piccolo dei semi, destinato a crescere e diventare albero grande (Mt 13,32).
4. Un Gesú degli atei?
Uno dei capisaldi del libro del papa merita un’attenzione particolare. Nell’introduzione egli cita l’affermazione di R. Schnackenburg secondo cui “senza il radicamento in Dio la persona di Gesú rimane fuggevole, irreale e inspiegabile”. “Questo, dichiara Benedetto XVI, è anche il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: considera Gesú a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità” (p. 10).
Ciò mette in questione la possibilità di una ricerca storica su Gesú che non solo prescinda, ma escluda in partenza, esplicitamente o tacitamente, la fede; in altre parole, la plausibilità storica di quello che è stato definito a volte “il Gesú degli atei”. Non parlo in questo momento della fede in Cristo, nella sua divinità, ma di fede in Dio, nell’accezione più comune del termine.
Lungi da me (e, credo, anche dal papa) l’idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Sono convinto che Gesú è “patrimonio dell’umanità” e che nessuno, neppure la Chiesa, ha il monopolio su di lui. Quello che vorrei mettere in luce, partendo dalle affermazioni citate del papa, sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza, come cioè la “precomprensione” di chi non crede incida sulla ricerca non meno di quella del credente.
La mia tesi è che se si nega o si prescinde dalla fede in Dio, non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l’uomo Gesú. Nessuno può contestare storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.
Ma se Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra o la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. E come si spiega allora che la vita di quest’uomo “ha cambiato il mondo”? Sarebbe come dire che non la verità e la ragione hanno cambiato il mondo, ma l’illusione e l’irrazionalità. Come si spiega che quest’uomo continua, a distanza di duemila anni, a interpellare gli spiriti come nessun altro? Può tutto ciò essere il frutto di un equivoco, di un’illusione?
Non c’è che una via d’uscita a questo dilemma e bisogna riconoscere la coerenza di coloro che negli ultimi anni l’hanno imboccata. La via d’uscita è quella che si è fatta strada nell’ambito del “Jesus Seminar” di Berkeley negli Stati Uniti. Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo nello stile dei cinici ; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina .
Sono – guarda caso – le cose che va predicando da decenni New Age! Prima di costoro Nietzsche aveva chiaramente visto il dilemma e lo aveva risolto in maniera molto più coerente di oggi: facendo di Gesú non un filosofo rappresentante della razionalità greca, ma il suo irriducibile contrario. “Dioniso contro il crocifisso”: eccovi l’antitesi”, esclama in uno dei suoi frammenti postumi .
Il papa ha visto giusto: senza il radicamento in Dio, la figura di Gesú rimane fuggevole, irreale e inspiegabile, io aggiungerei, insignificante. È curioso notare un fatto. Tutta la spasmodica ricerca del Gesú della storia, quando è condotta per distanziarlo dal Cristo della Chiesa, si risolve paradossalmente in un radicale rifiuto della storia stessa. La storia a cui Gesú ha dato luogo, che ha creato con la sua vita, non solo non è presa in considerazione, ma ogni forzo è fatto per annullarla, alla ricerca di un punto di partenza staccato da essa, in antitesi con essa.
Non si applica in questo caso il principio ermeneutico della Wirkungsgeschichte, della storia degli effetti, che tiene conto non solo degli influssi subiti, ma anche degli effetti prodotti e degli influssi esercitati. L’interprete, afferma H.- G. Gadamer, non può porsi al di sopra della tradizione che lo lega al passato che sta studiando, ma può cominciare a capire adeguatamente soltanto in quanto parte di questa tradizione e grazie ad essa . Non credo che ciò debba intendersi nel senso che solo chi aderisce interiormente al cristianesimo può capire qualcosa di esso, ma certo dovrebbe mettere in guardia dal credere che solo ponendosi al di fuori di esso si possa dire qualcosa di oggettivo su di esso.
A tutte le cose si applica oggi il principio di sperimentazione, come criterio di accertamento della verità di una cosa e di un fenomeno, eccetto che alla fede. Anzi, sembra che il presupposto per dire qualcosa di serio e di “scientifico” sulla religione e la fede sia quello di non averne fatto l’esperienza personale, di esserne immuni. Esattamente come si fa con la pazzia. È chiaro infatti che l’ultimo a poter dire qualcosa di serio e di scientifico sulla pazzia è proprio il pazzo.
È attraverso la Chiesa e per la Chiesa che Gesú ha cambiato il mondo. Senza “quello sbaglio chiamato cristianesimo”, come lo definisce qualcuno , non saremmo qui a parlare di lui. Gesú sarebbe oggi un oscuro rabbi della Galilea, il cui nome a malapena si leggerebbe in una nota a Tacito o a Giuseppe Flavio.
5. Valutazioni e questioni aperte
Vengo ad alcune considerazioni conclusive. Nell’introduzione il papa scrive: “Non ho bisogno di dire espressamente che questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del ‘volto del Signore’. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione” (p. 20). Proprio per rendere chiaro questo intento, il nome del teologo Joseph Ratzinger precede, nel frontespizio del libro, quello del papa Benedetto XVI.
Con il termine “simpatia” il papa non intendeva certo chiedere benevolenza o favore per l’autore. Chiede quello sforzo che anche Giovanni Paolo II sollecitava spesso dai mezzi di comunicazione sociale, di non giudicare cioè gli interventi della Chiesa sempre e solo secondo le categorie ad essi familiari della politica o del potere, e sforzarsi invece di tener conto della sua dimensione di mistero e di grazia. Insomma, di provare a mettersi dal punto di vista della Chiesa e della fede, anche se non lo si condivide. È il presupposto per una critica seria e costruttiva in ogni campo.
Ad alcune settimane dall’uscita del libro, bisogna dire che in molti casi l’anticipo di simpatia, inteso in questo senso, è mancato del tutto. Ci si è lanciati in una critica pregiudiziale . Qualcuno gli ha mosso il rimprovero di bypassare, in tal modo, tutti i problemi e i dubbi sollevati dalla moderna critica storica . Ma io mi domando: cosa avrebbe dovuto fare il papa: scrivere un’ennesima ricostruzione storica in cui discutere e controbattere tutte le obiezioni? Abbiamo visto sopra quanto è lunga la lista di coloro che l’hanno fatto, da credenti o da non credenti, e non penso che una ricostruzione in più, anche se scritta da un papa, avrebbe fatto molta differenza.
Accanto a ciò che il papa chiede, bisogna tener conto però anche di ciò che egli concede e cioè la libertà di discutere e anche contraddire le sue posizioni. Anche questo a volte è mancato. Si stanno avendo letture contrapposte, muro contro muro, senza sfumature e senza distinzioni. Quando qualcuno, come il Card. Martini, ha tentato di farlo la settimana scorsa, del resto con estremo e sincero rispetto verso il libro e l’autore, si è visto anche lui preso subito tra due fuochi .
Per conto mio, accolgo l’invito del papa e tento di dire qual è il mio parere come teologo e insieme storico delle origini cristiane. Dico subito che condivido in pieno, come uomo di fede, il contenuto del libro del papa. Il suo Gesú di Nazaret è anche il mio, né potrebbe essere altrimenti. Condivido dunque le conclusioni del libro; ho invece qualche perplessità sul modo con cui queste conclusioni sono raggiunte e sulla natura di esse.
Il papa afferma che il Gesú dei Vangeli è anche il Gesú storico in senso vero e proprio (p. 18). Questo induce facilmente il lettore a credere che l’immagine di lui tratteggiata nel libro non è garantita solo dalla teologia ma anche dalla storia, nonostante la dichiarazione dell’autore ricordata all’inizio, di volere “andare oltre il metodo storico, mirando a un’interpretazione propriamente teologica” .
Io credo che la lettura storica dei Vangeli non può arrivare fin dove arriva la lettura teologica; non necessariamente nel senso che la contraddice, ma nel senso che non ha in sé i mezzi per affermarla. Rimane tra le due un dislivello che solo il salto della fede può superare. Questo il teologo e ora papa Ratzinger lo sa e lo ha insegnato a tutti noi (per esempio quando parla della fede nel suo libro Introduzione al cristianesimo), ma il lettore potrebbe non rendersene conto.
La continuità tra il Gesú della storia e il Cristo del kerygma (come pure quella successiva tra il Cristo del kerygma e il Cristo del dogma), per quanto reale, è meno rettilinea e scontata di quanto a un credente piacerebbe riscontrare. Su questo punto penso si possa condividere l’opinione di Theissen e Merz: “I cristiani dopo la Pasqua hanno formulato su Gesú più affermazioni (vale a dire , hanno detto cose più grandi e più importanti) di quanto abbia detto di sé lo stesso Gesú storico” . I due autori citati vedono tra le due fasi un rapporto come tra cristologia implicita e cristologia esplicita ed è molto significativo che gli elementi di cristologia implicita che essi riscontrano nei vangeli siano gli stessi sui quali anche il papa fa leva nel suo libro: la formula ‘Amen’, nel particolare uso che ne fa Gesú, la consapevolezza con la quale Gesú contrappone alla Torah e all’autorità di Mosè il suo “Ma io vi dico…”, il particolare modo di rapportarsi al Padre, con la distinzione tra “Padre mio” e “Padre vostro”, il perdono dei peccati, la superiorità rivendicata con forza da Gesú su Giovanni Battista che pure viene definito “il più grande dei profeti” .
Il papa ha mostrato – ed è a mio parere uno dei meriti maggiori del libro – quanta più cristologia implicita (e neppure tanto implicita!) ci sia nei Vangeli, cioè quante più affermazioni decisive sulla identità e l’autocoscienza di Gesú, rispetto a ciò che gli storici sono disposti di solito a concedere.
Un altro punto sul quale si potrebbe discutere riguarda la crescita umana di Gesú. Nel libro del papa non si accenna a nessuno sviluppo o crescita di Gesú nella consapevolezza della sua missione. Viene rifiutata come “romanzo psicologico” l’idea che, in occasione del suo battesimo nel Giordano e della voce celeste del Padre, Gesú abbia avuto una rivelazione più chiara della sua missione di Messia sofferente, ciò che studiosi di grande fama, come Charles H. Dodd e Oscar Cullmann, invece hanno sostenuto.
Non credo che questo comprometterebbe la fede nella piena divinità di Cristo. Di lui Luca dice che “cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52) e nulla vieta di credere che questa crescita riguardi anche la consapevolezza umana della sua missione. Senza di essa diventa difficile spiegare l’episodio delle tentazioni e la lotta del Getsemani. Come questa crescita si concili con il suo essere anche Dio, resta per noi il mistero cristologico per eccellenza che non possiamo razionalizzare senza dissolverlo.
A parte questi rilievi (anch’essi del resto discutibili) sono convinto che il libro di Benedetto XVI rimarrà a lungo un classico della letteratura su Gesú, come e più dei libri sullo stesso soggetto di Karl Adam e di Romano Guardini sui quali egli dice di essersi formato in gioventù. Gli assicurano questo posto la profondità delle analisi teologiche, l’afflato spirituale, la penetrazione dei testi, la capacità di collegare l’Antico al Nuovo Testamento e i vari testi all’interno del Nuovo Testamento, oltre naturalmente il fatto di poter disporre di una massa di dati arricchita, nel frattempo, dalla ricerca storica.
Passando dalla lettura dei libri sul Gesú storico (compresi quelli di credenti, come John Meier e James Dunn) al libro del papa, si ha la stessa impressione di uno che dopo aver osservato e analizzato a lungo le singole tessere di un mosaico solleva lo sguardo e vede dispiegarsi davanti a se il mosaico intero in tutto il suo splendore.
È un Gesú che risulta vitalmente innervato nella fede d’Israele (anche questo uno dei pregi più evidenti del libro), ma che, allo stesso tempo, apre questa stessa fede alla dimensione universale annunciata dai profeti e realizzata nella Chiesa. Un Gesú che si presenta agli uomini del nostro tempo e, in totale rispetto della loro libertà, rivolge ad essi la domanda di sempre: “Voi chi dite che io sia?”.