Abacuc 1, 2-3; 2,2-4; 2 Timoteo 1, 6-8.13-14; Luca 17, 5-10
Il Vangelo di oggi si apre con gli apostoli che chiedono a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. Anziché soddisfare il loro desiderio, Gesù sembra volerlo acuire. Dice:
“Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”.
La fede è senza dubbio il tema dominante di questa Domenica. Nella prima lettura si ascolta la celebre affermazione di Abacuc, ripresa da san Paolo nella Lettera ai Romani:
“Il giusto vivrà per la sua fede”.
Anche l’acclamazione al Vangelo è sintonizzata su questo tema:
“Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (1 Giovanni 5,4).
La fede ha diverse sfumature di significato. Con questa parola si può intendere sia, soggettivamente, il nostro credere, sia, oggettivamente, le cose credute. Il nostro stesso atto di fede si configura diversamente, a seconda che lo si consideri dal punto di vista dell’intelligenza o della volontà. Nel primo caso, si tratterà della fede – assenso della mente a delle verità rivelate; nel secondo, della fede – fiducia, o abbandono confidente di tutto l’essere a Dio.
Abbiamo avuto modo di toccare, in passato, questi diversi aspetti della fede. Oggi vorrei riflettere sulla fede nella sua accezione più comune e più elementare: se credere o meno in Dio. Non la fede, in base alla quale si decide se uno è cattolico o protestante, cristiano o musulmano, ma la fede, in base alla quale si decide se uno è credente, o non-credente, credente o ateo. Un testo della Scrittura dice:
“Chi si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Ebrei 11, 6).
Questo è il primo gradino della fede, senza il quale non se ne danno altri. Per parlare della fede a un livello così universale, che interessa tutti gli uomini, a qualsiasi religione e cultura appartengano, non possiamo basarci soltanto sulla Bibbia, perché questa avrebbe valore solo per noi cristiani e, in parte, per gli ebrei, non per gli altri. Per nostra fortuna, Dio ha scritto due “libri”: uno è la Bibbia, l’altro è il creato. Uno è composto di lettere e parole, l’altro di cose. Non tutti conoscono, o possono leggere, il libro della Scrittura; ma tutti, da qualsiasi latitudine e cultura, possono leggere il libro che è il creato. Di notte ancor meglio, forse, che di giorno. “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento…Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola” (Salmo 19, 5). Paolo esprime una convinzione comune a quasi tutte le religioni, quando afferma:
“Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute” (Romani 1, 20).
Il creato è un libro spalancato davanti agli occhi di tutti ed è su di esso che vorremmo far leva. Anche perché è urgente dissipare un equivoco, a certi livelli, assai diffuso: che cioè la scienza abbia ormai liquidato il problema e spiegato esaurientemente il mondo, senza bisogno di ricorrere all’idea di un essere al di fuori di esso, chiamato Dio.
In un certo senso, la scienza ci porta oggi più vicino alla fede in un creatore, che non nel passato. Prendiamo la famosa teoria che spiega l’origine dell’universo con il Big Bang, o la grande esplosione iniziale. In un miliardesimo di miliardesimo di secondo, si passa da una situazione in cui non c’è ancora nulla, né spazio né tempo, a una situazione in cui è cominciato il tempo, esiste lo spazio, e, in una particella infinitesimale di materia, c’è già, in potenza, tutto il successivo universo di miliardi di galassie, come lo conosciamo noi oggi.
Qualcuno dice: “Non ha senso porsi la domanda cosa c’era prima di quell’istante, perché non esiste un ‘prima’, quando ancora non esiste il tempo”. Ma io dico: come si fa a non porsi quella domanda? Risalire indietro nella storia del cosmo, si dice, è come sfogliare le pagine di un libro immenso, partendo dalla fine; giunti all’inizio, ci si accorge che è come se mancasse la prima pagina. Io credo che è proprio su questa prima pagina mancante che la rivelazione biblica ha qualcosa da dire. “In principio Dio creò il cielo e la terra”: così comincia la Bibbia e, secondo essa, il mondo.
Non si può chiedere alla scienza che si pronunci su questo “prima” fuori del tempo, ma essa non dovrebbe neppure chiudere il cerchio, dando a credere che tutto è risolto. In certe opere di divulgazione scientifica, si ha l’impressione che tutto sia ormai spiegato dell’universo, o in via di rapida spiegazione, mentre si vede bene che restano aperti interrogativi grossi come galassie. Si spiega quasi sempre il “come” avviene un fenomeno, quasi mai il “perché”; mai, in ogni caso, il perché ultimo.
Un argomento, che può, se non suscitare la fede, almeno predisporre ad essa, è quello dell’armonia e dell’ordine del cosmo. Chi fa sì che miliardi di miliardi di corpi celesti non precipitino ad ogni istante nel caos, ma anzi ruotino con un’armonia così perfetta e immutabile? Nessuno, vedendo nel mondo tante migliaia di aerei partire e arrivare ogni giorno ad ore precise, solcare i cieli in tutte le direzioni senza scontrarsi, andare ognuno per la sua rotta e alla sua altitudine, penserebbe che tutto ciò possa avvenire a caso, senza che nessuno abbia concordato prima un orario, stabilito un piano e delle regole. Eppure che cos’è questo traffico aereo, in confronto a quello dei corpi celesti nel cosmo?
Chi pretende spiegare tutto questo con il caso, non si accorge che finisce per attribuire tacitamente al caso esattamente gli attributi che i credenti riconoscono a Dio. Con la differenza di dovere, in questa ipotesi, spiegare l’ordine con il principio stesso del disordine, la stabilità e una finalità precisa in tutte le cose con quello che è, per definizione, qualcosa di cieco e di variabile. Senza contare che “per tirare fuori delle palline a caso da un sacco”, bisogna che prima qualcuno ve le abbia messe dentro. Chi ha fornito al caso gli ingredienti con cui lavorare?
C’è una storiella interessante al riguardo. Un giorno un gruppo di scienziati si riunì e arrivò alla conclusione che ormai l’uomo aveva fatto tanti progressi che non aveva più bisogno di Dio. Elessero uno di loro che andasse a portargli l’ambasciata. “Noi non abbiamo più bisogno di te. Siamo giunti a clonare un uomo e possiamo fare praticamente tutto da soli”. Dio ascoltò con pazienza e alla fine rispose: “Bene, che ne diresti di fare una gara a chi sa fare meglio un uomo?” “D’accordo!”, rispose lo scienziato soddisfatto. “Procederemo esattamente come all’inizio con Adamo”, disse Dio. “Sicuro, non ci sono problemi”, fa lo scienziato e si china a raccogliere da terra una manciata di fango. Dio lo guarda e dice: “ No, no, no. Tu devi usare il tuo fango, non puoi usare il mio!”.
Non si pretende che si possa “dimostrare” l’esistenza di Dio, nel senso che diamo comunemente a questa parola. Quaggiù vediamo come in uno specchio e in un enigma, dice san Paolo. Quando un raggio di sole entra in una stanza, ciò che si vede non è la luce stessa, ma è la danza della polvere che riceve e rivela la luce. Così è di Dio: non lo vediamo direttamente, ma come di riflesso, nella danza delle cose. Questo spiega perché Dio non si raggiunge, se non con facendo il “salto” della fede.
Una cosa però è necessario mettere in luce. Non è vero che la scienza per sé allontana dalla fede, o tende a superarla, come una visione ingenua e sorpassata. La grande maggioranza degli uomini che hanno scritto il loro nome nel libro d’oro della scienza sono stati dei credenti. Pasteur diceva: “È per aver studiato e meditato molto che io ho mantenuto la fede di un contadino bretone; se avessi meditato e studiato di più, sarei arrivato addirittura alla fede di una donna bretone!”. E Beckerel, premio Nobel insieme ai Curie, per la fisica: “Sono i miei studi che mi hanno ricondotto alla fede in Dio”. Si sa della fede di Galileo. Newton diceva che questo meraviglioso sistema di sole, pianeti, comete non può essere attribuito a qualche “cieca necessità”, ma deve scaturire dal disegno di un Essere potente e intelligente che governa le cose, non come anima del mondo, ma come Signore di esso”. Keplero terminava la sua opera L’armonia cosmica con una commovente preghiera al Signore dei cieli, del sole e dei pianeti.
Questi vissero nel passato, ma le cose non sono cambiate molto. Qualcuno ha steso l’elenco dei centocinquanta più grandi pionieri della scienza del XX secolo, e la conclusione è stata che, scartati i nomi di dodici scienziati sulle credenze dei quali non si avevano testimonianze sicure, dei rimanenti centotrentotto, nove si proclamavano agnostici, cinque increduli dichiarati e centoventiquattro credenti in Dio e nella vita futura. Einstein diceva che nelle leggi della natura “si rivela una Mente così eccelsa, che di fronte ad essa ogni pensiero umano non è che un pallidissimo riflesso”.
Forse si deve concludere che un po’ di scienza porta, effettivamente, lontano dalla fede, ma che molta scienza spesso riconduce ad essa. È un vero peccato che si sia finito per contrapporre tacitamente tra loro, nella mentalità comune, scienza e fede, come se l’una fosse incompatibile con l’altra. Venendo dallo stesso Creatore, non solo esse non si oppongono a vicenda, ma, se professate correttamente, possono essere l’una la migliore alleata dell’altra, quais “due ali con cui volare alto” (così le definisce Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Fides et ratio).
A unirci tutti di fronte al creato, credenti e non credenti, se non la fede, dovrebbe essere almeno lo stupore. Se è vero che lo stupore è il presupposto della fede, forse è proprio qui una delle ragioni per cui l’uomo moderno trova tanto difficile il credere. Che san Francesco d’Assisi (la cui festa cade, di solito, proprio in questa settimana dell’anno), ci ottenga la grazia di saper guardare il creato con gli stessi occhi pieni di estasiata meraviglia con cui lo contemplava lui!