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	<title>Padre Raniero Cantalamessa &#187; Avvento</title>
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		<title>“BEATA COLEI CHE HA CREDUTO!” -Seconda Predica di Avvento 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 12:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il Precursore Giovanni Battista, oggi ci facciamo prendere per mano dalla Madre di Gesù per “entrare” nel mistero del Natale. Nel Vangelo della scorsa Domenica, la Quarta di Avvento, abbiamo ascoltato il racconto dell’Annunciazione. Esso ci ricorda come Maria concepì e diede alla luce il Cristo e come possiamo concepirlo e darlo alla luce noi, e cioè mediante la fede! Riferendosi a questo momento, Elisabetta, di lì a poco esclamerà: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45).<br />
Si è ripetuto, purtroppo, circa la fede di Maria, quello che era avvenuto con la persona di Gesù. Siccome gli eretici ariani cercavano ogni pretesto per mettere in dubbio la piena divinità di Cristo, per togliere loro ogni appiglio, i Padri diedero a volte una spiegazione “pedagogica” di tutti quei testi del Vangelo che sembravano ammettere un progresso di Gesù nella conoscenza della volontà del Padre e nell’obbedienza ad essa. Uno di questi testi era quello della Lettera agli Ebrei, secondo cui Gesù “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), un altro la preghiera di Gesù nel Getsemani. In Gesù, tutto doveva essere dato e perfetto in partenza. Da buoni Greci, pensavano che il divenire non può incidere sull’essere delle cose.<br />
Qualcosa di simile, dicevo, si è ripetuto, tacitamente, per la fede di Maria. Si dava per scontato che lei avesse compiuto il suo atto di fede al momento dell’Annunciazione e in esso fosse rimasta stabile per tutta la vita, come chi, con la sua voce,  ha raggiunto di slancio la nota più acuta e la mantiene poi interrottamente per tutto il resto del canto. Si dava una spiegazione rassicurante di tutte le parole che sembravano dire il contrario.<br />
Il dono che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa, con il rinnovamento della Mariologia, è stato la scoperta di una dimensione nuova della fede di Maria. La Madre di Dio – ha affermato il Concilio Vaticano II &#8211; ”avanzò nella peregrinazione della fede” (LG, 58). Non ha creduto una volta per tutte, ma ha camminato nella fede e progredito in essa. L’affermazione è stata ripresa e resa più esplicita da san Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater:<br />
Le parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” non si applicano solo a quel particolare momento dell&#8217;annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo itinerario verso Dio, tutto il suo cammino di fede. (RM, 14).<br />
In questo cammino Maria è giunta, scriveva il papa, fino alla “notte della fede” (RM, 18). Sono note e spesso ripetute le parole di sant’Agostino sulla fede di Maria:<br />
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo (“quem credendo peperit, credendo concepit”)&#8230;. Dopo che l&#8217;angelo ebbe parla¬to, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”.<br />
Dobbiamo completare la lista con quello che accadde dopo l’Annunciazione e il Natale: per fede Maria presentò il Bambino al tempio, per fede lo seguì, tenendosi in disparte, nella sua vita pubblica, per fede stette sotto la croce, per fede attese la sua risurrezione.<br />
Riflettiamo su alcuni momenti del cammino di fede della Madre di Dio. Ci sono fatti apparentemente contrastanti che Maria confronta dentro di sé, senza comprendere. È “il Figlio di Dio” e giace in una mangiatoia! Lei conserva tutto nel suo cuore e lascia che fermenti nell&#8217;attesa. Sentirà la profezia di Simeone e presto si accorgerà di quanto fosse vera! Tutti gli alti e bassi della vita del figlio, tutte le incomprensioni, le progressive diserzioni intorno a lui, hanno avuto una profonda ripercussione nel suo cuore di Madre. Incomincia a farne esperienza dolorosa nello smarrimento di Gesù al tempio: “Disse loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2,49-50).<br />
Infine c&#8217;è la croce. È là, impotente davanti al martirio del figlio, ma acconsente all&#8217;amore. È una replica del dramma di Abramo, ma quanto immensamente più esigente! Con Abramo Dio si ferma all’ultimo momento, con lei no. Accetta che il figlio sia immolato, lo consegna al Padre, col cuore affranto, ma in piedi, forte della sua fede incrollabile. È qui che la voce di Maria tocca la nota più alta. Di Maria si deve dire con ben maggiore ragione ciò che l’Apostolo dice di Abramo: Maria credette, sperando contro ogni speranza, e così divenne madre di molti popoli (Rm 4,18).<br />
C’è stato un tempo in cui la grandezza di Maria era vista soprattutto nei privilegi che si faceva a gara nel moltiplicare, con il risultato di distanziarla, anziché “associarla”, a Cristo, il quale si era fatto “in tutto simile a noi”, nulla escluso, neppure la tentazione, ma solo il peccato. Il Concilio ci ha orientato a vedere la sua grandezza soprattutto nella sua fede, speranza e carità. Dice la Lumen gentium:<br />
Conce¬pendo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella co¬operò in modo tutto speciale all&#8217;opera del Salvatore, con l&#8217;ob¬bedienza, la fede, la speranza e l&#8217;ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell&#8217;ordine della grazia (LG, 61).</p>
<p><strong>“Crediamo anche noi!”</strong></p>
<p>Il rinnovamento della Mariologia operato dal Vaticano II deve molto (forse l’essenziale) a sant’Agostino. Fu la sua autorità  che spinse alcuni teologi e poi l’assemblea conciliare a inserire il discorso su Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, anziché fare su di lei un discorso a parte.  Partendo dal principio che “il tutto è superiore a una parte”, Agostino aveva scritto:<br />
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tutta¬via un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d&#8217;un membro è il corpo .<br />
Adesso è lo stesso sant’Agostino a suggerirci, la risoluzione da prendere dopo aver ripercorso a brevi tratti il cammino di fede della Madre di Dio. Alla fine del suo discorso sulla fede di Maria, egli rivolge ai suoi ascoltatori una vibrante esortazione che vale anche per noi: “Maria credette, e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi!” . </p>
<p>Il Quarto centenario della nascita di Blaise Pascal &#8211; che il Santo Padre  ha voluto ricordare alla Chiesa con la sua Lettera Apostolica del 19 Giugno scorso &#8211; ci aiuta a dare un contenuto attuale all’esortazione: “Crediamo anche a noi”. Tra i “Pensieri” più famosi di Pascal c’è il seguente:<br />
Le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce […]C’est le coeur qui sent Dieu et non la raison. Il cuore, e non la ragione, sente  Dio. Ecco cos’è la fede:  Dio sentito dal cuore e non dalla ragione<br />
Questa affermazione è ardita, ma ha il più autorevole fondamento possibile, quello della Sacra Scrittura! L’apostolo Paolo conosce e usa spesso la parola nous, che corrisponde al moderno concetto di mente, intelligenza o ragione; ma, parlando della fede, non dice “mente creditur”, con la mente si crede; dice corde creditur (kardia gar pisteùetai),   con il cuore si crede (Rom 10, 19).<br />
Dio “è sentito dal cuore e non dalla ragione”, come dice Pascal, per il semplice motivo che  “Dio è amore” e l’amore non si percepisce con l’intelletto, ma con il cuore. È vero che  Dio è anche verità (“Dio è luce”, scrive Giovanni nella stessa sua Prima Lettera) e la verità si percepisce con l’intelletto; ma mentre l’amore suppone la conoscenza, la conoscenza non suppone necessariamente l’amore. Non si può amare senza conoscere, ma  si può conoscere senza amare! Lo sa bene una civiltà come la nostra, orgogliosa di aver inventato l’intelligenza artificiale, ma così povera di amore e di compassione.<br />
Non sono, purtroppo, “le ragioni del cuore” di Pascal che hanno plasmato il pensare laico e teologico degli ultimi tre secoli, ma piuttosto il “penso, perciò esisto” (cogito ergo sum) del suo compatriota Cartesio, anche se contro l’intenzione di quest’ultimo che era e rimase sempre un pio cristiano e un credente. (Ricordo di aver letto il suo nome nella lista dei pellegrini famosi al santuario della Madonna di Loreto).<br />
La conseguenza è stata che il razionalismo ha dominato e dettato legge, prima di approdare all’attuale nichilismo. Tutti i discorsi e i dibattiti che si fanno, anche oggi, vertono su “Fede e Ragione”, mai, che io sappia, su “Fede e cuore”, o “Fede e volontà”. Lo stesso Pascal, tuttavia, in un altro suo pensiero, dice che la fede è abbastanza chiara per chi vuole credere, e abbastanza oscura per chi non vuole credere . Essa, in altre parole, è una questione di volontà, più che di ragione e intelletto.<br />
Vorrei, a questo punto, accennare a una seconda lezione lasciataci da Pascal e che il Santo Padre mette fortemente in luce nella sua Lettera Apostolica: la centralità di Cristo per la fede cristiana: “Conosciamo Dio – scrive il filosofo &#8211; solo per mezzo di Gesù Cristo. Senza questo mediatore è esclusa ogni comunicazione con  Dio” .  E nel cosiddetto Memoriale, eco di una memorabile notte di luce, egli esclama: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti…Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”<br />
Pascal è spesso citato a proposito del “rischio calcolato”, o della scommessa vantaggiosa. Nell’incertezza, scrive, scommetti sull’esistenza di  Dio, perché “se  vinci hai vinto tutto, se perdi, non hai perso nulla”: “Si vous gagnez, vous gagnez tout ; si vous perdez, vous ne perdez rien”  . Ma il vero rischio della fede &#8211; anche lui lo sa &#8211; è un altro: è quello di mettere tra parentesi Gesú Cristo. Un rischio di lunga data! Ripensiamo a quello che avvenne ad Atene, in occasione del memorabile discorso tenuto dall’apostolo Paolo all’Areopago (Atti 17,16-33).</p>
<p>L’Apostolo comincia parlando del Dio unico che ha creato l’universo e di cui “noi stessi siamo progenie”. I presenti colgono l’allusione al verso di un loro poeta e lo seguono con attenzione. Ma ecco che Paolo arriva al punto. Parla di un uomo che Dio ha designato come giudice universale, dandone prova con il risuscitarlo dai morti. Finito l’incantesimo! “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano:’Su questo ti sentiremo un&#8217;altra volta’ ” (At 17, 32).<br />
Che cosa li ha tanto disturbati? Certo, l’idea della risurrezione dai morti, così contraria a quello che, nello stesso luogo, aveva insegnato Platone: il corpo è “la tomba dell’anima”, non vale, perciò, la pena di portarselo dietro anche dopo la morte. Ma forse ancora di più li ha sconcertati il fatto di far dipendere il destino dell’umanità da un singolo evento storico e da un uomo concreto. Un secolo dopo, il filosofo platonico Celso getterà in faccia ai cristiani i motivi dello scandalo dei greci: “Figlio di Dio un uomo vissuto pochi anni fa? Uno di ieri o avantieri ? Un uomo nato in un borgo della Giudea da una povera filatrice?” .<br />
Il vero rischio della fede è quello di scandalizzarsi dell’umanità e umiltà di Cristo. Fu lo scoglio maggiore che Agostino dovette superare per aderire alla fede: “Non essendo umile, non riuscivo ad accettare come mio Dio l’umile Gesù”, scrive nelle Confessioni . Gesú aveva parlato della possibilità di “scandalizzarsi” di lui, a motivo della sua distanza dall’idea che gli uomini si erano fatti del Messia, e aveva concluso dicendo: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,2-6).<br />
Lo scandalo è oggi meno ostentato di quello degli areopagiti, ma non meno presente tra gli intellettuali. L’effetto – più dannoso del rifiuto &#8211; è il silenzio su di lui. Ho seguito, in Internet, molti dibattiti ad alto livello sull’esistenza o meno di  Dio: quasi mai in essi veniva pronunciato il nome di Gesú Cristo. Come se egli non rientrasse nel discorso su Dio!<br />
Deve essere questo il nostro  impegno principale nello sforzo per l’evangelizzazione. Il mondo e i suoi media –dicevo in altra occasione in questo stesso luogo &#8211; fanno del tutto (e purtroppo ci riescono!) per tenere separato, o taciuto, il nome di Cristo in ogni loro discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare del tutto per tenerlo ostinatamente presente. Non per ripararci dietro di esso e tacere dei nostri fallimenti, ma perché è lui “la luce delle genti”, il “nome che è al disopra di ogni altro nome”, “la pietra angolare” del mondo e della storia.</p>
<p><strong>Tornare al cuore!</strong></p>
<p>Torniamo, per finire, alla parola di Pascal su  Dio che “si sente con il cuore”. Non più per farne oggetto di considerazioni storiche e teologiche, ma personali e pratiche. Pascal fu un fervente discepolo di sant’Agostino, fino, purtroppo, a condividerne anche qualche eccesso  ed errore, come quello, rilanciato dagli Giansenisti, della duplice predestinazione divina, alla gloria o alla dannazione! Anche l’appello di Pascal al cuore risente (positivamente, questa volta) dell’influenza del dottore d’Ippona. Commentando il versetto di Isaia: “Tornate, o prevaricatori, al cuore (redite, praevaricatores ad cor)” (Is 46, 8, Volgata), in un discorso al popolo sant’Agostino diceva:<br />
Rientrate nel vostro cuore!&#8230; Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo&#8230; Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo .<br />
L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare ed oltre, ma ignora quello che avviene poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre, da cui la difficoltà di prevenire i terremoti. È una immagine di quello che avviene anche nell’ambito dello spirito, nella nostra stessa vita. Viviamo tutti proiettati all’esterno, a quello che avviene intorno a noi, disattenti a ciò che avviene dentro di noi. Il silenzio fa paura. </p>
<p><strong>Greccio 1223</strong></p>
<p>Nel Natale di quest’anno ricorre l’ottavo centenario della prima realizzazione del presepio a Greccio. È  il primo dei tre centenari francescani, Ad esso seguirà, nel 2024, quello delle Stimmate del santo e, nel 2026, quello della sua morte. Anche questa circostanza ci può aiutare a ritornare al cuore. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, riporta le parole con cui il Poverello spiegava la sua iniziativa: “Vorrei, diceva, rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva tra il bue e l’asinello” . </p>
<p>Purtroppo, con il passare del tempo, il presepio si è allontanato da quello che esso rappresentava per Francesco. È diventato spesso una forma d’arte o di spettacolo di cui si ammira l’allestimento esterno, più che il significato mistico. Anche così, tuttavia, esso assolve la sua funzione di segno e sarebbe stolto rinunciarvi. Nel nostro Occidente si moltiplicano le iniziative per eliminare dalle solennità natalizie ogni riferimento evangelico e religioso, riducendolo a una pura e semplice festa umana e familiare, con tante fiabe e personaggi inventati al posto dei personaggi veri del Natale. Qualcuno vorrebbe cambiare perfino il nome della festa.</p>
<p>Uno dei pretesti è di favorire, in questo modo, la convivenza pacifica con credenti di altre religioni, in pratica con gli islamici. In realtà questo è il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli, non dei musulmani. Nel Corano c’è una Sura dedicata alla nascita di Gesú che vale la pena conoscere. Dice: </p>
<p>Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù [‘Isà] figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi”. Disse Maria: “Signore mio, come potrò avere un figlio, quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “Proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto ‘sii’, ed essa è.  </p>
<p>Una volta, al tempo in cui, il sabato sera,  spiegavo il Vangelo domenicale  nella rubrica RAI “A Sua Immagine” , feci leggere questa Sura da un islamico che si disse felice di contribuire in tal modo a dissipare un equivoco che li danneggia, con il pretesto di favorirli. La venerazione con cui il Corano ricorda la nascita di Gesú e il posto che occupa in essa la vergine Maria ha avuto qualche anno fa un riconoscimento inatteso e clamoroso. L’emiro di Abu Dhabi ha deciso di dedicare a Mariam, Umm Eisa , ”Maria Madre di Gesú”, una bellissima moschea dell’emirato che prima portava il nome del suo fondatore, lo sceicco Mohammad Bin Zayed.<br />
Il presepio è dunque una tradizione utile e bella, ma non possiamo accontentarci dei presepi esterni tradizionali. Dobbiamo allestire a Gesù un presepio diverso, un presepio del cuore. Corde creditur: con il cuore si crede. Christum habitare per fidem in cordibus vestris: che Cristo venga ad abitare mediante la fede nei vostri cuori (Ef 3,17), ci esorta l’Apostolo. Maria e il suo Sposo continuano, misticamente, a bussare alle porte, come fecero quella notte a Betlemme. Nell’Apocalisse è il Risorto in persona che dice: “Io sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Apriamogli la porta del nostro cuore. Facciamo, di esso, una culla per Gesù Bambino. Che senta, nel gelo del mondo, il calore del nostro amore e della nostra infinita gratitudine di redenti!<br />
Questa non è una bella e poetica finzione mentale; è l’impresa più ardua della vita. Nel nostro cuore c’è posto infatti per molti ospiti, ma per un solo padrone. Far nascere Gesú significa  far morire il proprio “io”, o almeno rinnovare la decisione di non vivere più per noi stessi, ma per Colui che è nato, morto e risorto per noi” (cf. Rom 14, 7-9). “Dove nasce  Dio, muore l’uomo”, ha affermato l’esistenzialismo ateo. È vero! Muore, però, l’uomo vecchio, corrotto e destinato, in ogni caso, a finire con la morte, e nasce l’uomo nuovo “creato nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24), destinato alla vita eterna. È una impresa che non finirà con il Natale, ma può cominciare con esso.<br />
Che la Madre di  Dio che “concepì Cristo nel suo cuore prima che nel suo corpo” &#8211; ci aiuti a realizzare questo proposito.<br />
Buon compleanno a Gesú! E a tutti voi &#8211; Santo e amato Padre papa Francesco,  venerati Padri, fratelli e sorelle- Buon Natale!</p>
<p>  1.Agostino, Discorsi, 215, 4.<br />
  2.Agostino, Discorso 72,7 (Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930,  p.163).<br />
  3.Agostino, Discorsi, 215,4.<br />
  4.Pensieri, 277-278, ed. Brunschvicg.<br />
  5.Cf. Pensieri, 430, ed. Br.<br />
  6.Pensieri, n. 221, Br.<br />
  7.Pensieri, 233, Br.<br />
  8.In Origene, Contro Celso, I, 26.28; VI, 10.<br />
  9.Agostino, Confessioni, VII, 18,24.<br />
 10.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 18,10.<br />
 11.Tommaso da Celano, Vita Prima, 84-86.<br />
 12.Corano, Sura III, 46-47.</p>
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		<title>&quot;VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO&quot; Giovanni Battista, il moralista e il profeta - Prima Predica di Avvento 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Dec 2023 15:03:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella liturgia dell&#8217;Avvento si nota una progressione. Nella prima settimana, la figura di spicco è il profeta Isaia, colui che annuncia da lontano la venuta del Salvatore; nella seconda e terza domenica, la guida è Giovanni Battista, il precursore; nella quarta settimana, l&#8217;attenzione si concentra tutta su Maria. Avendo, quest’anno, due sole meditazioni a disposizione,[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella liturgia dell&#8217;Avvento si nota una progressione. Nella prima settimana, la figura di spicco è il profeta Isaia, colui che annuncia da lontano la venuta del Salvatore; nella seconda e terza domenica, la guida è Giovanni Battista, il precursore; nella quarta settimana, l&#8217;attenzione si concentra tutta su Maria. Avendo, quest’anno, due sole meditazioni a disposizione, ho pensato di dedicarle a loro due: al Precursore e alla Madre. Nelle iconostasi dei fratelli Ortodossi, i due stanno uno a destra e l’altro a sinistra di Cristo e spesso sono rappresentati come due “uscieri” ai lati della porta che immette nel  recinto sacro. </p>
<p><strong>Giovanni Battista, predicatore di conversione</strong></p>
<p>Nei Vangeli, il Precursore ci appare in due ruoli diversi: quello di predicatore di conversione e quello di profeta. Dedico la prima parte della  riflessione a Giovanni moralista, la seconda a Giovanni profeta.<br />
Alcuni versetti del Vangelo di Luca sono sufficienti a darci una idea della predicazione del Battista:<br />
Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all&#8217;ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione… Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,7-14).<br />
Il Vangelo permette di vedere cosa distingue, su questo punto, la predicazione del Battista da quella di Gesù. Il salto di qualità è espresso nel modo più chiaro dallo stesso Gesú:<br />
La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi. (Lc 16,16)<br />
Dobbiamo guardarci da semplicistiche contrapposizioni tra Legge e Vangelo. Subito dopo l’affermazione appena citata, Gesú (o almeno l’evangelista) aggiunge: “È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge” (Lc 16, 17). Il Vangelo non abolisce la legge, cioè, concretamente, i comandamenti di Dio; ma inaugura una relazione nuova e diversa con essi, un modo nuovo di osservarli.<br />
Ciò che è nuovo è l’ordine tra il comandamento e il dono, cioè tra la legge e la grazia. Alla base della predicazione del Battista c’è l’affermazione: “Convertitevi e così il regno di  Dio verrà a voi!”; alla base della predicazione di Gesú c’è l’affermazione: “Convertitevi perché il regno di  Dio è venuto a voi!” (Ricordiamo l’affermazione di Gesú appena citata: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi”).<br />
Non è una differenza solo cronologica, come tra un prima e un dopo; si tratta di una differenza anche assiologica, cioè di valore. Vuole dire che non è l’osservanza dei comandamenti che permette al regno di  Dio di venire; ma è la venuta del regno di  Dio che permette l’osservanza dei comandamenti. Gli uomini non sono improvvisamente cambiati e diventati migliori, sicché il Regno è potuto venire sulla terra. No, essi sono quelli di sempre, ma è  Dio che, nella pienezza dei tempi, ha inviato il suo Figlio, dando loro così la possibilità di cambiare e vivere una vita nuova.<br />
“La legge, infatti, fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia [s’intende, di osservarla] viene da Gesú Cristo”, scrive l’evangelista Giovanni (Gv 1,17). Amare  Dio  con tutto il cuore è “il primo e più grande comandamento”; ma l’ordine dei comandamenti non è il primo ordine, o il primo livello: al di sopra di esso c’è l’ordine del dono: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo” (1Gv 4,19).<br />
È interessante vedere come questa novità di Cristo si riflette nel diverso atteggiamento del Battista e di Gesú nei confronti dei cosiddetti “peccatori”. Giovanni, abbiamo sentito, investe i peccatori che vanno da lui con parole di fuoco. È Gesú stesso che fa notare la differenza, su questo punto, tra lui e il Precursore: “È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell&#8217;uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11, 18-19, cf. Lc 7, 34). “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”, dicevano i farisei ai suoi discepoli (Mt 9,11).<br />
Gesú non aspetta che i peccatori cambino vita per poterli accogliere; ma li accoglie e questo porta i peccatori a cambiare vita. Tutti e quattro i Vangeli –Sinottici e Giovanni – sono unanimi su ciò. Gesú non aspetta che la Samaritana metta in ordine la sua vita privata, prima di intrattenersi con lei e chiederle addirittura di dargli da bere. Ma così facendo ha cambiato il cuore di quella donna che diventa una evangelizzatrice tra la sua gente. La stessa cosa avviene con Zaccheo, con Matteo il pubblicano, e con la peccatrice anonima che gli bacia i piedi in casa di Simone e con l’adultera.<br />
Non possiamo trarre da questi esempi una norma assoluta. (Gesú era Gesú e leggeva nei cuori; noi non siamo Gesú!). La Chiesa non può prescindere, tuttavia, dal suo stile, senza ritrovarsi al fianco di Giovanni Battista, anziché a quello di Cristo. Gesú disapprova il peccato infinitamente di più di quanto possano fare i più rigidi moralisti, ma ha proposto nel Vangelo un rimedio nuovo: non l’allontanamento, ma l’accoglienza. Il cambiamento di vita non è la condizione per accostarsi a Gesú nei Vangeli; deve però essere il risultato (o almeno il proposito) dopo essersi accostati a lui. La misericordia di  Dio, infatti, è senza condizioni, ma non è senza conseguenze!<br />
Su questo punto la Santa Madre Chiesa ha molto da imparare dalle madri e dai padri di famiglia di oggi. Conosciamo tutti i drammi che lacerano tanti genitori di oggi: figli che, nonostante il loro buon esempio di vita cristiana e i loro buoni consigli, prendono una strada diversa dalla loro, distruggendo se stessi con droga, abuso del sesso, scelte precoci che si rivelano sbagliate e spesso tragiche…Forse che per questo essi chiudono loro la porta in faccia e li scacciano di casa? Non possono fare altro che rispettare la loro scelta, come la rispetta Dio prima di loro, e continuare ad amarli. Questa situazione drammatica della società si riflette in quella della Chiesa. Siamo chiamati a scegliere tra il modello di Giovanni Battista e il modello di Gesú, tra il dare la preminenza alla legge, o darla alla grazia e alla misericordia.<br />
C’è un punto sul quale non c’è da scegliere, perché Giovanni e Gesú sono perfettamente d’accordo. Su di esso anche noi dovremmo alzare la voce. Si tratta di quello che Giovanni esprime con le parole: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (Lc 3,11) e che Gesú inculca con la parabola del ricco epulone e con la descrizione del giudizio finale in Matteo 25. </p>
<p><strong>Giovanni Battista, &#8220;più che un profeta&#8221;</strong></p>
<p>Adesso passiamo al secondo ruolo, o titolo, di Giovanni Battista. Egli – dicevo &#8211; non è solo un moralista e un predicatore di penitenza; è anche e soprattutto un profeta: &#8220;Tu, bambino, sarai chiamato profeta dell&#8217;Altissimo&#8221;, dice di lui suo padre Zaccaria (Lc 1,75). Gesù lo definisce addirittura  &#8220;più che un profeta&#8221; (Lc 7,26).<br />
In che senso, potremmo chiederci, Giovanni Battista è un profeta? Dove risiede la profezia nel suo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura. Ma Giovanni Battista non annuncia una salvezza futura; egli addita uno che è presente. In che senso allora si può chiamare profeta? Isaia, Geremia, Ezechiele  aiutavano il popolo a superare e oltrepassare la barriera del tempo; Giovanni Battista, aiuta il popolo ad oltrepassare la barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie. Il Messia tanto atteso, quello annunciato dai profeti, promesso nei Salmi, sarebbe dunque quell&#8217;uomo dalle apparenze così dimesse?<br />
È facile credere a qualcosa di grandioso, di divino, quando si prospetta in un futuro indefinito &#8211; &#8220;in quei giorni&#8221;, &#8220;negli ultimi giorni&#8221;… -, in una cornice cosmica, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre per fare germogliare il Salvatore. Più difficile è quando si deve dire: &#8220;Ora! È qui! È questo!&#8221; L’uomo è immediatamente tentato di dire: “Tutto qui? &#8220;Da Nazareth –dicevano &#8211; può venire qualcosa di buono?&#8221;<br />
È lo scandalo dell&#8217;umiltà di Dio che si rivela &#8220;sotto apparenze contrarie&#8221;, per confondere l’orgoglio e “la volontà di potenza” degli uomini. Credere che quell&#8217;uomo che hanno visto poco prima mangiare, dormire, forse perfino sbadigliare al risveglio, è il Messia, l&#8217;atteso da tutti; credere che si è giunti al dunque della storia: questo richiedeva un coraggio profetico più grande di quello di Isaia. Si tratta di un compito sovrumano; si capisce la grandezza del precursore e perché è definito &#8220;più che un profeta&#8221;.<br />
Tutti e quattro i Vangeli mettono in rilievo la duplice veste di Giovanni Battista, quella di moralista e quella di profeta. Ma mentre i Sinottici insistono di più sulla prima, il Quarto Vangelo insiste di più sulla seconda. Giovanni Battista è l&#8217;uomo dell&#8217; &#8220;Eccolo!&#8221;. &#8220;Ecco l&#8217;uomo di cui io dissi&#8230;Ecco l&#8217;Agnello di Dio!&#8221; (Gv 1,15.29). Che brivido dovette correre per il corpo di coloro che, con queste o altre parole simili, ricevettero per primi la rivelazione. Era come un corto circuito: passato e futuro, attesa e compimento si toccavano.<br />
Che cosa insegna a noi Giovanni Battista come profeta? Io credo che egli ci ha lasciato in eredità il suo compito profetico. Dicendo: &#8220;In mezzo a voi c&#8217;è uno che voi non conoscete!&#8221; (Gv 1,26), ha inaugurato la nuova profezia cristiana che non consiste nell&#8217;annunciare una salvezza futura, ma nel rivelare una presenza nascosta, la presenza di Cristo nel mondo e nella storia, nello strappare il velo dagli occhi della gente, quasi gridando, con parole che riecheggiano quelle di Isaia: &#8221; Dio ha fatto una cosa nuova. Non ve ne accorgete?&#8221; (cf. Is 43,19).<br />
Gesù ha detto: &#8220;Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo&#8221;. Egli è in mezzo a noi; è nel mondo e il mondo anche oggi, dopo duemila anni, non lo riconosce. C’è una frase di Cristo che ha sempre inquietato i credenti. “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Ma Gesú non parla qui della sua venuta alla fine del mondo. Nei discorsi cosiddetti escatologici, si intrecciano due prospettive: quella della venuta finale di Cristo e quella della sua venuta come risorto e glorificato dal Padre: la sua venuta “con potenza secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione” (Rom 1, 4), come la definisce san Paolo, in contrasto con la venuta precedente “secondo la carne”. È riferendosi a questa venuta secondo lo Spirito, che Gesú può dire: “Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga” (Mt 24,34).<br />
Quella frase inquietante di Gesú non interpella perciò i nostri posteri, quelli che si troveranno a vivere al momento del suo ritorno finale; interpella i nostri antenati e interpella i nostri contemporanei, noi compresi. Nonostante la sua risurrezione e i prodigi che accompagnarono l’inizio della Chiesa, trovò fede, Gesú, tra i suoi? Nonostante due mila anni della sua presenza nel mondo e tutte le conferme della storia, trova ancora fede sulla terra, specie tra i cosiddetti “intellettuali”? Il compito profetico della Chiesa sarà lo stesso di Giovanni Battista, fino alla fine del mondo: scuotere ogni generazione dalla sua terribile distrazione e cecità che impedisce di riconoscere e vedere la luce del mondo.<br />
Al tempo di Giovanni lo scandalo derivava dal corpo fisico di Gesù; dalla sua carne così simile alla nostra, eccetto il peccato. Anche oggi è il suo corpo, la sua carne a scandalizzare: il suo corpo mistico, la Chiesa, così simile al resto dell&#8217;umanità, non escluso neppure il peccato. Come Giovanni Battista fece riconoscere Cristo sotto l&#8217;umiltà della carne ai suoi contemporanei, così è necessario oggi farlo riconoscere nella povertà della Chiesa e della nostra stessa vita. </p>
<p><strong>Un&#8217;evangelizzazione nuova nel fervore</strong></p>
<p>San Giovanni Paolo II ha caratterizzato la nuova evangelizzazione come un&#8217;evangelizzazione – cito &#8211; “nuova nel fervore, nuova nei metodi e nuova nelle espressioni&#8221;. Giovanni Battista ci è maestro soprattutto nella prima di queste tre cose, il fervore. Egli non è un grande teologo; ha una cristologia assai rudimentale. Non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Figlio di Dio, Verbo, e neppure quello di Figlio dell&#8217;uomo.<br />
Usa immagini semplicissime. “Non sono degno –dice- di sciogliergli i legacci dei sandali&#8230;“ Ma, nonostante la povertà della sua teologia, come riesce a fare sentire la grandezza e unicità di Cristo! Il mondo e l&#8217;umanità appaiono, dalle sue parole, contenuti tutti come dentro un ventilabro, o un vaglio, che egli, il Messia, regge e scuote nelle sue mani. Davanti a lui si decide chi sta e chi cade, chi è  grano buono e chi è pula che il vento disperde. Alla maniera di Giovanni Battista, tutti possono essere evangelizzatori!<br />
Commentando le parole di san Giovanni Paolo II che ho ricordato, qualcuno, a suo tempo, fece notare che la nuova evangelizzazione può e deve essere, sì, nuova “nel fervore, nel metodo e nell&#8217;espressione”, ma non nei contenuti che restano quelli di sempre e che derivano dalla rivelazione. In altre parole: che ci può e deve essere una nuova evangelizzazione, ma non un nuovo Vangelo. </p>
<p>Tutto ciò è vero. Non ci possono essere contenuti veramente e totalmente nuovi. Ci possono, però, essere contenuti nuovi, nel senso che in passato non erano messi abbastanza in luce, che erano rimasti nell&#8217;ombra, poco valorizzati. San Gregorio Magno diceva: “Scriptura cum legentibus crescit” (Moralia in Job, 20, 1, 1), la Scrittura cresce con chi la legge. E in un altro passo  spiega anche il perché. “Infatti –dice- uno comprende [le Scritture] tanto più profondamente quanto più profonda è l’attenzione che ad essi rivolge” (Hom in Ez. I, 7,8). Questa crescita si realizza anzitutto a livello personale nella crescita in santità; ma si realizza anche a livello universale, a misura che la Chiesa avanza nella storia. </p>
<p>Quello che rende così difficile talvolta accettare la “crescita” di cui parla Gregorio Magno, è la scarsa attenzione che si dà alla storia dello sviluppo della dottrina cristiana dalle origini ad oggi, o una conoscenza assai superficiale di essa. Tale storia dimostra, infatti, che la crescita c’è sempre stata, come dimostrò in un suo famoso saggio il cardinale John Newman. </p>
<p>La Rivelazione –Scrittura e Tradizione insieme &#8211; cresce a seconda delle istanze e provocazioni che le sono poste nel corso della storia. Gesú ha promesso agli apostoli che il Paraclito li avrebbe guidati “alla verità tutta intera” (Gv 16, 13), ma non ha precisato in quanto tempo: se in una o due generazioni, o, invece  &#8211; come tutto sembra indicare &#8211; per tutto il tempo che la Chiesa è pellegrina sulla terra.<br />
La predicazione di Giovanni Battista ci offre l’occasione per una osservazione attuale e importante proprio a proposito di questa “crescita” della parola di  Dio che lo Spirito Santo opera nella storia. La tradizione liturgica e teologica ha raccolto, di lui, soprattutto il grido: &#8220;Ecco l&#8217;agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!&#8221;. La Liturgia ce lo ripropone a ogni Messa prima della comunione, dopo che per ben tre volte il popolo ha cantato per conto suo: &#8220;Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi&#8221;.<br />
In realtà, però, questa è solo metà della profezia del Battista su Cristo. Egli definisce il Cristo, quasi d’un sol fiato, e in tutti e quattro i Vangeli, come colui “che battezza in Spirito Santo!&#8221; (cf. Gv 1,33; cf. Mt 3,11). La salvezza cristiana non è, dunque, solo qualcosa di negativo, un &#8220;togliere il peccato”. È soprattutto qualcosa di positivo: è un &#8220;dare&#8221;, un infondere vita nuova, vita dello Spirito. È una rinascita.<br />
La distruzione del peccato appare la via e la condizione per il dono dello Spirito che è lo scopo ultimo, il dono supremo. Il capitolo terzo della Lettera ai Romani sulla giustificazione dell’empio, non deve mai essere disgiunto dal capitolo ottavo sul dono dello Spirito, con quel messaggio liberante che dovrebbe risuonare più spesso nella nostra predicazione: “Non c’è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesú, poiché la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesú ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rom 8, 1-2).<br />
Certo, questo aspetto positivo non è stato mai dimenticato. Ma forse non sempre si è insistito abbastanza su di esso. Abbiamo corso il rischio, nella spiritualità occidentale, di vedere il cristianesimo, soprattutto in chiave “negativa”, come la soluzione del problema del peccato originale; come qualcosa, perciò, di tetro e di deprimente. Si spiega così, almeno in parte, il suo rigetto da parte di larghi settori della cultura, come quelli rappresentati, in filosofia, da Nietzsche e, in letteratura, dal drammaturgo norvegese Ibsen. La maggiore attenzione all’azione dello Spirito Santo e ai suoi carismi che da qualche tempo è in atto in tutte le Chiese cristiane è un esempio concreto della Scrittura che “cresce con chi la legge”.<br />
I santi amano continuare, dal cielo, la missione che svolsero da vivi sulla terra. Santa Teresa di Gesù Bambino &#8211; di cui ricorre quest’anno il 150o anniversario della nascita – pose ciò come una specie di condizione a Dio per andare in cielo. San Giovanni Battista ama, anche lui, fare ancora il precursore di Cristo, ama preparargli le strade. Prestiamogli la nostra voce!<br />
Contemplando, nella Deesis, l’icona del Precursore con le mani protese verso il Cristo e lo sguardo supplice, la Chiesa Ortodossa rivolge a lui questa preghiera che possiamo fare nostra:<br />
Quella mano che ha toccato il capo del Signore e con la quale ci hai indicato il Salvatore, stendila ora, o Battista, verso di lui in nostro favore, in virtù di quella sicurezza di cui godi largamente, poiché, secondo la sua stessa testimonianza, tu fosti il più grande di tutti i profeti; gli occhi che hanno visto lo Spirito Santo disceso in forma di colomba, volgili a lui, o Battista affinché egli ci manifesti la sua grazia.</p>
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		<title>LA PORTA DELLA CARITA’  -  Terza Predica di Avvento 2022</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 12:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un Dio da amare o un Dio che ama? Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” . Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nel nostro intento di aprire le porte a Cristo che viene, siamo giunti alla porta più interna del “castello interiore”, quella della virtù teologale[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un  Dio da amare o un  Dio che ama?</strong></p>
<p> Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” . Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nel nostro intento di aprire le porte a Cristo che viene, siamo giunti alla porta più interna del “castello interiore”, quella della virtù teologale della carità.<br />
Ma che significa aprire a Cristo la porta dell’amore? Significa, forse, prendere, noi, l&#8217;iniziativa di amare Dio? Così avrebbero risposto i filosofi pagani, in base alla concezione che avevano dell&#8217;amore di Dio. “Dio – diceva Aristotele &#8211; muove il mondo in quanto è amato” . In quanto è amato, si badi bene, non in quanto ama! Questa visione filosofica è stata rovesciata completamente nel Nuovo Testamento:<br />
In questo sta l&#8217;amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi<br />
e ha mandato il suo figlio &#8230;Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo (1 Gv 4, 10. 19). </p>
<p>Henri de Lubac ha scritto: “Occorre che il mondo lo sappia: la rivelazione dell’Amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità”  . A tutt’oggi non abbiamo finito (e non si finirà mai) di trarre tutte le sue conseguenze dalla rivoluzione evangelica su Dio come amore. Lo Spirito Santo &#8211; ci insegna sant’Ireneo &#8211; ringiovanisce continuamente il tesoro della rivelazione, insieme con il vaso che lo contiene che è la tradizione della Chiesa. Con il suo aiuto, cerchiamo di capire qual è, circa la virtù teologale della carità, la conseguenza da scoprire e soprattutto da vivere.</p>
<p>Esistono innumerevoli trattati sul dovere e sui gradi dell’amore di Dio, in altre parole, sul “Dio da amare”, De diligendo Deo ; non conosco trattati sul Dio che ama! La Bibbia è, essa stessa, un trattato sul Dio che ama; ma, nonostante ciò, quasi sempre, quando si parla di “amore di Dio”, Dio è l&#8217;oggetto, non il soggetto della frase. </p>
<p>Ora è ben vero che quello di amare Dio con tutte le forze è “il primo e più grande comandamento”. Questa è certamente la prima cosa nell&#8217;ordine dei comandamenti; ma l&#8217;ordine dei comandamenti non è il primo ordine, quello che sta in cima a tutto! Prima dell&#8217;ordine dei comandamenti, c&#8217;è l&#8217;ordine della grazia, cioè dell’amore gratuito di Dio. Il comandamento stesso si fonda sul dono; il dovere d&#8217;amare Dio si fonda sull&#8217;essere amati da Dio: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo”, ci ha appena ricordato l’evangelista Giovanni. Questa è la novità della fede cristiana rispetto a ogni etica basata sul “dovere”, o sull’”imperativo categorico”. Non bisognerebbe mai perderlo di vista. </p>
<p><strong>Noi abbiamo creduto all’amore di  Dio</strong></p>
<p>Aprire a Cristo la porta dell&#8217;amore significa dunque una cosa ben precisa: accogliere l&#8217;amore di Dio, credere nell&#8217;amore. “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all&#8217;amore che Dio ha per noi”, scrive Giovanni nello stesso contesto (1 Gv 4, 16). Natale è la manifestazione – alla lettera, l’epifania &#8211; della bontà e dell&#8217;amore di Dio per il mondo: “È apparsa (epephane) la grazia di Dio apportatrice di salvezza”, scrive san Paolo. E ancora: “ Si sono manifestate la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini” (Tt 2, 11; 3, 4). </p>
<p>La cosa più importante da fare a Natale è ricevere con stupore il dono infinito dell’amore di Dio. Quando si riceve un dono, non è delicato presentare immediatamente, con l&#8217;altra mano, il proprio dono, magari già preparato in anticipo. Si dà, inevitabilmente, l&#8217;impressione di volersi subito sdebitare. Bisogna, prima, fare onore al dono che si riceve e al suo donatore, con lo stupore e la gratitudine. Dopo &#8211; quasi vergognandosi e con pudore &#8211; si può aprire il proprio dono, come fosse nulla in confronto a ciò che si è ricevuto. (Nei confronti di Dio, il nostro dono è, in realtà, meno che nulla!). </p>
<p>Quello che dobbiamo fare, come prima cosa, a Natale è credere all&#8217;amore di Dio per noi. L’atto di carità tradizionale, almeno nella recita privata e personale, non dovrebbe cominciare con le parole: “Mio  Dio, ti amo con tutto il cuore”, ma  “Mio  Dio, credo con tutto il cuore che tu mi ami”. </p>
<p>Sembra una cosa facile. Invece è tra le cose più difficili al mondo. L&#8217;uomo è più incline ad essere attivo che passivo, a fare, più che a lasciarsi fare. Inconsciamente non vogliamo essere debitori, ma creditori; vogliamo, sì, l’amore di Dio, ma come premio, piuttosto che come dono. Così, però, si opera insensibilmente uno slittamento e un capovolgimento: al primo posto, in cima a tutto, al posto del dono, viene messo il dovere, al posto della grazia, la legge, al posto della fede, le opere. </p>
<p> “Noi abbiamo creduto all&#8217;amore!”: questo è un grido per il quale bisogna raccogliere tutte le forze e farsi violenza. Io la chiamo “fede incredula”: fede che non sa capacitarsi di quello che crede, anche se lo crede. Dio &#8211; l’Eterno, l’Essere, il Tutto &#8211; ama me e ha cura di me, piccolo nulla sperduto nell’immensità dell’universo e della storia! “Il naufragar m’è dolce in questo mare”, ci sarebbe da esclamare con il poeta Leopardi  .</p>
<p>Bisogna diventare bambini per credere all&#8217;amore. I bambini credono all&#8217;amore, ma non in base a un ragionamento. Per istinto, per natura. Nascono pieni di fiducia nell&#8217;amore dei genitori. Chiedono ai genitori le cose di cui hanno bisogno, magari anche pestando i piedi, ma il presupposto tacito non è che se lo sono guadagnato; è che sono i figli e che un giorno saranno gli eredi di tutto. È soprattutto per questo motivo che Gesú raccomanda così spesso di diventare come i bambini per entrare nel suo Regno.</p>
<p>Ma non è facile tornare bambini. L&#8217;esperienza, le amarezze, le delusioni della vita ci rendono cauti, prudenti, a volte cinici. Somigliamo un po&#8217; tutti a Nicodemo. “Come può un uomo – pensiamo &#8211; rinascere quando è vecchio?” (Gv 3, 4). Come possiamo rinascere, tornare ad entusiasmarci, stupirci a Natale come i bambini? Ma cosa rispose Gesù a Nicodemo? “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di  Dio” (Gv 3, 5). </p>
<p>Questo non è risultato di sforzo e velleità umana, o eccitazione del cuore; è opera dello Spirito Santo. Gesù non parla qui solo del battesimo; perlomeno non solo del battesimo di acqua. Si tratta di una rinascita e di un battesimo “nello Spirito”, o “dall’alto” (Gv 3, 3), che può rinnovarsi più volte nell&#8217;arco della vita. Fu quello che gli apostoli e i discepoli sperimentarono a Pentecoste e che anche noi dovremmo desiderare per conoscere in qualche misura  quella “novella Pentecoste” che papa san Giovanni XXIII chiese a Dio per tutta la Chiesa nell’annunciare il Concilio. </p>
<p>L’essenziale della Pentecoste è racchiuso in queste parole del versetto 4 del capitolo secondo degli Atti: “Essi furono tutti pieni di Spirito Santo”.  Cosa vuol dire questa breve frase che abbiamo ascoltato migliaia di volte? “Furono tutti pieni di Spirito Santo”: d’accordo: ma cos’è lo Spirito Santo? È l’amore – dice la teologia &#8211; con cui il Padre ama il Figlio e con cui il Figlio ama il Padre. Più liberamente diciamo: è la vita, la dolcezza, il fuoco, la beatitudine che scorre nella Trinità, perché l’amore è tutte queste cose insieme e in grado infinito.<br />
Dire dunque che “tutti furono pieni di Spirito Santo” è come dire che tutti furono pieni dell’amore di Dio. Fecero una esperienza travolgente di essere amati da Dio. Morendo, Cristo aveva distrutto il muro divisorio del peccato e ora l’amore di  Dio poteva finalmente riversarsi sugli apostoli e i discepoli, sommergendoli in un oceano di pace e di felicità. Dicendo che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5), san Paolo non fa che descrivere &#8211; in forma sintetica, anziché narrativa &#8211; l’evento di Pentecoste, attualizzato, per ognuno, nel battesimo.<br />
L’amore di Dio ha un aspetto oggettivo che chiamiamo grazia santificante, o carità infusa, ma comporta anche un elemento soggettivo, una ripercussione esistenziale, come è nella natura stessa dell’amore. Non si trattò, come siamo portati a pensare, di qualcosa di puramente oggettivo, o ontologico, di cui l’interessato non ha alcuna coscienza. Il dono del “cuore nuovo” non avvenne in anestesia totale, come i normali trapianti di cuore! Lo vediamo dal cambiamento improvviso che si opera in loro. Niente più timori, rivalità, timidezza; uomini nuovi, pronti a lanciarsi per le vie del mondo e dare la vita per Cristo. </p>
<p><strong>&#8220;La carità edifica&#8221;</strong></p>
<p>Il discorso sulla virtù teologale dell&#8217;amore non si conclude, certamente, a questo punto. Esso sarebbe un discorso incompiuto, come una protasi non seguita dall&#8217;apodosi. La protasi è: “Se Dio ci ha tanto amato &#8230;”; l&#8217;apodosi, o la conseguenza, è: “anche noi dobbiamo amarlo e amarci tra di noi”. Ma abbiamo tante occasioni di parlare dell’esercizio della carità  che per una volta possiamo lasciare da parte il “dovere” per occuparci solo del “dono”. Mi limito solo a qualche breve considerazione sul risvolto sociale ed ecclesiale della virtù teologale della carità.<br />
Di essa si dice che &#8220;edifica&#8221;: “la scienza gonfia, la carità edifica” (1 Cor 8, 2). Edifica anzitutto l&#8217;edificio di Dio che è la Chiesa. “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo…riceve forza per crescere, in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4, 15-16).<br />
La carità è ciò che costituisce la realtà invisibile della Chiesa, la societas sanctorum, o comunione dei santi, come la chiama Agostino. È la realtà del sacramento (la res sacramenti), il significato del segno che è la Chiesa visibile. “La carità rimane”, dice san Paolo (1 Cor 13,13). È l&#8217;unica che rimane. Cessate le Scritture, la fede, la speranza, i carismi, i ministeri e tutto il resto, rimane la carità. Tutto scomparirà, come quando si smonta l&#8217;impalcatura che è servita a costruire un edificio e questo appare in tutto il suo splendore.<br />
Per un certo tempo, nell&#8217;antichità, si usò designare con il semplice termine di carità, agape, l&#8217;intera realtà della Chiesa. Questo richiama subito alla mente il detto famoso di sant&#8217;Ignazio di Antiochia: “La Chiesa di Roma è quella che presiede alla carità (agape)” . Questa frase viene utilizzata di solito in funzione del primato di Roma e del papa. Ma essa non afferma solo il fatto del primato (“presiede”), ma anche la sua natura, o il modo di esercitarlo (“nella carità”). È quello che la Chiesa di Roma ha fatto nei suoi momenti migliori e che oggi certamente intende fare, avendo scelto &#8211; anche nella nuova costituzione Praedicate Evangelium &#8211; il dialogo fraterno, la sinodalità e il servizio come metodo di governo..<br />
La carità non edifica però soltanto la società spirituale che è la Chiesa, ma anche la società civile. Nell’opera La città di Dio, sant’Agostino spiega che nella storia coesistono due città: la città di Satana, simboleggiata da Babilonia, e la città di Dio, simboleggiata da Gerusalemme. Ciò che distingue le due società è il diverso amore da cui sono mosse. La prima ha per movente l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio (amor sui usque ad contemptum Dei), la seconda ha per movente l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé (amor Dei usque ad contemptum sui).<br />
L’opposizione, in questo caso, è tra l’amore di Dio e l’amor di se stessi. In un’altra opera, tuttavia, sant’Agostino corregge in parte questa contrapposizione, o almeno la riequilibra. La vera contrapposizione che caratterizza le due città non è tra l’amore di Dio e l’amore di sé. Questi due amori, intesi correttamente, possono –anzi, devono – esistere insieme. No, la vera contrapposizione è quella interna all’amore di sé, ed è la contraddizione tra l’amore esclusivo di sé &#8211; l’amor privatus, come lo chiama lui -, e l’amore del bene comune – l’ amor socialis  . È l’amore privato – cioè l’egoismo – che crea la città di satana, Babilonia , ed è l’amore sociale che crea la città di Dio dove regna la concordia e la pace.<br />
Il sentimento sociale è nato sul suolo irrigato dal Vangelo, ed è strano che in epoca moderna tale conquista sia stata usata come un argomento da gettare in faccia al cristianesimo. Nei primi secoli e per tutto il medioevo il mezzo per eccellenza, per agire nel sociale e venire incontro ai poveri, era l’elemosina. Essa è un valore biblico e conserva sempre la sua attualità. Non può più, però, essere proposto come il modo ordinario di praticare l’amore sociale, o l’amore del bene comune, perché non salvaguarda la dignità del povero e lo mantiene nel suo stato di dipendenza.<br />
Spetta ai politici e agli economisti avviare processi strutturali che riducano lo scandaloso divario tra un ridotto numero di ricchissimi e lo sterminato numero dei diseredati della terra. Il mezzo ordinario per i cristiani è creare le premesse nel cuore dell’uomo perché questo avvenga. Per chi è impegnato nel sociale si tratta di promuovere la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Per gli imprenditori cristiani, per esempio, è creare posti di lavoro, come ha ribadito il Santo Padre, nell’incontro di Assisi del Settembre scorso, ai giovani economisti che si ispirano al suo insegnamento</p>
<p><strong> Solo l’amore ci può salvare</strong></p>
<p>Vorrei, prima di concludere, accennare a un’altra ricaduta benefica della virtù teologale della carità sulla società in cui viviamo. La grazia, dice un famoso assioma teologico, suppone la natura, non la distrugge, ma la perfeziona . Applicato alla terza virtù teologale, ciò significa che la carità suppone la capacità e la predisposizione naturale dell’essere umano ad amare ed essere amato. Questa capacità ci può salvare oggi da una tendenza in atto che porterebbe, se non corretta,  a una vera e propria “disumanizzazione”.<br />
Partecipai qualche anno fa a un dibattito pubblico a Londra. La moderatrice poneva una serie di domande a un certo numero di teologi, tra i quali un professore di teologia dell’università americana di Yale, un vescovo e un teologo anglicani e il sottoscritto. La domanda cruciale era la seguente. Dopo aver rimpiazzato le capacità operative dell’uomo con i robot, la tecnica è ormai sul punto di rimpiazzare anche le sue capacità mentali con l’intelligenza artificiale. Cosa resta, dunque, di proprio ed esclusivo all’essere umano? C’è ancora motivo di considerarlo a parte nell’universo? È ancora indispensabile, o non piuttosto nocivo, per natura?<br />
Quando venne il mio turno di rispondere, con il mio povero e stentato inglese, aggiunsi una semplice riflessione. Si sta lavorando, dissi, a un computer che pensa: ma riusciamo a immaginare un computer che ama, che si intenerisce per le nostre pene e si rallegra per le nostre gioie? Possiamo concepire una intelligenza artificiale: ma riusciamo a concepire un amore artificiale? Forse è allora proprio qui che dobbiamo collocare lo specifico dell’umano e il suo inalienabile attributo. Per un credente biblico, c’è una ragione che spiega questo fatto: è che siamo stati creati a immagine di Dio, e “ Dio è amore”! (1 Gv 4, 8).<br />
Nonostante tutti i nostri errori e misfatti,  noi esseri umani non siamo &#8211; e non saremo mai &#8211; di troppo sulla terra! Al termine delle sue riflessioni filosofiche sul pericolo della tecnica per l’uomo moderno, Martin Heidegger, quasi gettando la spugna,  esclamava: “Solo un dio ci può salvare!”  Possiamo parafrasare: solo l’amore ci può salvare! L’amore di Dio, però, non certo il nostro. </p>
<p><strong>“Un Bambino è nato per noi”</strong></p>
<p>Volgiamo ormai i nostri pensieri al Natale che è alle porte. Con la venuta di Cristo, il grande fiume della storia è arrivato a una “chiusa” e riparte a un livello più alto. “Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17). È colmato il grande “dislivello” che separava Dio dall’uomo, il Creatore dalla creatura. Non per nulla, da allora in poi, la storia umana si divide in “prima di Cristo” e “dopo Cristo”.</p>
<p>Esistono immaginette natalizie ingenue, ma dal significato profondo. In esse, si vede Gesù Bambino che, scalzo, con la neve intorno ai piedi e una lanternina in mano, di notte, dopo aver bussato sta in attesa davanti a una porta. I pagani immaginavano l&#8217;amore come un fanciullino a cui davano il nome di Eros. Si trattava di una rappresentazione simbolica, anzi di un vero e proprio idolo. Noi sappiamo che l&#8217;amore è davvero diventato un bambino; che esso è ormai una realtà, un evento, anzi una persona. &#8220;L&#8217;amore del Padre si è fatto carne&#8221;, così parafrasava il versetto di Giovanni 1,14 un autore del II secolo  . L&#8217;amore si è fatto davvero bambino: il bambino Gesù. </p>
<p>“Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3, 20). Apriamo la porta del cuore a quel Bambino che bussa. La cosa più bella che possiamo fare a Natale non è, dicevo, offrire noi qualcosa a Dio, ma accogliere con stupore il dono che Dio Padre fa al mondo del suo stesso Figlio. </p>
<p>Dice una leggenda che tra i pastori che la notte di Natale si recarono a trovare il Bambino, vi era un pastorello così povero che non aveva proprio nulla da offrire alla Madre, e se ne stava in disparte vergognoso. Tutti facevano a gara a consegnare a Maria il proprio dono. La Madre non riusciva a trattenerli tutti, dovendo reggere il Bambino Gesù tra le braccia. Allora, vedendo lì accanto il pastorello con le mani vuote, prende il Bambino e glielo mette tra le braccia. Non avere nulla fu la sua fortuna. Facciamo che sia anche la nostra!<br />
Uniamoci allo stupore e alla gioia della liturgia che a Natale ripete &#8211; come fatto compiuto e non più semplice profezia &#8211; le parole di Isaia (9, 5):<br />
	Un bambino è nato per noi;<br />
	e un Figlio ci è stato dato.<br />
	Sulle sue spalle è il potere<br />
	e il suo nome sarà:<br />
	Consigliere mirabile,<br />
	Dio potente,<br />
	Padre per sempre,<br />
        Principe della pace.</p>
<p>Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle: BUON NATALE!</p>
<p>  1.Aristotele, Metafisica, XII, 7, 1072b.<br />
  2.Henri de Lubac, Histoire et Esprit, Aubier, Paris 1950, cap. V.<br />
  3.Giacomo Leopardi, L’infinito.<br />
  4.Ignazio d&#8217;Antiochia, Lettera ai Romani, saluto iniziale.<br />
  5.Agostino, De civitate Dei, 14,28.<br />
  6.Agostino, De Genesi ad litteram, 11, 15, 20 (PL 32, 582).<br />
  7.Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q. 2. a. 2 ad 1 (gratia [praesupponit] naturam”); I, q. 1, a. 8, ad 2 (gratia non tollit naturam, sed perficit).<br />
  8.Martin Heidegger, Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Gesamtausgabe, vol. 16, Frankfurt 1975.<br />
  9.Evangelium Veritatis, 23 (I Vangeli gnostici, a cura di L. Moraldi, Milano, Adelphi, 1984, p.33). </p>
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		<title>LA PORTA DELLA SPERANZA -  Seconda Predica di Avvento 2022</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 12:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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		<description><![CDATA[In attesa della beata speranza “Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” (Sal 24, 7). Abbiamo preso questo versetto del salmo come filo conduttore delle meditazioni di Avvento, intendendo per le porte da aprire quelle delle virtù teologali: fede, speranza e carità. Il tempio di Gerusalemme –leggiamo negli[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I<strong>n attesa della beata speranza</strong></p>
<p> “Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” (Sal 24, 7). Abbiamo preso questo versetto del salmo come filo conduttore delle meditazioni di Avvento, intendendo per le porte da aprire quelle delle virtù teologali: fede, speranza e carità. Il tempio di Gerusalemme –leggiamo negli Atti degli apostoli &#8211; aveva una porta chiamata “la Porta Bella&#8221; (At 3, 2). Il tempio di Dio che è il nostro cuore ha anch’esso una porta &#8220;bella&#8221;, ed è la porta della speranza. È questa la porta che oggi vogliamo cercare di aprire a  Cristo che viene.<br />
Qual è l’oggetto proprio della “beata speranza”, di cui a ogni Messa proclamiamo di essere “in attesa”? Per renderci conto della novità assoluta recata da Cristo in questo campo, bisogna collocare la rivelazione evangelica sullo sfondo delle credenze antiche sull’aldilà.<br />
Su questo punto, anche l’Antico Testamento non aveva alcuna risposta da dare. È risaputo che solo verso la fine di esso si ha qualche affermazione esplicita su una vita dopo la morte. Prima di allora, la credenza d’Israele non differiva da quella dei popoli vicini, specialmente di quelli della Mesopotamia. La morte pone fine per sempre alla vita; si finisce tutti, buoni e cattivi, in una specie di lugubre “fossa comune” che altrove si chiama Arallu e nella Bibbia lo Sheol. Non diversa è la credenza dominante nel mondo greco-romano contemporaneo del Nuovo Testamento. Esso chiama quel triste luogo di ombre Inferi, o Ade.<br />
La cosa grande che distingue Israele da tutti gli altri popoli è che esso ha continuato, nonostante tutto, a credere nella bontà e nell’amore del suo Dio. Non ha attribuito la morte, come facevano i babilonesi, all’invidia della divinità che riserva solo per sé l’immortalità, ma piuttosto al peccato dell’uomo (Gen 3), o semplicemente alla propria natura mortale. In certi momenti, l’uomo biblico non ha taciuto, è vero, il proprio sconcerto di fronte a una sorte che sembrava non fare alcuna distinzione tra giusti e peccatori. Mai, tuttavia, Israele è giunto alla ribellione. In alcuni oranti biblici, esso sembra essersi spinto fino a desiderare e intravvedere  la possibilità di un rapporto con Dio oltre la morte: un essere “strappato dagli inferi” (Sal 49,16), “stare con Dio sempre” (Sal 73, 23) e “saziarsi di gioia alla sua presenza” (Sal 16, 11).<br />
Quando, verso la fine dell’Antico Testamento, questa attesa, maturata nel sottosuolo dell’anima biblica, verrà finalmente alla luce, non si esprime, alla maniera dei filosofi greci, come sopravvivenza dell’anima immortale che, liberata dal corpo, torna al mondo celeste da cui proviene. In armonia con la concezione biblica dell’uomo, come unità inseparabile di anima e corpo, la sopravvivenza consiste nella risurrezione &#8211; corpo e anima &#8211; dalla morte (Dan 12, 2-3; 2 Macc 7, 9).<br />
Gesù ha portato, di colpo, al suo meriggio questa certezza e &#8211; quello che più conta &#8211; dopo averla annunciata in parabole e detti (come quello in risposta ai Sadducei sulla donna moglie di sette mariti: Mt 22,30) &#8211; ne ha dato la prova irrefutabile risorgendo lui stesso da morte. Dopo di lui, per il credente, la morte non è più un atterraggio, ma un decollo!<br />
Il dono più bello e l’eredità più preziosa che la regina d’Inghilterra Elisabetta II, ha lasciato alla sua nazione e al mondo, dopo 70 anni di regno, è stata la sua speranza cristiana nella risurrezione dei morti. Nel rito funebre, seguito dal vivo da quasi tutti i potenti della terra e, per televisione, da centinaia di milioni di persone, furono proclamate, per sua espressa volontà, nella prima lettura, le seguenti parole di Paolo:<br />
La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov&#8217;è, o morte, la tua vittoria? Dov&#8217;è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 15, 54-57)<br />
E, nel Vangelo, sempre per sua volontà, le parole di Gesù:<br />
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore&#8230; Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. (Gv 14, 2-3)</p>
<p><strong>La speranza, virtù operativa</strong></p>
<p>Proprio perché siamo ancora immersi nel tempo e nello spazio, ci mancano le categorie necessarie per rappresentarci in che cosa consista questa “vita eterna” con Dio. È come tentare di spiegare cos’è la luce a uno che è nato cieco. San Paolo si limita a dire:<br />
Si semina ignobile e risorge glorioso,<br />
si semina debole e risorge pieno di forza;<br />
si semina un corpo animale,<br />
risorge corpo spirituale (1 Cor 15, 43-44).<br />
Ad alcuni mistici è stato dato di sperimentare, fin da questa vita, qualche goccia dell’oceano infinito di gioia che Dio tiene preparato per i suoi; ma tutti unanimemente affermano che non se ne può dire nulla con parole umane. Il primo di essi è lui stesso, l’apostolo Paolo. Egli confida ai Corinzi, di essere stato rapito, quattordici anni prima, al “terzo cielo”, in paradiso, e di aver udito “parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”. (2 Cor 12, 2-4). Il ricordo che quella esperienza ha lasciato in lui è percepibile in ciò che scrive in altra occasione:<br />
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano (1 Cor 2,9).</p>
<p>Ma lasciamo da parte quello che sarà nell’aldilà (su cui possiamo dire così poco) e veniamo invece all’oggi della nostra vita. Riflettere sulla speranza cristiana significa riflettere sul senso ultimo della nostra esistenza. Una cosa è comune a tutti, a questo proposito: l’anelito e vivere “bene”. Appena però si cerca di capire cosa si intende per “bene”, si prospettano subito due classi di persone: quelle che pensano solo al bene materiale e personale e quelle che pensano anche al bene morale e di tutti, il cosiddetto “bene comune”. </p>
<p>Riguardo ai primi, il mondo non è cambiato molto dal tempo di Isaia e di san Paolo. Entrambi riportano il detto che correva ai loro tempi: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (Is 22, 13; 1 Cor 15, 32). Più interessante è cercare di capire quelli che si propongono –almeno come ideale – di “vivere bene” non solo materialmente e individualmente, ma anche moralmente e insieme con gli altri. Esistono dei siti in internet in cui si intervistano persone anziane su come, giunte al tramonto, valutano la vita che hanno vissuto. Sono, in genere, uomini e donne che hanno vissuto una vita ricca e dignitosa, a servizio della famiglia, della cultura e della società, ma senza alcun riferimento religioso. È patetico il tentativo di far credere che si è felici di aver vissuto così. La tristezza di aver vissuto &#8211; e fra breve non vivere più! -, nascosta dalle parole, gridava dagli occhi.<br />
Sant’Agostino ha espresso il nocciolo del problema: “A che serve vivere bene, se non è dato vivere sempre?”  . Prima di lui, Gesú aveva detto: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua vita?” (Lc 9, 25). Ecco dove si inserisce – e in che cosa differisce &#8211; la risposta della speranza teologale. Essa ci assicura che Dio ci ha creati per la vita, non per la morte; che Gesú è venuto a rivelarci la vita eterna e darcene la garanzia con la sua risurrezione.<br />
Una cosa si deve sottolineare per non cadere in un pericoloso equivoco. Vivere “sempre” non si oppone al vivere “bene”. La speranza della vita eterna è ciò che rende bella, o almeno accettabile, anche la vita presente. Tutti, in questa vita, abbiamo la nostra parte di croce, credenti e non credenti. Ma una cosa è soffrire senza sapere a che scopo, e un’altra soffrire sapendo che “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rom 8, 18). </p>
<p><strong>Rendere ragione della speranza</strong></p>
<p>La speranza teologale ha un ruolo importante da svolgere nei confronti della evangelizzazione. Uno dei fattori determinanti del rapido diffondersi della fede, nei primordi del cristianesimo, fu l’annuncio cristiano di una vita dopo la morte infinitamente più piena e più gioiosa di quella terrena. </p>
<p>L’imperatore Adriano si era costruito in varie parti del mondo ville spettacolari e si era preparato come mausoleo quello che è ora Castel Sant’Angelo, a due passi da qui. Vicino alla morte scrisse una specie di epitaffio per la sua tomba. Parlando alla sua anima, la esortava, in esso, a dare un ultimo sguardo alle bellezze e agli svaghi di questo mondo, perché –diceva &#8211; stai per scendere “in luoghi incolori, ardui e spogli”  . L’Ade! Si può immaginare lo shock spirituale che doveva provocare, in un’atmosfera come questa, l’annuncio di una vita infinitamente più piena e più luminosa di quella che si lasciava con la morte. Si spiega così perché l’idea e i simboli della vita eterna sono tanto frequenti nelle sepolture cristiane delle catacombe. </p>
<p>Nella Prima lettera di san Pietro, l&#8217;attività della Chiesa all&#8217;esterno, cioè la propagazione del messaggio, è presentata come un “rendere ragione della speranza&#8221;: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. (1Pt 3, 15-16). Leggendo i racconti successivi alla Pasqua, si ha la sensazione che la Chiesa nasce da un moto di “speranza viva” (1Pt 1,3) e con questa speranza mossero alla conquista del mondo:</p>
<p>Anche oggi abbiamo bisogno di una rigenerazione della speranza se vogliamo intraprendere una nuova evangelizzazione. Non si fa nulla senza speranza. Gli uomini vanno là dove si respira aria di speranza e fuggono dove non avvertono la presenza di essa. La speranza è quella che dà il coraggio ai giovani di formarsi una famiglia o di seguire una vocazione religiosa e sacerdotale, che li tiene lontani dalla droga e da altri simili cedimenti alla disperazione. </p>
<p>La lettera agli Ebrei paragona la speranza a un&#8217;àncora: “In essa abbiamo come un&#8217;àncora della nostra vita, sicura e salda” (Eb 6, 18-19). Sicura e salda perché gettata nell&#8217;eternità. Ma abbiamo anche un&#8217;altra immagine della speranza,in certo senso opposta: la vela. Se l&#8217;àncora è ciò che dà alla barca la sicurezza e la tiene ferma tra l&#8217;ondeggiare del mare, la vela è invece ciò che la fa camminare, e avanzare nel mare. Entrambe queste cose fa la speranza con la barca della Chiesa.</p>
<p>Rispetto al passato, noi siamo oggi in una situazione di vantaggio nei confronti della speranza. Non dobbiamo più passare il nostro tempo a difendere la speranza cristiana dagli attacchi esterni; possiamo quindi fare la cosa più utile e fruttuosa che è quella di proclamarla, di offrirla e di irradiarla nel mondo. Fare della speranza un discorso non tanto apologetico, quanto piuttosto kerigmatico. </p>
<p>Diamo uno sguardo a cosa è successo a proposito della speranza cristiana da oltre un secolo a questa parte. Dapprima c&#8217;è stato l&#8217;attacco frontale contro di essa da parte di uomini come Feuerbach, Marx, Nietzsche. La speranza cristiana è stata, in molti casi, l&#8217;obiettivo diretto della loro critica. Vita eterna, aldilà, paradiso: tutte queste cose venivano viste come la proiezione illusoria dei desideri e bisogni inappagati dell&#8217;uomo in questo mondo, come  uno “sprecare in cielo i tesori destinati alla terra”. I cristiani cercavano di difendere il contenuto della speranza cristiana, spesso con malcelato disagio. La speranza cristiana era &#8220;in minoranza&#8221;. Si parlava e si predicava raramente di vita eterna.</p>
<p>Se non che dopo aver demolito la speranza cristiana, la cultura atea marxista non tardò ad accorgersi che non si potevano lasciare le persone umane senza speranza. Ed ecco che inventò il &#8220;Principio speranza&#8221;  . Con esso la cultura marxista non pretendeva di aver demolito la speranza cristiana, ma, peggio, di essere andato al di là di essa e di esserne il legittimo erede. Per l&#8217;autore del “Principio speranza” (principio, si badi bene, non virtù) è certo che la speranza è vitale per l&#8217;uomo. Essa è reale e ha uno sbocco che è “la rivelazione dell&#8217;uomo nascosto”, cioè delle possibilità ancora latenti dell’umanità. La manifestazione del Figlio dell&#8217;uomo, Cristo, è sostituita dalla manifestazione dell&#8217;uomo nascosto, la parusia è rimpiazzata dall&#8217;utopia. </p>
<p>Per un paio di decenni, ricordo, non si parlava d&#8217;altro nelle università e a molti cristiani non pareva vero che ci fosse qualcuno, dall&#8217;altra sponda, che accettava di prendere sul serio la speranza e di instaurare un dialogo. Tanto più che il rovesciamento era così sottile e il linguaggio spesso simile. La patria celeste diveniva la &#8220;patria dell&#8217;identità&#8221;; non il posto dove l&#8217;uomo vede finalmente, faccia a faccia, Dio, ma dove vede il vero uomo, nel quale si ha ormai l&#8217;identità perfetta tra ciò che può essere e ciò che è. La cosiddetta &#8220;teologia della speranza&#8221; è nata in risposta a questa sfida, accettandone, purtroppo, a volte, l&#8217;impostazione. La cosa che meno si avverte in tutti questi scritti è proprio quello che Pietro chiama la “speranza viva&#8221; (1 Pt ,1,3), il fremito della speranza. Non vita, ma ideologia.</p>
<p>Ora, dicevo, la situazione in parte è cambiata. Il compito che abbiamo davanti, nei confronti della speranza, non è più quello di difenderla e di giustificarla filosoficamente e teologicamente, ma di annunciarla, di mostrarla e di donarla a un mondo che ha perso il senso della speranza e sprofonda sempre più in un pessimismo e nichilismo che è il vero “buco nero” dell’universo. </p>
<p><strong>Gaudium et spes</strong></p>
<p>Un modo di rendere attiva e contagiosa la speranza è quello formulato da san Paolo quando dice che “la carità tutto spera” (1 Cor 13,7). Questo vale non solo per la singola persona, ma anche per l’insieme della Chiesa. La Chiesa tutto spera, tutto crede, tutto sopporta. Essa non può limitarsi a denunciare le possibilità di male che ci sono nel mondo e nella società. Non si deve certamente trascurare il timore del castigo e dell&#8217;inferno e cessare dal mettere in guardia le persone dalle possibilità di male che un&#8217;azione o una situazione comporta, come le ferite arrecate all’ambiente. L&#8217;esperienza però dimostra che si ottiene di più per via positiva, insistendo sulle possibilità di bene; in termini evangelici, predicando la misericordia. Mai forse il mondo moderno si è mostrato così ben disposto verso la Chiesa e così interessato al suo messaggio, come negli anni del Concilio. E il motivo principale è che il Concilio dava speranza. </p>
<p>Ma in questo modo, non ci si espone – si dice &#8211; ad essere delusi e a sembrare ingenui? Questa è la grande tentazione contro la speranza, suggerita dalla prudenza umana, o dalla paura di essere smentiti dai fatti ed è quello che sta capitando in parte anche nei confronti del Concilio. Come se l&#8217;aver osato parlare di &#8220;gioia e speranza&#8221; (gaudium et spes) fosse stata un&#8217;ingenuità di cui ci si debba  perfino un po&#8217; vergognare. È quello che molti pensarono di Papa Giovanni al suo annuncio del Concilio. </p>
<p>Dobbiamo riprendere il moto di speranza avviato dal Concilio. L&#8217;eternità è una misura molto larga; ci permette di sperare di tutti, di non abbandonare nessuno senza speranza. L&#8217;Apostolo dava ai cristiani di Roma la consegna di abbondare nella speranza. “Il Dio della speranza -scriveva &#8211; vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo (Rom 15, 13). </p>
<p>La Chiesa non può fare al mondo dono migliore che dargli speranza, non speranze umane, effimere, economiche o politiche, sulle quali essa non ha competenza specifica, ma speranza pura e semplice, quella che anche, senza saperlo, ha per orizzonte l&#8217;eternità e per garante Gesù Cristo e la sua resurrezione. Sarà poi questa speranza teologale a fare da molla a tutte le altre legittime speranze umane. Chi ha visto un medico visitare un ammalato grave, sa che il sollievo più grande che gli può procurare, migliore di tutte le medicine, è dirgli: “Il medico spera; ha buone speranze per te!”. </p>
<p>La speranza, così intesa, trasforma tutto ciò che tocca. Il suo effetto è descritto meravigliosamente in questo brano di Isaia:</p>
<p>	Anche i giovani faticano e si stancano,<br />
	gli adulti inciampano e cadono;<br />
	ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,<br />
	mettono ali come aquile,<br />
	corrono senza affannarsi,<br />
	camminano senza stancarsi (Is 40, 30-31).<br />
Dio non promette di togliere i motivi di stanchezza e di spossatezza, ma  dona speranza. La situazione resta in sé quella che era, ma la speranza dà la forza di elevarsi  al di sopra di essa. Nell&#8217;Apocalisse si legge che “quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei” (Ap 12, 13-14). L&#8217;immagine delle ali dell&#8217;aquila si ispira chiaramente al testo di Isaia. Si viene perciò a dire che alla Chiesa intera sono state date le grandi ali della speranza, perché con esse possa, ogni volta, sfuggire agli attacchi del male, superare di slancio le difficoltà. </p>
<p><strong>“Alzati e cammina!”</strong></p>
<p>La porta del tempio detta &#8220;la Bella&#8221; è nota per il miracolo che avvenne presso di essa. Uno storpio giaceva davanti ad essa per chiedere l&#8217;elemosina. Un giorno passarono di lì Pietro e Giovanni e sappiamo cosa accadde. Lo storpio, guarito, balzò in piedi e finalmente dopo chissà quanti anni che giaceva lì abbandonato, varcò anche lui quella porta ed entrò nel tempio, si legge, “saltando e lodando Dio” (At 3, 1-9).<br />
Qualcosa del genere potrebbe capitare anche a noi nei confronti della speranza. Anche noi ci troviamo spesso, spiritualmente, nella posizione dello storpio sulla soglia del tempio: inerti, tiepidi, come paralizzati davanti alle difficoltà. Ma ecco che la divina speranza ci passa accanto, portata dalla parola di Dio, e dice anche a noi, come Pietro allo storpio: “Alzati e cammina!” E noi balziamo in piedi e entriamo finalmente dentro, nel vivo della Chiesa, pronti ad assumerci, di nuovo e gioiosamente, compiti e responsabilità. Sono i miracoli quotidiani della speranza. Essa è davvero una grande taumaturga, una grande operatrice di miracoli; rimette in piedi migliaia di storpi, migliaia di volte.<br />
Oltre che per l’evangelizzazione, la speranza ci è di aiuto nel nostro cammino personale di santificazione. Essa diviene, in chi la esercita, il principio del progresso spirituale. Permette di scoprire sempre nuove &#8220;possibilità di bene&#8221;, sempre qualcosa che si può fare. Non lascia che ci si adagi nella tiepidezza e nell&#8217;accidia. Quando sei tentato di dire a te stesso: “Non c&#8217;è più nulla da fare”, ecco che la speranza si fa avanti e ti dice: &#8220;Prega!&#8221;. Tu rispondi: &#8220;Ma ho pregato!&#8221; ed essa: &#8220;Prega ancora!&#8221;. E anche quando la situazione dovesse diventare dura all&#8217;estremo e tale da sembrare che non c&#8217;è proprio più nulla da fare, ecco che la speranza ti addita ancora un compito: sopportare fino alla fine e non perdere la pazienza, unendoti a Cristo sulla croce. L’Apostolo, abbiamo sentito, raccomanda di “abbondare nella speranza”, ma aggiunge subito come questo diventa possibile: “per virtù dello Spirito Santo”. Non per i nostri sforzi.<br />
Il Natale può essere l&#8217;occasione per un sussulto di speranza. Il grande poeta moderno delle virtù teologali, Charles Péguy, ha scritto che Fede, Speranza e Carità sono tre sorelle, due grandi e una piccina. Vanno per la strada tenendosi per mano: le due grandi, Fede e Carità, ai lati e la bambina Speranza al centro. Tutti, vedendole, pensano che sono le due grandi che trascinano la piccina al centro. Si sbagliano! È lei che trascina tutto . Perché se viene a mancare la speranza, tutto si ferma.<br />
Se vogliamo dare un nome proprio a questa bambina, non possiamo che chiamarla Maria, colei che quaggiù – dice l’altro grande poeta delle virtù teologali, Dante Alighieri &#8211; “intra i mortali”, è “di speranza fontana vivace” . </p>
<p>  1.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 45, 2 (Quid prodest bene vivere si non datur semper vivere?)<br />
  2.Cit. in M. Yourcenar, Memorie di Adriano, tr. it. L. Storoni Mazzolani, Einaudi, Torino 1988.<br />
  3.Cf. Ernst Bloch, Il principio speranza, 3 voll., Berlino 1954-1959.<br />
  4.Cf. Ch. Péguy, Le porche de la deuxième vertu, Œuvres poétiques complètes, Gallimard, Paris  1975, pp. 534-539.<br />
  5.Dante Alighieri, Paradiso XXXIII, 12.</p>
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		<title>LA PORTA DELLA FEDE   - Prima Predica di Avvento 2022</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 12:40:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Santo Padre, Reverendi Padri, fratelli e sorelle della Curia, mi sono chiesto più volte quale sia il senso e l’utilità di queste prediche in Avvento e in Quaresima che interrompono o ritardano impegni di tutt’altro genere e importanza. Quello che mi incoraggia e mi toglie lo scrupolo di farvi perdere tempo è la convinzione che non si viene a queste prediche per ascoltare opinioni o soluzioni ai problemi ecclesiali del momento, ma per attingere forza dalle verità di fede e così affrontare nello spirito giusto tutti i problemi. Per fare, insomma, un bagno –o almeno una rinfrescata &#8211; di fede, di speranza e di carità.<br />
Così ho pensato di scegliere come tema di queste tre prediche di Avvento proprio le tre virtù teologali. Fede, speranza e carità sono l’oro, l’incenso e la mirra che noi, Magi di oggi, vogliamo recare in dono a Dio che “viene a visitarci dall’alto”. Facendo tesoro della tradizione antica &#8211; patristica e medievale &#8211; sulle virtù teologali, tenterò &#8211; per quanto è possibile farlo in tre brevi meditazioni &#8211; un approccio anche moderno ed esistenziale, che risponda cioè alle sfide, agli arricchimenti e, a volte, ai surrogati proposti dall’uomo d’oggi alle virtù teologali del cristianesimo.<br />
*  *  *<br />
Nella preghiera cristiana ha avuto sempre grande risonanza il salmo che &#8211; nella versione della liturgia &#8211; dice:<br />
Sollevate, porte, i vostri frontali,<br />
alzatevi, porte antiche,<br />
ed entri il re della gloria.<br />
 Chi è questo re della gloria?<br />
 Il Signore degli eserciti è il re della gloria! (Sal 24, 7-8). </p>
<p>Nell&#8217;interpretazione spirituale dei Padri e della liturgia, le porte di cui si parla nel salmo sono quelle del cuore umano: “Beato colui alla cui porta bussa Cristo”, commentava sant’Ambrogio. “La nostra porta è la fede…Se vorrai alzare le porte della tua fede, entrerà da te il re della gloria” . San Giovanni Paolo II fece, delle parole del salmo, il manifesto del suo pontificato. “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”, gridò al mondo, il giorno della inaugurazione del suo ministero.<br />
La grande porta che l&#8217;uomo può aprire, o chiudere, a Cristo è una sola e si chiama libertà. Essa, però, si apre secondo tre modalità diverse, o secondo tre tipi diversi di decisione che possiamo considerare come altrettante porte: la fede, la speranza e la carità. Sono, queste, delle porte tutte speciali: si aprono da dentro e da fuori nello stesso tempo: con due chiavi, di cui una è in mano all&#8217;uomo, l&#8217;altra a Dio. L&#8217;uomo non può aprirle senza il concorso di Dio e Dio non vuole aprirle senza il concorso dell&#8217;uomo. </p>
<p><strong>Cristo, origine e compimento della fede</strong></p>
<p>Iniziamo dunque la nostra riflessione dalla prima delle tre porte: la fede. Dio &#8211; si legge negli Atti degli apostoli &#8211; “aveva aperto ai pagani la porta della fede” (At 14, 27). Dio apre la porta della fede in quanto dà la possibilità di credere inviando chi predica la buona novella; l&#8217;uomo apre la porta della fede accogliendo questa possibilità.<br />
Con la venuta di Cristo, si registra, a proposito della fede, un salto di qualità. Non nella natura di essa, ma nel suo contenuto. Ora non si tratta più di una generica fede in Dio, ma della fede in Cristo nato, morto e risorto per noi. La Lettera agli Ebrei fa un lungo elenco di credenti: “Per fede Abele… Per fede Abramo…Per fede Isacco…Per fede Giacobbe…Per fede Mosé…” Ma conclude dicendo: “Tutti costoro, pur essendo approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso” (Eb 11, 39). Che cosa mancava? Mancava Gesú, cioè colui che –dice la stessa Lettera &#8211; “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 2).<br />
La fede cristiana non consiste dunque soltanto nel credere in  Dio; consiste nel credere anche in colui che Dio ha mandato. Quando, prima di compiere un miracolo, Gesù domanda: “Credi tu?” e, dopo averlo compiuto, afferma: “La tua fede ti ha salvato”, non si riferisce a una generica fede in Dio (questa era scontata in ogni israelita); si riferisce alla fede in lui, nel potere divino a lui concesso.<br />
Questa è ormai la fede che giustifica l&#8217;empio, la fede che fa rinascere a vita nuova. Essa si colloca al termine di un processo di cui san Paolo, nel capitolo 10 della Lettera ai Romani, traccia, quasi visivamente, le varie fasi disegnandole sulla mappa del corpo umano. Tutto comincia, dice, dalle orecchie, dall’udire l’annuncio del Vangelo: “La fede viene dall’ascolto”, fides ex auditu. Dalle orecchie, il movimento passa al cuore, dove si prende la decisione fondamentale: corde creditur, “con il cuore si crede”. Dal cuore, il movimento risale alla bocca: “con la bocca si fa la professione di fede”: ore fit confessio.<br />
Il processo non finisce qui, ma &#8211; dalle orecchie, dal cuore e dalla bocca – esso passa alle mani. Sì, perché “la fede diventa operativa nella carità”, dice l’Apostolo (Gal 5,6). San Giacomo può stare tranquillo. C’è posto anche per le “opere”: non però prima, ma dopo (logicamente se non cronologicamente) la fede. “Non si perviene alla fede &#8211; dice san Gregorio Magno &#8211; partendo dalle virtù, ma alle virtù partendo dalla fede”  .<br />
Sorge, a questo punto, una domanda di grande attualità. Se la fede che salva è la fede in Cristo, che pensare di tutti quelli che non hanno alcuna possibilità di credere in lui? Viviamo in una società, anche religiosamente, pluralistica. Le nostre teologie – Orientale e Occidentale, Cattolica e Protestante allo stesso modo – si sono sviluppate in un mondo dove esisteva in pratica soltanto il cristianesimo. Si era, bensì, a conoscenza dell’esistenza di altre religioni, ma esse erano considerate false in partenza, o non erano prese affatto in considerazione. A parte il diverso modo di intendere la Chiesa, tutti i cristiani condividevano l’assioma tradizionale: “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”: Extra Ecclesiam nulla salus.</p>
<p>Oggi non è più così. Da qualche tempo è in atto un dialogo tra le religioni, basato sul reciproco rispetto e sul riconoscimento dei valori presenti in ognuna di esse. Nella Chiesa Cattolica, il punto di partenza è stata la dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II, ma un orientamento analogo è condiviso da tutte le Chiese storiche cristiane. Con questo riconoscimento si è andata affermando la convinzione che anche persone al di fuori della Chiesa possono salvarsi.<br />
È possibile, in questa nuova prospettiva, mantenere il ruolo finora attribuito alla fede “esplicita” in Cristo? L’antico assioma: “fuori della Chiesa non c’è salvezza” non finirebbe per sopravvivere, in questo caso, nell’assioma: “fuori della fede non c’è salvezza”? In alcuni ambienti cristiani, quest’ultima è, di fatto, la dottrina dominante ed è essa che motiva l’impegno missionario. In questo modo, però, la salvezza viene ad essere limitata in partenza a una minoranza esigua di persone. </p>
<p>Ciò non solo non può lasciare tranquilli noi, ma fa torto prima di tutto a Cristo, sottraendogli gran parte dell’umanità. Non si può credere che Gesú è Dio, e limitare poi la sua rilevanza di fatto a un solo ristretto settore di essa. Gesú è “il salvatore del mondo” (Gv 4, 42); il Padre ha mandato il Figlio “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17): il mondo, non alcuni pochi nel mondo!</p>
<p>Cerchiamo di trovare una risposta nella Scrittura. Essa afferma che chi non ha conosciuto Cristo, ma agisce in base alla propria coscienza (Rm 2, 14-15) e fa del bene al prossimo (Mt 25, 3 ss.) è accetto a Dio. Negli Atti degli apostoli ascoltiamo, dalla bocca di Pietro, questa solenne dichiarazione: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10, 34-35). </p>
<p>Anche gli aderenti ad altre religioni credono, in genere, che “Dio esiste e che ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11, 6); realizzano, perciò, quello che la Scrittura considera il dato fondamentale e comune di ogni fede. Questo vale, naturalmente, in modo tutto speciale, per i fratelli Ebrei che credono nello stesso Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe in cui crediamo noi cristiani.</p>
<p>Il motivo principale del nostro ottimismo non si basa, tuttavia, sul bene che gli aderenti ad altre religioni sono in grado di fare, ma sulla “multiforme grazia di Dio” (1Pt 4, 10). A volte sento il bisogno di offrire il sacrificio della Messa proprio a nome di tutti quelli che sono salvati per i meriti di Cristo, ma non lo sanno e non possono ringraziarlo. Ci esorta a farlo anche la liturgia. Nella Preghiera eucaristica IV, alla preghiera per il papa, il vescovo e i fedeli, si aggiunge quella “per tutti gli uomini che ti cercano con cuore sincero”.</p>
<p>Dio ha molti più modi per  salvare di quanti noi possiamo pensare. Ha istituito dei “canali” della sua grazia, ma non si è vincolato ad essi. Uno di questi mezzi “straordinari” di salvezza è la sofferenza. Dopo che Cristo l’ha presa su di sé e l’ha redenta, è anch’essa, a modo suo, un universale sacramento di salvezza. Colui che si è calato nelle acque del Giordano santificandole per ogni battesimo, si è calato anche nelle acque della tribolazione e della morte, facendone potenziale strumento di salvezza. Misteriosamente, ogni sofferenza -non solo quella dei credenti-, compie, in qualche modo, “quello che manca alla passione di Cristo” (Col 1, 24). La Chiesa celebra la festa dei Santi Innocenti, anche se neppure essi sapevano di soffrire per Cristo!</p>
<p>Noi crediamo che tutti coloro che si salvano si salvano per i meriti di Cristo: “Non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12). Una cosa, tuttavia, è affermare la universale necessità di Cristo per la salvezza e altra cosa affermare l’universale necessità della fede in Cristo per la salvezza.<br />
Superfluo, allora, continuare a proclamare il Vangelo a ogni creatura? Tutt’altro! È il motivo che deve cambiare, non il fatto. Dobbiamo continuare ad annunciare Cristo; non tanto però per un motivo negativo –perché altrimenti il mondo sarà condannato -, quanto per un motivo positivo: per il dono infinito che Gesù rappresenta per ogni essere umano. Il dialogo interreligioso non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile. Tale dialogo – ha scritto san Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio &#8211; “fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”.<br />
Il mandato di Cristo: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) e “ Fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28, 19) conserva la sua perenne validità, ma va compreso nel suo contesto storico. Sono parole da riferire al momento in cui sono state scritte, quando “tutto il mondo” e “tutti i popoli” era un modo per dire che il messaggio di Gesù non era destinato solo a Israele, ma anche a tutto il resto del mondo. Esse sono sempre valide per tutti, ma per chi appartiene già a una religione, ci vuole rispetto, pazienza e amore. Lo aveva capito e messo in pratica Francesco d’Assisi. Egli prospettava due modi di andare verso “i Saraceni e gli altri infedeli”. Scrive nella Regola non bollata:<br />
I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L&#8217;altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore. </p>
<p><strong>La sfida della scienza</strong></p>
<p>Con questa apertura di cuore, torniamo ora a occuparci della nostra fede cristiana. La grande sfida che essa deve sostenere nella nostra epoca non viene tanto dalla filosofia, come nel passato, ma dalla scienza. È di qualche mese fa una notizia sensazionale. Un telescopio lanciato nello spazio il 25 Dicembre del 2021 e posizionato a un milione e mezzo di chilometri dalla terra, il 12 Luglio dell’anno in corso ha inviato delle immagini inedite dell’universo che hanno mandato in visibilio il mondo scientifico.<br />
“Il nuovo telescopio –si leggeva nei notiziari &#8211; ha spalancato una nuova finestra sul cosmo, in grado di catapultarci indietro nel tempo, fino a poco dopo il Big Bang iniziale del mondo. È la visione più dettagliata dell’universo primordiale mai ottenuta. Rappresenta il primo assaggio di una nuova e rivoluzionaria astronomia che ci svelerà l’universo come non lo avevamo mai visto”.<br />
Saremmo stolti e ingrati se non partecipassimo al giusto orgoglio dell’umanità per questa come per ogni altra scoperta scientifica. Se la fede &#8211; oltre che dall’ascolto &#8211; nasce, come è stato detto, dallo stupore, queste scoperte scientifiche non dovrebbero diminuire la possibilità di credere, ma accrescerla. Se vivesse oggi, il salmista canterebbe con ancora più slancio: “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento” (Sal 19,2) e Francesco d’Assisi: “Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature”.<br />
Dio ha voluto darci un segno tangibile della sua infinita grandezza con l’immensità dell’universo e un segno della sua “inafferrabilità” con la più piccola particella di materia che, anche una volta raggiunta &#8211; assicura la fisica &#8211; mantiene la sua “indeterminazione”. Il cosmo non si è fatto da solo. È la qualità dell’essere, non la quantità che decide; e la qualità del creato è di essere…creato! Miliardi di galassie, distanti miliardi di miliardi di anni luce non cambiano questa sua qualità. </p>
<p>Facciamo queste riflessioni su fede e scienza non per convincere gli scienziati non credenti (nessuno di loro è qui ad ascoltare o leggerà queste parole), ma per confermare noi credenti nella fede e non lasciarci turbare dal clamore delle voci contrarie. È lo stesso scopo per cui san Luca dice all’”illustre Teofilo” di aver scritto il suo Vangelo: “In modo che tu possa renderti conto – dice &#8211; della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc 1, 4).<br />
Di fronte al dispiegarsi davanti ai nostri occhi delle dimensioni sconfinate dell’universo, l’atto di fede maggiore per noi cristiani non è di credere che tutto questo è stato creato da Dio, ma di credere che “tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo e in vista di lui” (Col 1,16), che “senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1, 3). Il cristiano ha una prova su Dio ben più convincente di quella desunta dal cosmo: la persona e la vita di Gesú Cristo.<br />
I credenti non sono degli struzzi. Non nascondiamo il capo nella sabbia per non vedere. Condividiamo con ogni persona lo sconcerto davanti ai tanti misteri e contraddizioni dell’universo: dell’evoluzione naturale, della storia, della stessa Bibbia… Siamo però in grado di superare lo sconcerto con una certezza più forte di tutte le incertezze: la credibilità della persona di Cristo, della sua vita e della sua parola. La certezza piena e gioiosa non si ha prima, ma dopo aver creduto. Diversamente la fede perderebbe il suo pregio e il suo merito.</p>
<p><strong>Il giusto vive per la fede</strong></p>
<p>La fede è il solo criterio capace di farci rapportare in modo giusto, non solo alla scienza, ma anche alla storia. Nel parlare della fede che giustifica, san Paolo cita il famoso oracolo di Abacuc: “Il giusto vivrà per la fede” (Ab 2, 4). Che cosa vuole dire Dio con quella parola profetica, dal momento che è Dio in persona che la pronuncia?<br />
Il messaggio si apre con un lamento del profeta, per la disfatta della giustizia e perché Dio sembra assistere impassibile dall&#8217;alto dei cieli alla violenza e all&#8217;oppressione. Dio risponde che tutto ciò sta per finire perché arriverà presto un nuovo flagello &#8211; i Caldei &#8211; che spazzerà via tutto e tutti. Il profeta si ribella a questa soluzione. È questa la risposta di Dio? Un&#8217;oppressione che si sostituisce ad un&#8217;altra?<br />
Ma proprio qui Dio aspettava il profeta. Ecco, soccombe colui che non ha l&#8217;animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2, 2-4). Al profeta è chiesto il salto della fede. Dio non scioglie l&#8217;enigma della storia, ma chiede di fidarsi di lui e della sua giustizia, nonostante tutto. La soluzione non sta nella cessazione della prova, ma nell&#8217;aumento della fede.<br />
La storia è una continua lotta tra bene e male, di empi che trionfano e di giusti che soffrono. La vittoria stabile del bene sul male non è da ricercare nella storia stessa, ma al di là di essa. Lasciamoci alle spalle ogni forma di millenarismo. Tuttavia, Dio è talmente sovrano e in controllo degli eventi che fa servire ai suoi piani misteriosi anche l&#8217;agitarsi degli empi. È vero: Dio scrive diritto per linee storte! Le  situazioni possono sfuggire di mano agli uomini, ma non a  Dio.<br />
Il messaggio di Abacuc è di una singolare attualità. L&#8217;umanità ha vissuto negli ultimi anni del secolo scorso la liberazione dal potere oppressore dei sistemi totalitari comunisti. Ma non abbiamo avuto il tempo di tirare un respiro di sollievo che altre ingiustizie e violenze sono sorte nel mondo. C&#8217;è stato chi, alla fine della “guerra fredda”, aveva ingenuamente creduto che il trionfo della democrazia avrebbe, ormai, chiuso definitivamente il ciclo dei grandi sconvolgimenti e che la storia avrebbe proseguito il suo corso senza più grandi scosse. Appunto senza più “storia”. Una tale tesi fu, ben presto, pietosamente smentita dagli eventi, con la comparsa di altre dittature e lo scoppio di altre guerre, a cominciare da quella “del Golfo”, fino a quella sciagurata di quest’anno in Ucraina.<br />
In questa situazione, anche in noi si affaccia la domanda accorata del profeta: “Signore, fino a quando? Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male! Come mai tanta violenza, tanti corpi umani scheletriti dalla fame, tanta crudeltà nel mondo, senza che tu intervenga?” La risposta di Dio è ancora la stessa: soccombe al pessimismo e si scandalizza chi non ha il cuore radicato in Dio, mentre il giusto vivrà di fede, troverà la risposta nella sua fede. Capirà cosa voleva dire Gesú quando, davanti a Pilato, disse: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36).<br />
Mettiamocelo, però, bene in testa e ricordiamolo, all’occorrenza, al mondo: Dio è giusto e santo; non permetterà che il male abbia l’ultima parola e i malfattori la facciano franca. Ci sarà un giudizio alla conclusione della storia, “un libro scritto verrà aperto, in cui tutto è contenuto e in base al quale il mondo sarà giudicato”: Liber scriptus proferetur – in quo totum continetur – unde mundus judicetur”  .<br />
Un primo giudizio &#8211; imperfetto ma sotto gli occhi di tutti, credenti e non credenti &#8211; è in atto già ora, nella storia. I benefattori dell’umanità che hanno operato per il progresso del loro paese e per la pace nel mondo sono ricordati con onore e benedizione di generazione in generazione; il nome dei tiranni e dei malfattori continua nei secoli ad essere accompagnato da disprezzo e riprovazione. Gesú ha rovesciato per sempre i ruoli. “Vincitore perché vittima”: così Agostino definisce Cristo: Victor quia victima. Alla luce dell’eternità –ma anche spesso della storia – non sono i carnefici i veri vincitori, ma le loro vittime.<br />
Quello che la Chiesa può fare, per non assistere passivamente allo svolgersi della storia, è schierarsi contro l’oppressione e la prepotenza, mettersi sempre, “a tempo e fuori tempo”, dalla parte dei poveri, dei deboli, delle vittime, di quelli che portano il peso maggiore di ogni sventura e di ogni guerra.<br />
Quello che può fare è anche rimuovere uno degli fattori  che sempre ha fomentato i conflitti e cioè la rivalità tra le religioni, le famigerate “guerre di religione”. Dall’intesa e dalla collaborazione leale tra le grandi religioni può venire una spinta morale che imprima alla storia quel nuovo corso che invano si attende dai poteri politici. In questo senso va vista l’utilità di iniziative come quelle, avviate da san Giovanni Paolo II e accelerate oggi da papa Francesco, per un dialogo costruttivo tra le religioni.<br />
La fede è l&#8217;arma della Chiesa. Anche la Chiesa, come il giusto di Abacuc, “vive per la sua fede”. Roma ha cessato da tempo di essere caput mundi, ma deve rimanere caput fidei, capitale della fede. Non solo dell&#8217;ortodossia della fede, ma anche dell&#8217;intensità e della radicalità del credere. Ciò che i fedeli colgono immedia¬tamente in un sacerdote e in un pastore, è se “ ci crede “, se crede in ciò che dice e in ciò che celebra. Oggi si fa molto uso della trasmissione senza fili (WiFi, si dice in Inglese). Anche la fede si trasmette di preferenza così: senza fili, senza tante parole e ragionamenti, ma per una corrente di grazia che si stabilisce tra due spiriti.</p>
<p>L’atto di fede più grande che la Chiesa può fare &#8211; dopo aver pregato e fatto il possibile per evitare o far cessare i conflitti &#8211; è di rimettersi a  Dio con un atto di totale fiducia e sereno abbandono, ripetendo con l’Apostolo: “So in chi ho posto la mia fiducia!”: Scio cui credidi (2 Tim 1,12).  Dio non si tira mai indietro per far cadere nel vuoto chi si getta tra le sue braccia.</p>
<p>Andiamo dunque incontro a Cristo che viene, con un atto di fede che è anche una promessa di  Dio e dunque una profezia: “Il mondo è nelle mani di Dio e quando, abusando della sua libertà, l’uomo avrà toccato il fondo, lui interverrà a salvarlo”. Sì, interverrà a salvarlo! Per questo infatti è venuto al mondo, duemila e ventidue anni fa.</p>
<p>  1. Ambrogio, Commento al Salmo 118, XII, 14.<br />
  2.Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, II, 7 (PL 76, 1018).<br />
  3.Regola non Bollata, cap. XVI (Fonti Francescane, 43).<br />
  4.Sequenza Dies irae.</p>
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		<title>“NATO DA DONNA” -   Terza Predica di Avvento 2021</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 12:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna”. È sul significato e l’importanza di queste due ultime parole &#8211; “nato da donna” &#8211; che vogliamo riflettere in questa ultima meditazione, anche per la loro attinenza alla solennità del Natale che ci apprestiamo a celebrare. Nella Bibbia, l’espressione “nato da donna”[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna”. È  sul significato e l’importanza di queste due ultime parole &#8211; “nato da donna” &#8211; che vogliamo riflettere in questa ultima meditazione, anche per la loro attinenza alla solennità del Natale che ci apprestiamo a celebrare.</p>
<p>Nella Bibbia, l’espressione “nato da donna” indica l’appartenenza alla condizione umana fatta di debolezza e mortalità . Basta provare a togliere queste tre parole dal testo per accorgerci della loro importanza. Cosa sarebbe il Cristo senza di esse? Una apparizione celeste, disincarnata. Anche l’angelo Gabriele “fu mandato” da Dio, ma per tornarsene poi in cielo così come era disceso da esso. La donna, Maria, è colei che ha “ancorato” per sempre il Figlio di  Dio all’umanità e alla storia.</p>
<p>Così lessero le parole di Paolo i Padri della Chiesa che dovettero combattere contro l’eresia gnostica e docetista. Giustamente essi mettono in rilievo il parallelismo che c’è tra  l’espressione “nato da donna” e quella che lo stesso Paolo usa in Romani 1, 3: “dal seme di David secondo la carne” . Ignazio d’Antiochia ha una espressione da vertigine: dice che Gesú  “è [nato] da Maria e da  Dio”  , quasi come noi diciamo di qualcuno che è figlio del tale e della tale.  In realtà, in tutto l’universo, Maria è l’unica che può rivolgersi  a Gesù con le stesse parole del Padre celeste: “Tu sei mio figlio, io ti ho generato”. </p>
<p>L’Apostolo –fa notare Tertulliano – non dice “factum per mulierem”, ma “factum ex muliere”, cioè nato da donna, non attraverso la donna. Il motivo è che nel frattempo l’eresia docetista si era evoluta e aveva assunto una veste meno radicale. Sosteneva che Gesú aveva sì una carne, ma di origine celeste, non terrestre, passata attraverso Maria come attraverso un canale, avendo in lei una via, non una madre . San Leone Magno collocherà l’espressione paolina “nato da donna” nel cuore del dogma cristologico, scrivendo nel Tomo a Flaviano che Cristo è “uomo per il fatto che è ‘nato da donna e nato sotto la legge’…La nascita nella carne è chiara prova della sua natura umana”. </p>
<p>Anche a proposito dell’espressione paolina “nato da donna” vediamo realizzarsi il grande principio esegetico formulato da san Gregorio Magno, cioè che “la Scrittura cresce a misura che viene letta”  . Già sant’Ireneo legge Galati 4,2, “nato da donna”,  alla luce di Genesi 3, 15: “Porrò inimicizia tra te e la donna” . Maria appare come la donna che ricapitola Eva, la madre di tutti i viventi! Non si tratta di una comparsa marginale che entra in scena per poi scomparire nel nulla.  È l’approdo di una tradizione biblica che attraversa da un capo all’altro tutta la Bibbia. Comincia con la donna “figlia di Sion” che è la personificazione di tutto il popolo d’Israele e termina con la donna “vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi” dell’Apocalisse (Ap 12, 1) che rappresenta la Chiesa. </p>
<p>“Donna” è il termine con cui Gesú si rivolge a sua madre a Cana e sotto la croce. È difficile, per non dire impossibile, non vedere un legame, nel pensiero di Giovanni, tra le due donne:  la donna simbolica che è la Chiesa e la donna reale che è Maria. Tale legame è recepito nella Lumen gentium del Vaticano II che, proprio per questo, tratta di Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa. </p>
<p><strong>Cristo deve nascere dalla Chiesa </strong></p>
<p>Da qualche tempo si parla molto della dignità della donna. San Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera apostolica su tale tema, la Mulieris dignitatem. Per quanta dignità, però, noi creature umane possiamo attribuire alla donna, resteremo sempre infinitamente al di sotto di quello che ha fatto Dio scegliendo una di esse per essere la madre del suo Figlio fatto uomo,  “anche se avessimo tante lingue quante sono le foglie di erba sulla terra”, ha scritto qualcuno. </p>
<p>Molto si è fatto negli ultimi tempi per aumentare la presenza delle donne nelle sfere decisionali della Chiesa e altro, forse, resta da fare. Ma non è di questo che è il caso di occuparci qui. Dobbiamo occuparci invece di un altro ambito, nel quale non ha alcuna importanza la distinzione uomo-donna, perché la donna di cui stiamo parlando rappresenta tutta la Chiesa, cioè uomini e donne allo stesso modo. </p>
<p>In breve si tratta di questo: Gesú che è nato una volta fisicamente e corporalmente da Maria, deve nascere ora spiritualmente dalla Chiesa e da ogni credente. Una tradizione esegetica che, nel suo nucleo iniziale, risale ad Origene si è cristallizzata nella formula: “Maria, vel Ecclesia, vel anima”: Maria, cioè la Chiesa, cioè l’anima. Sentiamo come un autore medievale, Isacco della Stella, formula questa dottrina:</p>
<p>Nelle Scritture divinamente ispirate, ciò che si dice in modo universale della Vergine Madre Chiesa, lo si intende in modo singolare della Vergine Madre Maria; e ciò che si dice in modo speciale di Maria lo si intende in senso generale della Vergine Madre Chiesa&#8230; Infine, ogni anima fedele, sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, viene ritenuta anch&#8217;essa a suo modo vergine e feconda. La stessa Sapienza di Dio che è il Verbo del Padre applica dunque universalmente alla Chiesa ciò che si dice specialmente di Maria e singolarmente anche di ogni anima credente . </p>
<p>Iniziamo dall’applicazione ecclesiale. Se  nel “senso più pieno” (il cosidetto sensus plenior), la donna nella Scrittura indica la Chiesa, allora l’affermazione che Gesú è nato da donna implica che egli deve nascere oggi dalla Chiesa! </p>
<p>C’è una icona diffusissima tra i cristiani ortodossi che è detta la Panhagia, cioè la Tutta Santa. In essa si vede Maria in piedi, a statura piena. Sul suo petto, come prorompendo da dentro, si staglia il bambino Gesú che ha la maestà di un adulto. Lo sguardo del devoto è attirato dal bambino, prima ancora che dalla madre. Ella anzi è a braccia alzate, quasi invitando a guardare lui e fare spazio a lui. Così dovrebbe essere la Chiesa. Chi la guarda non dovrebbe fermarsi ad essa, ma vedere Gesú. È la  lotta all’auto-referenzialità della Chiesa, su cui hanno insistito spesso i due ultimi Sommi Pontefici, Benedetto XVI e papa Francesco.</p>
<p>C’è un racconto dello scrittore Franz Kafka che è un potente simbolo religioso a questo proposito. E’ intitolato “Un messaggio imperiale”. Parla di un re che, sul letto di morte, chiama accanto a sé un suddito e gli sussurra all’orecchio un messaggio. È tanto importante quel messaggio che se lo fa ripetere, a sua volta, all’orecchio. Quindi congeda con un cenno il messaggero che si mette in cammino. Ma ascoltiamo direttamente dall’autore il seguito del racconto, contraddistinto dal tono onirico e quasi da incubo, tipico di questo scrittore: </p>
<p>Avanzando ora un braccio, ora l&#8217;altro, il messaggero si apre la strada attraverso la folla e avanza leggero come nessuno. Ma la folla è immensa, le sue dimore sterminate. Come volerebbe se avesse via libera! Invece, si affatica invano; ancora continua ad affannarsi attraverso le stanze del palazzo interno, dalle quali non uscirà mai. E se anche questo gli riuscisse, non significherebbe nulla: dovrebbe lottare per scendere le scale. E se anche questo gli riuscisse, non avrebbe fatto ancora nulla: dovrebbe traversare i cortili; e dopo i cortili, la seconda cerchia dei palazzi. Gli riuscisse di precipitarsi, finalmente, fuori dall&#8217;ultima porta &#8211; ma questo non potrà mai, mai accadere &#8211; ecco dinanzi a lui la città imperiale, il centro del mondo, ove sono ammucchiate montagne dei suoi detriti. Lì in mezzo, nessuno riesce ad avanzare, neppure con il messaggio di un morto. Tu, intanto, siedi alla tua finestra e sogni di quel messaggio, quando viene la sera.  </p>
<p>Non si può fare a meno, leggendo questo racconto, di pensare a Cristo che prima di lasciare questo mondo ha confidato alla Chiesa il messaggio: “Andate per tutto il mondo, predicate la buona novella a ogni creatura” (Mc 16, 15). E non si può fare a meno di pensare ai tanti uomini che stanno alla finestra e sognano, senza saperlo, di un messaggio come il suo. </p>
<p>Dobbiamo fare il possibile perché la Chiesa non divenga mai quel castello complicato e ingombro descritto da Kafka, e il messaggio possa uscire da essa libero e gioioso come quando iniziò la sua corsa. Sappiamo quali sono “i muri divisori” che possono trattenere il messaggero. Sono anzitutto i muri che separano le varie chiese cristiane tra di loro, poi l’eccesso di burocrazia, i residui di cerimoniali ormai senza senso: paludamenti, leggi e controversie passate, divenuti ormai solo dei detriti. </p>
<p>Succede come con certi edifici antichi. Nel corso dei secoli, per adattarsi alle esigenze del momento, si sono riempiti di tramezzi, di scalinate, di stanze, stanzette e sottoscala. Arriva il momento quando ci si accorge che tutti questi adattamenti non rispondono più alle esigenze attuali, anzi sono di ostacolo; e allora bisogna avere il coraggio di abbatterli e riportare l’edificio alla semplicità e linearità delle sue origini, in vista di un loro rinnovato impiego. </p>
<p>Citai il racconto di Kafka e la sua applicazione  alla Chiesa nell’omelia che tenni in San Pietro nel Venerdì Santo del 2013, nel primo anno di Pontificato dell’attuale Sommo Pontefice. Se mi sono permesso di ripeterli qui è per ringraziare  Dio dei passi avanti che la Chiesa ha compiuto nel frattempo per uscire da se stessa e andare verso “le periferie esistenziali del mondo”, recando ad esse il messaggio di Cristo.</p>
<p><strong>Cristo deve nascere dall’anima</strong></p>
<p>Ci resta da riflettere ora su quello che ci riguarda tutti indistintamente e più da vicino: la nascita di Cristo dall’anima credente. “Il Cristo &#8211; scrive san Massimo Confessore &#8211; nasce sempre misticamente nell&#8217;anima, prendendo carne da coloro che sono salvati e facendo dell&#8217;anima che lo genera una madre vergine” .<br />
Come si diventa madre di Cristo, ce lo spiega Gesú nel Vangelo: ascoltando, dice, la Parola e mettendola in pratica  (cf. Lc 8, 21). È importante notare che ci sono due operazioni da compiere. Anche Maria divenne madre di Cristo attraverso due momenti: prima concependolo, poi partorendolo.<br />
Vi sono due maternità incomplete o due tipi di interruzione di maternità. Una è quella, antica e nota, dell&#8217;aborto. Essa avviene quando si concepisce una vita ma non si partorisce, perché, nel frattempo, o per cause naturali o per il peccato degli uomini, il feto è morto. Fino a poco fa, questo era l&#8217;unico caso che si conosceva di maternità incompleta. Oggi se ne conosce un altro che consiste, all&#8217;opposto, nel partorire un figlio senza averlo concepito. Così avviene nel caso di figli concepiti in provetta e immessi nel seno di una donna, oppure nel caso dell&#8217;utero dato in prestito per ospitare, magari a pagamento, vite umane concepite altrove. In questo caso, quello che la donna partorisce, non viene da lei, non è concepito “prima nel cuore e poi nel corpo” , come dice Agostino di Maria.<br />
Purtroppo anche sul piano spirituale ci sono queste due tristi possibilità. Concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola, senza metterla in pratica; chi continua a fare un aborto spirituale dietro l&#8217;altro, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada. Sono, dice san Giacomo, coloro che si guardano in fretta nello specchio e poi se ne vanno dimenticando come erano (cf Gc 1, 23-24).<br />
Partorisce, al contrario, Cristo senza averlo concepito chi fa tante opere, anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall&#8217;abitudine, dall&#8217;ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare. Le nostre opere sono «buone » solo se provengono dal cuore, se sono concepite per amore di Dio e nella fede. In altre parole, se l&#8217;intenzione che ci guida è retta, o almeno ci si sforza di rettificarla.<br />
San Francesco d&#8217;Assisi ha una parola che riassume bene ciò che mi preme mettere in luce:<br />
Siamo madri di Cristo &#8211; dice &#8211; quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza; lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio  .<br />
Noi, vuole dire, concepiamo Cristo quando lo amiamo in sincerità di cuore e con rettitudine di coscienza, e lo diamo alla luce quando compiamo opere sante che lo manifestano al mondo e danno gloria al Padre che è nei cieli  (cf Mt 5, 16). San Bonaventura ha sviluppato questo pensiero del suo Serafico Padre in un opuscolo intitolato “Le cinque feste di Gesù Bambino“ . Tali feste sono per lui: il concepimento, la nascita, la circoncisione, l’Epifania e la Presentazione al tempio. Il santo spiega come fare per celebrare spiritualmente ognuna di tali feste nella propria vita. Mi limito a quello che dice circa le prime due feste: il concepimento e la nascita.<br />
Per san Bonaventura, l&#8217;anima concepisce Gesù quando, scontenta della vita che conduce, stimolata da sante ispirazioni e accendendosi di santo ardore, infine staccandosi risolutamente dalle sue vecchie abitudini e difetti, è come fecondata spiritualmente dalla grazia dello Spirito Santo e concepisce il proposito di una vita nuova. Ecco, è avvenuta la concezione di Cristo!<br />
Una volta concepito, il benedetto Figlio di Dio nasce nel cuore, allorché, dopo aver fatto un sano discernimento, chiesto opportuno consiglio, invocato l&#8217;aiuto di Dio, l&#8217;anima mette immediatamente in opera il suo santo proposito, cominciando a realizzare quello che da tempo andava maturando, ma che aveva sempre rimandato per paura di non esserne capace.<br />
Ma è necessario insistere su una cosa: questo proposito di vita nuova deve tradursi, senza indugio, in qualcosa di concreto, in un cambiamento, possibilmente anche esterno e visibile, nella nostra vita e nelle nostre abitudini. Se il proposito non è messo in atto, Gesù è concepito, ma non è partorito. E&#8217; uno dei tanti aborti spirituali. Non si celebrerà mai « la seconda festa » di Gesù Bambino che è il Natale! È uno dei tanti rinvii, di cui è forse stata punteggiata la nostra vita.<br />
Un piccolo cambiamento con cui cominciare potrebbe essere fare un po’ di silenzio intorno a noi e dentro di noi. “Come sarebbe bello &#8211; diceva il Santo Padre nella scorsa udienza generale &#8211; se ognuno di noi, sull’esempio di San Giuseppe, riuscisse a recuperare questa dimensione contemplativa della vita spalancata proprio dal silenzio”. Un’antica antifona del tempo natalizio diceva che il Verbo di Dio discese dal cielo dum medium silentium tenerent omnia: “mentre tutto intorno era silenzio” .<br />
Proviamo anzitutto a far tacere il chiasso che c’è dentro di noi, i processi sempre in corso nella nostra mente, su persone e fatti, dai quali usciamo immancabilmente vincitori. Trasformiamoci qualche volta da accusatori in difensori dei fratelli, pensando a quante cose gli altri potrebbero rimproverare a noi. Nei processi canonici –almeno in passato &#8211;  dopo l’accusa, il giudice pronunciava la formula: “Audiatur et altera pars”: Si ascolti ora la parte contraria. Quando ci sorprendiamo a giudicare qualcuno, impariamo a ripetere perentoriamente quella formula a noi stessi: Audiatur et altera pars! Prova a metterti nei panni del fratello!<br />
Torniamo con il pensiero a Maria.  Tolstoj fa una osservazione sulla donna incinta che ci può aiutare a capire e a imitare la Vergine in questo finale di Avvento. Lo sguardo della donna in attesa, dice, ha una strana dolcezza ed è rivolto più dentro di sé che fuori di sé, perché dentro di sé è la realtà, per lei, più bella del mondo. Così era lo sguardo di Maria che portava in grembo il creatore dell’universo. Imitiamola ritagliandoci qualche momento di vero raccoglimento per far nascere Gesù nel nostro cuore. La migliore risposta al tentativo della cultura secolarizzata di cancellare il Natale dalla società è quello di interiorizzarlo e riportarlo alla sua essenza.<br />
Tra pochi giorni si conclude l’anno in cui abbiamo celebrato il settimo centenario della morte di Dante Alighieri. Terminiamo facendo nostra la stupenda preghiera alla Vergine dell’ultimo canto del suo Paradiso. Anche Dante, come Paolo e come Giovanni, chiama Maria semplicemente “la Donna”:</p>
<p>Vergine Madre, figlia del tuo figlio,<br />
umile e alta più che creatura,<br />
termine fisso d&#8217;eterno consiglio</p>
<p>tu se’ colei che l’umana natura<br />
nobilitasti sì, che ’l suo fattore<br />
non disdegnò di farsi sua fattura.</p>
<p>Nel ventre tuo si raccese l’amore,<br />
per lo cui caldo ne l’eterna pace<br />
così è germinato questo fiore. </p>
<p>Qui se’ a noi meridïana face<br />
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,<br />
se’ di speranza fontana vivace.</p>
<p>Donna, se’ tanto grande e tanto vali,<br />
che qual vuol grazia e a te non ricorre,<br />
sua disïanza vuol volar sanz’ali. </p>
<p>La tua benignità non pur soccorre<br />
a chi domanda, ma molte fïate<br />
liberamente al dimandar precorre.</p>
<p>In te misericordia, in te pietate,<br />
in te magnificenza, in te s’aduna<br />
quantunque in creatura è di bontate.</p>
<p>Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, Buon Natale!</p>
<p>  1.Cf Gb 14,1;15,14;25,4.<br />
  2.Ignazio d’Antiochia, Tralliani 9,1; Smirnesi 1, Ireneo di Lione, Adv. Haer. III, 16,3.<br />
  3.Ignazio d’Antiochia, Efesini, 7,1<br />
  4.Cf. Tertulliano, De carne Christi, 20.<br />
  5.Leone Magno, Lettera 28 a Flaviano, 4.<br />
  6.Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, XX, 1<br />
  7.Ireneo, Adv. Haer. IV,40,3.<br />
  8.Lutero, Commento al Magnificat (ed. Weimar 7, p. 572 f.).<br />
  9.Isacco della Stella, Discorsi 51 (PL, 194, 1863 s.)<br />
  10.F. Kafka, Un messaggio imperiale, in Racconti, Milano 1972, pp. 146 s.<br />
  11.S. Massimo Confessore, Commento al Padre nostro (PG 90, 889).<br />
  12.S. Agostino, Discorsi 215,4 (PL 38, 1074)<br />
  13.S. Francesco d’Assisi, Lettera a tutti i fedeli, 1 (Fonti Francescane nr. 178).<br />
  14.S. Bonaventura, De quinque festivitatibus Pueri Jesu (ed. Quaracchi 1949, pp. 207 ss).<br />
  15.“Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens Sermo tuus, Domine, de cælis a regalibus sedibus venit” (cf. Sap. 18, 14-15, Volgata) </p>
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		<title>“DIO MANDÒ NEI NOSTRI CUORI LO SPIRITO DEL SUO FIGLIO”  -  Seconda Predica di Avvento 2021</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2021 12:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1882 l&#8217;archeologo William M. Ramsay scoprì a Geropoli, in Frigia, un&#8217;antica iscrizione greca. Il reperto fu donato dal sultano Abdul Hamid a papa Leone XIII nel 1892, in occasione del suo giubileo. Dal Museo Lateranense esso è passato in seguito al Museo Pio Cristiano. L&#8217;epitaffio – definito dagli storici “la regina delle iscrizioni cristiane”-[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1882 l&#8217;archeologo William M. Ramsay scoprì a  Geropoli, in Frigia, un&#8217;antica iscrizione greca.  Il reperto fu donato dal sultano Abdul Hamid a papa Leone XIII nel 1892, in occasione del suo giubileo. Dal Museo Lateranense esso è passato in seguito al Museo Pio Cristiano.<br />
L&#8217;epitaffio – definito dagli storici “la regina delle iscrizioni cristiane”- contiene il testamento spirituale di un vescovo di nome Abercio vissuto verso la fine del II secolo. In esso, l’autore riassume tutta la sua esperienza di fede cristiana. Lo fa nel linguaggio imposto in quel tempo dalla “disciplina dell’arcano”, cioè usando metafore ed espressioni, di cui solo i cristiani potevano capire il senso, senza esporre se stessi ed altri al dileggio e alla persecuzione. Ascoltiamola nella parte che ci interessa più da vicino:<br />
“Io di nome Abercio, [sono] discepolo del casto pastore dagli occhi grandi che pasce greggi di pecore per monti e per piani&#8230; Egli mi insegnò le scritture degne di fede; mi mandò a Roma a contemplare la reggia e vedere una regina dalle vesti e dalle calzature d&#8217;oro; io vidi colà un popolo che porta un fulgido sigillo. Visitai anche la pianura della Siria e tutte le sue città e, oltre l&#8217;Eufrate, Nisibi. Dovunque trovai dei fratelli&#8230;, avevo Paolo con me, e la Fede mi guidò dovunque e mi dette per cibo un Pesce grandissimo, puro, che la casta Vergine concepì e che essa [la Fede] suole dare a mangiare ogni giorno ai suoi fedeli amici, avendo un eccellente vino che suole donare insieme con il pane” .<br />
Il pastore “dagli occhi grandi” è Gesú, le scritture sono la Bibbia, la regina dalle vesti d’oro (allusione al Salmo 45, 10)  è la Chiesa, il sigillo il battesimo; Paolo è naturalmente l’apostolo, il pesce, come in tanti mosaici antichi, indica Cristo, la casta Vergine è Maria; il pane e il vino l’Eucaristia. Agli occhi di Abercio,  Roma non è tanto la capitale dell’impero (che pure in quel momento è all’apogeo della sua potenza), ma “la reggia” di un altro regno, il centro spirituale della Chiesa.<br />
Quello che colpisce in questo testamento è la freschezza, l’entusiasmo e lo stupore con cui Abercio guarda il mondo nuovo che la fede gli ha spalancato davanti. Per lui tutto questo non è davvero qualcosa di scontato! È la vera novità del mondo e della storia. È proprio per questo motivo che l’ho ricordato: perché è il sentimento che più abbiamo bisogno di riscoprire noi cristiani di oggi. Si tratta, ancora una volta, di guardare le vetrate della cattedrale dall’interno di essa, anziché dalla pubblica strada.<br />
Dopo più di quarant’anni di giri di predicazione per il mondo, io potrei fare mio il testamento di Abercio, senza nemmeno aver bisogno di usare il suo linguaggio velato. Anch’io, nel mio piccolo, ho incontrato dappertutto questo popolo nuovo che la Lumen gentium del Vaticano II definisce il popolo messianico che “ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, per legge il nuovo precetto dell’amore e per fine il regno di  Dio” (cf LG, 9).<br />
Lo stesso Concilio ricorda che la Chiesa è fatta di santi e di peccatori; anzi, che essa stessa, &#8211; come realtà concreta e storica &#8211; è santa e peccatrice, “casta meretrice” , come la chiamano certi Padri , e che le due cose –peccato e santità &#8211; sono presenti in ogni singolo suo membro, non soltanto tra una categoria e l’altra di essi. È giusto dunque che ci rattristiamo e piangiamo per i peccati della Chiesa, ma è anche giusto e doveroso rallegrarci per la sua santità e la sua bellezza. Una volta tanto noi scegliamo di fare questa seconda cosa che è forse oggi quella più difficile e più trascurata.</p>
<p><strong>La prova che siamo figli di Dio</strong></p>
<p>Torniamo al testo di Galati che stiamo commentando:<br />
Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di   Dio.<br />
Abbiamo meditato la volta scorsa sulla prima parte, sul nostro essere figli di  Dio; meditiamo ora sulla seconda parte, sul ruolo svolto in tutto ciò dallo Spirito Santo. Dobbiamo tener presente il brano quasi gemello di Romani 8, 15-16:<br />
Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio.<br />
Parlavo la volta scorsa dell’importanza della Parola di Dio per assaporare la dolcezza di sapersi figli di  Dio e sperimentare  Dio come padre buono. San Paolo ci dice ora che c’è un altro mezzo senza del quale anche la Parola di  Dio risulta insufficiente: lo Spirito Santo!<br />
San Bonaventura termina il suo trattato Itinerario della mente a Dio con una frase allusiva e misteriosa; dice: &#8220;Questa sapienza mistica segretissima nessuno la conosce se non chi la riceve; nessuno la riceve se non chi la desidera; nessuno la desidera se non chi è infiammato nell&#8217;intimo dallo Spirito Santo mandato da Cristo sulla terra&#8221; . In altre parole, noi possiamo desiderare di avere una conoscenza viva dell’essere figli di  Dio e di farne l’esperienza, ma ottenere tutto ciò è opera soltanto dello Spirito Santo.<br />
Lo Spirito “attesta” che siamo figli di Dio? Che significano queste parole ? Non si può trattare di una specie di attestato esterno e giuridico come nelle adozioni naturali, o come è il certificato di battesimo. Se lo Spirito è “la prova” che siamo figli di  Dio, se egli lo “attesta” al nostro spirito, non può essere qualcosa che avviene da qualche parte, ma di cui noi non abbiamo alcuna percezione e conferma.<br />
Purtroppo è così che noi siamo portati a pensare. Sì, nel battesimo siamo diventati figli di  Dio, membra di Cristo, l’amore di  Dio è stato effuso nei nostri cuori…, ma tutto questo per fede, senza che nulla si smuova dentro di noi. Creduto con la mente, ma non vissuto con il cuore. Come cambiare questa situazione? La risposta ce l’ha data l’Apostolo: lo Spirito Santo! Non soltanto lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel battesimo, ma quello che dobbiamo chiedere e ricevere sempre di nuovo. Lo Spirito “attesta” che siamo figli di  Dio; ora attesta, non “ha attestato”, s’intende una volta per tutte nel battesimo.<br />
Cerchiamo dunque di capire come lo Spirito Santo opera questo miracolo di aprire i nostri occhi sulla realtà che portiamo dentro. La migliore descrizione di come lo Spirito Santo porta a compimento questa operazione nel credente, l’ho trovata in un discorso per la Pentecoste di Lutero. (Seguiamo, con lui, il criterio paolino di “esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”) (1 Tess 5, 21).<br />
Finché l’uomo vive nel regime di peccato, sotto la legge, Dio gli appare un padrone severo, uno che si oppone al soddisfacimento dei suoi desideri terreni con quei suoi perentori: “Tu devi.., tu non devi”. Non devi desiderare la roba d’altri, la donna d’altri&#8230;In questo stato l’uomo accumula nel fondo del cuore un sordo rancore contro Dio, lo vede come un avversario della sua felicità, al punto che, se  dipendesse da lui, sarebbe ben felice che non esistesse  .<br />
Se tutto questo ci sembra una ricostruzione esagerata, da grandi peccatori, che non ci riguarda da vicino, guardiamoci dentro e osserviamo cosa sale dal fondo oscuro del nostro cuore davanti a una volontà di Dio, o una obbedienza che attraversa i nostri piani. Nei corsi di Esercizi spirituali che ho occasione di predicare io sono solito proporre ai partecipanti di sottoporsi da soli a un test psicologico per scoprire quale idea di Dio prevale in loro. Invito a domandarsi: “Quali sentimenti, quali associazioni di idee sorgono spontaneamente in me, prima di ogni riflessione, quando, recitando il Padre nostro, arrivo alle parole: ‘Sia fatta la tua volontà’ ”? </p>
<p>Non è difficile accorgersi che inconsciamente si collega la volontà di  Dio a tutto ciò che è spiacevole, doloroso, e tutto ciò che costituisce una prova, un’esigenza di rinuncia, un sacrificio, a tutto ciò, insomma, che può essere visto come mutilante la nostra libertà e sviluppo individuali. Si pensa a  Dio come se egli fosse essenzialmente nemico di ogni festa, gioia, piacere. Se in quel momento potessimo guardare la nostra anima come allo specchio, ci vedremmo come persone che chinano il capo rassegnati, mormorando a denti stretti: “Se proprio non si può fare a meno…ebbene, sia fatta la tua volontà”</p>
<p>Vediamo cosa fa lo Spirito Santo per guarirci da questo terribile inganno ereditato da Adamo. Venendo in noi –nel battesimo e poi in tutti gli altri mezzi di santificazione – egli comincia con il mostrarci un diverso volto di Dio, il volto rivelatoci da Gesú nel Vangelo. Ce lo fa scoprire come alleato della nostra gioia, come colui che per noi “non ha risparmiato il proprio Figlio” (Rom 8, 32). </p>
<p>Sboccia a poco a poco il sentimento filiale che si traduce spontaneamente nel grido: Abbà, Padre! Come Giobbe alla fine della sua storia, esclamiamo: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Il figlio ha preso il posto dello schiavo e l’amore quello del timore! L’uomo cessa di essere l’antagonista di  Dio e diventa il suo alleato. L’alleanza con  Dio non è più soltanto una struttura religiosa in cui si nasce, ma una scoperta, una scelta, una fonte di incrollabile sicurezza: “Se  Dio è con noi, nostro alleato, chi sarà contro di noi?” (cf Rom 8, 31).</p>
<p><strong>La preghiera dei figli</strong></p>
<p>Il luogo privilegiato in cui lo Spirito Santo opera sempre di nuovo il miracolo di farci sentire figli di Dio è la preghiera. Lo Spirito non dà una legge di preghiera, ma una grazia di preghiera. La preghiera non viene a noi, primariamente, per apprendimento esteriore e analitico, ma viene a noi per infusione, come dono. Questa è la “buona notizia” a proposito della preghiera cristiana! Viene a noi la sorgente stessa della preghiera ed essa consiste nel fatto che “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). </p>
<p>Il grido del credente Abbà! dimostra, da solo, che chi prega in noi, attraverso lo Spirito, è Gesù, il Figlio unigenito di Dio. Per se stesso, infatti, lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a Dio, chiamandolo Abba, perché egli non è “generato”, ma soltanto “procede” dal Padre. Lo può fare in quanto è lo Spirito del Figlio unigenito che continua nelle membra la preghiera del capo.</p>
<p>È lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel cuore, il sentimento della figliolanza divina, che ci fa sentire (non soltanto sapere!) figli di Dio. Talvolta questa operazione fondamentale dello Spirito si realizza in modo repentino e intenso, nella vita di una persona, e allora se ne può contemplare tutto lo splendore. In occasione di un ritiro, di un sacramento ricevuto con particolari disposizioni, di una parola di Dio ascoltata con cuore disponibile, o in occasione della preghiera per l’effusione dello Spirito (il cosiddetto “battesimo nello Spirito”), l’anima è inondata di una luce nuova, nella quale Dio le si rivela, in un modo nuovo, come Padre. Si fa esperienza di cosa vuol dire veramente la paternità di Dio; il cuore si intenerisce e la persona ha la sensazione di rinascere da questa esperienza. Dentro di lei appare una grande confidenza e un senso mai provato della condiscendenza di Dio. </p>
<p>Altre volte, invece, questa rivelazione del Padre si accompagna a un tale sentimento della maestà e trascendenza di Dio che l’anima è come sopraffatta e tace. (Non sto descrivendo le mie esperienze, ma quelle dei santi!). Si capisce perché alcuni santi iniziavano il “Padre nostro” e, dopo ore, erano ancora fermi a queste prime parole. Di santa Caterina da Siena, il suo confessore e biografo, il beato Raimondo da Capua, scrive che “difficilmente arrivava in fondo a un “Padre nostro”, senza essere già in estasi” . </p>
<p>Questo modo vivido di conoscere il Padre di solito non dura a lungo, neppure nei santi. Ritorna presto il tempo in cui il credente dice “Abbà!”, senza sentire nulla, e continua a ripeterlo solo sulla parola di Gesù. È il momento, allora, di ricordare che quanto meno quel grido rende felice chi lo pronuncia, tanto più rende felice il Padre che lo ascolta, perché fatto di pura fede e di abbandono. </p>
<p>Noi siamo, allora, come quel celebre musicista (parlo di Beethoven) che, divenuto sordo, continuava a comporre ed eseguire splendide sinfonie per la gioia di chi ascoltava, senza che lui potesse gustarne una sola nota. Al punto che quando il pubblico, dopo aver ascoltato una sua opera (la celebre Nona Sinfonia) esplose in un uragano di applausi, dovettero tirargli il lembo della veste perché se ne accorgesse e si voltasse a ringraziare. La sordità, anziché spegnere la sua musica, la rese più pura e così fa anche l’aridità con la nostra preghiera se perseveriamo in essa.</p>
<p>Quando si parla dell’esclamazione “Abbà, Padre!”, noi siamo soliti pensare solo a ciò che tale parola significa per chi la pronuncia, a ciò che riguarda noi. Non si pensa quasi mai a ciò che essa significa per Dio che l’ascolta e a ciò che produce in lui. Non si pensa, insomma, alla gioia di Dio di sentirsi chiamare papà. Ma chi è padre sa cosa si prova a sentirsi chiamare così con l’inconfondibile timbro di voce del proprio bambino o della propria bambina. È come diventare padre ogni volta, perché ogni volta quel grido ti ricorda e ti fa accorgere che lo sei; tocca la parte più recondita di te stesso. </p>
<p>Gesù lo sapeva perciò ha chiamato così spesso Dio Abbà! e ci ha insegnato a fare lo stesso. Noi diamo a Dio una gioia semplice e unica chiamandolo papà: la gioia della paternità. Il suo cuore “si commuove” dentro di lui, le sue viscere “fremono di compassione”, al sentirsi chiamare così (cf Os 11, 8). E tutto questo dicevo lo possiamo fare anche quando non “sentiamo” nulla.</p>
<p>E proprio in questo tempo di apparente lontananza di Dio e di aridità che si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Egli &#8211; da noi non visto e non sentito – “viene in soccorso della nostra debolezza”, riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio, di umiltà, di amore, “e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito” (cf Rom 8, 26-27). Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra preghiera “debole”, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera. Davvero, egli “irriga ciò che è arido”, come diciamo nella sequenza in suo onore. </p>
<p>Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: “Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesú tuo Figlio; formando perciò “un solo spirito con lui” (1 Cor 6, 17), io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio, qui alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora dalla terra”.</p>
<p><strong>Ciò che lo Spirito dice alla Chiesa</strong></p>
<p>Vorrei, prima di concludere, accennare a una applicazione pastorale di questa riflessione sul ruolo dello Spirito Santo. Ho citato altre volte le parole che il metropolita ortodosso Ignatios di Latakia pronunciò in una solenne riunione ecumenica nel 1968, ma vale la pena riascoltarle qui:<br />
“Senza lo Spirito Santo:<br />
Dio è lontano,<br />
il Cristo resta nel passato,<br />
il vangelo è lettera morta,<br />
la Chiesa una semplice organizzazione,<br />
l’autorità una dominazione,<br />
la missione una propaganda,<br />
il culto una evocazione,<br />
l’agire cristiano una morale da schiavi.</p>
<p>Ma, con lo Spirito Santo:<br />
il cosmo è sollevato e geme nel parto del regno,<br />
l’uomo lotta contro la carne,<br />
il Cristo è presente,<br />
il vangelo è potenza di vita,<br />
la Chiesa  segno di comunione trinitaria,<br />
l’autorità  servizio liberatore,<br />
la missione  una Pentecoste,<br />
la liturgia  memoriale e anticipazione,<br />
l’agire umano è divinizzato”  .</p>
<p>Dobbiamo fondare tutto sullo Spirito Santo. Non basta recitare un Pater, Ave e Gloria, all’inizio delle nostre riunioni pastorali, per poi passare in fretta e furia all’ordine del giorno. Quando le circostanze lo permettono, bisogna rimanere per un po’ esposti allo Spirito Santo, dargli tempo di manifestarsi. Sintonizzarsi con lui.<br />
Senza queste premesse, risoluzioni e documenti restano parole che si aggiungono a parole. Succede come nel sacrificio di Elia sul Carmelo. Elia radunò la legna, la bagnò sette volte; fece tutto quello che poteva; poi pregò il Signore di fare scendere il fuoco dal cielo e consumare il sacrificio. Senza quel fuoco dall’alto tutto sarebbe rimasto soltanto legna umida (cf. 1 Re 18, 20 ss.).<br />
Sono cose che, senza chiasso, cominciano a realizzarsi nella Chiesa. Ho ricevuto quest’anno la lettera del parroco di una diocesi francese. Diceva: “Da quasi tre anni il nostro Arcivescovo ci ha lanciati tutti nell’avventura missionaria e ha costituito una fraternità di missionari diocesani. Ci siamo proposti di vivere un ciclo di preparazione al battesimo nello Spirito. È stata una esperienza bellissima con 300 cristiani di tutta la diocesi, insieme con l’Arcivescovo. Poco dopo, tutte le 28 clarisse di un vicino monastero hanno chiesto di fare la stessa esperienza”.<br />
Non si devono attendere risposte immediate e spettacolari. La nostra non è una danza del fuoco, come quella dei sacerdoti di Baal sul Carmelo. I tempi e i modi sono noti a Dio. Ricordiamo la parola di Cristo ai suoi apostoli: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (Atti 1, 7- 8). L’importante è chiedere e ricevere forza dall’alto; il modo di manifestarsi va lasciato a  Dio.<br />
Questa necessità si impone particolarmente nel momento in cui la Chiesa si lancia nell’avventura sinodale. Su questo punto non c’è che da rileggere e meditare le parole pronunciate dal Santo Padre nell’omelia per l’apertura del Sinodo del 10 Ottobre scorso. In essa esortava a prendersi “un tempo per dare spazio alla preghiera, all’adorazione, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa.<br />
Mi domando se, almeno nelle assemblee plenarie di ogni circoscrizione, locale o universale, non sia possibile designare un animatore spirituale che organizzi tempi di preghiera e di ascolto della Parola, in margine alle riunioni. “La testimonianza di Gesú è lo spirito di profezia”, dice l’Apocalisse (Ap 19,10). Lo spirito di profezia si manifesta di preferenza in un contesto di preghiera comunitaria.<br />
Abbiamo un esempio meraviglioso di tutto ciò in occasione della prima  crisi che la Chiesa ha dovuto affrontare nella sua missione di proclamare il Vangelo. Pietro e Giovanni sono arrestati e messi in prigione per aver “annunciato in Gesú la risurrezione dei morti”. Vengono rilasciati dal Sinedrio con l’ingiunzione di “non parlare in alcun modo, né di insegnare nel nome di Gesú”. Gli apostoli si trovano davanti a una situazione che si ripeterà tante volte nel corso della storia: tacere, venendo meno al mandato di Gesú, o parlare con il rischio di un intervento brutale dell’autorità che mette fine a tutto.<br />
Che fanno gli apostoli? Si recano dalla comunità. Questa prega. Uno proclama il versetto del salmo: “Si sollevarono i re della terra e i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo” (Sal 2,2). Un altro lo applica a ciò che è avvenuto nell’alleanza tra Erode e Ponzio Pilato nei confronti di Gesú. “Quand’ebbero terminato la preghiera –si legge &#8211; il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di  Dio con franchezza (parresia )” (cf Atti 4, 1-31). Paolo mostra che questa prassi non rimase isolata nella Chiesa: “Quando vi radunate –scrive ai Corinzi &#8211; uno ha un salmo, un altro ha un insegnamento; uno ha una rivelazione, uno ha il dono delle lingue, un altro ha quello di interpretarle” (1 Cor 14, 26).<br />
L’ideale per ogni risoluzione sinodale sarebbe di poterla annunciare –almeno idealmente &#8211; alla Chiesa con le parole del suo primo concilio. “È parso bene allo Spirito Santo e a noi…” (Atti 15, 28). Lo Spirito Santo è l’unico che apre strade nuove, senza mai smentire le antiche. Egli non fa cose nuove, ma fa nuove le cose! Cioè, non crea nuove dottrine e nuove istituzioni, ma rinnova e vivifica quelle istituite da Gesù. Senza di lui, saremo sempre in ritardo sulla storia. “Lo Spirito Santo –diceva il Santo Padre nell’omelia ricordata &#8211; soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi”. Egli –aggiungo io &#8211; è maestro di quell’ aggiornamento che san Giovanni XXIII pose a scopo del Concilio. Il Concilio doveva realizzare una nuova Pentecoste e la nuova Pentecoste deve ora realizzare il Concilio!<br />
La Chiesa latina possiede un tesoro a questo fine: l’inno Veni Creator Spiritus.  Da quando fu composto, nel secolo IX, esso è risuonato incessantemente nella cristianità, come una prolungata epiclesi su tutta la creazione e sulla Chiesa. A partire dai primi anni del secondo millennio, ogni anno nuovo, ogni secolo, ogni conclave, ogni concilio ecumenico, ogni sinodo, ogni ordinazione sacerdotale o episcopale, ogni riunione importante nella vita della Chiesa si sono aperti con il canto di questo inno. Esso si è caricato di tutta la fede, la devozione e l’ardente desiderio dello Spirito delle generazioni che lo hanno cantato prima di noi. E ora, quando viene cantato, anche dal più modesto coro dei fedeli, Dio lo ascolta così, con questa immensa “orchestrazione” che è la comunione dei santi.</p>
<p>Vi chiedo la carità, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, di alzarvi in piedi e di cantarlo con me per invocare una rinnovata effusione dello Spirito su di noi e su tutta la Chiesa…</p>
<p>  1.In Enchiridion Fontium Historiae Ecclesiasteicae Antiquae, Herder 1965, pp.92-94.<br />
  2.Cf. H.U. von Balthasar, “Casta meretrix, in  Sponsa Chnristi, Morcelliana, Brescia, 1969.<br />
  3.Bonaventura, Itinerario della mente a Dio 7,4.<br />
  4.Cf. Lutero, Sermone di Pentecoste (WA, 12, p. 568 s.).<br />
  5.Raimondo da Capua, Leggenda maggiore, 113.<br />
  6.Metropolita Ignazio di Latakia, in The Uppsala Report, Ginevra 1969, p. 298.</p>
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		<title>“DIO MANDÒ SUO FIGLIO PERCHÉ RICEVESSIMO LA  ADOZIONE A FIGLI”   - Prima Predica di Avvento 2021</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 09:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Quaresima scorsa  ho cercato di mettere in luce il pericolo di vivere &#8220;etsi Christus non daretur&#8221;, &#8220;come se Cristo non esistesse&#8221;.Continuando in questa linea, nelle meditazioni di Avvento vorrei attirare l&#8217;attenzione su un altro pericolo analogo: quello di vivere &#8220;come se la Chiesa non fosse che questo&#8221;, e cioè scandali, controversie, scontro di personalità, pettegolezzi o al massimo qualche benemerenza nel campo sociale.In breve, cosa di uomini come tutto il resto nel corso  della storia.Quello che mi propongo è di mettere in luce lo splendore interiore della Chiesa e della vita cristiana.Non per chiudere gli occhi sulla realtà dei fatti o per sottrarci alle nostre responsabilità, ma per affrontarle nella prospettiva giusta e non lasciarci schiacciare da esse.Non possiamo chiedere ai giornalisti e ai media di tenere conto di come la Chiesa interpreta se stessa (anche se sarebbe auspicabile che lo facessero), ma la cosa più grave sarebbe se anche noi uomini di Chiesa e ministri del Vangelo finissimo per perdere di vista il mistero che abita la Chiesa e ci rassegnassimo a giocare sempre fuori casa, in trasferta e sulla difensiva.&#8221;Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta&#8221;, ha scritto l&#8217;Apostolo parlando dei ministri del Vangelo (2 Cor 4,7).Questo è verissimo, ma sarebbe da stolti passare tutto il tempo a discutere del &#8220;vaso di creata&#8221;, dimenticando &#8220;il tesoro&#8221; che vi è dentro.L&#8217;Apostolo ci aiuta a cogliere addirittura il positivo che c&#8217;è in tale situazione.Questo, dice, avviene  &#8220;affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi (2 Cor 4,7).Succede con la Chiesa come con le vetrate di una cattedrale.(Io ne ho fatto l&#8217;esperienza  visitando quella di Chartres).Se uno guarda le vetrate dall&#8217;esterno, dalla pubblica via, non vede che pezzi di vetro scuro tenuti insieme da strisce di piombo altrettanto scure.Ma se si entra dentro e si guardano quelle stesse vetrate contro luce, che splendore di colori, di storie e di significati davanti ai nostri occhi!Ecco, noi ci proponiamo di guardare la Chiesa da dentro, nel senso più forte della parola, alla luce del mistero di cui è portatrice.In Quaresima ci ha fatto da guida il dogma calcedonese di Cristo vero uomo, vero   Dio e una persona.Al presente ci farà da guida uno dei testi liturgici più tipici dell&#8217;Avvento, e cioè Galati 4, 4-7.Esso dice:&#8221;Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli.E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: &#8220;Abbà!Padre!&#8221;. Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.&#8221;Nella sua brevità, questo brano è una sintesi di tutto il mistero cristiano.C&#8217;è presente la Trinità:  Dio Padre, il Figlio suo e lo Spirito Santo; c&#8217;è l&#8217;incarnazione: &#8221; Dio mandò suo Figlio&#8221;; tutto questo non in astratto e fuori del tempo, ma in una storia di salvezza: &#8220;nella pienezza del tempo&#8221;.Non manca neppure  la presenza, discreta ma essenziale, di Maria: &#8220;nato da donna&#8221;.C&#8217;è finalmente il frutto di tutto ciò: uomini e donne resi figli di  Dio e tempio dello Spirito Santo.<strong>Figli di  Dio!</strong>In questa prima meditazione riflettiamo sulla prima parte del testo: &#8220;Dio mandò il suo Figlio, perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli&#8221;.La paternità di  Dio è al cuore stesso della predicazione di Gesú.Anche nell&#8217;Antico Testamento  Dio è visto come padre.La novità è che ora  Dio non è visto tanto come &#8220;padre del suo popolo Israele&#8221;, in senso per così dire collettivo, ma come padre di ogni essere umano, giusto o peccatore che sia: in senso dunque individuale e personale.Si preoccupa di ognuno come fosse l&#8217;unico; di ognuno conosce i bisogni, i pensieri e conta persino i capelli del capo.L&#8217;errore della Teologia liberale,  a cavallo tra il secolo XIX e il XX  (soprattutto nel suo più illustre rappresentate, Adolf von Harnack), è stato quello di fare di questa paternità l&#8217;essenza del Vangelo, prescindendo dalla divinità di Cristo e dal mistero pasquale.Un altro errore  (iniziato  con l&#8217;eresia di Marcione nel II secolo e mai del tutto superato)  è di vedere nel  Dio dell&#8217;Antico Testamento un  Dio giusto, santo, potente e tonante, e nel  Dio di Gesú Cristo, un Dio  papà tenero, affabile e misericordioso.No, la novità di Cristo non consiste in questo.Consiste piuttosto nel fatto che  Dio, rimanendo quello che era nell&#8217;Antico Testamento e cioè tre volte santo, giusto e onnipotente, viene ora dato a noi come papà!È questa l&#8217;immagine fissata da Gesú all&#8217;inizio del Padre nostro e che contiene in nuce tutto il resto: &#8220;Padre nostro che sei nei cieli&#8221;: &#8220;che sei nei cieli&#8221;, cioè che sei altissimo, trascendente, che disti da noi quanto il cielo dalla terra; ma &#8220;padre nostro&#8221;, anzi nell&#8217;originale &#8220;Abba!&#8221;, qualcosa di simile al nostro papà, padre mio.È anche l&#8217;immagine di Dio che la Chiesa ha posto all&#8217;inizio del suo credo.&#8221;Credo in  Dio, Padre onnipotente&#8221;: padre, ma onnipotente; onnipotente, ma padre.È questo, del resto, ciò di cui ogni figlio ha bisogno: di avere un padre che si china su di lui, che sia tenero, con cui può giocare, ma che sia, al tempo stesso, forte e sicuro per proteggerlo, infondergli coraggio e libertà.Nella predicazione di Gesù si comincia a intravedere la vera novità che cambierà tutto.Dio non è solo padre in senso metaforico e morale, in quanto ha creato e ha cura del suo popolo.È anche &#8211; e prima di tutto &#8211; padre vero e naturale, di un figlio vero e naturale che ha generato &#8220;prima dell&#8217;aurora&#8221;, cioè prima dell&#8217;inizio del tempo, e sarà grazie a questo Figlio unico che gli uomini potranno diventare anch&#8217;essi figli di Dio in senso reale e non solo metaforico.Questa novità traspare dal titolo Abbà con cui Gesù si rivolge abitualmente al Padre, come pure dalle parole: &#8220;Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare&#8221; (Mt 11, 27).Si deve prendere atto tuttavia che nella predicazione del Gesú terreno non appare ancora tutta la novità recata da lui circa la paternità di Dio nei confronti degli uomini.L&#8217;ambito di applicazione del titolo &#8220;Padre&#8221; resta quello morale; serve cioè a definire il modo di agire di Dio nei confronti dell&#8217;umanità e il sentimento che gli uomini devono nutrire nei confronti di Dio.Il rapporto è di tipo esistenziale, non ancora ontologico ed essenziale.Per questo occorreva il mistero pasquale della sua morte e risurrezione.Paolo riflette questo stadio post-pasquale della fede.Grazie alla redenzione operata da Cristo e applicata a noi nel battesimo, noi non siamo più figli di  Dio in senso solo morale, ma anche reale, ontologico.Noi siamo divenuti &#8220;figli nel Figlio&#8221;; Cristo è divenuto &#8220;il primogenito tra molti fratelli&#8221; (Rom 8,29).Per esprimere tutto ciò l&#8217;Apostolo si serve dell&#8217;idea della adozione: &#8220;…perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli&#8221;, &#8220;Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi&#8221; (Ef 1, 5).Questa è solo una analogia e, come ogni analogia, insufficiente ad esprimere la pienezza del mistero.L&#8217;adozione umana  in se stessa è un fatto giuridico.Il figlio adottivo assume il cognome, la cittadinanza, la residenza di colui che lo adotta, ma non condivide il loro sangue o il DNA del padre; non ci sono stati concepimento, doglie e parto.Per noi non è così.Dio non ci trasmette solo il nome di figli, ma anche la sua vita intima, il suo Spirito che è, per così dire, il suo DNA.Per il battesimo, in noi scorre la vita stessa di Dio.Su questo punto, Giovanni è più ardito di Paolo.Egli non parla di adozione, ma di vera e propria generazione, di nascita da Dio.Quelli che hanno creduto in Cristo &#8220;sono stati generati da Dio&#8221; (Gv 1, 13); nel battesimo si realizza una nascita &#8220;dallo Spirito&#8221;, si &#8220;rinasce dall&#8217;alto&#8221; (cf.Gv 3, 5-6).<strong>Dalla fede allo stupore</strong>Fin qui le verità della nostra fede.Non è su di esse però che vorrei insistere.Sono cose che conosciamo e che possiamo leggere in qualsiasi manuale di teologia biblica, nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nei libri di spiritualità&#8230; Qual è allora la cosa  diversa che ci prefiggiamo con questa riflessione?Parto, per scoprirla, da una frase del nostro Santo Padre nella catechesi sulla Lettera ai Galati dell&#8217;udienza generale dell&#8217;8 Settembre scorso.Dopo aver citato il nostro testo sull&#8217;adozione a figli, egli aggiungeva: &#8220;Noi cristiani diamo spesso per scontato questa realtà di essere figli di Dio.È bene invece fare sempre memoria grata del momento in cui lo siamo diventati, quello del nostro battesimo, per vivere con più consapevolezza il grande dono ricevuto&#8221;.Ecco, questo è il nostro pericolo mortale: dare per scontate le cose più sublimi della nostra fede, compresa quella di essere nientemeno che figli di Dio, del creatore dell&#8217;universo, dell&#8217;onnipotente, dell&#8217;eterno, del datore della vita.San Giovanni Paolo II, nella sua lettera sull&#8217;Eucaristia, scritta poco prima della sua morte, parlava dello &#8220;stupore eucaristico&#8221; che i cristiani dovrebbero riscoprire .Lo stesso dobbiamo dire della figliolanza divina: passare dalla fede allo stupore.Oserei dire: dalla fede all&#8217;incredulità!Una incredulità tutta speciale: quella di chi crede, senza potersi capacitare di quello che crede, tanto gli sembra cosa enorme, &#8220;incredibile&#8221;.Essere figli di Dio comporta infatti una conseguenza che si osa appena formulare, tanto essa è da capogiro.Grazie ad essa, il divario ontologico che separa  Dio dall&#8217;uomo è minore del divario ontologico che separa l&#8217;uomo dal resto del creato!Sì, perché per grazia noi diventiamo &#8220;partecipi della natura divina&#8221; (2 Pt 1,4).Un esempio servirà meglio di tanti ragionamenti a capire cosa significa non dare per scontato l&#8217;essere figli di Dio.Dopo la sua conversione, santa Margherita da Cortona trascorse un periodo di terribile desolazione.Dio sembrava adirato con lei e a tratti le faceva tornare alla memoria, uno ad uno, tutti i peccati commessi fin nei minimi dettagli, facendole desiderare di scomparire dalla faccia della terra.Un giorno, dopo la comunione, una voce si levò improvvisa dentro di lei: &#8220;Figlia mia!&#8221;. Lei che aveva resistito alla visione di tutte le sue colpe, non resistette alla dolcezza di questa voce, cadde in estasi e durante l&#8217;estasi i testimoni presenti la sentivano ripetere fuori di sé dallo stupore:Sono sua figlia, egli l&#8217;ha detto.O infinita dolcezza del mio Dio!O parola così a lungo desiderata!Così insistentemente chiesta!Parola la cui dolcezza supera ogni dolcezza!Oceano di gioia!Figlia mia!L&#8217;ha detto il mio Dio!Figlia mia!.Ben prima di santa Margherita aveva sperimentato questa stessa folgorazione l&#8217;apostolo Giovanni: &#8220;Vedete –scriveva &#8211; quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di  Dio.E lo siamo realmente!&#8221; (1 Gv 3, 1).Una frase, questa, chiaramente da leggere con punto esclamativo.<strong>Slegare il proprio battesimo</strong>Perché è così importante passare dalla fede allo stupore, dalla fede creduta (la fides quae) alla fede credente (fides qua)?Non basta credere e basta?No, e per un motivo molto semplice: perché questo –e questo soltanto &#8211; cambia veramente la vita!Cerchiamo di vedere qual è il cammino che porta a questo nuovo livello di fede.Il Santo Padre, abbiamo sentito, invitava a tornare al proprio battesimo.Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, spesso agli inizi della vita, possa improvvisamente tornare a rivivere e a sprigionare energia spirituale, bisogna tener presenti alcuni elementi di teologia sacramentaria.La teologia cattolica conosce l&#8217;idea di sacramento valido e lecito, ma &#8220;legato&#8221;.Il battesimo è spesso proprio un sacramento legato.Un sacramento si dice &#8220;legato&#8221; se il suo frutto rimane vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l&#8217;efficacia.Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell&#8217;ordine sacro ricevuti in stato di peccato mortale.In queste condizioni, tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia alle persone.Rimosso però l&#8217;ostacolo del peccato con una buona confessione, si dice che il sacramento rivive (reviviscit) grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di Dio, senza bisogno di ripetere il rito sacramentale  .Quello del matrimonio o dell&#8217;ordine sacro è, dicevo, un caso estremo, ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però neppure del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti.Nel caso del battesimo, che cosa fa sì che il frutto del sacramento resti legato?I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all&#8217;insaputa dell&#8217;uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione.La loro efficacia è frutto di una sinergia, o collaborazione, tra l&#8217;onnipotenza divina (in concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà umana.Tutto ciò che nel sacramento dipende dalla grazia e dalla volontà di Cristo si chiama &#8220;l&#8217;opera operata&#8221; (opus operatum)&#8221;, cioè opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è amministrato validamente; tutto ciò, invece, che dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si chiama &#8220;l&#8217;opera da operare&#8221; (opus operantis), cioè l&#8217;opera da realizzare, l&#8217;apporto dell&#8217;uomo.La parte di Dio o la grazia del battesimo è molteplice e ricchissima: figliolanza divina, remissione dei peccati, inabitazione dello Spirito Santo, virtù teologali di fede, speranza e carità infuse in germe nell&#8217;anima.L&#8217;apporto dell&#8217;uomo consiste essenzialmente nella fede!&#8221;Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo&#8221; (Mc 16,16).C&#8217;è un sincronismo perfetto tra grazia e libertà; avviene come quando i due poli, positivo e negativo, si toccano e fanno così sprigionare la luce.Nel battesimo ricevuto da bambini (ma anche in quello ricevuto da adulti, se non è stato accompagnato da intima convinzione e partecipazione), questo sincronismo viene a mancare.Non si tratta di abbandonare la pratica del battesimo dei bambini.La Chiesa l&#8217;ha sempre giustamente praticata e difesa, vedendo nel battesimo un dono di Dio, prima ancora che il frutto di una decisione umana.Si tratta piuttosto di prendere atto di ciò che questa pratica comporta nella nuova situazione storica in cui viviamo.Una volta, quando tutto l&#8217;ambiente era cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare, anche se gradualmente.L&#8217;atto di fede libero e personale veniva &#8220;supplito dalla Chiesa&#8221; ed espresso, come per interposta persona, dai genitori e dai padrini.Ora non è più così.L&#8217;ambiente in cui il bambino cresce non è tale da aiutarlo a far sbocciare in lui la fede; non lo è spesso la famiglia, non lo è ancora più spesso la scuola, e meno che meno la società e la cultura.Ecco perché parlavo del battesimo come di un sacramento &#8220;legato&#8221;.Esso è come un ricchissimo pacco-dono, rimasto però sigillato, come certi regali natalizi dimenticati da qualche parte, prima ancora di essere stati aperti.Chi lo possiede ha i &#8220;titoli&#8221; per compiere tutti gli atti necessari alla vita cristiana e trarne anche un certo frutto, sebbene parziale, ma non possiede la pienezza della realtà.Nel linguaggio di sant&#8217;Agostino, possiede il sacramento (sacramentum), ma non &#8211; almeno pienamente &#8211; la realtà di esso (la res sacramenti).Se noi siamo qui a meditare su questo, vuol dire che abbiamo creduto, che in noi la fede si è aggiunta al sacramento.Che cosa dunque  ci manca ancora?Ci manca la fede-stupore, quello sgranare gli occhi e quell&#8217; Oh!di meraviglia nell&#8217;aprire il regalo che è la ricompensa più gradita per chi ha fatto il dono.Il battesimo &#8211; dicevano i Padri greci &#8211; è &#8220;illuminazione&#8221; (photismos).Si è prodotta qualche volta in noi questa illuminazione?Ci domandiamo: è possibile –anzi, è lecito – aspirare a questo diverso livello di fede in cui  non solo si crede, ma si sperimenta e si &#8220;assapora&#8221; la verità creduta?La spiritualità cristiana è stata spesso accompagnata da una riserva, o addirittura (come nel caso dei Riformatori) da un rifiuto della dimensione esperienziale e mistica della vita cristiana, vista come cosa inferiore e contraria alla pura fede.Ma, nonostante gli abusi che pure ci sono stati, nella tradizione cristiana non è mai venuta meno la corrente sapienziale che pone l&#8217;apice della fede nell&#8217;&#8221;assaporare&#8221; la verità delle cose credute, nel &#8220;gusto&#8221; della verità, compreso il gusto amaro della verità della croce.Nel linguaggio biblico, conoscere non significa avere l&#8217;idea di una cosa che però resta fuori e separata da me; significa entrare in relazione con essa, farne l&#8217;esperienza.(Si parla perfino di un conoscere la propria moglie, o conoscere la perdita dei figli!).L&#8217;evangelista Giovanni esclama: &#8220;Noi abbiamo conosciuto e  creduto l&#8217;amore che  Dio ha per noi&#8221; (1 Gv 4, 16) e ancora: &#8220;Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di  Dio&#8221; (Gv 6, 69).Perché &#8220;conosciuto e creduto&#8221;?Cosa aggiunge &#8220;conosciuto&#8221; a &#8220;creduto&#8221;?Aggiunge quella certezza interiore per cui la verità si impone allo spirito e si è costretti ad esclamare dentro di sé: &#8220;Sì, è vero, non c&#8217;è dubbio, è proprio così!&#8221; La verità creduta si fa realtà vissuta.&#8221;Fides non terminatur ad enuntiabile sed ad rem&#8221;, ha scritto san Tomaso d&#8217;Aquino: &#8220;La fede non termina all&#8217;enunciato, ma alla realtà&#8221;  .Non si finisce mai di scoprire le conseguenze pratiche che derivano da questo principio.<strong>Il ruolo della parola di  Dio</strong>Come rendere possibile questo salto di qualità dalla fede allo stupore di saperci figli di Dio?La prima risposta è: la parola di Dio!(C&#8217;è un secondo mezzo ugualmente essenziale – lo Spirito Santo &#8211; ma lo lasciamo per la prossima meditazione).San Gregorio Magno paragona la Parola di  Dio alla pietra focaia, cioè alla pietra che serviva un tempo per produrre scintille e accendere il fuoco.Bisogna, diceva, fare con la Parola di  Dio quello che si fa con la pietra focaia: percuoterla ripetutamente finché non si produce la scintilla.Ruminarla, ripetersela, anche a voce alta.In un tempo di preghiera o di adorazione proviamo a ripetere dentro di noi, senza stancarci e con vivo desiderio: &#8220;Figlio di Dio!Sono figlio, sono figlia di Dio.Dio è mio padre!&#8221;  O dire semplicemente: &#8220;Padre nostro che sei nei cieli&#8221;, ripetendolo a lungo, senza andare oltre.Qui è più che mai necessario ricordare le parole di Gesú: &#8220;Bussate e vi sarà aperto&#8221; (Mt 7,7).Presto o tardi, quando forse meno te l&#8217;aspetti, succederà: la realtà delle parole, fosse solo per un istante, ti esploderà dentro e ti basterà per il resto della vita.Ma anche se non dovesse succedere nulla di eclatante, sappi che hai ottenuto l&#8217;essenziale; il resto ti sarà dato in cielo.Infatti, &#8220;noi, fin d&#8217;ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è&#8221; ( 1 Gv 3, 2).<strong>Fratelli tutti!</strong>Un risultato immediato di tutto ciò è che si prende coscienza della propria dignità.&#8221;Riconosci, o cristiano, la tua dignità –ci esorterà san Leone Magno nella notte di Natale – e, reso partecipe della natura divina, non volere tornare all&#8217;abiezione di un tempo&#8221;  Quale dignità ci può essere superiore a quella di essere figlio di  Dio?Si narra che la figlia di un re di Francia, orgogliosa e bisbetica, redarguiva continuamente una sua ancella e un giorno le gridò in faccia: &#8220;Non sai che io sono la figlia del tuo re?&#8221; Al che l&#8217;ancella rispose:  &#8220;E tu non sai che io sono la figlia del tuo  Dio?&#8221;Un altro risultato &#8211; ancora più importante &#8211; è che si prende coscienza della dignità degli altri, anch&#8217;essi figli e figlie di Dio.Per noi cristiani, la fraternità umana ha la sua ragione ultima nel fatto che  Dio è padre  di tutti, che noi siamo tutti figli e figlie di  Dio e perciò fratelli e sorelle tra di noi.Non ci può essere un vincolo più forte di questo, e, per noi cristiani, una ragione più urgente per promuovere la fraternità universale.San Cipriano diceva: &#8220;Non può avere  Dio per padre chi non la Chiesa per madre&#8221;  .Dobbiamo aggiungere: &#8220;Non può avere  Dio per padre chi non ha il prossimo per fratello&#8221;.Una cosa perciò cercheremo di non fare più.Non diremo, neppure tacitamente, a Dio Padre: &#8220;Scegli: o me, o il mio avversario; dichiara da che parte stai!&#8221;. Non si può imporre a un padre questa alternativa crudele di scegliere tra due figli, solo perché essi sono in lite tra di loro.Non tenteremo perciò Dio, chiedendogli di sposare la nostra causa contro il fratello.Quando saremo in contrasto con qualcuno, prima ancora di far valere e discutere il nostro punto di vista (che pure è lecito e qualche volta doveroso), diremo a Dio: &#8220;Padre, salva quel mio fratello, salvaci tutti e due; non desidero che io abbia ragione e lui torto.Desidero che anche lui sia nella verità, o almeno nella buona fede&#8221;.Questa misericordia degli uni verso gli altri è indispensabile per vivere la vita dello Spirito e la vita comunitaria in tutte le sue forme.È indispensabile per la famiglia e per ogni comunità umana e religiosa, compresa la Curia Romana.Noi, dice S. Agostino, siamo vasi di argilla: ci facciamo del male solo toccandoci  .Abbiamo ricordato sopra le esclamazioni di santa Margherita da Cortona al sentirsi interiormente chiamare da Dio &#8220;figlia mia&#8221;: &#8220;Sono sua figlia, egli l&#8217;ha detto&#8230; Oceano di gioia!Figlia mia!l&#8217;ha detto il mio Dio!Figlia mia!&#8221; Potessimo una volta sperimentare qualcosa di simile, ascoltando quella stessa voce di Dio, non risuonante, come per lei, nella nostra mente (che si può ingannare!), ma scritta, nero su bianco, nella pagina della Bibbia che stiamo meditando: &#8220;Dunque, non sei più schiavo, ma figlio.E se figlio, anche erede!&#8221;Lo Spirito Santo, vedremo a  Dio piacendo la prossima volta, è pronto ad aiutarci in questa impresa.1.Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 6.2.Giunta Bevegnati,  Vita e miracoli della Beata Margherita da Cortona, II, 6 (Trad. ital.Vicenza 1978, p.19 s.).3.Cf. A. Michel, Reviviscence des sacrements, in DTC, XIII,2, Parigi 1937, coll. 2618-2628.4.Summa theologiae, II-II, 1, 2, ad 2.5.Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, I,2,1.6,Leone Magno, Discorso 1 sul Natale, 3.7.Cipriano, De  unitate Ecclesiae, 6.8.Agostino, Discorsi, 69 (PL 38, 440) (lutea vasa sibi invicem angustias facientes).</p>
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		<title>Video terza predica di Avvento 2020</title>
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