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	<title>Padre Raniero Cantalamessa &#187; Quaresima</title>
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		<title>“IO SONO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA”  - Quinta Predica, Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 15:29:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro itinerario, attraverso il Quarto Vangelo, alla scoperta di chi è Gesú per noi, siamo giunti all’ultima tappa. Entriamo in quelli che si è soliti definire “i discorsi di addio” di Gesú ai suoi  apostoli. Questa volta non tento nemmeno di fare un riassunto del contesto e metterne in luce le diverse unità e suddivisioni. Sarebbe come voler tracciare riquadri e distinguere settori in una colata lavica che scende dal cratere. Andiamo perciò direttamente alla parola che intendiamo raccogliere in questa meditazione:<br />
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”.  Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,3-6).<br />
“Io sono la via, la verità e la vita”: parole che una sola persona al mondo poteva pronunciare e ha pronunciato di fatto. Cristo è la via ed è la meta del viaggio. Come Verbo eterno del Padre, è la verità e la vita; in quanto Verbo fatto carne, è la via.<br />
Abbiamo avuto modo di contemplare Cristo come Vita, commentando la sua parola “Io sono il pane della vita”, come Verità commentando l’altra sua parola “Io sono la luce del mondo”. Concentriamoci perciò su Cristo Via. Dopo aver contemplato Cristo come dono, abbiamo l’occasione di contemplarlo come modello. “Poiché – scrive Kierkegaard &#8211; il Medioevo si era sviato sempre più nell&#8217;accentuare il lato di Cristo come modello, Lutero accentuò l&#8217;altro lato, affermando che egli è dono e che questo dono tocca alla fede di accettarlo”. Ma ora &#8211; aggiungeva lo stesso autore &#8211; si deve insistere anche su Cristo modello, se non si vuole che la dottrina sulla fede si risolva in una foglia di fico che copre le omissioni più anticristiane .<br />
Gesú continua a dire a quelli che incontra –cioè a noi, in questo momento – quello che diceva agli apostoli e a coloro che incontrava durante la sua vita terrena: “Venite dietro a me”, oppure al singolare “Seguimi!” La sequela (in Greco, acolouthia) di Cristo, è un tema sconfinato. Su di esso è stato scritto il libro più amato e più letto nella Chiesa, dopo la Bibbia, e cioè L’Imitazione di Cristo. Noi ci limitiamo a dire su di esso quel tanto che ci serve per passare a qualche applicazione pratica, sempre di carattere spirituale e personale, come ci siamo prefissi in queste meditazioni.<br />
Il tema della sequela di Cristo occupa un posto rilevante nel IV Vangelo. Seguire Gesú è quasi un sinonimo di credere in lui. Credere, tuttavia, è un’attitudine della mente e della volontà; l’immagine della “via” e del “camminare” mette in luce un aspetto importante del credere, che è il “camminare”, cioè il dinamismo che deve caratterizzare la vita del cristiano e la ripercussione che la fede deve avere nella condotta di vita. La sequela &#8211; a differenza della fede e dell’amore &#8211; non indica solo un’attitudine particolare della mente e del cuore, ma traccia al discepolo un programma di vita che implica una condivisione totale: del modo di vivere, del destino e della missione del Signore.<br />
*    *    *<br />
Con il rilievo dato all’episodio della lavanda dei piedi, Giovanni ha voluto sottolineare un ambito particolare e prioritario della sequela di Cristo, quello del servizio (Gv 13, 12-15). Ma non parlerò del servizio. A questo tema ho dedicato l’ultima predica della Quaresima scorsa e non è il caso di ripetermi. Anche perché credo di essere il meno qualificato a parlare di servizio, avendo esercitato, nella mia vita, quasi solo “il servizio della Parola” che, per quanto importante, è anche relativamente facile e più gratificante di molti altri servizi nella Chiesa.<br />
Vorrei piuttosto parlare di ciò che caratterizza la sequela di Cristo e la distingue da ogni altro tipo di sequela. Di un artista, di un filosofo,  di un letterato, si dice che si è formato alla scuola di questo o quel rinomato maestro. Anche di noi religiosi si dice che ci siamo formati alla scuola, chi di Benedetto, chi di Domenico, chi di Francesco, chi di Ignazio di Loyola e chi di altri uomini o donne. Ma tra questa sequela e quella di Cristo c’è una differenza essenziale. Essa è espressa, come meglio non si potrebbe fare, dalle parole dello stesso Giovanni, alla fine del Prologo del suo Vangelo: “La Legge fu data per mezzo di Mosè,la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17)<br />
Per noi religiosi, questo significa: la regola ci è stata data per mezzo del nostro Fondatore o dalla nostra Fondatrice, ma la grazia e la forza di metterla in pratica ci viene soltanto da Gesú Cristo. Per noi e per tutti i cristiani allo stesso modo, quella parola significa anche un’altra cosa, più radicale ancora: il Vangelo ci è stato dato dal Gesú terreno, ma la capacità di osservarlo e metterlo in pratica ci viene soltanto dal Cristo risorto, mediante il suo Spirito!<br />
San Tommaso d’Aquino ha scritto, in proposito, delle parole che sulle labbra di un dottore meno autorevole di lui ci lascerebbe perplessi. Commentando il detto paolino “la lettera uccide, lo Spirito dà la vita” (2Cor 3,6), egli scrive: “Per lettera si intende ogni legge scritta che resta al di fuori dell’uomo, anche i precetti morali contenuti nel Vangelo; per cui anche la lettera del Vangelo ucciderebbe, se non si aggiungesse, dentro, la grazia della fede che sana” .E poco prima ha detto esplicitamente che “la grazia che ci sana” non è altro che ”la stessa grazia dello Spirito Santo che è data ai credenti” . Lo aveva capito per esperienza personale sant’Agostino e perciò ha inventato quella sua straordinaria preghiera: “Signore, tu mi comandi di essere casto. Ebbene, dammi ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi”.<br />
Ecco perché tanta parte dei discorsi di Gesú nell’ultima cena hanno per oggetto lo Spirito Paraclito che egli avrebbe inviato sugli apostoli. Ricordiamo qualcuna delle sue promesse al riguardo:<br />
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (16,12-14)</p>
<p>Se Gesú è “la Via” (in greco, odòs), lo Spirito Santo è “la Guida” (in greco, odegòs, o odegìa). Così lo definiva già san Gregorio Nisseno , e così lo invoca la Chiesa Latina nel Veni Creator. I due versetti “Ductore sic te praevio – vitemus omne noxium”, significano infatti, “con te che ci fai da guida (ductor) eviteremo ogni male”.<br />
*    *    *<br />
Tra le varie funzioni che Gesú attribuisce al Paraclito, in questa sua opera a nostro favore, quella su cui vogliamo soffermarci è quella di Suggeritore: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (14,26). “Egli  vi farà ricordare”: la Volgata Latina traduceva con ipse suggeret vobis: egli vi suggerirà.  </p>
<p>Il suggeritore, in teatro, sta nascosto  dentro una cavità ed è invisibile al pubblico: proprio come lo Spirito Santo che illumina tutto restando lui invisibile e, per così dire, dietro le quinte. Il suggeritore pronuncia le parole sottovoce per non essere udito dal pubblico, e anche lo Spirito parla “sottovoce”, sommessamente. A differenza, però dei suggeritori umani, egli non parla agli orecchi, ma al cuore; non suggerisce meccanicamente le parole del Vangelo, come da un copione, ma le spiega, le adatta, le applica alle situazioni.</p>
<p>Stiamo parlando, naturalmente, delle “ispirazioni dello Spirito”, le cosiddette “buone ispirazioni”. La fedeltà alle ispirazioni è la via più breve e più sicura alla santità. Noi non sappiamo in partenza qual è in concreto la santità che Dio vuole da ognuno di noi; Dio solo la conosce e ce la svela a mano a mano che il cammino prosegue. Non basta perciò avere un programma di perfezione ben chiaro, per poi realizzarlo progressivamente. Non c’è un modello di perfezione identico per tutti. Dio non fa i santi in serie, non ama la clonazione. Ogni santo è una invenzione inedita dello Spirito. Dio può chiedere a uno l’opposto di quello che chiede a un altro. Ne consegue che per raggiungere la santità l’uomo non può limitarsi a seguire delle regole generali che valgono per tutti. Deve anche capire quello che Dio chiede a lui, e solamente a lui.<br />
Ora quello che Dio vuole di diverso e di particolare da ognuno lo si scopre attraverso gli avvenimenti della vita, la parola della Scrittura, la guida del direttore spirituale, ma il mezzo principale e ordinario sono le ispirazioni della grazia. Queste sono delle sollecitazioni interiori dello Spirito nel profondo del cuore, attraverso le quali Dio non solo fa conoscere quello che desidera da noi, ma dà la forza necessaria, e spesso anche la gioia, per compierlo, se la persona acconsente.<br />
Pensiamo a cosa sarebbe successo se Madre Teresa di Calcutta si fosse ostinata ad osservare le regole canoniche vigenti allora negli istituti religiosi. Fino all’età di 36 anni, lei era una suora di una congregazione religiosa, fedele certamente alla sua vocazione e dedita al suo lavoro, ma nulla che facesse prevedere in lei qualcosa di straordinario.  Fu durante un viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il suo annuale ritiro spirituale che avvenne il fatto che cambiò la sua vita. Lo Spirito Santo le “sussurrò” all’orecchio del cuore un invito chiaro: lascia il tuo ordine, la tua vita precedente, e mettiti a mia disposizione per un’opera che io ti indicherò. Tra le figlie di Madre Teresa questo giorno –il 10 Settembre del 1946 – è ricordato con il nome di “Giorno dell’Ispirazione”.<br />
Quando si tratta di decisioni di rilievo per se stessi o per altri, l’ispirazione deve essere sottoposta e confermata dall’autorità, o dal proprio padre spirituale. Così fece infatti Madre Teresa. Ci si espone al pericolo se ci si affida unicamente alla propria ispirazione personale.<br />
Le buone ispirazioni hanno qualcosa in comune con l’ispirazione biblica, a parte naturalmente l’autorità e la portata che sono essenzialmente diverse. “Dio disse ad Abramo …”, “Il Signore parlò a Mosè”: questo parlare del Signore non era, dal punto di vista della fenomenologia, qualcosa di diverso da quello che avviene nelle ispirazioni della grazia. La voce di Dio, anche sul Sinai, non risuonava all’esterno, ma dentro il cuore sotto forma di chiarezza, di impulsi, originati dallo Spirito Santo. I dieci comandamenti non furono incisi dal dito di Dio su tavole di pietra (ci è difficile perfino immaginarlo!), ma sul cuore di Mosè che poi le incise su tavole di pietra. “Mossi da Spirito Santo, parlarono quegli uomini da parte di Dio” (2 Pt 1,21); erano essi a parlare, ma mossi da Spirito Santo; ripetevano con la bocca quello che ascoltavano nel cuore.  Dio, dice il profeta Geremia, scrive la sua legge nei cuori (Ger 31,33).<br />
Ogni fedeltà ad un’ispirazione viene ricompensata da ispirazioni sempre più frequenti e più forti. E’ come se l’anima si allenasse per giungere ad una percezione sempre più chiara della volontà di Dio e a una facilità maggiore nel compierla.<br />
*     *     *<br />
Il problema più delicato, circa le ispirazioni, è stato sempre quello di discernere quelle che vengono dallo Spirito di Dio da quelle che provengono dallo spirito del mondo, dalle proprie passioni, o dallo spirito maligno. Il tema del discernimento degli spiriti ha subìto nei secoli una notevole evoluzione. All’origine esso era concepito come il carisma che serviva a distinguere &#8211; tra le parole, preghiere e profezie pronunciate nell’assemblea &#8211; quali provenivano dallo Spirito di Dio e quali no. Nel suo esercizio comunitario, il carisma della profezia deve essere accompagnato, per l’Apostolo, da quello del discernimento degli spiriti: “A un altro (viene dato) il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti” (1 Cor 12,10).<br />
Il senso originario del carisma, inteso da Paolo, sembra essere molto preciso e limitato. Riguarda la ricezione della profezia stessa, la sua valutazione, da parte di uno o più membri dell’assemblea, anch’essi dotati di spirito profetico. Anche questo, però, non sulla base di un’analisi razionale, quanto di un’ispirazione dello stesso Spirito. Il senso di discernere (diakrisis) oscilla dunque tra distinguere e interpretare: distinguere se a parlare è stato lo Spirito di Dio o uno spirito diverso, interpretare cosa lo Spirito ha voluto dire in una situazione concreta. A questo stesso dono del discernimento, si riferisce la nota raccomandazione dell’Apostolo: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, ritenendo ciò che è buono e  rifiutando ogni specie di male” (1 Ts 5, 19-22).<br />
Se dobbiamo tener conto dell’esperienza attuale dei movimenti pentecostali e carismatici, dobbiamo pensare che questo carisma consistesse nella capacità dell’assemblea, o di alcuni in essa, di reagire attivamente a una parola profetica, a una citazione biblica, o a una preghiera, esprimendo &#8211; con l’esclamazione “confermo!”, o con altri piccoli segni del capo e della voce- approvazione per la parola ascoltata, o mostrando, al contrario &#8211; con il silenzio e  col passare ad altro &#8211; un giudizio negativo. In questo modo, la vera e la falsa profezia viene a essere giudicata “dai frutti” che produce, o non produce, come raccomandava appunto Gesù (cf. Mt 7,16). Questo significato originario del discernimento degli spiriti &#8211; detto per inciso &#8211; potrebbe essere di grande attualità anche oggi nei dibattiti e nelle riunioni, come quelli che ci cominciano a sperimentare nel dialogo sinodale.<br />
In epoca successiva, nella spiritualità sia orientale che occidentale, il carisma del discernimento degli spiriti, è servito soprattutto a discernere le ispirazioni del discepolo da parte di un anziano (come nel monachesimo), e più generalmente a discernere le proprie ispirazioni. L’evoluzione non è arbitraria; si tratta infatti dello stesso dono, anche se applicato a soggetti e in contesti diversi: il contesto comunitario nel primo caso, quello personale nel secondo.<br />
Vi sono dei criteri di discernimento che potremmo chiamare oggettivi. Nel campo dottrinale essi si riassumono per Paolo nel riconoscimento di Cristo come Signore: “Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire ‘Gesù è anatema’, e nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3); per Giovanni  si riassumono nella fede in Cristo e nella sua incarnazione:<br />
Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio (1 Gv 4, 1-3).<br />
Nel campo morale un criterio fondamentale è dato dalla coerenza dello Spirito di Dio con se stesso. Esso non può chiedere qualcosa che sia contrario alla volontà divina, così come viene espressa nella Scrittura, nell’insegnamento della Chiesa e nei doveri del proprio stato. Un’ispirazione divina non chiederà mai di compiere degli atti che la Chiesa considera immorali, per quanti speciosi argomenti contrari la carne sia capace di suggerire in questi casi;  per esempio, che Dio è amore e perciò tutto quello che si fa per amore è da Dio.<br />
A volte, però, questi criteri oggettivi non bastano perché la scelta non è tra bene e male, ma è tra un bene e un altro bene e si tratta di vedere qual è la cosa che Dio vuole, in una precisa circostanza. Fu soprattutto per rispondere a questa esigenza che sant’Ignazio di Loyola sviluppò la sua dottrina sul discernimento.<br />
Ho quasi vergogna di parlare su questo tema in questa sede…, ma diciamo almeno qualcosa. Il santo invita a osservare le intenzioni –lui le chiama gli “spiriti” &#8211; che stanno dietro a una scelta e le reazioni che essa provoca . Si sa che quel che viene dallo Spirito di Dio porta con sé gioia, pace, tranquillità, dolcezza, semplicità, luce. Quello che proviene dallo spirito del male, invece, porta con sé turbamento, agitazione, inquietudine, confusione, tenebre. L’Apostolo  Paolo lo mette in luce contrapponendo tra loro i frutti della carne (inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, invidie) e i frutti dello Spirito che sono invece amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.(Gal 5, 22).<br />
Nella pratica, le cose, è vero, sono più complesse. Un’ispirazione può  venire da Dio e, nonostante ciò, causare un grande turbamento. Ma questo non è dovuto all’ispirazione che è dolce e pacifica come tutto quello che proviene da Dio; nasce piuttosto dalla resistenza all’ispirazione o dal fatto che ci chiede qualcosa che non siamo pronti a dargli. Se l’ispirazione è accolta, il cuore si trova ben presto in una pace profonda. Dio ricompensa ogni piccola vittoria in questo campo, facendo sentire all’anima la sua approvazione, che è la gioia più pura che esista al mondo.<br />
Un campo in cui è molto importante praticare il discernimento –oltre quello delle intenzioni e delle decisioni – è l’ambito dei sentimenti. Nulla è più insidioso dell’amore. La natura è abilissima nel far passare come proveniente dallo spirito ciò che invece proviene dalla carne. In questo campo è più che mai necessario tener conto del consiglio che il poeta latino Ovidio dava proprio a proposito dei mali dell’amore: “Principiis obsta”: “Opponiti agli inizi” Sero medicina paratur :  “È  troppo tardi per la medicina, quando il male, per i troppi indugi, ha acquistato vigore” .<br />
*    *    *<br />
Il frutto concreto di questa meditazione deve essere una rinnovata decisione di affidarci in tutto e per tutto alla guida interiore dello Spirito Santo, come per una sorta di “direzione spirituale”. Dobbiamo abbandonarci tutti al Maestro interiore che ci parla senza strepito di parole. Come bravi attori, dobbiamo tenere l’orecchio proteso, nelle grandi e nelle piccole occasioni, alla voce di questo “suggeritore” nascosto, per recitare fedelmente la nostra parte nella scena della vita. È quello che si intende con l’espressione “docilità allo Spirito”.<br />
È più facile di quanto si pensi, perché egli ci parla dentro, ci insegna ogni cosa e ci istruisce su tutto. Basta a volte una semplice occhiata interiore, un movimento del cuore, un attimo di raccoglimento e di preghiera. Scrive Giovanni nella sua Prima Lettera:<br />
Quanto a voi, l&#8217;unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce (1 Gv 2,27).<br />
Su queste parole, sant’Agostino instaura un insolito, vivace contraddittorio con l’Apostolo. Nel suo commento alla Prima Lettera di Giovanni, scrive:<br />
Io domando a Giovanni: “Coloro ai quali tu rivolgevi queste parole avevano già l&#8217;unzione&#8230; Perché allora hai scritto ad essi questa lettera? Perché istruirli?”… C&#8217;è qui un grande mistero sul quale occorre riflettere, o fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro… Noi possiamo esortare con lo suono della voce, ma se dentro non v&#8217;è chi insegna, si tratta di inutile strepito .<br />
Se accogliere le ispirazioni è importante per ogni cristiano, è vitale per chi ha compiti di governo nella Chiesa. Solo così si permette allo Spirito di Cristo di guidare lui stesso la sua Chiesa attraverso i suoi rappresentanti umani. Non è necessario che su una nave tutti i passeggeri stiano incollati con l’orecchio alla radio di bordo, per ricevere segnali sulla rotta, su eventuali iceberg e sulle condizioni del tempo, ma è indispensabile che lo siano i responsabili di bordo. Da una “ispirazione divina”, coraggiosamente accolta da Papa san Giovanni XXIII, è nato il Concilio Vaticano II. Nello stesso modo sono nati, dopo di lui, altri gesti profetici, di cui quelli che verranno dopo di noi si accorgeranno.<br />
Che in questa Pasqua il Signore risorto faccia risuonare, lui stesso, nel nostro cuore, qualcuno di quei suoi divini “Io Sono” che abbiamo meditato nella presente Quaresima! Soprattutto quello che proclama la sua vittoria pasquale:“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno (11, 25-26). </p>
<p>  1.Diario, X 1 A 154.<br />
  2.Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 2.<br />
  3.Ibid., q. 106, a. 1; cf già Agostino, De Spiritu et littera, 21, 36.<br />
  4.Agostino, Confessioni ,  X, 29.<br />
  5.Gregorio Nisseno,  De fide  (PG, 45, 141C).<br />
  6.Cf. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, IV Settimana (ed. BAC, Madrid 1963, pp. 262 ss).<br />
  7.Ovidio, Remedia amoris, V,91.<br />
  8.Agostino, Trattati sulla Prima Lettera di Giovanni, 3, 13.</p>
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		<title>“IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA”  - Quarta Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 12:43:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel nostro commento ai solenni “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni, siamo giunti al capitolo 11. Esso è tutto occupato dall’episodio della risurrezione di Lazzaro. L’insegnamento che Giovanni ha voluto trasmettere alla Chiesa con la sapiente composizione del capitolo si può riassumere in tre punti: Primo punto: Gesú risuscita l’amico Lazzaro (Gv 11,[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro commento ai solenni “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni, siamo giunti al capitolo 11. Esso è tutto occupato dall’episodio della risurrezione di Lazzaro. L’insegnamento che Giovanni ha voluto trasmettere alla Chiesa  con la sapiente composizione del capitolo si può riassumere in tre punti:<br />
Primo punto: Gesú risuscita l’amico Lazzaro (Gv 11, 1-44).<br />
Secondo punto: La risurrezione di Lazzaro provoca la condanna a morte di Gesú (11, 47-50):<br />
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: “Che cosa facciamo? Quest&#8217;uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”. Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell&#8217;anno, disse loro: “Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!.<br />
Terzo punto: La morte di Gesú procurerà la risurrezione di tutti quelli che credono in lui (11, 51-53). L’Evangelista infatti commenta:<br />
Questo però [Caifa] non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell&#8217;anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.</p>
<p>Riassumendo, la risurrezione di Lazzaro provoca la morte di Gesú; la morte di Gesú provoca la risurrezione  di chiunque crede in lui!<br />
*    *    *<br />
Adesso possiamo concentrarci sulla parola di auto-rivelazione contenuta nel contesto:<br />
Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell&#8217;ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno (11, 23-25).<br />
“Io sono la risurrezione!” Ci domandiamo: di quale risurrezione parla qui Gesú? Marta pensa alla risurrezione finale. Gesú non nega questa risurrezione “dell’ultimo giorno”, che altrove egli stesso promette (Gv 6,54),  ma qui annuncia una cosa nuova: che la risurrezione comincia già fin da ora per chi crede in lui. Sant’Agostino commenta: “Il Signore ci ha indicato una risurrezione dei morti che precede la risurrezione finale. E non si tratta di una risurrezione come quella di Lazzaro o del figlio della vedova di Nain…che risuscitarono per morire un’altra volta” .<br />
Come si vede, l’idea d’una risurrezione “spirituale” ed  esistenziale, che ha luogo già in questa vita grazie alla fede,  non era ignota nella tradizione cristiana. La novità è intervenuta quando si è voluto fare di essa l’unico significato della parola di Gesú. È nota la posizione di Bultmann, ora in gran parte superata, ma che imperversava quando studiavo teologia io. Secondo lui, la risurrezione di cui parla Gesú è una risurrezione esistenziale, un risveglio di coscienza, basato sulla fede. Siamo sulla linea del vago “appello alla decisione”e del “decidersi per   Dio”, a cui egli riduce pressoché tutto il messaggio del Vangelo.<br />
Ma Giovanni dedica due interi capitoli del suo Vangelo alla risurrezione reale e corporale di Gesú, fornendo alcune delle informazioni più dettagliate su di essa. Per lui, dunque, non è solo “la causa di Gesú”, cioè il suo messaggio, che è risorta da morte –come qualcuno ha scritto  &#8211; ma la sua persona!<br />
La risurrezione attuale non sostituisce quella finale del corpo, ma ne è la garanzia. Essa non vanifica e non rende inutile la risurrezione di Cristo dalla tomba, ma anzi si fonda proprio su di essa. Gesú può dire “Io sono la risurrezione”, perché egli è il Risorto! Prima di Giovanni, è stato l’Apostolo Paolo ad affermare l’inscindibile legame tra la fede cristiana e la risurrezione reale di Cristo. È sempre utile e salutare ricordare le sue veementi parole ai Corinzi:<br />
Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono…  ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati (1 Cor 15, 14-17).<br />
Gesú stesso aveva indicato la sua risurrezione come il segno per eccellenza dell’autenticità della sua missione. Agli avversari che gli chiedevano un segno, egli dà una risposta che difficilmente si può attribuire ad altri che a Gesú stesso:<br />
Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell&#8217;uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt 12, 39-40).<br />
I suoi oppositori sapevano bene che Giona non era rimasto per sempre nel ventre della balena, ma che dopo tre giorni era uscito da essa.<br />
Ho parlato, in una precedente meditazione, del pregiudizio presente nei non credenti nei confronti della fede, che non è minore di quello che essi rimproverano ai credenti. Rimproverano infatti ai credenti di non poter essere obbiettivi, dal momento che la fede impone loro, in partenza, la conclusione cui devono giungere, senza accorgersi che altrettanto avviene tra di essi. Se si parte dal presupposto che  Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli non sono possibili, la conclusione a cui si giungerà è  anch’essa data in partenza, perciò, alla lettera, un pre-giudizio.<br />
La risurrezione di Cristo costituisce il caso più esemplare di ciò. Nessun evento dell’antichità è suffragato da tante testimonianze di prima mano come questo. Alcune di esse risalenti a personalità del calibro intellettuale di Saulo di Tarso che aveva in precedenza fieramente combattuto tale credenza. Egli fornisce un elenco dettagliato di testimoni, alcuni dei quali ancora in vita, che avrebbero potuto, perciò, facilmente smentirlo (1Cor 15, 6-9).<br />
Si fa leva sulle discordanze circa i luoghi e i tempi delle apparizioni, senza rendersi conto che questa non programmata coincidenza sul fatto centrale è una riprova della verità storica di esso, più che una sua smentita. Nessuna “armonia prestabilita” in questo caso! Prima di essere messi per iscritto, gli eventi della vita di Gesú furono per decenni trasmessi per via orale &#8211; e  variazioni e adattamenti marginali sono tipici di ogni racconto che una comunità viva e in espansione fa delle proprie origini, secondo i luoghi e le circostanze. È la conclusione cui è giunta la più recente e accreditata ricerca critica sui Vangeli .<br />
Non ci sono, del resto, soltanto le apparizioni. San Giovanni Crisostomo ha, al riguardo, una pagina famosa, a cui tutta l’indagine critica moderna non ha tolto nulla della sua forza di persuasione. Diceva, dunque, in una omelia al popolo:</p>
<p>Come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi, che mai forse avevano messo piede in una città o in una piazza, come potevano pensare di affrontare tutta la terra? [...] Non avrebbero, piuttosto, dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione e noi, con il solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo intero? Non sarebbe da folli mettersi in una simile impresa, o anche semplicemente pensarla? È evidente perciò che se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti mai a tanto rischio. </p>
<p>A tutte queste prove il non credente non può opporre se non la convinzione che la risurrezione dai morti è qualcosa di soprannaturale e il soprannaturale non esiste. E cosa è questo se non, appunto, un pre-giudizio e un “a priori”? </p>
<p>Fides christianorum resurrectio Christi est, ha scritto sant’Agostino: “La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo” E aggiungeva: “ Tutti credono che Gesù sia morto, anche i reprobi lo credono, ma non tutti credono che sia risorto e non si è cristiani se non si crede ciò” . Questo è il vero articolo con cui “la Chiesa sta o cade”. Negli Atti, gli Apostoli sono definiti semplicemente come “testimoni della sua risurrezione” (Atti, 1,22; 2,32). Valeva dunque la pena rinfrescare la nostra fede in essa, prima di celebrarla liturgicamente tra qualche settimana.<br />
*    *    *<br />
Solo adesso, dopo aver messo al sicuro il fatto storico della Risurrezione di Cristo, possiamo dedicare la nostra attenzione al significato esistenziale della parola di Gesú: “Io sono la risurrezione e la vita”. Commentando l’episodio dei morti risuscitati e apparsi in Gerusalemme al momento della morte di Cristo (Mt 27, 52-53), san Leone Magno scrive: “Appaiano anche ora nella Città Santa [cioè, nella Chiesa] i segni della futura risurrezione e ciò che deve compiersi un giorno nei corpi, si compia ora nei cuori” . Ci sono, in altre parole, due tipi di risurrezione: c’è una risurrezione del corpo che avverrà nell’ultimo giorno e c’è una risurrezione del cuore che deve avvenire ogni giorno!</p>
<p>Il modo migliore per scoprire cosa si intende per risurrezione del cuore, è osservare cosa produsse spiritualmente la risurrezione fisica di Gesù nella vita degli Apostoli. Pietro inizia la sua Prima Lettera con queste alte parole:</p>
<p>Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un&#8217;eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi. (1 Pt 1,3-4)</p>
<p>La risurrezione del cuore è dunque  la rinascita della speranza. Stranamente, la parola “speranza” è assente nella predicazione di Gesù. I Vangeli riportano molti suoi detti sulla fede e sulla carità, ma nessuno sulla speranza, anche se tutta la sua predicazione proclama che esiste una risurrezione dai morti e una vita eterna. Al contrario, dopo Pasqua, vediamo esplodere letteralmente l&#8217;idea e il sentimento della speranza nella predicazione degli Apostoli. Dio stesso viene definito “il Dio della speranza” (Rm 15,13). La spiegazione dell&#8217;assenza di detti sulla speranza nel Vangelo è semplice: Cristo doveva prima morire e risorgere. Risorgendo, ha aperto la fonte della speranza; ha inaugurato l&#8217;oggetto stesso della speranza che è una vita con Dio oltre la morte.</p>
<p>Proviamo a vedere cosa potrebbe produrre una rinascita della speranza nella nostra vita spirituale. Gli Atti degli Apostoli raccontano ciò che accadde, un giorno, davanti alla porta del tempio di Gerusalemme chiamata “la Porta Bella”. Presso di essa giaceva uno storpio che chiedeva l&#8217;elemosina. Un giorno passarono di lì Pietro e Giovanni e sappiamo cosa accadde. Lo storpio, guarito, balzò in piedi e finalmente, dopo chissà quanti anni che giaceva lì abbandonato, anche lui varca quella porta ed entra nel tempio “saltando e lodando Dio” (At 3,1-9).</p>
<p>Qualcosa di simile potrebbe accadere anche a noi, grazie alla speranza. Spesso ci troviamo anche noi, spiritualmente, nella posizione dello storpio sulla soglia del tempio; inerti e tiepidi, come paralizzati di fronte alle difficoltà. Ma ecco che la speranza divina passa accanto a noi, portata dalla parola di Dio, e dice anche a noi, come Pietro disse allo storpio e come Gesù disse al paralitico: “Alzati e cammina!” (Mc 2,11). E noi ci alziamo ed entriamo finalmente nel cuore della Chiesa, pronti ad assumere, di nuovo e con gioia, i compiti e le responsabilità che ci sono assegnate dalla Provvidenza e dall’obbedienza. Questi sono i miracoli quotidiani della speranza. Essa è davvero una grande taumaturga, operatrice di miracoli; rimette in piedi migliaia di storpi e paralitici spirituali, migliaia di volte. </p>
<p>Ciò che è straordinario nella speranza è che la sua presenza cambia tutto, anche quando esteriormente non cambia nulla. Io ne ho un piccolo esempio nella mia vita. Io sono una persona che soffre molto più il freddo che il caldo. Ora in Italia a marzo, all&#8217;inizio della primavera, la temperatura, si sa, è più o meno la stessa che a fine ottobre e inizio novembre. Eppure per anni notavo che il freddo di marzo mi faceva meno problema che non quello di novembre. Mi sono chiesto perché, visto che la temperatura è la stessa, e finalmente ho scoperto la ragione. Il freddo di novembre è un freddo senza speranza perché si va verso l&#8217;inverno; il freddo di marzo è un freddo con speranza perché si va verso l’estate!</p>
<p>  *    *    *</p>
<p>La Lettera agli Ebrei paragona la speranza a “un’ancora sicura e salda della nostra vita”. Sicura e salda perché gettata non sulla terra ma in cielo, non nel tempo ma nell&#8217;eternità, “oltre il velo del santuario”, dice la stessa Lettera agli Ebrei (Eb 6,18-19). Questo simbolo della speranza è diventato classico. Ma abbiamo anche un&#8217;altra immagine della speranza &#8211; in un certo senso opposta alla precedente &#8211; e cioè la vela. Se l&#8217;ancora è ciò che dà sicurezza alla barca e la mantiene ferma tra le onde del mare, la vela è ciò che la fa muovere e avanzare nel mare.</p>
<p>In entrambi i modi opera la speranza, sia nei riguardi della barca che è la Chiesa che la barchetta della nostra vita. È davvero come una vela che raccoglie il vento e senza rumore lo trasforma in una forza motrice che trasporta la barca sulle acque. Come la vela, nelle mani di un buon marinaio, è in grado di sfruttare qualsiasi vento, da qualsiasi direzione spiri, favorevole o sfavorevole, per muovere la barca nella direzione desiderata, così fa la speranza.</p>
<p>Innanzitutto la speranza ci viene in aiuto nel nostro personale cammino di santificazione. La speranza diventa, in chi la esercita, il principio stesso del progresso spirituale. Essa è sempre all’erta per scoprire nuove “occasioni di bene” realizzabili. Perciò non permette di adagiarsi nella tiepidezza e nell&#8217;accidia. La speranza è l&#8217;esatto contrario di ciò che a volte si pensa. Non è una disposizione interiore bella e poetica che fa sognare e costruire mondi immaginari. Al contrario, è molto concreta e pratica. Passa il suo tempo mettendoti sempre davanti compiti da svolgere. </p>
<p>Quando in una determinata situazione non c’è assolutamente nulla da fare – dice il filosofo Kierkegaard, in uno dei suoi discorsi edificanti- , allora, sì, sarebbe la paralisi e la disperazione. Ma la speranza scopre sempre che c’è qualcosa che si può fare per migliorare la situazione: lavorare di più, essere più obbedienti, più umili, più mortificati. Quando sei tentato di dire a te stesso “Non c’è più niente da fare” (è ancora Kierkegaard che ci parla), la speranza si fa avanti e ti dice “Prega!” Tu rispondi “Ma ho pregato!” e lei “Prega ancora!” E anche quando la situazione dovesse diventare talmente dura, che non sembra ci sia davvero più nulla da fare, la speranza ci indica comunque un compito: resistere fino alla fine e non perdere la pazienza. Questi traguardi additati dal filosofo credente sono esigenti, se non addirittura eroici. È chiaro che essi non sono possibili per i nostri sforzi,  ma solo per la grazia di Dio che ci viene in aiuto e non ci lascia mai soli.</p>
<p>La speranza ha un rapporto privilegiato, nel Nuovo Testamento, con la pazienza. È il contrario dell’impazienza, della fretta, del “tutto e subito”. È l’antidoto allo scoraggiamento. Mantiene vivo il desiderio. È anche una grande pedagoga, nel senso che non indica tutto in una volta – tutto quello che c’è da fare o si può fare – ma ti mette davanti una possibilità alla volta. Dà solo “il pane quotidiano”. Distribuisce lo sforzo e permette così di realizzarlo.</p>
<p>La Scrittura mette continuamente in luce questa verità: che la tribolazione non toglie la speranza, ma anzi la aumenta: “La tribolazione –scrive l’Apostolo &#8211; produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l&#8217;amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 3-5).</p>
<p>La speranza ha bisogno della tribolazione come la fiamma ha bisogno del vento per rafforzarsi. Le ragioni terrene di speranza devono morire, una dopo l&#8217;altra, perché emerga la vera ragione incrollabile che è Dio. Succede come nel varo di una nave. È necessario che vengano rimosse le impalcature che sostenevano artificialmente la nave, quando era in costruzione, e che vengano portati via uno dopo l&#8217;altro tutti i vari puntelli, perché possa  galleggiare e avanzare liberamente sull&#8217;acqua. </p>
<p>La tribolazione ci toglie ogni “presa” e ci porta a sperare solo in Dio. Conduce a quello stato di perfezione che consiste nel sperare quando sembra che non ci sia speranza (Rm 4,18), cioè nel continuare a sperare confidando nella parola una volta pronunciata da Dio, anche quando ogni ragione umana per sperare è scomparsa . Tale fu la speranza di Maria sotto la croce e per questo la pietà cristiana la invoca con il titolo di Mater Spei, madre della speranza. </p>
<p>La forza trasformatrice della speranza è meravigliosamente descritta in un bellissimo brano di Isaia:<br />
Anche i giovani faticano e si stancano,<br />
gli adulti inciampano e cadono;<br />
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,<br />
mettono ali come aquile,<br />
corrono senza affannarsi,<br />
camminano senza stancarsi. (Is 40,30–31)<br />
L’oracolo è la risposta al lamento del popolo che dice: “La mia sorte è nascosta al Signore”. Dio non promette di togliere le ragioni della stanchezza e dello sfinimento, ma dona speranza. La situazione rimane di per sé quella che era, ma la speranza dà la forza per superarla. </p>
<p>Nel libro dell&#8217;Apocalisse leggiamo che “Quando il drago si vide gettato sulla terra, inseguì la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila, affinché potesse volare verso il suo luogo nel deserto” (Ap 12,13-14). Se l&#8217;immagine delle ali dell&#8217;aquila si ispira, come sembra chiaramente, al testo di Isaia, ciò significa che a tutta la Chiesa sono state donate le grandi ali della speranza, affinché con esse possa, ogni volta, sfuggire agli attacchi del male e superare ogni difficoltà. Oggi come allora.</p>
<p>Terminiamo ascoltando, come fatta ora su di noi,  l’invocazione che l’Apostolo Paolo fa a favore dei fedeli di Roma al termine della sua Lettera ad essi indirizzata:<br />
Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo. (Rom 15,13)</p>
<p>  1.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 19,9.<br />
  2.W. Marxsen, La risurrezione di Gesú di Nazareth, Bologna 1970 (ed. Ingl. The Resurrection of Jesus of Nazareth, London 1970).<br />
  3.Cf. J.D.G. Dunn, Gli albori del Cristianesimo, 3 voll, Paideia, Brescia 2006, sintetizzato nel suo Cambiare prospettiva su Gesú, Paideia, Brescia 2011.<br />
  4.Giovanni Crisostomo, Omelie sulla I lettera ai Corinzi, 4, 4 (PG 61, 35 s.).<br />
  5.Agostino, Enarr. in Psaslmos, 120,6.<br />
  6.Leone Magno, Sermo 66, 3: PL 54, 366.<br />
  7.Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Parte II, nr. 3.</p>
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		<title>“IO SONO IL BUON PASTORE”  -Terza Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 13:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Continuiamo la nostra riflessione sui grandi “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni. Questa volta  Gesú non si presenta a noi con simboli di realtà fisiche inanimate  –il pane, la luce -, ma con un personaggio umano, il pastore: “Io –dice- sono il buon pastore!”. Ascoltiamo la parte del discorso in cui è contenuta l’auto-proclamazione di Cristo:<br />
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario &#8211; che non è pastore e al quale le pecore non appartengono &#8211; vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore (Gv 10, 11-15).<br />
L’immagine di Cristo “buon Pastore” ha un posto privilegiato nell’arte e nelle iscrizioni paleocristiane. Il Buon Pastore è presentato, secondo il modulo classico, nello splendore della giovinezza. Porta sulle spalle la pecora che tiene ben salda per le zampe. L’immagine giovannea del buon pastore è ormai fusa per sempre con quella sinottica del pastore che va in cerca della pecorella smarrita (Lc 15, 4-7)<br />
Il contesto del brano sul buon pastore è lo stesso dei due capitoli precedenti e cioè la discussione con “i giudei” che ha luogo a Gerusalemme, in occasione della festa delle Capanne. Ma in Giovanni si sa che il contesto conta relativamente, perché, diversamente dai Sinottici, egli non è preoccupato di darci un resoconto storico e coerente della vita di Gesú (che sembra dare per conosciuto), ma un insieme di “segni” e di insegnamenti del Maestro. Questi tuttavia non appaiono mai fuori del tempo e dello spazio, come avviene nei libri di teologia, ma anch’essi situati in luoghi e tempi precisi (a volte più precisi degli stessi Sinottici) che conferiscono ad essi un valore  “storico” nel senso più profondo del termine.<br />
*    *    *<br />
Diciamocelo pure: l’immagine del buon pastore, e quelle connesse di pecora e di gregge, non sono davvero di moda oggigiorno. Non teme, Gesú, chiamandoci sue pecore, di urtare la nostra sensibilità e di offendere la nostra dignità di uomini liberi? L’uomo d&#8217;oggi rifiuta sdegnosamente il ruolo di pecora e l’idea di gregge. Non si accorge però di come, nella realtà, egli viva la situazione che condanna nella teoria. Uno dei fenomeni più evidenti della nostra società è la massificazione. Stampa, televisione, internet, si chiamano “mezzi di comunicazione di massa”, mass-media, non solo perché informano le masse, ma anche perché le formano, massificano.<br />
Senza accorgersene, ci si lascia guidare supinamente da ogni sorta di manipolazione e di persuasione occulta. Altri creano modelli di benessere e di comportamento, ideali e obbiettivi di progresso, e la gente li adotta; si va dietro, timorosi di perdere il passo, condizionati e plagiati dalla pubblicità. Mangiamo quello che ci dicono, vestiamo come impone la moda, parliamo come sentiamo parlare. Noi ci divertiamo quando si vede scorrere un filmato a passo accelerato, con le persone che si muovono a scatti, rapidamente, come marionette; ma è l’immagine che avremmo di noi stessi se ci guardassimo con occhio meno superficiale.<br />
Per capire in che senso Gesú si proclama il buon pastore e chiama noi le sue pecore, bisogna rifarsi alla storia biblica. Israele fu, all’inizio, un popolo di pastori nomadi. I Beduini del deserto ci danno oggi un’idea di quella che fu un tempo la vita delle tribù d’Israele. In questa società, il rapporto tra pastore e gregge non è solo di tipo economico, basato sull’interesse. Si sviluppa un rapporto quasi personale tra il pastore e il gregge. Giornate e giornate passate insieme in luoghi solitari, senza anima viva intorno. Il pastore finisce per conoscere tutto di ogni pecora; la pecora riconosce la voce del pastore che spesso parla  a voce alta alle pecore, come fossero persone. Questo spiega come mai, per esprimere il suo rapporto con l’umanità, Dio si è servito di questa immagine, oggi divenuta ambigua. “Tu, pastore d’Israele”, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge”, prega il salmista (Sal 80, 2).<br />
Con  il passaggio dalla situazione di tribù nomadi a quella di popolo sedentario, il titolo di pastore viene dato, per estensione, anche a quelli che fanno le veci di Dio in terra: i re, i sacerdoti, i capi in genere. Ma in questo caso il simbolo si scinde: non evoca più solo immagini di protezione, di sicurezza, ma anche quelle di sfruttamento e di oppressione. Accanto all’immagine del buon pastore, fa la sua comparsa quella del cattivo pastore. Nel profeta Ezechiele troviamo una terribile requisitoria contro i cattivi pastori che pascolano solo se stessi; si nutrono di latte, si vestono di lana, ma non si curano minimamente delle pecore che trattano anzi “con crudeltà e violenza” (cf Ez 34, 1 ss.). A questa requisitoria contro i cattivi pastori, segue una promessa: Dio stesso un giorno si prenderà cura amorevole del suo gregge:<br />
Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata (Ez 34, 16).<br />
Gesù, nel Vangelo, riprende questo schema del buono e del cattivo pastore, ma con una novità. “Io – dice – sono il buon pastore!”. La promessa di Dio è diventata realtà, superando ogni attesa.<br />
*    *    *<br />
A questo punto, dobbiamo   richiamare alla mente l’intento  che ci siamo proposti con queste meditazioni: un intento personale più che “pastorale”, far penetrare il Vangelo nella nostra vita, per poterlo poi annunciare al mondo con più credibilità.<br />
Il discorso di Gesú ha due attori: il pastore e il gregge, cioè, al singolare ogni singola pecorella. Con quale dei due ci identificheremo? Sant’Agostino, nel giorno anniversario della sua  ordinazione episcopale, diceva al popolo: “Per voi io sono vescovo, con voi sono un cristiano!”: “vobis sum episcopus, vobiscum sum christianus” . E in altra occasione: “Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi” . Dimentichiamo,  dunque, il nostro ruolo –voi di pastori e io di predicatore – e sentiamoci per una volta soltanto e unicamente pecorelle del gregge. Ricordiamo la domanda che sta a cuore a Gesú nel dialogo di Cesarea: “Per voi chi sono io?”. Come dicesse: “Dimenticate per un momento chi sono per la gente e concentratevi su voi stessi”.<br />
Il grande psicologo Carlo Gustavo Jung definisce lo psichiatra: “A wounded healer”: un guaritore malato. Il senso della sua teoria è che bisogna conoscere le proprie ferite psicologiche per curare quelle degli altri  e che conoscere le ferite degli altri aiuta a curare le proprie. L’intuizione dello psicanalista vale anche per le ferite spirituali. Il pastore della Chiesa è anche lui un “wounded healer”, un malato che deve aiutare gli altri a guarire.<br />
Cerchiamo di vedere qual è la principale malattia di cui dobbiamo curarci, per curare altri. Qual è la cosa che, da un capo all’altro della Bibbia, viene inculcata alle pecore nei confronti  di  Dio-Pastore? È di non avere paura! Le parole si affollano nella memoria, a questo punto, cominciando da quelle di Gesú: “Non temere, piccolo gregge” (Lc 12, 32), “Perché avete paura, gente di poca fede”, disse agli apostoli, dopo aver sedato la tempesta” (Mt 8,26). Ricordiamo anche alcune parole familiari dei salmi, non come semplici citazioni bibliche, ma facendoli nostri ora mentre li ascoltiamo:<br />
Il Signore è il mio pastore:<br />
non manco di nulla&#8230;<br />
 Anche se vado per una valle oscura,<br />
non temo alcun male, perché tu sei con me (Sal 23, 1.4).</p>
<p>Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?<br />
Il Signore è difesa della mia vita,<br />
di chi avrò terrore?” (Sal 27,1).</p>
<p>Parliamo dunque di questo “male oscuro” della paura che ha tanto potere di rubare agli uomini e alle donne la gioia di vivere. La paura è la nostra condizione esistenziale; essa ci accompagna dall’infanzia alla morte. Il bambino ha paura di tante cose; li chiamiamo terrori infantili; l’adolescente ha paura del¬l’altro sesso e si avviluppa a volte in complessi di timidezza e di inferiorità; Gesù ha dato un nome alle principali nostre paure di adulti: paura del domani    &#8211;“che mangeremo?”- (Mt 6, 31)), paura del mondo e dei potenti, -“coloro che uccidono il corpo” (Mt 10,28). Su ognuna di queste paure ha pronunciato il suo: Nolite timere! Questa non è una parola vuota e impotente; è una parola efficace, quasi sacramentale. Come tutte le parole di Gesù, opera ciò che significa; non è come il sem¬plice:  “Fatti coraggio! “ che ci diciamo, l’un l’altro, noi esseri umani. </p>
<p>*     *     *<br />
Ma che cos’è la paura? Lasciamo da parte l’angoscia esistenziale di cui disquisiscono i filosofi da un secolo e mezzo a questa parte. Parliamo delle paure comuni e familiari. Possiamo dire che la paura è la reazione a una mi¬naccia al nostro essere, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il no¬stro mondo affettivo. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. A seconda che si tratti di pericoli oggettivi e reali, o immaginari, si parla di paure giustificate e ingiustificate, o addirittura di nevrosi: claustrofobia, agorafobia, paura di malattie immaginarie, e via dicendo.<br />
La psicologia e la psicanalisi cercano di curare paure e nevrosi analizzandole e portandole dall’inconscio al conscio. Il Vangelo non distoglie da questi mezzi umani, anzi li incoraggia, ma aggiunge qualcosa che nessuna scienza può dare. San Paolo scrive: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzio¬ne, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?&#8230; Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8, 35.37). La liberazione non è, qui, in una idea o in una tecnica, ma in una persona! Il “ solvente “ di ogni paura è Cristo che ha detto ai suoi discepoli: “Non abbiate paura, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).<br />
Dall’ambito personale, l’Apostolo allarga poi lo sguardo  sul grande scenario dello spazio e del tempo, dalle piccole paure individuali passa a quelle grandi e universali . Scrive:<br />
“Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun&#8217;altra creatura potrà mai separarci dall&#8217;amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8, 38-39).<br />
“Né morte, né vita!”. Cristo ha vinto la cosa che ci fa più paura al mondo, la morte. Di lui, la Lettera agli Ebrei, dice che è morto “per ridurre all&#8217;impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr 2, 14-15).<br />
“Né altezza, né profondità”, che è come dire: né l’infinitamente grande che è l’universo con le proporzioni che vanno sempre più dilatandosi, né l’infinitamente piccolo &#8211; l’atomo &#8211; di cui abbiamo scoperto, a nostro rischio, la terribile potenza. Oggi siamo più che mai esposti a questo genere di paure cosmiche. L’uomo moderno avverte acutamente la sua vulnerabilità in un mondo violento e impazzito. Che ne sarà dell’avvenire  del nostro pianeta se, nonostante i gridi di allarme del Papa e delle persone più responsabili della società,  continuiamo, a briglie sciolte, a consumare e inquinare?<br />
Al termine delle sue riflessioni filosofiche sul pericolo della tecnica per l’uomo moderno, Martin Heidegger, quasi gettando la spugna, esclamava: “Solo un dio ci può salvare!” . “Un  dio” (lettera minuscola!) è il solito modo mitico per parlare di qualcosa che sta sopra di noi. Noi togliamo l’articolo indeterminativo e diciamo “solo Dio” ( e sappiamo quale Dio!) ci può salvare!”<br />
Non è uno scaricare su  Dio le nostre responsabilità, ma credere, che, alla fine, “tutto concorre al bene di coloro che  amano  Dio” [e che Dio ama!] (cf. Rom 8,28). Quando si ha a che fare con  Dio, la misura è l’eternità. Si può essere delusi nel tempo, ma non per l’eternità. Noi cristiani abbiamo un motivo ben più forte del salmista per ripetere, davanti agli sconvolgimenti fisici e morali del mondo :<br />
Dio è per noi rifugio e forza,<br />
aiuto sempre vicino nelle angosce.<br />
Perciò non temiamo se trema la terra,<br />
se crollano i monti nel fondo del mare. (Sal 46)<br />
*    *    *<br />
Ma non abbiamo  preso ancora in considerazione la cosa più consolante che il Vangelo ha da dirci sulle nostre paure e angosce! Dopo avere, in mille modi, esortato i suoi discepoli a non temere, egli ha fatto qualcosa d’altro. Mai si era sentito dire, nella Bibbia, che il pastore buono dà la vita per le sue pecorelle. Che le conosce, le guida, le cura, le difende:  questo sì; ma non che dà la vita per esse. Gesú ha promesso di farlo e lo ha fatto!<br />
Egli ha preso su di sé le nostre paure. Dice l’autore della Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte” (Eb 5,7). L’autore allude a quello che avvenne in Gesú nella notte del Getsemani.  L’Evangelista Marco dice che nell’Orto degli ulivi Gesú “cominciò a sentire paura e angoscia e disse ai discepoli: La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Mc 14, 33-34). Gesú si sente solo, tagliato fuori dal consorzio umano; chiede agli apostoli di stargli vicino, di rimanere con lui. La stessa Lettera agli Ebrei mette in luce il messaggio consolante racchiuso per noi in questa misteriosa pagina del Vangelo:<br />
Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno (Eb 4, 15-16).<br />
Prendendole su di sé, Gesú ha redento anche le nostre paure e angosce. “Dalle sue piaghe siamo stati guariti”, dice di lui la Scrittura (Is  53,5-6; 1 Pt 2, 24). Gesú è il vero “wounded healer”, di cui parlava lo psicologo, il piagato che guarisce le piaghe. Ha fatto delle paure e delle angosce  occasioni di crescita in umanità e in comprensione degli altri.<br />
Ma  neppure questo esaurisce ciò che il Vangelo ha da dirci circa le nostre paure. Se tutto finisse qui, la nostra consolazione sarebbe ancora incompleta. Avremmo davanti agli occhi un eroico e commovente esempio da seguire, ma non una mano che ci sostiene. Ma ecco il secondo grande annuncio del Vangelo: il guaritore trafitto è risorto da morte e ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Non ci ha dato solo l’esempio di come vincere l’angoscia; ci ha dato il mezzo per vincerla: la sua presenza e la sua grazia. A Paolo che si rattristava a causa della sua “spina nella carne”, il Risorto risponde: “Ti basta la mia grazia!” (2 Cor 12,9).<br />
I martiri ne hanno fatto –e ne fanno tuttora!- l’esperienza tangibile. Negli Atti  dei martiri cartaginesi, uccisi sotto l’imperatore  Settimio Severo nei primi anni del III secolo, (tra i più attendibili, storicamente, tra tutti gli Atti dei martiri!), si legge che una di essi, di nome Felicita, era incinta all’ottavo mese e nei dolori del parto gemeva, nel carcere, per il dolore. Uno dei custodi le disse: “Se ti lamenti adesso, che farai quando sarai gettata alle fiere nell’arena?” E lei in risposta: “Adesso sono io a soffrire, allora un altro soffrirà per me!” .<br />
Abbiamo un esempio più vicino a noi. In carcere e alla vigilia di essere impiccato, in seguito al fallito colpo di stato contro Hitler,  il Pastore Dietrich Bonhoeffer, scrisse questi versi che  vengono spesso usati come inno liturgico:<br />
Da forze amiche a meraviglia avvolti<br />
attendiamo con calma l’avvenire.<br />
Dio è con noi di sera e di mattino,<br />
sarà con noi in ogni giorno nuovo .<br />
*     *     *<br />
Ci siamo imposti di non parlare, in queste meditazioni,  di quello che dobbiamo fare per gli altri, ma solo di quello che Gesú è e fa per noi: di identificarci con le pecorelle, non con il pastore. Ma una piccola eccezione dobbiamo farla in questa occasione. Nonostante tutte le esortazioni del Vangelo, non sempre  è in nostro potere liberarci dalla paura e dall’angoscia. In compenso, è in nostro potere liberare qualcun altro (o aiutarlo a liberarsi) da esse.<br />
Pascal ha scritto nel suo Memoriale: “Gesú è in agonia fino alla fine del mondo e non bisogna lasciarlo solo in  tutto questo tempo” . Egli continua ad essere in agonia perché, nella dimensione dell’eternità in cui è entrato, non esiste più un passato, ma tutto è misteriosamente presente, anche la sua notte nel Getsemani. Ma è in agonia anche in un altro modo meno misterioso. Lo è nel suo corpo mistico: in coloro che sono oppressi dall’angoscia e dalla paura  a causa della solitudine, delle malattie, della persecuzione, dell’esilio, della guerra. Siamo noi ora gli occhi, la bocca e le mani di Cristo. Cerchiamo con essi di recare conforto  a qualcuno di loro e ci sentiremo dire nel cuore:  “L’avete fatto a me!” (Mt 25, 40). Dobbiamo essere anche noi -pastori o semplici credenti – altrettanti wounded healers, poveri malati che guariscono gli altri.<br />
Termino con un aneddoto che molti, penso, conoscono, ma che ci aiuta a incidere in noi l’immagine di Gesú che ci porta sulle spalle nei momenti difficili della nostra vita. Parla di un uomo che in sogno rivede tutta la sua vita. Ecco un breve riassunto della storia:<br />
Cammino sulla sabbia in riva al mare, lasciando dietro di me, non uno ma due paia di orme. Capisco che il secondo paio sono le orme di Gesú che cammina al mio fianco e sono felice. Ma ecco che, a un certo punto, quel secondo paio scompare e sulla sabbia si vedono soltanto le orme di due piedi. Questo, capisco, avviene proprio in corrispondenza ai momenti più bui e difficili della mia vita. Me ne lamento e dico: “Signore, mi hai lasciato solo proprio quando avevo più bisogno di te!” “Figliolo – mi risponde Gesú &#8211; quel solo paio di orme erano le mie. Tu eri sulle mie spalle!”</p>
<p>  1.Agostino, Sermo 340, 1 (PL 38,1483).<br />
  2.Agostino, Espos. sui Salmi, 126, 3.<br />
  3.Martin Heidegger, Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Gesamtausgabe, vol. 16, Frankfurt 1975.<br />
  4.Passio Sanctarum Perpetuae et Felicitatis,  XV (Ed. C.J. von Beek, Bonn 1938).<br />
  5.Von guten Mächten wunderbar geborgen /erwarten wir getrost, was kommen mag.<br />
    Gott ist mit uns am Abend und am Morgen / und ganz gewiss an jedem neuen Tag.<br />
  6.B. Pascal, Pensieri, 553, ed. Br.</p>
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		<title>“IO SONO LA LUCE DEL MONDO” Seconda Predica, Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2024 12:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste prediche di Quaresima ci siamo proposti di meditare sui grandi “Io Sono” (Ego eimi) pronunciati da Gesú nel Vangelo di Giovanni. C’è però una domanda che si pone, a proposito di essi: sono stati davvero pronunciati da Gesú, o sono dovuti alla riflessione posteriore dell’Evangelista, come tante parti del Quarto Vangelo? La risposta che oggi praticamente tutti gli esegeti darebbero a questa domanda è la seconda. Io sono convinto, però, che tali affermazioni sono “di Gesú” e cerco di spiegare perché.<br />
C’è una verità storica e una verità che possiamo chiamare reale o ontologica. Prendiamo uno di questi “Io Sono” di Gesú, per esempio quello che dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Se per qualche improbabile nuova scoperta si venisse a conoscere che la frase fu, di fatto e storicamente, pronunciata dal Gesù terreno, non è questo che la renderebbe “vera”. Si può sempre pensare, infatti, che chi la pronuncia sia un illuso e si inganni! (Tanti hanno creduto di essere la luce del mondo prima e dopo di lui!). Ciò che la rende “vera” è il fatto che &#8211; nella realtà e al di sopra di ogni contingenza storica &#8211; egli è la via, la verità e la vita.<br />
In questo senso più profondo e più importante, tutte e singole le affermazioni che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni sono “vere”, anche quella in cui dice: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58). La definizione classica di verità è “corrispondenza tra la cosa e l’idea che si ha di essa” (adaequatio rei et intellectus); la verità rivelata è corrispondenza tra la realtà e la parola ispirata che la proclama. Le grandi parole che mediteremo sono dunque di Gesú: non del Gesù storico, ma del Gesú che –come aveva promesso ai discepoli (Gv 16,12-15) &#8211; ci parla con l’autorità del Risorto, mediante il suo Spirito.<br />
*    *    *<br />
Dalla sinagoga di Cafarnao in Galilea, passiamo oggi al tempio di Gerusalemme, in Giudea, dove Gesú si è recato in occasione della festa delle Capanne. Qui si svolge il dibattito con “i giudei”, in cui è inserita l’auto-proclamazione di Gesú  che, in questa meditazione, vogliamo raccogliere:<br />
Io sono la luce del mondo.<br />
chi segue me, non camminerà nelle tenebre,<br />
 ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).</p>
<p>Questa parola è così pregnante e così bella che i cristiani, da subito, la scelsero come una delle designazioni preferite di Cristo. In molte basiliche antiche &#8211; come nel duomo di Cefalù e di Monreale in Sicilia &#8211; nel mosaico dell’abside, Gesú è rappresentato come il Pantocrator, o Signore dell’universo. Tiene un libro aperto davanti a sé e  mostra la pagina dove sono scritte, in greco e in latino, proprio quelle parole: “Egô eimi to phôs tou cosmou &#8211; Ego sum lux mundi”: “Io sono la luce del mondo”.<br />
Gesú luce del mondo: per noi, oggi, questo è diventato una verità creduta e proclamata, ma ci fu un tempo in cui essa non era soltanto questo; era una esperienza vissuta, come succede talvolta a noi, quando, dopo un blackout ritorna improvvisamente la luce, o quando, al mattino, aprendo la finestra, si è inondati della luce del giorno. La Prima Lettera di Pietro  ne parla come di un essere “trasferiti dalle tenebre all&#8217;ammirabile luce”  (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ). Rievocando il momento della sua conversione e del suo battesimo, Tertulliano lo descrive con l’immagine del bambino che esce dall’utero buio della madre e si spaventa al contatto con l’aria e con la luce. “Uscendo –scrive – dal comune grembo di una stessa ignoranza,  noi trasalimmo alla luce della verità”: ad lucem expa¬vescentes véritatis”  .<br />
*    *    *<br />
Ci poniamo subito la domanda: cosa significa per noi, ora e qui, quella parola di Gesú: “Io sono la luce del mondo”? L’espressione “luce del mondo” ha due significati fondamentali. Il primo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto la sua è la suprema e definitiva rivelazione di  Dio all’umanità. Lo afferma nel modo più netto  e in tono solenne l’incipit della Lettera agli Ebrei:<br />
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo (Ebr 1, 1-2).<br />
La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione! “Io sono la luce”, non io porto la luce nel mondo. I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”. Nel 1964 Marshall McLuhan lanciò il famoso slogan : “Il mezzo è il messaggio”: The medium is the message”, volendo  con ciò significare che il mezzo con cui viene diffuso un messaggio condiziona il messaggio stesso. Questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo. In lui, il mezzo di trasmissione  è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio!<br />
Questo, dicevo, è il primo significato dell’espressione “luce del mondo”. Il secondo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso; fa vedere ogni cosa nella sua giusta luce, per quello che è davanti a  Dio. Riflettiamo su ognuno dei due significati, partendo dal primo, cioè da Gesú come suprema rivelazione della verità di Dio.<br />
Da questo punto di vista, la luce che è Cristo ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana. Ne parliamo non con intento polemico o apologetico, cioè per sapere cosa rispondere agli oppositori della fede, ma per confermarci nella fede. I dibattiti su fede e ragione – più esattamente, su ragione e rivelazione – sono affetti da una dissimmetria radicale. Il credente condivide la ragione con l&#8217;ateo; l&#8217;ateo non condivide la fede nella rivelazione con il credente. Il credente parla il linguaggio dell&#8217;interlocutore ateo; l&#8217;ateo non parla la lingua della controparte credente.<br />
Per questo motivo il dibattito più giusto su fede e ragione è quello che avviene nella stessa persona, tra la propria fede e la propria ragione. Abbiamo casi famosi nella storia del pensiero umano di persone in cui non si può dubitare di un&#8217;identica passione sia per la ragione che per la fede: Agostino di Ippona, Tommaso d&#8217;Aquino, Blaise Pascal, Søren Kierkegaard, John Henry Newman, e potremmo aggiungere Giovanni Paolo II , Benedetto XVI…<br />
La conclusione a cui ciascuno di loro è giunto è che l&#8217;atto supremo della ragione umana è riconoscere che c&#8217;è qualcosa al di sopra di essa. È anche ciò che più nobilita la ragione perché indica la sua capacità di trascendersi. La fede non si oppone alla ragione ma suppone la ragione, così come “la grazia suppone la natura”.<br />
C&#8217;è un altro malinteso da chiarire riguardo al dialogo tra fede e ragione. La critica comune rivolta ai credenti è che essi non possono essere obiettivi, dal momento che la loro fede impone loro, fin dall&#8217;inizio, la conclusione a cui arrivare. In altre parole, agisce come una pre-comprensione e un pre-giudizio. Non si presta attenzione al fatto che lo stesso pregiudizio agisce, in senso opposto, anche nello scienziato o filosofo non credente, e in modo ancora più forte. Se si dà per scontato che Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli sono impossibili, anche la conclusione è predeterminata fin dall’inizio.<br />
Un esempio tra tanti. Conoscendo la visione che Freud aveva della realtà, poteva egli ammettere che “l’amore universale” di Francesco d’Assisi avesse una componente soprannaturale chiamata grazia? Naturalmente no, e infatti egli fa di esso una “derivazione dell’amore genitale”. San Francesco è secondo lui –cito &#8211; “colui che è andato più lontano nell’usare l’amore a beneficio del suo sentimento interiore di felicità” . In altre parole, amava Dio, gli uomini, tutta la creazione e, in modo del tutto speciale, Cristo Crocifisso perché questo gli dava piacere e lo faceva sentire bene!<br />
L’uomo moderno, invece della verità, pone la ricerca della verità come valore supremo. Lessing ha scritto: “Se Dio tenesse stretta nella sua destra tutta la verità, e nella sua sinistra solo l&#8217;aspirazione sempre viva alla verità, fosse anche a condizione di essere eternamente in errore, e mi dicesse: &#8216;Scegli!’, mi inchinerei umilmente verso sinistra dicendo: ‘Questa, Padre! La pura verità appartiene solo a te’” .<br />
La ragione di ciò è abbastanza semplice. Finché sei in fase di ricerca, sei tu a condurre il gioco, il protagonista, mentre al cospetto della Verità riconosciuta come tale, non hai più scampo e devi prestare “l’obbedienza della fede”. La fede pone l&#8217;assoluto, mentre la ragione vorrebbe continuare senza fine la discussione. Come la bella Scheherazade di Mille e una Notte, la ragione umana ha sempre una nuova storia da raccontare per ritardare la sua resa.<br />
Ci sono solo due soluzioni possibili alla tensione tra fede e ragione: o ridurre la fede “entro i limiti della pura ragione”, oppure rompere i limiti della pura ragione e “prendere il largo”. Un po’ come quando l’Ulisse di Dante raggiunse le “Colonne d’Ercole”, un tempo considerate il confine estremo della Terra, e decise di non fermarsi, e fare, piuttosto, dei remi, “ali al folle volo” .<br />
*      *     *<br />
Devo però essere coerente con le mie stesse premesse. Il discorso su fede e ragione, prima di diventare un dibattito tra “noi e loro”, tra credenti e non credenti, deve essere un dibattito tra gli stessi credenti. Il peggiore tipo di razionalismo, infatti, non è quello esterno, ma quello interno alla teologia. San Paolo scriveva ai Corinzi:<br />
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di  Dio (1Cor 2,4-5).<br />
E ancora:<br />
Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo (2Cor 10,3-5).<br />
Ciò che l&#8217;Apostolo temeva si è spesso verificato tra noi. La teologia, soprattutto in Occidente, si è sempre più allontanata dalla forza dello Spirito, per affidarsi alla sapienza umana. Il razionalismo moderno esigeva che il cristianesimo presentasse il suo messaggio in modo dialettico, cioè sottoponendolo, sotto tutti gli aspetti, alla ricerca e alla discussione, affinché potesse inserirsi nello sforzo generale, filosoficamente accettabile, di una comune e sempre provvisoria comprensione del destino umano e dell’universo. Ma così facendo, l’annuncio sulla morte e risurrezione di Cristo viene sottoposto a un’istanza diversa, ritenuta superiore. Non è più un kerygma ma solo un’ipotesi fra tante.<br />
Il pericolo inerente a questo approccio alla teologia è che Dio viene oggettivato. Diventa un oggetto di cui parliamo, non un soggetto con cui – o alla cui presenza – parliamo. Un “lui” – o peggio, un “esso” – mai un “tu”! È il contraccolpo di aver fatto della teologia una “scienza”. Il primo dovere di chi fa scienza è quello di essere neutrale rispetto all&#8217;oggetto della propria ricerca; ma può uno essere neutrale quando ha a che fare con Dio? Questo fu il motivo principale che mi spinse, ad un certo punto della mia vita, ad abbandonare l&#8217;insegnamento accademico della teologia e a dedicarmi a tempo pieno alla predicazione. La conseguenza di quel modo di fare teologia, infatti, è che essa diventa sempre più un dialogo con l&#8217;élite accademica del momento, e sempre meno un nutrimento per la fede del popolo di Dio.<br />
Da questa situazione si esce solo con la preghiera, parlando con Dio, prima ancora di parlare di Dio. “Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sarai teologo”, diceva un antico Padre del deserto . Sant&#8217;Agostino fece la sua teologia più duratura – e, aggiungiamo, anche la più sicura &#8211; parlando a Dio nelle sue Confessioni. Aiuta in ciò anche la contemplazione e l&#8217;imitazione della Madre di Dio. Ella non ha mai avuto niente a che fare con idee astratte su Dio e su suo Figlio Gesú, ma solo con la loro realtà vivente.<br />
*     *     *<br />
Ho accennato, sopra, a un secondo significato dell’espressione “luce del mondo”, ed è ad esso che vorrei dedicare l’ultima parte della mia riflessione, anche perché è quella che ci riguarda più da vicino. Si tratta, dicevo, del significato, per così dire, strumentale, in cui Gesú è luce del mondo: in quanto, cioè, fa luce su tutte le cose; fa, nei confronti del mondo, quello che fa il sole nei confronti della terra. Il sole non illumina e non rivela se stesso, ma illumina tutte le cose che sono sulla terra e far vedere ogni cosa nella luce giusta.<br />
Anche in questo secondo senso, Gesú e il suo Vangelo hanno un concorrente che è il più pericoloso di tutti, essendo un concorrente interno, un nemico in casa. L’espressione “luce del mondo” cambia completamente di significato secondo che si prende l’espressione “del mondo” come genitivo oggettivo, o come genitivo soggettivo; a seconda, cioè, che  il mondo sia l’oggetto illuminato, o invece il soggetto che illumina. In questo secondo caso, non è il Vangelo, ma il mondo che fa vedere tutte le cose alla propria luce. L’Evangelista Giovanni esortava i suoi discepoli con queste parole:<br />
Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo (1 Gv 2, 15-16).<br />
Il pericolo di conformarsi a questo mondo –la mondanizzazione – è l’equivalente, nell’ambito religioso e spirituale, di quello che, nell’ambito sociale, chiamiamo secolarizzazione. Nessuno (io meno di tutti) può dire che questo pericolo non incombe anche su di lui o su di lei. Un detto attribuito a Gesú in uno scritto antico non canonico dice: “Se non digiunerete dal mondo, non scoprirete il regno di Dio” . Ecco il digiuno oggi più necessario di tutti: digiunare dal mondo, nesteuein tô kosmô, secondo il detto citato!<br />
Il mondo di cui parliamo e al quale non dobbiamo conformarci non è il mondo creato e amato da Dio; non sono gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo andare sempre incontro, specialmente i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Il “mescolarsi” con questo mondo della sofferenza e dell’emarginazione è, paradossalmente, il miglior modo di “separarsi” dal mondo, perché è andare là, da dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. È separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l’egoismo.<br />
Prima che nelle opere, il cambiamento deve avvenire nel modo di pensare. San Paolo esortava i cristiani di Roma con le parole:<br />
Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi<br />
rinnovando il vostro modo di pensare,<br />
per poter discernere la volontà di Dio,<br />
ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12, 2).<br />
All’origine della mondanizzaione ci sono tante cause, ma la principale è la crisi di fede. È la fede il terreno di scontro primario tra il cristiano e il mondo. È per la fede che il cristiano non è più “del” mondo. Inteso in senso morale, il “mondo” è tutto ciò che si oppone alla fede. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo”, scrive Giovanni nella Prima Lettera, “la nostra fede” (1 Gv 5, 4). Nella Lettera agli Efesini  c’è, a questo riguardo, una parola sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ più a lungo. Dice:<br />
Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli (Ef 2,1-2).<br />
L’esegeta Heinrich Schlier ha fatto un’analisi penetrante di questo “spirito del mondo” considerato da Paolo il diretto antagonista dello “Spirito di Dio” (1 Cor 2, 12). Un ruolo decisivo svolge in esso l’opinione pubblica. Oggi possiamo chiamarlo &#8211; in senso anche letterale &#8211; “lo spirito che è nell’aria”, perché si diffonde soprattutto via etere, attraverso i mezzi di comunicazione virtuale.<br />
Si determina – scrive Schlier – uno spirito di grande intensità storica, a cui il singolo difficilmente può sottrarsi. Ci si attiene allo spirito generale, lo si reputa ovvio. Agire o pensare o dire qualcosa contro di esso è considerato cosa insensata o addirittura un’ingiustizia o un delitto. Allora non si osa più porsi di fronte alle cose e alle situazione e soprattutto alla vita in modo diverso da come esso le presenta…La sua caratteristica è di interpretare il mondo e l’esistenza umana alla sua maniera  .<br />
È quello che chiamiamo “adattamento allo spirito dei tempi”. La morale del mozartiano “Così fan tutte”. Oggi possediamo una immagine nuova per descrivere l’azione corrosiva dello spirito del mondo, il virus dei computer. Per quel poco che ne so, il virus è un programma malignamente progettato che penetra nel computer per le vie più insospettate (scambio di e-mail, siti internet…), e una volta dentro confonde o blocca le normali operazioni, alterando i cosiddetti “sistemi operativi”.<br />
Lo spirito del mondo agisce in modo analogo. Penetra in noi per mille canali, come l’aria che respiriamo, e una volta dentro, cambia i nostri modelli operativi: al modello “Cristo” sostituisce il modello “mondo”. Il mondo ha anch’esso la sua “trinità”, i suoi tre dei, o idoli, da adorare: piacere, potere, denaro. Tutti deprechiamo i disastri che essi creano nella società, ma siamo sicuri che, nel nostro piccolo, noi stessi non ne siamo immuni?<br />
La nostra più grande consolazione, in questa lotta con il mondo che è fuori di noi e con quello che è dentro di noi, è sapere che Cristo continua, da risorto, a pregare il Padre per noi con le parole con cui si congedò dai suoi Apostoli:<br />
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo&#8230; Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo…  Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola (Gv 17, 15-20).</p>
<p>  1.Tertulliano, Apologeticum, 39, 9.<br />
  2.Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q.2, a.2, ad 1.<br />
  3.Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, IV.<br />
  4.Gotthold Lessing, Eine Duplik, I, in Werke 3, Zürich 1974, p.149.<br />
  5.Dante Alighieri, Inferno, XXVI, 125<br />
  6.Evagrio Pontico, De oratione, 60 (PG 79, 1180).<br />
  7.Cf. Clemente Al., Stromati, 111, 15; A. Resch, Agrapha, 48 (TU, 30, 1906, p. 68).<br />
  8.H. Schlier, Demoni e spiriti maligni nel Nuovo Testamento, in Riflessioni sul Nuovo Testamento, Paideia, Brescia 1976, pp. 194 s. (Ed. originale in “Geist und Leben 31 (1958), pp. 173-183.</p>
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		<title>“IO SONO IL PANE DELLA VITA”  - Prima Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 12:32:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[All’inizio di queste prediche di Quaresima, ripartiamo dal dialogo tra Gesú e gli apostoli a Cesarea di Filippo: Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell&#8217;uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro:[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio di queste prediche di Quaresima, ripartiamo dal dialogo tra Gesú e gli apostoli a Cesarea di Filippo:<br />
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell&#8217;uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 13-16).<br />
Di tutto il dialogo, ci interessa, in questo momento, solo ed esclusivamente, la seconda domanda di Gesú: “Voi chi dite che io sia?” Non la prendiamo però nel senso con cui quella domanda si intende di solito; come, cioè, se a Gesú interessasse sapere cosa pensa di lui la Chiesa, o cosa i nostri studi di teologia ci dicono di lui. No! Prendiamo quella domanda come va presa ogni parola uscita dalla bocca di Gesú, e cioè come rivolta, hic et nunc, a chi l’ascolta, singolarmente, personalmente.<br />
Per realizzare questo esame, ci faremo aiutare dall’evangelista Giovanni. Nel suo Vangelo troviamo tutta una serie di dichiarazioni di Gesú, i famosi, Ego eimi, “Io Sono”, con i quali egli rivela cosa pensa, lui, di se stesso, chi dice, lui, di essere: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, e così via. Passeremo in rassegna cinque di queste auto-rivelazioni e ci domanderemo ogni volta se egli è davvero per noi quello che lui dice di essere e come fare perché lo sia sempre di più.<br />
Sarà un momento da vivere in modo particolare. Non, cioè, con lo sguardo rivolto all’esterno, ai problemi del mondo e della stessa Chiesa, come si è costretti a fare in altri contesti, ma con uno sguardo introspettivo. Un momento, allora, intimistico e distaccato e perciò, tutto sommato, egoistico? Tutt’altro! È un evangelizzarci per evangelizzare, un riempirci di Gesú per parlarne “per ridondanza d’amore”, come le primitive Costituzioni del mio Ordine Cappuccino raccomandavano ai predicatori; cioè per intima convinzione, non solo per assolvere un mandato.<br />
*    *    *<br />
Iniziamo dal primo di questi “Io Sono” di Gesú che incontriamo nel Quarto Vangelo, al capitolo sesto: “Io sono il pane della vita”. Ascoltiamo anzitutto la parte del brano che più direttamente ci interessa:<br />
Gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (Gv 6, 30-35).<br />
Un parola sul contesto. Gesú ha in precedenza moltiplicato i cinque pani d’orzo e i due pesci per sfamare cinque mila uomini. Poi si è eclissato per sfuggire all’entusiasmo della gente che vuole farlo re. La folla lo cerca e lo ritrova dall’altra sponda del lago.<br />
A questo punto comincia il lungo discorso con cui Gesú cerca di spiegare “il segno del pane”. Vuole far capire che c’è un altro pane da ricercare, di cui quello materiale è, appunto, un “segno”. È lo stesso procedimento usato con la donna Samaritana nel capitolo IV del Vangelo. Lì Gesú vuole condurre la donna a scoprire un’altra acqua, oltre quella fisica che disseta solo per un breve tempo; qui vuole condurre la folla a cercare un altro pane, diverso da quello materiale che sazia per un solo giorno. Alla Sammaritana che chiede di avere quell’acqua misteriosa e aspetta la venuta del Messia per ottenerla, Gesú risponde: “Sono io che ti parlo” (Gv 4,26). Alla folla che pone ora la stessa domanda per il pane, risponde: “Io Sono il pane della vita!”<br />
Ci domandiamo: come e dove si mangia questo pane della vita? La risposta dei Padri della Chiesa era: in due “luoghi” o due modi: nel sacramento e nella Parola, cioè nell’Eucarestia e nella Scrittura. C’erano, è vero, accentuazioni diverse. Qualcuno, come Origene e tra i latini Ambrogio, insistono di più sulla Parola di Dio. “Questo pane che Gesù spezza — scrive sant’Ambrogio commentando la moltiplicazione dei pani — si¬gnifica misticamente la parola di Dio che distribuita si accresce. Egli ci ha dato le sue parole come dei pani che si moltiplicano nella nostra bocca mentre li gustiamo” . Altri, come Cirillo Alessandrino accentuano l’interpretazione eucaristica. Nessuno di essi, però, ha inteso parlare di un modo, con esclusione dell’altro. Si parla  della Parola e dell’Eucaristia, come delle “due mense” imbandite da Cristo. Nella Imitazione di Cristo si legge:<br />
Di due cose riconosco di avere bisogno: cioè di alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero queste due cose. Esse potrebbero essere intese come le “due mense” poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa.<br />
L’affermazione unilaterale di uno di questi due modi di mangiare il pane della vita con esclusione dell’altro è frutto della nefasta divisione avvenuta nel cristianesimo occidentale. Da parte cattolica, aveva finito per divenire talmente preponderante l’interpretazione eucaristica da fare del capitolo sesto di Giovanni quasi l’equivalente del racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Lutero, per reazione, affermò l’opposto e cioè che il pane della vita è la parola di Dio; esso viene distribuito mediante la predicazione e mangiato mediante la fede .<br />
Il clima ecumenico che si è instaurato tra i credenti in Cristo ci permette di ricomporre la sintesi tradizionale presente nei Padri. Non c’è dubbio che il pane della vita giunge a noi attraverso la parola di Dio e in particolare le parole di Gesú nel Vangelo. Ce lo ricorda anche la sua risposta al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Ma come non vedere nel discorso di Gesú nella sinagoga di Cafarnao anche un riferimento all’Eucaristia? Tutto il contesto evoca un banchetto: si parla di cibo e di bevanda, di mangiare e di bere, del corpo e del sangue. Le parole: “Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue…” ricordano troppo da vicino le parole dell’istituzione (“Prendete, mangiate, questo è il mio corpo” e “Prendete bevete: questo è il mio sangue”) per potere negare ogni relazione tra di esse.<br />
Se nell’esegesi e in teologia si assiste a una polarizzazione e a volte – dicevo &#8211; a una contrapposizione tra il pane della parola e quello eucaristico, nella liturgia la loro sintesi è stata sempre vissuta pacificamente. Fin dai tempi più remoti, per esempio in san Giustino Martire, la Messa comprende due momenti: la liturgia della Parola, con letture tratte dall’Antico Testamento e dalle “memorie degli apostoli”, e la liturgia eucaristica con la consacrazione e la comunione.<br />
Oggi possiamo ritornare, dicevo, alla sintesi originaria tra Parola e Sacramento. In questa linea dobbiamo, anzi, fare un passo avanti. Esso consiste nel non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia. </p>
<p>Quando san Paolo scrive: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), non pensa a un momento particolare. Per lui, Cristo è davvero, in tutti i modi della sua presenza, pane della vita; lo si “mangia” con la fede, la speranza e la carità, nella preghiera e in tutto. L’essere umano è creato per la gioia e non può vivere senza gioia, o senza la speranza di essa. La gioia è il pane del cuore. E anche la vera gioia l’Apostolo la cerca –ed esorta i suoi a cercarla – nel Signore Gesú Cristo: “Gaudete in Domino semper, iterum dico, gaudete”: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4).  </p>
<p>Gesú è pane di vita eterna non solo per quello che dà, ma anche &#8211; e prima di tutto &#8211; per quello che è. La Parola e il Sacramento sono i mezzi; vivere di lui e in lui è il fine: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). Nell’inno Adoro te devote che ha alimentato per secoli la pietà e l’adorazione eucaristica dei cattolici, c’è una strofa che è una parafrasi di questa parola di Gesú. Nell’originale che molti di noi certamente ricordano, essa suona così:</p>
<p>O memoriále mortis Dómini,<br />
Panis vivus vitam praestans hómini,<br />
praesta meae menti de te vívere,<br />
et te illi semper dulce sápere.</p>
<p>In Italiano essa si può tradurre così</p>
<p>O memoriale della morte del Signore<br />
Pane vivo che dà vita al mondo,<br />
fa’ che di te io viva<br />
e gusti la dolcezza che da te deriva</p>
<p>*    *     *<br />
Tutto il discorso di Gesù tende, dunque, a chiarire che vita è quella che egli dà: non vita della carne, ma vita dello Spirito, la vita eterna. Non è però su questa linea che vorrei proseguire la mia riflessione, nei pochi minuti che mi restano. Nei confronti del Vangelo ci sono sempre due operazioni da fare, rispettando rigorosamente il loro ordine: prima l’appropriazione, poi l’imitazione. Ci siamo finora appropriati del pane della vita mediante la fede e lo facciamo ogni volta che riceviamo la Comunione. Si tratta di vedere ora come tradurli in pratica nella nostra vita.<br />
Per fare questo, ci poniamo una semplice domanda: Come è diventato, lui, Gesú, pane di vita per noi? La risposta ce l’ha data lui stesso e proprio nel Vangelo di Giovanni: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Sappiamo bene a che cosa alludono le immagini di cadere in terra e marcire. Tutta la storia della Passione è racchiusa in esse. Dobbiamo cercare di vedere cosa quelle immagini significano per noi. Gesú infatti con l’immagine sul chicco di grano non indica soltanto il suo destino personale, ma quello di ogni suo vero discepolo.<br />
Non si può ascoltare la parola indirizzata dal vescovo Ignazio di Antiochia alla Chiesa di Roma senza commuoversi e senza rimanere stupiti, vedendo che cosa è capace di fare, di una creatura umana, la grazia di Cristo:<br />
Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali io possa raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e [devo essere] macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. … Pregate il Signore per me perché con loro mezzo diventi vittima per Dio. Non vi comando come [facevano Pietro e Paolo]: essi erano apostoli, io un condannato .<br />
Prima dei denti delle fiere, il vescovo Ignazio ha sperimentato altri denti che lo trituravano, non denti di fiere, ma di uomini: “ Dalla Siria sino a Roma –scrive &#8211; combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati che da me beneficati diventano peggiori&#8221; . Questo ha qualcosa da dire anche a noi. Ognuno di noi ha, nel suo ambiente, di questi denti di fiere che lo macinano. Sant’Agostino diceva che noi esseri umani siamo “vasi di creta, che si feriscono l’uno con l’altro”: lutea vasa quae faciunt invicem angustias.  Dobbiamo imparare a fare di questa situazione un mezzo di santificazione e non di indurimento del cuore, di astio e di lamentela!<br />
Una massima spesso ripetuta nelle nostre comunità religiose dice Vita communis mortificatio maxima: “vivere in comunità è la più grande di tutte le mortificazioni”. Non solo la più grande, ma anche la più utile e più meritoria di tante altre mortificazioni di propria scelta. Questa massima non si applica solo a chi vive in comunità religiose, ma in ogni convivenza umana. Dove essa si realizza nel modo più esigente è, a mio parere, il matrimonio, e bisogna essere pieni di ammirazione davanti a un matrimonio portato avanti con fedeltà fino alla morte. Passare la vita intera, giorno e notte, facendo i conti con la volontà, il carattere, la sensibilità e le idiosincrasie di un’altra persona, specialmente in una società come la nostra, è qualcosa di grande e, se fatto con spirito di fede, andrebbe già qualificato come “virtù eroica”.<br />
Noi, però, ci troviamo qui nel contesto della Curia che non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale. Le occasioni da non sciupare, se vogliamo essere anche noi macinati per diventare farina di  Dio, sono tante, e ognuno deve identificare e santificare quella che gli si offre nel suo posto di servizio. Ne nomino solo una o due che ritengo valide per tutti.<br />
Una occasione è accettare di essere contraddetti, rinunciare a giustificarsi e volere aver sempre ragione, quando ciò non è richiesto dall’importanza della cosa. Un’altra è sopportare qualcuno, il cui carattere, modo di parlare o di fare ci dà sui nervi, e farlo senza irritarci interiormente, pensando, piuttosto, che anche noi siamo forse per qualcuno una tale persona. L’Apostolo esortava i fedeli di Colossi con queste parole: “Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro (Col 3, 12-13). Ciò che è più difficile da “triturare” in noi non è la carne, ma lo spirito, cioè l’amor proprio e l’orgoglio, e questi piccoli esercizi servono magnificamente allo scopo.<br />
Oggi esiste purtroppo nella società una specie di denti che triturano senza pietà, più crudelmente dei denti di leopardo di cui parlava il martire sant’Ignazio. Sono i denti dei media e dei cosiddetti social. Non quando essi rilevano le storture della società o della Chiesa (in ciò meritano tutto il rispetto e la stima!), ma quando si accaniscono contro qualcuno per partito preso, semplicemente perché non appartiene al proprio schieramento. Con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico!<br />
In questo caso, è lecito e doveroso far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate, e se ciò non è possibile, oppure si vede che non serve a nulla, non resta a un credente che unirsi a Cristo flagellato, coronato di spine e a cui hanno sputato addosso. Nella Lettera agli Ebrei si legge questa esortazione ai primi cristiani che può aiutare in simili occasioni: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d&#8217;animo” (Ebr 12,3).<br />
È una cosa difficile e dolorosa al massimo, soprattutto se ne va di mezzo la propria famiglia naturale o religiosa, ma la grazia di Dio può fare –e spesso ha fatto – di tutto ciò occasione di purificazione e di santificazione. Si tratta di avere fiducia che, alla fine, come avvenne per Gesú, la verità trionferà sulla menzogna. E trionferà meglio, forse, con il silenzio che con le più agguerrite autodifese.<br />
*    *    *<br />
Lo scopo finale del lasciarsi macinare non è però di natura ascetica, ma mistica; non serve tanto a mortificare se stessi, quanto a creare la comunione. È una verità, questa, che ha accompagnato la catechesi eucaristica fin dai primi giorni della Chiesa. È presente già nella Didaché (IX,4), uno scritto dei tempi apostolici. Sant’Agostino sviluppa questo tema in modo stupendo in un suo discorso al popolo. Egli mette in parallelo il processo che porta alla formazione del pane che è il corpo eucaristico di Cristo e il processo che porta alla formazione del suo corpo mistico che è la Chiesa. Diceva:<br />
Ricordate un istante cosa era una volta, quand’era ancora nel campo, questa creatura che è il grano: la terra la fece germogliare, la pioggia la nutrì; poi ci fu il lavoro dell’uomo che la recò sull’aia, la trebbiò, la vagliò e la ripose nei granai; da qui la prelevò per macinarla e cuocerla e così, finalmente, diventò pane. Adesso ripensate a voi stessi: non eravate e foste creati, siete stati recati sull’aia del Signore, siete stati trebbiati…Quando avete dato i vostri nomi per il battesimo, cominciaste a essere macinati dai digiuni e dagli esorcismi; poi finalmente siete venuti all’acqua, siete stati impastati e siete diventati una cosa sola; sopravvenendo il fuoco dello Spirito Santo, siete stati cotti e siete diventati pane del Signore. Ecco quello che avete ricevuto. Come, dunque, vedete che è uno il pane preparato, così siate anche voi una cosa sola, amandovi, conservando la stessa fede, una stessa speranza e indivisa carità” .<br />
Tra i due corpi –quello eucaristico e quello mistico della Chiesa &#8211; non c’è solo somiglianza, ma anche dipendenza. È grazie al mistero pasquale di Cristo operante nell’Eucaristia, che noi possiamo trovare la forza di lasciarci macinare, giorno per giorno, nelle piccole (e a volte nelle grandi!) circostanze della vita.<br />
*    *    *<br />
Termino con un episodio realmente accaduto, narrato in un libro intitolato “Il prezzo da pagare”, scritto in Francese e tradotto in diverse lingue. Esso serve, meglio di lunghi discorsi, a rendersi conto della potenza racchiusa nei solenni “Io Sono” di Gesú nel Vangelo e in particolare di quello che ho commentato in questa prima meditazione.<br />
Alcuni decenni fa, in una nazione del Medio Oriente, due soldati &#8211; uno cristiano e l’altro no – si trovavano insieme a fare da sentinelle a un deposito di armi. Il cristiano tirava spesso fuori, talvolta anche di notte, un piccolo libro e lo leggeva, attirando la curiosità e l’ironia del compagno d’armi. Una notte, quest’ultimo fa un sogno. Si trova davanti a un torrente che però non riesce ad attraversare. Vede una figura avvolta di luce che gli dice: “Per attraversarlo, hai bisogno del pane della vita”. Fortemente impressionato dal sogno, al mattino, senza sapere perché, chiede, anzi costringe, il compagno a dargli quel suo libro misterioso. (Si trattava naturalmente dei Vangeli). Lo apre e cade sul vangelo di Giovanni. L’amico cristiano gli consiglia di cominciare con quello di Matteo che è più facile da capire. Ma lui, senza sapere perché, insiste. Legge tutto d’un fiato, finché giunge al capitolo sesto. Ma a questo punto è bene ascoltare direttamente il suo racconto:<br />
Giunto al capitolo sesto mi fermo, colpito dalla forza di una frase. Per un attimo penso di essere vittima di un’allucinazione, e rimetto gli occhi sul libro, nel punto dove mi sono arrestato… Ho appena letto queste parole: “…il pane della vita”. Le stesse parole che ho udito qualche ora fa nel mio sogno. Rileggo lentamente il passaggio nel quale Gesú, rivolgendosi ai discepoli, dice: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame”. Si scatena in me, proprio in quell’istante, qualcosa di straordinario, come un’esplosione di calore e di benessere… Ho l’impressione di venire rapito, portato in alto dalla forza di un sentimento mai provato, una passione violenta, un amore smisurato per quest’uomo Gesú di cui parlano i Vangeli” .</p>
<p>Quello che, in seguito, questa persona ha dovuto soffrire per la sua fede conferma l’autenticità della sua esperienza. Non sempre la parola di Dio agisce in un modo così esplosivo, ma l’esempio, ripeto, ci mostra quale forza divina è racchiusa nei solenni “Io Sono” di Cristo che con la grazia di Dio ci ripromettiamo di commentare in questa Quaresima.</p>
<p>  1.Ambrogio, In Lucam, VI, 86.<br />
  2.Imitazione di Cristo, IV,11.<br />
  3.Lutero, Sul Vangelo di Giovanni, 231.<br />
  4.Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani, IV,1.<br />
  5.Ib. V,1.<br />
  6.Agostino, Discorsi, 69,1 (PL 38, 440).<br />
  7.Agostino, Sermo 229 (Denis 6) (PL 38, 1103)<br />
  8.Joseph Fadelle, Le prix à payer. Les Editions de l’Œuvre, Paris 2010 (Trad. Ital. Il prezzo da pagare, San Paolo 2011; Engl. trans. The Price to Pay,<br />
Ignatius Press, 2012. </p>
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		<title>“ABBIATE CORAGGIO: IO HO VINTO IL MONDO!”  - Quinta Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 11:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, queste sono  tra le ultime parole che Gesú rivolge ai suoi discepoli, prima di congedarsi da loro. Esse non sono il solito “Fatevi coraggio!” rivolto a chi resta, da parte di uno che sta per partire. Aggiunge infatti: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi (Gv 14,18). </p>
<p>Che significa “verrò da voi” se sta per lasciarli? In che modo e in che veste verrà e rimarrà con loro? Se non si capisce la risposta a questa domanda, non si capirà mai la vera natura della Chiesa. La risposta è presente, come una specie di tema ricorrente, nei discorsi di addio del Vangelo di Giovanni ed è bene una volta ascoltare di seguito i versetti in cui essa diventa la nota  dominante. Facciamolo con l’attenzione e la commozione con cui i figli ascoltano le disposizioni del padre circa il bene più prezioso che sta per lasciare ad essi:</p>
<p>Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi (14,16-17). </p>
<p>Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. (14,26)</p>
<p>Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio (15,26-27).</p>
<p>È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi (16, 7).</p>
<p>Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (16,12-14)</p>
<p>Ma che cos’è e chi è lo Spirito Santo che promette? È lui stesso,  Gesú, o un altro? Se è lui stesso, perché dice in terza persona: “quando verrà il Paraclito…”; se è un altro, perché dice in prima persona: “Verrò a voi”? Tocchiamo il mistero del rapporto tra il Risorto e il suo Spirito. Rapporto così stretto e misterioso che san Paolo sembra talvolta identificarli. Scrive infatti: “Il Signore è lo Spirito”, ma poi aggiunge senza soluzione di continuità: “e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2 Cor 3,17). Se è lo Spirito del Signore, non può essere, puramente e semplicemente, il Signore.<br />
La risposta della Scrittura  è che lo Spirito Santo, con la redenzione, è diventato “lo Spirito di Cristo”; è il modo con cui il Risorto opera ormai nella Chiesa e nel mondo, essendo stato “costituito Figlio di  Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, in virtù della risurrezione dai morti” (Rom 1,4). Ecco perché egli può dire ai discepoli: “È bene che io me ne vada” e aggiungere: “ma non vi lascerò orfani”.<br />
Dobbiamo liberarci completamente da una visione della Chiesa formatasi a poco a poco e divenuta dominante nella coscienza di molti credenti. Io la definisco una visione deistica o cartesiana, per l’affinità che essa ha con la visione del mondo del deismo cartesiano. Come  veniva concepito il rapporto tra  Dio e il mondo in questa visione?  Più o meno così:  Dio all’inizio crea il mondo e poi si ritira, lasciando che si sviluppi  con le leggi che gli ha dato; come un orologio a cui è stata data una carica  sufficiente per funzionare indefinitamente per conto suo. Ogni nuovo intervento da parte di Dio turberebbe questo ordine, ragione per cui i miracoli sono ritenuti inammissibili.   Dio, creando il mondo, farebbe come chi dà un buffetto a un palloncino e lo spinge in aria, rimanendo, lui, a terra.<br />
Cosa significa questa visione applicata alla Chiesa? Che Cristo ha fondato la Chiesa, l’ha dotata di tutte le strutture gerarchiche e sacramentali per funzionare, e poi l’ha lasciata, ritirandosi nel suo cielo, al momento dell’Ascensione. Come chi spinge in mare una barchetta,  rimanendo lui sulla riva.<br />
Ma non è così! Gesú è salito sulla barca ed è dentro di essa. Bisogna prendere sul serio le sue ultime parole in Matteo: “Ecco, io sono  con voi tutti i gironi, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Ad ogni nuova tempesta, comprese quelle odierne, egli ci ripete ciò che disse agli apostoli  nell’episodio della tempesta sedata: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8,26). Non ci sono io con voi? Posso affondare io? Può affondare  in mare colui che ha creato il mare?<br />
Ho notato con gioia che nell’Annuario Pontificio, sotto il nome del papa, c’è il solo titolo “Vescovo di Roma”; tutti gli altri titoli –Vicario di Gesú Cristo, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia ecc. – sono elencati come “titoli storici” alla pagina seguente. Mi sembra giusto, soprattutto riguardo a “Vicario di Gesú Cristo”. Vicario è uno che fa le veci in assenza del capo, ma Gesù Cristo non si mai assentato e mai si assenterà dalla sua Chiesa. Con la sua morte e risurrezione, egli è divenuto “capo del corpo che è la Chiesa” (Col 1,18)  e tale continuerà ad essere fino alla fine del mondo: il vero e unico Signore della Chiesa.<br />
Non è, la sua, una presenza per così dire morale e intenzionale, non è una signoria per procura. Quando non possiamo presenziare di persona a qualche evento, noi diciamo di solito: “Sarò presente spiritualmente!”, ciò che non è di molta consolazione e aiuto a chi ci ha invitato. Quando diciamo di Gesú che è presente “spiritualmente”, questa presenza spirituale non è una forma meno forte di quella fisica, ma infinitamente più reale ed efficace.  È la presenza di lui risorto che agisce nella potenza dello Spirito, agisce in ogni tempo e luogo, e agisce dentro di noi.</p>
<p>Se nell’attuale situazione di crescente crisi energetica, si scoprisse l’esistenza di una sorgente di energia nuova, inesauribile; se si scoprisse finalmente come utilizzare a piacimento  e senza effetti negativi l’energia solare, che sollievo sarebbe per l’umanità intera! Ebbene la Chiesa ha, nel suo campo, una simile sorgente inesauribile di energia: la “potenza dall’alto” che è lo Spirito Santo.  Gesú potrebbe dire di lui: “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena (Gv 16, 24).</p>
<p>C’è un momento nella storia della salvezza che richiama da vicino le parole di Gesú nell’ultima cena. Si tratta dell’oracolo del profeta Aggeo. Dice:  </p>
<p>Il ventuno del settimo mese, per mezzo del profeta Aggeo fu rivolta questa parola del Signore: «Su, parla a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote, e a tutto il resto del popolo, e chiedi: Chi rimane ancora tra voi che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi? Ora, coraggio, Zorobabele &#8211; oracolo del Signore -, coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese &#8211; oracolo del Signore &#8211; e al lavoro, perché io sono con voi &#8211; oracolo del Signore degli eserciti…Il mio spirito sarà con voi, non temete (Ag 2, 1-5).<br />
È uno dei pochissimi testi dell’Antico Testamento che si può datare con precisione: è il 17 Ottobre del 520 a.C. Non ci sembra che venga descritta, nelle parole di Aggeo, la situazione attuale della Chiesa cattolica, e per tanti aspetti quella di tutta la cristianità? Chi di noi è abbastanza anziano ricorda con nostalgia i tempi, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, in cui le chiese si riempivano di domenica, matrimoni e battesimi si susseguivano in parrocchia, i seminari e i noviziati religiosi abbondavano di vocazioni…  “Ma ora in che condizioni la vediamo?”, potremmo dire con Aggeo? Non vale la pena spendere tempo per ripetere l’elenco dei mali presenti, di quelle che ad alcuni appaiono solo rovine,  non diverse dai ruderi dell’antica Roma che abbiamo tutto intorno in questa città.<br />
Non tutto era oro quello che luccicava un tempo e che siamo portati a rimpiangere. Se fosse stato tutto oro colato, se quei seminari pieni fossero stati fucine di santi pastori e la formazione tradizionale impartita in essi solida e vera, non avremmo oggi da piangere tanti scandali…Ma non è di questo che è il caso di parlare qui, e certamente non sono io il più qualificato a farlo. Quello che mi preme raccogliere è l’esortazione che il profeta rivolse quel giorno al popolo d’Israele. Egli non li esortò a piangersi addosso, a rassegnarsi ed essere preparati al peggio. No; dice come Gesú: “Coraggio e al lavoro perché io sono con voi &#8211; oracolo del Signore -;  il mio Spirito sarà con voi!”.<br />
Ma attenti: non si tratta di un vago e sterile “Fatevi coraggio”.  Il profeta ha detto in precedenza qual è “il lavoro” a cui devono mettere mano. E siccome esso ci riguarda da vicino, ascoltiamo anche l’oracolo precedente di Aggeo al popolo e ai suoi capi:<br />
Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”. Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: “Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?  Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l&#8217;operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. … Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria – dice il Signore. (Ag 1, 2-8).</p>
<p>La parola di   Dio, una volta pronunciata, torna ad essere attiva e attuale ogni volta che viene di nuovo proclamata. Non è una semplice citazione biblica. Siamo noi adesso “questo popolo” a cui è rivolta la parola di  Dio. Che cosa sono per noi oggi “le case ben coperte” (qualche traduzione dice: “ben arredate”) in cui siamo tentati di starcene tranquilli? Io vedo tre case concentriche, una dentro l’altra, da cui dobbiamo uscire per salire sul monte e ricostruire la casa di  Dio. </p>
<p>La prima casa ben coperta, curata e arredata, è il mio “io”: la mia comodità, la mia gloria, la mia posizione nella società o nella Chiesa. È il muro più difficile da abbattere, il meglio dissimulato. È così facile scambiare il mio onore per l’onore di  Dio e della Chiesa, l’attaccamento alle mie idee per attaccamento alla verità pura e semplice. Chi parla, in questo momento non crede di fare eccezione. Stiamo dentro questo nostro guscio come il baco da seta nel suo bossolo: intorno è tutta seta, ma se il baco non rompe il guscio, resterà bruco e non diventerà mai farfalla che vola.</p>
<p>Ma lasciamo da parte questo argomento, avendo tante occasioni per sentirne parlare. La seconda casa ben coperta da cui uscire per lavorare alla “casa del Signore”, è la mia parrocchia,  il mio ordine religioso, movimento o associazione ecclesiale, la mia Chiesa locale, la mia diocesi…Non dobbiamo fraintenderci. Guai se non avessimo amore e attaccamento a queste realtà particolari nelle quali il Signore ci ha posto e di cui siamo forse responsabili.  Il male è assolutizzarli, non vedere altro al di fuori di essa, non interessarsi che di essa, criticando e disprezzando chi non la condivide. Perdere di vista, insomma, la cattolicità della Chiesa. Dimenticare, dice spesso il Santo Padre, che “l’intero è maggiore della parte”. Siamo un corpo solo, il corpo di Cristo, e nel corpo, dice Paolo, “se un membro soffre tutto il corpo soffre” (1 Cor 12, 26). Il sinodo dovrebbe servire anche a questo: a renderci consapevoli e partecipi dei problemi e delle gioie di tutta la Chiesa cattolica.</p>
<p>Ma veniamo alla terza casa ben coperta. Uscire da essa è reso più difficile dal fatto che per secoli ci è stato inculcato che uscire da essa  sarebbe stato peccato e tradimento. Leggevo di recente, in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani,  la testimonianza di una donna cattolica di un paese a religione mista. Da giovane il parroco insegnava che solo ad entrare fisicamente in una chiesa protestante si faceva peccato mortale. E suppongo che lo stesso si diceva, dall’altra parte dello steccato, dell’entrare in una Chiesa cattolica. </p>
<p>Parlo, naturalmente della terza casa ben coperta che è la particolare denominazione cristiana a cui apparteniamo e lo faccio nel ricordo ancora fresco dello straordinario e profetico evento dell’incontro ecumenico del Sud Sudan del febbraio scorso.  Tutti siamo convinti che parte della debolezza della nostra evangelizzazione e azione nel mondo è dovuta alla divisione e alla lotta reciproca tra cristiani. Si verifica quello che  Dio dice sempre nel nostro Aggeo:</p>
<p>Facevate assegnamento sul molto e venne il poco: ciò che portavate in casa io lo disperdevo. E perché? &#8211; oracolo del Signore degli eserciti. Perché la mia casa è in rovina, mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa.  (Ag 1, 9).</p>
<p>Gesú disse a Pietro: “Su questa Pietra edificherò la mia Chiesa”. Non disse: “Edificherò le mie Chiese”. Ci deve essere un senso in cui quello che Gesú chiama “la mia Chiesa” abbraccia tutti i credenti in lui e tutti i battezzati. L’apostolo Paolo ha una formula che potrebbe assolvere questo compito di abbracciare tutti quelli che credono in Cristo. Nell’inizio della Prima Lettera ai Corinzi egli estende il suo saluto a: “Tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro” (1 Cor 1, 2).</p>
<p>Non possiamo accontentarci, certo, di questa unità così vasta, ma così vaga. E questo giustifica l’impegno e il confronto, anche dottrinale,  tra le Chiese. Ma neppure possiamo disprezzare e non tener conto di questa unità di base che consiste nell’invocare lo stesso Signore Gesú Cristo. Chi crede nel Figlio di  Dio crede anche nel Padre e nello Spirito Santo.  È verissimo ciò che è stato ripetuto in più occasioni : “ciò che ci unisce è più importante di quello che ci divide”.</p>
<p>Nei casi in cui non possiamo non disapprovare l’uso che viene fatto del nome di Gesú e il modo in cui è annunciato il Vangelo, ci può aiutare a superare il rifiuto quello che san Paolo diceva di alcuni che a suo tempo annunciavano il Vangelo “con spirito di rivalità e con intenzioni non rette”. “Ma questo che importa?” &#8211; scriveva ai Filippesi- “Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro” (Fil 1, 16-18). Senza dimenticare che anche i cristiani di altre denominazioni trovano in noi cattolici delle cose che non possono approvare.</p>
<p>L’oracolo di Aggeo sul tempio ricostruito termina con una promessa radiosa: “La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace. Oracolo del Signore degli eserciti (Ag 2,9). Non osiamo dire che tale profezia si avvererà anche per noi e che la casa di  Dio che è la Chiesa del futuro sarà più gloriosa di quella del passato che ora rimpiangiamo; possiamo però sperarlo e chiederlo a   Dio in spirito di umiltà e pentimento. </p>
<p>Non mancano segni incoraggianti: uno tra i più evidenti è proprio la ricerca dell’unità tra i cristiani. Nell’intervista a un giornalista cattolico, nel viaggio di ritorno dal Sud Sudan, l’Arcivescovo Justin Welby,  diceva: “Quando vediamo lavorare insieme, Chiese che in passato erano nemiche dichiarate, si attaccavano e bruciavano i sacerdoti le une dalle altre, condannandosi a vicenda nei termini più violenti: quando avviene questo vuol dire che c’è qualcosa di spirituale che sta accadendo. C’è una liberazione dello Spirito di  Dio che dà grande speranza” .</p>
<p>La profezia di Aggeo che ho commentato, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, è legata a un ricordo personale e vi chiedo scusa se oso rievocarlo di nuovo in questa sede, dopo che alcuni di voi l’hanno forse già ascoltato da me in altra occasione. Lo faccio nella certezza che la parola profetica torna a sprigionare la sua carica di fiducia e di speranza ogni volta che viene proclamata e ascoltata con fede.<br />
Il giorno che il mio Superiore generale mi concesse di lasciare l’insegnamento all’Università Cattolica, per dedicarmi a tempo pieno alla predicazione, c’era, nella Liturgia delle ore, la profezia di Aggeo che ho commentato. Dopo aver recitato l’Ufficio, venni qui in San Pietro. Volevo pregare l’Apostolo di benedire il mio nuovo ministero. A un certo punto, mentre ero nella piazza, quella parola di Dio mi tornò con forza alla mente. Mi rivolsi verso la finestra del papa nel Palazzo Apostolico e mi misi a proclamare ad alta voce: “Coraggio, Giovanni Paolo II, coraggio, cardinali, vescovi e popolo tutto della Chiesa: e al lavoro perché io sono con voi, dice il Signore”. Era facile farlo perché pioveva e non c’era nessuno all’intorno.<br />
Se non che pochi mesi dopo, nel 1980, fui nominato Predicatore della Casa Pontificia e mi trovai in presenza del papa per iniziare la mia prima Quaresima. Quella parola tornò a risonare dentro di me, non come una citazione e un ricordo, ma come parola viva per quel momento. Raccontai quello che avevo fatto quel giorno in piazza San Pietro. Quindi mi rivolsi verso il papa che a quel tempo seguiva la predica da una cappella laterale, e ripetei con forza le parole di Aggeo: “Coraggio, Giovanni Paolo II, coraggio voi cardinali, vescovi, e popolo di Dio: e al lavoro perché io sono con voi, dice il Signore. Il mio Spirito sarà con voi”.  E dagli sguardi mi parve di capire che la parola dava quello che prometteva: cioè coraggio, (anche se Giovanni Paolo II era l’ultima persona al mondo a cui si dovesse raccomandare di avere coraggio!).<br />
Oggi oso proclamare di nuovo quella parola, sapendo che non si tratta di una semplice citazione, ma di una parola sempre viva che torna a operare ogni volta quello che promette. Coraggio, dunque, papa Francesco! Coraggio, fratelli cardinali, vescovi, sacerdoti e fedeli della Chiesa Cattolica e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore. Il mio Spirito sarà con voi!”<br />
Auguro a tutti una Santa Pasqua di pace e di speranza.</p>
<p>  1.In “The Tablet”, 11 Febbraio 2023, p. 6.</p>
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		<title>MYSTERIUM FIDEI! Riflessioni sulla Liturgia  - Quarta Predica di Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 12:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, dopo quelle sull’evangelizzazione e sulla teologia, vorrei proporre oggi alcune riflessioni sulla liturgia e sul culto della Chiesa, sempre con l’intenzione di apportare un contributo, per quanto modesto e indiretto, ai lavori del sinodo. La liturgia è il punto di arrivo, ciò a cui tende l’evangelizzazione. Nella parabola evangelica, i servitori sono inviati per le strade e i crocicchi per invitare tutti al banchetto. La Chiesa è la sala del banchetto e l’Eucarestia “il pasto del Signore” (1 Cor 11, 20) in essa preparato.</p>
<p>Partiamo, nelle nostre riflessioni, da una parola della Lettera agli Ebrei: Per accostarsi a Dio – essa dice –, bisogna, anzitutto, “credere che egli esiste” (Eb 11, 6). Prima ancora, però, di credere che egli esiste (che è già un essersi accostati), è necessario avere almeno il “sentore” della sua esistenza. Questo è ciò che chiamiamo il senso del sacro e che un autore famoso chiama “il numinoso”, qualificandolo come “mistero tremendo e affascinante” . Sant&#8217;Agostino ha sorprendentemente anticipato questa scoperta della moderna Fenomenologia religiosa. Rivolto a  Dio, nelle Confessioni, dice: “Quando ti ho conosciuto per la prima volta…, ho tremato di amore e di spavento: contremui amore et orrore” . E altrove dice: “Rabbrividisco e ardo” (et inhorresco et inardesco): rabbrividisco per la distanza, ardo per la somiglianza” . </p>
<p>Se venisse a mancare del tutto il senso del sacro, verrebbe a mancare il terreno stesso, o il clima, in cui sboccia l’atto di fede. Charles Péguy ha scritto che “la spaventosa penuria e indigenza del sacro è il marchio profondo del mondo moderno”. Se è caduto il senso del sacro, ne è rimasto, però, il rimpianto che qualcuno ha definito, laicamente, “nostalgia del Totalmente Altro” .</p>
<p>I giovani, più di tutti, avvertono questo bisogno di essere trasportati fuori dalla banalità del quotidiano, di evadere, e hanno inventato dei modi loro propri di soddisfare questo bisogno.  È stato osservato da studiosi della psicologia di massa che i giovani che partecipavano un tempo a famosi concerti rock, come quelli dei Beatles, di Elvis Presley o il Woodstock Festival del 1969, erano trasportati fuori dal loro mondo quotidiano e proiettati in una dimensione che dava loro l’impressione di qualcosa di trascendente e di sacro. </p>
<p>Non diversamente avviene per quelli che partecipano oggi ai mega-raduni di cantanti e complessi canori. Il fatto di essere in tanti e di vibrare all’unisono con una massa amplifica all’infinito la propria emozione. Si  ha il sentimento di far parte di una realtà diversa, superiore, che dà luogo a una sorta di “devozione.  Il termine “fan” (abbreviazione di fanatic, cioè fanatico) è il corrispettivo secolarizzato di  “devoto”. La qualifica di “idoli” data ai loro beniamini ha una profonda corrispondenza con la realtà.</p>
<p>Questi raduni di massa possono avere il loro valore artistico e veicolare talora messaggi nobili e positivi, come la pace e l’amore. Sono “liturgie”, nel senso originario e profano del termine, cioè spettacoli offerti al pubblico, per dovere, o per ottenerne il favore. Non hanno però  nulla a che vedere con l’autentica esperienza del sacro. Nel titolo “Divina liturgia”, l’aggettivo divina è stato aggiunto proprio per distinguerla dalle liturgie umane. C&#8217;è una differenza qualitativa tra le due cose. </p>
<p>Proviamo a vedere  attraverso quali mezzi la Chiesa può essere, per gli uomini d’oggi, il luogo privilegiato di una vera esperienza di Dio e del trascendente. La prima occasione a cui si pensa, anche per la somiglianza esterna, sono i grandi raduni promossi dalle varie Chiese cristiane. Pensiamo, per esempio, alle giornate mondiali della gioventù,  e agli innumerevoli eventi &#8211; congressi, convegni e convocazioni &#8211; a cui prendono parte decine (a volte centinaia) di migliaia di persone in tutto il mondo. Non si conta il numero di persone per le quali tali eventi sono stati l’occasione di una esperienza forte di Dio e l’inizio di un rapporto nuovo e personale con Cristo.</p>
<p>Quello che fa la differenza tra questo tipo di incontri di massa e quelli descritti sopra è che qui il protagonista non è una personalità umana, ma Dio. Il senso del sacro che in essi si sperimenta è l’unico veramente genuino, e non un suo surrogato, perché è suscitato dal Santo dei Santi, e non da un “idolo”. </p>
<p>Questi, tuttavia, sono eventi straordinari, ai quali non tutti e non sempre possono partecipare. L’occasione per eccellenza e più comune, per un’esperienza del sacro nella Chiesa, è la liturgia. La liturgia cattolica si è trasformata, in poco tempo, da azione a forte impronta sacrale e sacerdotale,  in azione più comunitaria e partecipata, dove tutto il popolo di Dio ha la sua parte, ognuno con il proprio ministero. </p>
<p>Vorrei cercare di dire come io vedo e spiego a me stesso questo cambiamento. Non è assolutamente per ergermi a giudice del passato, ma per comprendere meglio il presente. Il presente nella Chiesa non è mai rinnegamento del passato, ma suo arricchimento; oppure, come in questo caso, superamento del passato recente per recuperare quello più antico e originario. </p>
<p>Nell’evoluzione della Chiesa intesa come popolo, avviene qualcosa di simile a ciò che avviene con la Chiesa intesa come edificio. Pensiamo  ad alcune celebri basiliche e cattedrali: quante trasformazioni architettoniche nel corso dei secoli per rispondere ai bisogni e ai gusti di ogni epoca! Ma è sempre la stessa Chiesa, dedicata allo stesso santo. Se c’è una tendenza generale in atto in epoca moderna, è quella di riportare tali edifici &#8211; quando ciò è possibile e ne vale la pena – alla loro struttura e stile originari. La stessa tendenza è in atto per la Chiesa come popolo di Dio e in particolare per la sua liturgia. Il Concilio Vaticano II ne è stato un momento decisivo, ma non l’inizio assoluto. Esso ha raccolto i frutti di tanto lavoro precedente. </p>
<p>Non è  certo il caso di addentrarci qui nella storia secolare della Liturgia &#8211; altri l’hanno fatto e proprio dal punto di vista che ci interessa   Vorrei  solo evidenziare l’evoluzione che riguarda il senso del sacro. All’inizio della Chiesa e per i primi tre secoli, la liturgia è davvero una “liturgia”, cioè azione del popolo (laos, popolo, è tra le componenti etimologiche di leitourgia). Da san Giustino, dalla Traditio Apostolica di sant’Ippolito ed altre fonti del tempo, ricaviamo una visione della Messa certamente più vicina a quella riformata di oggi che a quella dei secoli che abbiamo alle spalle. Che cosa è avvenuto dopo di allora? La risposta è in una parola che non possiamo evitare: clericalizzazione! In nessun altro ambito essa ha agito più vistosamente che nella liturgia. </p>
<p>Il culto cristiano, e in particolare il sacrificio eucaristico, si trasformò rapidamente, in Oriente e in Occidente, da azione del popolo in azione del clero. Per secoli e secoli, la parte centrale della Messa, il Canone, era pronunciato in latino dal sacerdote, a bassa voce, dietro una cortina o un muro (quasi un tempio nel tempio!), fuori della vista e dell’ascolto del popolo. Il celebrante alzava la voce solo alle parole finali del Canone:  “Per omnia saecula saeculorum”, e il popolo rispondeva “Amen!” a ciò che non aveva sentito e tanto meno capito. L’unico contatto con l’Eucaristia, annunciato dal suono delle campane o del campanello, era il momento dell’elevazione dell’Ostia. </p>
<p>C’è un evidente ritorno a ciò che avveniva nel culto dell’Antico Testamento, quando il Sommo Sacerdote entrava nel Sancta sanctorum, con incensi e sangue delle vittime, e il popolo rimaneva fuori tremante, sopraffatto dal senso della maestà e inaccessibilità di Dio. </p>
<p>Il senso del sacro è qui fortissimo, ma, dopo Cristo, è esso quello giusto e genuino? Nella Lettera agli Ebrei leggiamo: Voi infatti non vi siete avvicinati &#8230; a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole&#8230;Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo (Es 19, 16-18; Dt 9,19). Voi invece vi siete accostati… a Gesù, mediatore dell&#8217;alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele (Ebr 12, 18-24). Cristo è penetrato oltre il velo e non ha richiuso il  varco dietro di sé (Ebr 10,20).</p>
<p>Il sacro ha cambiato il modo di manifestarsi: non più come mistero di maestà e potenza, ma come infinita capacità di farsi da parte, di nascondimento. Dopo la consacrazione, il celebrante dice o canta:  “Mistero della fede!”Alcuni di noi più anziani ricorderanno che una volta l’esclamazione era inserita addirittura nel mezzo della formula di consacrazione del vino: “Hic est enim calix sanguinis mei, novi et aeterni testamenti -Mysterium fidei!- qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum”. Come se la Chiesa si fermasse, a metà del racconto, stupefatta di quello che stava dicendo! </p>
<p>La riforma ha fatto bene, naturalmente, a spostare tale esclamazione alla fine della consacrazione, ma dovremmo non perdere il senso di stupore racchiuso in essa e soprattutto capire quale deve essere il motivo vero del nostro stupore. Esso deve essere dello stesso genere di quello che si legge nei carmi del Servo di Jahvé: </p>
<p>Così si meraviglieranno di lui molte nazioni;<br />
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,<br />
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato<br />
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.<br />
 (Is 52, 15- 53,1)</p>
<p>Stupore e meraviglia, sì, ma davanti a che cosa? Non alla maestà, ma all’umiliazione del Servo! Uno che aveva acutissimo questo sentimento era san Francesco d’Assisi:  “L’umanità trepidi – scriveva in una sua lettera a tutto l’Ordine –, l’universo intero tremi e il cielo esulti quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo, figlio del Dio vivo”. Ma “trepidare e tremare” per che cosa”? Ascoltiamo il seguito: “O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell&#8217;universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, I&#8217;umiltà di   Dio!” . </p>
<p>Si tratta solo di non sciupare questa possibilità offerta dalla liturgia rinnovata con improvvisazioni arbitrarie e bizzarre,  e mantenere la necessaria sobrietà e compostezza, anche quando la Messa viene celebrata in situazioni e ambienti particolari. </p>
<p>In tutte le preghiere eucaristiche passate e presenti, l’invito che segue immediatamente la consacrazione è  sempre quello a ricordare: “Unde et memores”, “facendo dunque memoria”. È la risposta al comando di Gesù: “Fate questo in memoria di me!”  Ma, di lui, che cosa dobbiamo soprattutto ricordare? “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore” (1 Cor 11, 26). </p>
<p>Cerchiamo di andare una volta oltre le parole, o meglio di dare alle parole un contenuto esistenziale e non solo rituale. Riportiamoci al momento in cui Gesú le pronunciò; cerchiamo –per quanto i racconti evangelici ci permettono di sapere – di cogliere in quali condizioni interiori quella parola “Fate questo in memoria di me!”, uscì dalla bocca del Redentore. Egli vede con chiarezza a che cosa sta andando incontro. Più volte ne ha parlato, ma come da lontano. Ora il momento è giunto; non c’è più neppure l’intervallo di tempo ad attenuare l’angoscia. Le parole: “Questo è il calice del mio sangue” non lasciano dubbi. È uno che sta andando incontro alla morte e a una morte orribile. “Qui pridie quam pateretur”: il giorno prima di soffrire la passione …</p>
<p>E cosa avviene intorno a lui? Gli apostoli trovano il modo di discutere ancora una volta su chi è il più grande (Lc 22, 24-27), come fratelli che  litigano per spartirsi l’eredità intorno al letto di morte del proprio padre. Uno di loro, fra poche ore, lo venderà per 30 denari: “In qua nocte tradebatur”: nella notte in cui veniva tradito. In queste condizioni istituisce il sacramento con il quale si impegna a rimanere con i suoi fino alla fine del mondo. Dove trovare un mistero più “tremendo e affascinante” di questo? Il giorno che il Signore ci concedesse, per un attimo solo, di gettare uno sguardo fino al fondo di questo abisso di amore e di dolore, credo che non potremmo più vivere come prima. Questo spiega perché san Pio di Pietrelcina sembrava lottare nella Messa e non riuscire a portare a termine la consacrazione.</p>
<p>Ma adesso dobbiamo completare la nostra rivisitazione della Messa. Essa non consiste solo nel Canone con la consacrazione; ci sono anche la Liturgia della Parola e la Comunione. Noi abbiamo a disposizione alcuni mezzi che in passato non esistevano, per valorizzare la Liturgia della Parola e fare anche di essa l’occasione per una esperienza del sacro. Grazie al cammino che la Chiesa ha fatto nel frattempo in molti campi, noi abbiamo un accesso nuovo, più diretto, alla Parola di Dio. Essa può risuonare con una ricchezza e intelligenza più grandi che non nel passato. </p>
<p>L’attuale liturgia è ricchissima di Parola di Dio, disposta sapientemente, secondo l’ordine della storia della salvezza, in un quadro di riti spesso riportati alla linearità e semplicità delle origini. Dobbiamo valorizzare questi mezzi. Niente può fare breccia nel cuore dell’uomo e fargli sentire la trascendente realtà di Dio, meglio che una vivente parola di Dio, proclamata con fede e aderenza alla vita, durante la liturgia. La fede – dice san Paolo – nasce dall’ascolto della parola di Cristo: Fides ex auditu  (Rm 10, 17).</p>
<p>Tante parole di Gesú, magari ascoltate poco prima nel Vangelo del giorno, al momento della consacrazione tornano a risuonare nel cuore, come pronunciate di nuovo dal loro autore vivo e realmente presente sull’altare. Io ricorderò sempre il giorno che, dopo aver commentato nel Vangelo la parola di Gesú: “Ecco, ora qui c’è più di Giona; ora qui c’è più di Salomone” (cf. Mt 12, 41-42), rialzandomi dalla genuflessione dopo la consacrazione, mi venne da esclamare dentro di me, convinto e pieno di stupore: “Ecco, ora qui c’è più di Salomone!”. </p>
<p>Anche la lettura dall’Antico Testamento, dal confronto con il brano evangelico, sprigiona significati nuovi e illuminanti. Nel passaggio dalla figura alla realtà, la mente &#8211; diceva sant’Agostino &#8211; si accende come “una torcia in movimento” . Come ai due discepoli di Emmaus, Gesú continua a spiegarci “quello che in tutte le Scritture si riferisce a lui” (cf. Lc 24,27).</p>
<p>E poi, dicevo, la Comunione. Come può la liturgia fare, anche di questo momento, l’occasione per una esperienza del sacro, non solo a livello individuale, ma anche comunitario? Direi, con il silenzio. Esistono due specie di silenzio: un silenzio che possiamo chiamare ascetico e un silenzio mistico. Un silenzio con il quale la creatura cerca di elevarsi fino a  Dio e un silenzio provocato da  Dio che si fa vicino alla creatura. Il silenzio che segue la Comunione è un silenzio mistico, come quello che si osserva nelle teofanie dell’Antico Testamento. Dopo la comunione dovremmo ripetere a noi stessi la parola del profeta Sofonia (1,7): “Silenzio alla presenza del Signore  Dio!” Non dovrebbe mancare mai qualche momento, anche se breve, di assoluto silenzio dopo la Comunione.</p>
<p>La tradizione cattolica ha sentito il bisogno di prolungare e dare più spazio a questo momento di personale contatto con il Cristo eucaristico e ha sviluppato nei secoli, soprattutto a partire dal sec. XIII, il culto dell’Eucaristia fuori della Messa. Esso non è un culto a parte, staccato e indipendente dal sacramento;  è un continuare a “fare memoria” di Cristo: dei suoi misteri e delle sue parole, un modo di “ricevere” Gesú sempre più in profondità nella nostra vita. Un modo di interiorizzare il mistero ricevuto. L’adorazione eucaristica è il segno più chiaro che l’umiltà e il nascondimento di Cristo nell’Eucaristia non ci fanno dimenticare che siamo in presenza del “Santissimo”, di colui che, con il Padre e lo Spirito Santo, ha creato il cielo e la terra.</p>
<p>Dove essa viene praticata – da parrocchie, individui e comunità – i suoi frutti sono visibili, anche come momento di evangelizzazione. Una chiesa piena di fedeli in perfetto silenzio, durante un’ora di adorazione davanti al Santissimo esposto, farebbe dire a chi entrasse, per caso, in quel momento: “Qui c’è Dio!”. Ricordo il commento di un non-cattolico, al termine di un’ora di adorazione eucaristica silenziosa, in una grande chiesa parrocchiale degli Stati Uniti, gremita di fedeli: “Adesso capisco –disse a un amico – cosa intendete voi cattolici quando parlate di “presenza reale”! </p>
<p>Se c’è un motivo per cui io rimpiango il latino, è che con la sua scomparsa stanno scomparendo dall’uso alcuni canti nati per questi momenti e che sono serviti a generazioni di credenti di tutte le lingue per esprimere la loro calda devozione al Gesú dell’Eucaristia: l’Adoro te devote, l’Ave verum, il Panis angelicus. Essi sopravvivono ormai quasi solo per la musica che artisti celebri hanno scritto su quei testi. </p>
<p>Noi “ministri di  Cristo e dispensatori dei misteri di   Dio” (1 Cor 4,1) e, in modi diversi, ogni fedele impegnato nel culto della Chiesa, potremmo sentirci schiacciati e impotenti davanti a un compito così sublime. Ne avremmo tutte le ragioni. Come aiutare gli uomini di oggi a fare, nella liturgia, una esperienza del sacro e del soprannaturale, noi che sperimentiamo in noi stessi tutta la pesantezza della carne e la sua refrattarietà allo spirito? Anche qui la risposta è sempre la stessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo!” Egli, che è definito “l’anima della Chiesa”, è anche l’anima della sua liturgia, la luce e la forza dei riti. </p>
<p>È un dono che la riforma liturgica del Vaticano II abbia messo nel cuore della Messa l’epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito Santo: prima sul pane e sul vino e poi sull’intero corpo mistico della Chiesa. Io ho un grande rispetto per la veneranda preghiera eucaristica del Canone Romano e amo utilizzarla ancora, qualche volta, essendo quella con cui fui ordinato sacerdote. Non posso, però, non notare con rammarico la totale assenza in essa dello Spirito Santo. Al posto dell’attuale epiclesi  consacratoria sul pane e sul vino, troviamo, in esso, la formula generica: “Santifica, o  Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione…”.</p>
<p>È stata, anche questa, una triste conseguenza della polemica tra Oriente e Occidente. Essa ha spinto, in passato, noi Latini a mettere tra parentesi il ruolo dello Spirito Santo per attribuire tutta l’efficacia alle parole dell’istituzione e ha spinto i Greci a mettere tra parentesi le parole dell’istituzione per attribuire tutta l’efficacia all’azione dello Spirito Santo. Come se il mistero si compisse per una specie di reazione chimica di cui si può determinare l’istante preciso in cui avviene.</p>
<p>C‘è tuttavia una perla che il Canone Romano ha tramandato di generazione in generazione e che la riforma liturgica ha giustamente conservato e inserito in tutte le nuove preghiere eucaristiche: appunto la dossologia finale:  “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te,  Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”: Per ipsum, cum ipso et in ipso est tibi, Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria per omnia saecula saeculorum. </p>
<p>Questa formula esprime una verità  fondamentale che san Basilio ha formulato nel primo trattato scritto sullo Spirito Santo. Sul piano dell’essere, o dell’uscita delle creature da Dio, scrive, tutto parte dal Padre, passa per il Figlio e giunge a noi nello Spirito; nell’ordine della conoscenza, o del ritorno delle creature a Dio, tutto comincia con lo Spirito Santo, passa per il Figlio Gesù Cristo e ritorna al Padre . Essendo la liturgia il momento per eccellenza del ritorno delle creature a  Dio, tutto in essa deve partire e prendere slancio dallo Spirito Santo.</p>
<p>Il messale antico conteneva tutta una serie di preghiere che il sacerdote doveva recitare in preparazione alla Messa. Oggi non potremmo preparaci alla celebrazione meglio che con una breve, ma intensa preghiera allo Spirito Santo perché rinnovi in noi l’unzione sacerdotale e metta nel nostro cuore lo stesso impulso che mise nel cuore di Cristo di offrici al Padre in sacrificio di soave odore. L’Epistola agli Ebrei dice che Gesú, “mosso da Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio” (Ebr 9,14). Preghiamo affinché quello che è avvenuto nel Capo possa avvenire anche in noi, membra del suo corpo. </p>
<p>  1.Rudolph  Otto, Il Sacro (Das Heilige, 1917).<br />
  2.St. Augustine, Confessions, VII, 10.<br />
  3.Ib. XI, 9.<br />
  4.Max Horkheimer.<br />
  5.Cf. Mario Righetti, Storia Liturgica, vol. III (La Messa), Milano 1966.<br />
  6.Francesco d’Assisi, Lettera al capitolo generale, 2 (FF 221).<br />
  7.Agostino, Ep. 55, 11, 21.<br />
  8.Cf. Basilio di Cesarea, Sullo Spirito Santo XVIII, 47 (PG 32 , 153).</p>
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		<title>“ DIO È AMORE!” - Terza Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 12:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbiamo bisogno della teologia! Per la vostra e la mia consolazione, Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, questa meditazione sarà centrata tutta e solo su Dio. La teologia, cioè il discorso su Dio, non può rimanere estranea alla realtà del Sinodo, come non può rimanere estranea a ogni altro momento della vita della Chiesa.[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Abbiamo bisogno della teologia!</strong></p>
<p>Per la vostra e la mia consolazione, Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, questa meditazione sarà centrata tutta e solo su  Dio. La teologia, cioè il discorso su   Dio,  non può rimanere estranea alla realtà del Sinodo, come non può rimanere estranea a ogni altro momento della vita della Chiesa. Senza la teologia, la fede diventerebbe facilmente morta ripetizione; mancherebbe dello strumento principale per la sua inculturazione.<br />
Per assolvere questo compito, la teologia ha bisogno, essa stessa, di un rinnovamento profondo. Quello di cui il popolo di Dio ha bisogno è una teologia che non parli di Dio sempre e soltanto “in terza persona”, con categorie mutuate spesso dal sistema filosofico del momento, incomprensibili fuori della ristretta cerchia degli “iniziati”. È scritto che “il Verbo si è fatto carne”, ma in teologia, spesso il Verbo si è fatto solo idea! Karl Barth auspicava l’avvento di una teologia “capace di essere predicata”, ma questo auspicio mi sembra lontano dall’essersi  ancora realizzato. San Paolo ha scritto:</p>
<p>Lo Spirito conosce bene ogni cosa, anche le profondità di  Dio…. I segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato (1 Cor 2, 10-12).<br />
Ma dove trovare ormai  una teologia che faccia leva sullo Spirito Santo, più che su categorie di sapienza umana, per conoscere “le profondità di  Dio”? Bisogna, per questo, ricorrere a materie dette “opzionali”: alla “Teologia spirituale”, oppure alla “Teologia pastorale”.  Henri de Lubac ha scritto: “Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. È, al contrario, l’insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta. Questo era vero della prima predicazione cristiana, quella degli apostoli, ed è vero ugualmente della predicazione di coloro che sono ad essi succeduti nella Chiesa: i Padri, i Dottori e i nostri Pastori nell’ora presente” .<br />
Sono convinto che non c’è alcun contenuto della fede, per quanto elevato, che non possa essere reso comprensibile a ogni intelligenza aperta alla verità. Se c’è una cosa che possiamo imparare dai Padri della Chiesa è che si può essere profondi senza essere oscuri. San Gregorio Magno dice che la Sacra Scrittura è “semplice e profonda, come un fiume in cui, per così dire, un agnello può camminare e un elefante può nuotare” . La teologia dovrebbe ispirarsi a questo modello. Ognuno dovrebbe potervi trovare pane per i suoi denti: il semplice, il suo nutrimento e il dotto, cibo raffinato per il suo palato. Senza contare che spesso viene rivelato ai “piccoli” quello che rimane nascosto “ai sapienti e gli intelligenti”.</p>
<p>Ma chiedo scusa che sto tradendo la mia promessa iniziale. Non è un discorso sul rinnovamento della teologia che intendo fare in questa sede. Non avrei alcun titolo per farlo. Vorrei piuttosto mostrare come la teologia, intesa nel senso accennato, può contribuire a presentare in modo significativo il messaggio evangelico all’uomo d’oggi e a dare linfa nuova alla nostra fede e alla nostra preghiera. </p>
<p>La notizia più bella che la Chiesa ha il compito di far risuonare nel mondo,  quella che ogni cuore umano attende di sentire, è: “Dio ti ama!” Questa certezza deve scardinare e sostituire quella che ci portiamo dentro da sempre: “Dio ti giudica!” La solenne affermazione di Giovanni: “Dio è amore” (1 Gv 4,8) deve accompagnare, come una nota di fondo, ogni annuncio cristiano, anche quando dovrà ricordare, come fa il Vangelo, le esigenze pratiche di questo amore.</p>
<p>Quando invochiamo lo Spirito Santo &#8211; anche nella presente occasione del Sinodo &#8211; noi pensiamo in primo luogo allo Spirito Santo come luce che ci illumina sulle situazioni e ci suggerisce le soluzioni giuste. Pensiamo meno allo Spirito Santo come amore; invece è questa la prima e più essenziale operazione dello Spirito di cui la Chiesa ha bisogno. Solo la carità edifica; la conoscenza &#8211; anche quella teologica, giuridica ed ecclesiastica &#8211; spesso non fa che gonfiare e dividere. Se ci domandiamo perché siamo così ansiosi di conoscere (e oggi, così eccitati alla prospettiva dell’intelligenza artificiale!) e così poco, invece, preoccupati di amare, la risposta è semplice: è che la conoscenza si traduce in potere, l’amore invece in servizio!<br />
Lo stesso Henri de Lubac ha scritto: “Occorre che il mondo lo sappia: la rivelazione del Dio Amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità” . A tutt’oggi non abbiamo finito (né si finirà mai) di trarre tutte le conseguenze dalla rivoluzione evangelica su Dio come amore. In questa meditazione vorrei mostrare come, partendo dalla rivelazione di Dio come amore, si illuminano di luce nuova i principali misteri della nostra fede: la Trinità, l’Incarnazione e la Passione di Cristo e diventa meno difficile farli comprendere dalla gente. Quando san Paolo definisce i ministri di Cristo “dispensatori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1), intende questi misteri della fede, non  si riferisce a dei riti e neppure in primo luogo ai sacramenti.</p>
<p><strong>Perché la Trinità</strong></p>
<p>Iniziamo dal mistero della Trinità: perché noi cristiani crediamo che  Dio è uno e trino? Mi sono trovato più di una volta a predicare la parola di Dio a cristiani che vivono in paesi a maggioranza islamica, nei quali, tuttavia, c’è una relativa tolleranza e possibilità di dialogo, come avviene negli Emirati Arabi. Sono persone, per lo più immigrati, impiegati come mano d’opera. Essi  mi hanno chiesto a volte cosa rispondere alla domanda che viene loro rivolta nei luoghi di lavoro: “Perché voi cristiani dite di essere dei monoteisti, se non credete in un Dio unico e solo?”<br />
Dico cosa ho consigliato loro di rispondere, perché è la spiegazione che dovremmo dare a noi stessi e a chi ci interroga sullo stesso problema. Noi crediamo in un Dio uno e trino perché crediamo che Dio è amore. Ogni amore è amore di qualcuno, o di qualcosa; non si dà un amore a vuoto, senza oggetto, come non si dà conoscenza che non sia conoscenza di qualcuno o di qualcosa.<br />
Orbene, chi ama Dio per essere definito amore? L&#8217;universo? L&#8217;umanità?  Ma allora è amore solo da qualche decina di miliardi di anni, da quando cioè esiste l’universo fisico e l’umanità. Prima di allora chi amava Dio per essere l&#8217;amore, dal momento che Dio non può cambiare e cominciare ad essere ciò che in precedenza non era? I pensatori greci, concependo Dio soprattutto come &#8220;pensiero&#8221;, potevano rispondere, come fa Aristotele nella sua Metafisica: Dio pensava se stesso; era &#8220;puro pensiero&#8221;, &#8220;pensiero di pensiero&#8221; .  Ma questo non è più possibile, nel momento in cui si dice che Dio è amore, perché il &#8220;puro amore di se stesso&#8221; sarebbe solo egoismo o narcisismo.<br />
Ed ecco la risposta della rivelazione, definita nel concilio di Nicea del 325. Dio è amore da sempre, ab aeterno, perché prima ancora che esistesse un oggetto fuori di sé da amare, aveva in se stesso il Verbo, “il Figlio unigenito” che amava con un amore infinito che è lo Spirito Santo.<br />
Tutto questo non spiega come l&#8217;unità possa essere contemporaneamente trinità, mistero inconoscibile da noi perché avviene solo in  Dio. Ci aiuta però a intuire perché in Dio l&#8217;unità deve essere anche comunione e pluralità. Dio è amore: perciò è Trinità! Un Dio che fosse pura conoscenza o pura legge, o potere assoluto, non avrebbe certamente bisogno di essere trino. Questo anzi complicherebbe le cose. Nessun triumvirato e nessuna diarchia sono mai durati a lungo nella storia!<br />
Anche i cristiani credono dunque nell’unità di Dio e sono perciò monoteisti; un’unità, però, non matematica e numerica, ma d’amore e di comunione. Se c’è qualcosa che l’esperienza dell’annuncio dimostra essere ancora capace di aiutare gli uomini d’oggi, se non a spiegare, almeno a farsi un’idea della Trinità, questo, ripeto, è proprio quello che fa perno sull’amore. Dio è “atto puro” e questo atto è un atto d’amore, dal quale emergono, simultaneamente e ab aeterno, un amante, un amato e l’amore che li unisce. </p>
<p>Il mistero dei misteri non è, a pensarci bene, la Trinità, ma capire cos’è in realtà l’amore! Essendo esso l’essenza stessa di Dio, non ci sarà dato di capire appieno cos’è l’amore neppure nella vita eterna. Ci sarà dato, tuttavia, qualcosa di meglio che conoscerlo, e cioè possederlo e saziarcene eternamente. Non si può abbracciare l’oceano, ma vi si può entrare dentro! </p>
<p><strong>Perché l’incarnazione?</strong></p>
<p>Passiamo all’altro grande mistero da credere e da annunciare al mondo: l’Incarnazione del Verbo. Alla luce della rivelazione di  Dio come amore, anch’esso, vedremo, acquista una nuova dimensione. Domando perdono se in questa parte chiedo forse uno sforzo di attenzione superiore a quello che è lecito chiedere agli ascoltatori in una predica, ma credo che lo sforzo valga la pena di essere fatto almeno una volta in vita.<br />
Ripartiamo dalla famosa domanda di sant’Anselmo (1033-1109): “Perché Dio si è fatto uomo?” Cur Deus homo? È nota la sua risposta. È perché solamente uno che fosse nello stesso tempo uomo e Dio poteva riscattarci dal peccato. Come uomo, infatti, egli poteva rappresentare tutta l’umanità e, come Dio, quello che faceva aveva un valore infinito, proporzionato al debito che l’uomo aveva contratto con Dio peccando.<br />
La risposta di sant’Anselmo è perennemente valida, ma non è l’unica possibile, e neppure del tutto soddisfacente. Nel credo professiamo che il Figlio di Dio si è fatto carne “per noi uomini e per la nostra salvezza”, ma non si limita la nostra salvezza alla sola remissione dei peccati, tanto meno di un peccato particolare, quello originale. Resta spazio, dunque, per un approfondimento della fede.<br />
È quello che cerca di fare il beato Duns Scoto (1265 &#8211; 1308).  Dio – dice &#8211; si è fatto uomo perché questo era il progetto divino originario, anteriore alla stessa caduta: che, cioè, il mondo &#8211; creato “per mezzo di Cristo e in vista di lui” (Col 1, 16) &#8211; trovasse in lui, “nella pienezza dei tempi”, il suo coronamento e la sua ricapitolazione (Ef 1,10).<br />
Dio, scrive Scoto, “anzitutto ama se stesso; poi “vuole essere amato da qualcuno che lo ami in grado sommo fuori di se stesso”; perciò “prevede l’unione con la natura che doveva amarlo in grado sommo”. Questo amante perfetto non poteva essere nessuna creatura, essendo finita, ma solo il Verbo eterno. Questi perciò si sarebbe incarnato “anche se nessuno avesse peccato” . Il peccato di Adamo non ha determinato il fatto stesso dell’incarnazione, ma solo la sua modalità  di espiazione mediante la passione e la morte.<br />
All’inizio di tutto c’è ancora, purtroppo, in Scoto, come si vede, un Dio da amare più che un  Dio che ama. È un residuo della visione filosofica del Dio “motore immobile”, che può essere amato, ma non può amare. “Dio – aveva scritto Aristotele &#8211; muove il mondo in quanto è amato”, cioè in quanto oggetto d’amore, non in quando ama . In linea con la visione occidentale della Trinità, Scoto pone la natura divina, non la persona del Padre, all’inizio del discorso su  Dio. E la natura, a differenza della persona, non è un soggetto che ama! In ciò i nostri fratelli ortodossi, eredi dei Padri greci, hanno visto più giusto di noi latini.<br />
Su questo punto, la Scrittura ci chiama tutti, credo, a fare oggi un passo avanti, anche rispetto a Scoto, sempre consapevoli, tuttavia, che le nostre affermazioni su Dio altro non sono che labili segni tracciati col dito sulla superficie dell’oceano. Dio Padre decide l’incarnazione del Verbo non perché vuole avere fuori di sé qualcuno che lo ami in modo degno di sé, ma perché vuole avere fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé! Non per ricevere amore, ma per effonderlo. Presentando Gesù al mondo, nel Battesimo e nella Trasfigurazione, il Padre celeste dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mc 1, 11; 9,7); non dice: “l’amante”, ma “l’amato”.<br />
Solo il Padre, nella Trinità (e in tutto l’universo!), non ha bisogno di essere amato per esistere; ha bisogno soltanto di amare. Questo è ciò che garantisce il ruolo del Padre come fonte e origine unica della Trinità, mantenendo, nello stesso tempo, la perfetta uguaglianza di natura tra le tre divine persone. C’è, all’origine di tutto, la folgorante intuizione di Agostino e della scuola nata da lui. Essa definisce il Padre come l’amante, il Figlio come l’amato e lo Spirito Santo come l’amore che li unisce  . In ciò anche noi Latini abbiamo qualcosa di prezioso e di essenziale da offrire per una sintesi ecumenica. Grazie a Dio, una piena riconciliazione tra le due teologie non sembra più tanto difficile e lontana, ciò che segnerebbe un passo avanti decisivo verso l’unità delle Chiese. </p>
<p><strong>Perché la passione?</strong></p>
<p>Veniamo ora al terzo grande mistero: la passione di Cristo che ci apprestiamo a celebrare a Pasqua. Vediamo come, partendo dalla rivelazione di Dio come amore, anch’esso si illumina di luce nuova. “Dalle sue piaghe siete stati guariti”: con queste parole, dette del Servo di Jahvè (Is 53, 5-6), la fede della Chiesa ha espresso il significato salvifico della morte di Cristo (1 Pt 2,24). Ma possono piaghe, croce e dolore &#8211; fatti negativi e, come tali, solo privazione di bene &#8211; produrre una realtà positiva qual è la salvezza di tutto il genere umano? La verità è che noi non siamo stati salvati dal dolore di Cristo, ma dal suo amore! Più precisamente, dall’amore che si esprime nel sacrificio di se stesso. Dall’amore crocifisso! </p>
<p>Ad Abelardo che, già a suo tempo, trovava ripugnante l’idea di un Dio che si “compiace” della morte del Figlio, san Bernardo rispondeva: “Non fu la sua morte che gli piacque, ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi”: “Non mors, sed voluntas placuit sponte morientis” .<br />
Il dolore di Cristo conserva tutto il suo valore e la Chiesa non smetterà mai di meditare su di esso: non, però, come causa, per se stesso, di salvezza, ma come segno e dimostrazione dell’amore: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rom 5,8). La morte è il segno, l’amore il significato. L’evangelista san Giovanni pone come una chiave di lettura all’inizio del suo racconto della Passione: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1).<br />
Questo toglie alla passione di Cristo una connotazione che ha sempre lasciato perplessi e insoddisfatti: l’idea, cioè, di un prezzo e di un riscatto da pagare a Dio (o, peggio, al demonio!), di un sacrificio con cui placare l’ira divina. In realtà, è piuttosto Dio che ha fatto il grande sacrificio di darci il suo Figlio, di non “risparmiarselo”, come Abramo fece il sacrificio di non risparmiarsi il figlio Isacco (Gen 22, 16; Rom 8, 32). Dio è più il soggetto che il destinatario del sacrificio della croce! </p>
<p><strong>Un amore degno di Dio</strong></p>
<p>Adesso dobbiamo vedere cosa cambia nella nostra vita la verità che abbiamo contemplato nei misteri di Trinità, Incarnazione e Passione di Cristo. E qui ci aspetta la sorpresa che non manca mai quando si cerca di approfondire i tesori della fede cristiana. La sorpresa è scoprire che, grazie alla nostra incorporazione a Cristo, anche noi possiamo amare Dio con un amore infinito, degno di lui!<br />
San Paolo scrive che: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rom 5,5). L’amore che è stato riversato in noi è quello stesso con cui il Padre, da sempre, ama il Figlio, non un amore diverso! “Io in loro e tu in me  -dice Gesú al Padre-  perché l&#8217;amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17, 23. 26). Notare: “l’amore con cui mi hai amato”, non uno diverso. È un traboccare dell’amore divino dalla Trinità a noi. Dio comunica all’anima –scrive san Giovanni della Croce &#8211; “lo stesso amore che comunica al Figlio, anche se ciò non avviene per natura, come nel caso del Figlio, ma per unione” .<br />
La conseguenza è che noi possiamo amare il Padre con l’amore con cui lo ama il Figlio e possiamo amare Gesù con l’amore con cui lo ama il Padre. Tutto, grazie allo Spirito Santo che è quello stesso amore. Cosa diamo, allora, a Dio di nostro, quando gli diciamo: “Ti amo!”? Nient’altro che l’amore che riceviamo da lui! Nulla dunque, assolutamente, da parte nostra? È forse il nostro amore per Dio nient’altro che un “rimbalzare” del suo stesso amore verso di lui, come l’eco che rimanda il suono alla sua sorgente?<br />
Non in questo caso! L’eco del suo amore ritorna a Dio dalla cavità del nostro cuore, ma con una novità che per Dio è tutto: il profumo della nostra libertà e della nostra gratitudine di figli! Tutto questo si realizza, in modo esemplare, nell’Eucaristia. Cosa facciamo in essa, se non offrire al Padre, come “nostro sacrificio”, quello che, in realtà, il Padre stesso ha donato a noi, e cioè il suo Figlio Gesù?<br />
Noi possiamo dire a Dio Padre: “Padre, ti amo con l’amore con cui ti ama il tuo Figlio Gesù!” E dire a Gesù: “Gesù, ti amo con l’amore con cui ti ama il Padre tuo celeste”. E sapere con certezza che non è una pia illusione! Ogni volta che, pregando, cerco di farlo io stesso, mi torna alla mente l’episodio di Giacobbe che si presenta al padre Isacco per ricevere la benedizione, spacciandosi per il fratello maggiore (Gen 27, 1-23). E cerco di immaginare quello che potrebbe dire tra sé Dio Padre, in quel momento: “Veramente, la voce non è proprio quella del mio Figlio primogenito; ma le mani, i piedi e tutto il corpo sono le stesse che mio Figlio ha preso sulla terra e ha portato quassù in cielo”.<br />
E sono sicuro che mi benedice, come Isacco benedisse Giacobbe! E benedice, tutti voi Venerabili Padri, fratelli e sorelle. È lo splendore della nostra fede di cristiani. Speriamo di essere in grado di trasmetterne qualche frammento agli uomini e alle donne del nostro tempo, che sono assetati d’amore, ma ne ignorano la sorgente.     </p>
<p>  1.H. de Lubac, Exégèse médièvale, I, 2, Parigi 1959, p. 670.<br />
  2.Gregorio Magno,  Moralia in Job, Epist. Missoria, 4 (PL 75, 515).<br />
  3.Henri de Lubac, Histoire et Esprit, Aubier, Paris 1950.<br />
  4.Aristotele, Metafisica, XII,7, 1072b.<br />
  5.Duns Scoto, Opus Parisiense, III, d. 7, q. 4 (Opera omnia, XXIII, Parigi 1894, p. 303).<br />
  6.Aristotele, Metafisica, XII,7, 1072b.<br />
  7.Agostino, De Trinitate,VIII, 9,14; IX, 2,2; XV,17,31;  Riccardo di San Vittore, De Trin. III,2.18;  Bonaventura, I Sent. d. 13, q.1.<br />
  8.Bernardo di Chiaravalle, Contro gli errori di Abelardo, VIII, 21-22: “Non mors, sed voluntas placuit sponte morientis”.<br />
  9.Giovanni della Croce, Cantico spirituale A, strofa 38, 4.</p>
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		<title>“IL VANGELO È POTENZA DI  DIO PER CHIUNQUE CREDE” (Rom 1, 16) -  Seconda Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Mar 2023 12:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall’Evangelii Nuntiandi di san Paolo VI all’Evangelii gaudium dell’attuale Sommo Pontefice, il tema dell’evangelizzazione è stato al centro dell’attenzione del Magistero papale. Ad esso hanno contribuito le grandi encicliche di san Giovanni Paolo II, come pure l’istituzione del Pontificio consiglio per l’evangelizzazione, promosso da Benedetto XVI. La stessa preoccupazione si nota nel titolo dato alla[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall’Evangelii Nuntiandi di san Paolo VI all’Evangelii gaudium dell’attuale Sommo Pontefice, il tema dell’evangelizzazione è stato  al centro dell’attenzione del Magistero papale. Ad esso hanno contribuito le grandi encicliche di san Giovanni  Paolo II, come pure l’istituzione del Pontificio consiglio per l’evangelizzazione, promosso da Benedetto XVI. La stessa preoccupazione si nota nel titolo dato alla costituzione per la riforma della Curia Praedicate Evangelium e nella denominazione “Dicastero per l’Evangelizzazione”, data all’antica Congregazione di Propaganda Fide. La stessa finalità  è assegnata ora principalmente al Sinodo della Chiesa. E’ ad essa, cioè all’evangelizzazione, che vorrei dedicare la presente meditazione.<br />
La definizione più breve e più pregnante dell’evangelizzazione è quella che si legge nella Prima Lettera di Pietro. In essa, gli apostoli sono definiti: “coloro che vi hanno annunciato il Vangelo nello Spirito Santo” (1 Pt 1, 12). Vi è espresso l’essenziale sull’evangelizzazione, e cioè il suo contenuto &#8211; il Vangelo &#8211; e il suo metodo &#8211; nello Spirito Santo.<br />
Per sapere cosa si intende con la parola “Vangelo”, la via più sicura è chiederlo a colui che per primo ha usato questa parola greca e l’ha resa canonica nel linguaggio cristiano,  l’apostolo Paolo. Abbiamo la fortuna di possedere un esposto di suo pugno che spiega cosa egli intende per “Vangelo”, ed è la Lettera ai Romani. Il tema di essa viene annunciato con le parole: “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di  Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16).<br />
Per la riuscita di ogni nuovo sforzo di evangelizzazione è vitale avere chiaro il nucleo essenziale dell’annuncio cristiano, e questo nessuno lo ha messo in luce meglio dell’apostolo nei primi tre capitoli della Lettera ai Romani. Dal capire e applicare alla situazione attuale il suo messaggio dipende, sono convinto, se dai nostri sforzi nasceranno figli di  Dio, o se si dovrà ripetere amaramente con Isaia: “Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire:era solo vento; non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo” (Is 26,18).<br />
Il messaggio dell’Apostolo in quei primi tre capitoli della sua Lettera si può riassumere in due punti: primo, qual è la situazione dell’umanità dinanzi a Dio in seguito al peccato; secondo, come si esce da essa, cioè come si è salvati per la fede e fatti nuova creatura.  Seguiamo l’Apostolo nel suo serrato ragionamento. Meglio, seguiamo lo Spirito che parla per mezzo di lui. Chi ha fatto dei viaggi in aereo, avrà ascoltato qualche volta l’annuncio: “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo per entrare in una zona di turbolenza”. Bisognerebbe far risuonare lo stesso avvertimento a chi si accinge a leggere le parole che seguono di Paolo.<br />
L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli; di quadrupedi e di rettili (Rm 1, 18-23).</p>
<p>Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato, come si vede, nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, l’Apostolo lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio. Strano!  Questo fatto di non glorificare e ringraziare abbastanza  Dio, a noi sembra, sì, un peccato, ma non così terribile e mortale. Bisogna capire cosa si nasconde dietro di esso: il rifiuto di riconoscere Dio come Dio, il non tributare a lui la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”. </p>
<p>Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3). Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di cancellare, di propria iniziativa, quasi di prepotenza, la differenza infinita che c’è tra essa e Dio. Il peccato attacca, in tal modo, la radice stessa delle cose; è un “soffocare la verità nell’ingiustizia”. È qualcosa di molto più fosco e terribile di quanto l’uomo possa immaginare o dire. Se gli uomini conoscessero da vivi, come lo conosceranno al momento della morte, cosa significa il rifiuto di Dio, morirebbero di spavento.</p>
<p>Tale rifiuto ha preso corpo, abbiamo sentito, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore. Nell’idolatria l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio; è lui a decidere di Dio, non viceversa. I ruoli vengono invertiti: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss). Oggi questo tentativo antico ha preso una veste nuova. Essa non consiste nel mettere qualcosa &#8211; neppure se stessi &#8211; al posto di  Dio, ma nell’abolire, puramente e semplicemente, il ruolo indicato dalla parola “ Dio”. Nichilismo! Il Nulla al posto di Dio. Ma non è il caso di trattenerci su ciò in questo momento; interromperebbe l’ascolto dell’Apostolo che invece continua il suo ragionamento serrato. </p>
<p>Paolo prosegue la sua requisitoria mostrando i frutti che scaturiscono, sul piano morale, dal rifiuto di Dio. Da esso deriva una generale dissoluzione dei costumi, un vero e proprio “torrente di perdizione” che trascina l’umanità in rovina. E qui l’Apostolo traccia un quadro impressionante dei vizi della società pagana. La cosa più importante da ritenere, da questa parte del messaggio paolino, non è, però, questa lista di vizi, presente, tra l’altro, anche presso i moralisti stoici del tempo. La cosa a prima vista sconcertante è che san Paolo fa di tutto questo disordine morale, non la causa, ma l’effetto dell’ira divina. Per ben tre volte ritorna la formula che afferma ciò in modo inequivocabile:</p>
<p>Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità. [...] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami [...]. Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa di un’intelligenza depravata (Rm 1, 24.26.28).</p>
<p>Dio non “vuole” certamente tali cose, ma egli le “permette” per far comprendere all’uomo dove porta il rifiuto di lui. “Queste azioni &#8211; scrive sant’Agostino &#8211; sebbene siano castigo, sono esse pure dei peccati, perché la pena dell’iniquità è di essere, essa stessa, iniquità; Dio interviene a punire il male e dalla sua stessa punizione pullulano altri peccati” .</p>
<p>Non ci sono distinzioni davanti a  Dio tra giudei e greci, tra credenti e pagani: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rom 3, 23). L’Apostolo ci tiene tanto a mettere in chiaro questo punto che ad esso dedica l’intero capitolo secondo e parte del terzo della sua Lettera. È tutta l’umanità che si trova in questa situazione di perdizione, non  questo o quell’ individuo o popolo.</p>
<p>Dove sta, in tutto questo, l’attualità del messaggio dell’Apostolo di cui parlavo? Sta nel rimedio che il Vangelo propone a questa situazione. Esso non consiste nell’impegnarsi in una lotta per la riforma morale della società, per la correzione dei suoi vizi. Sarebbe, per lui, come voler sradicare un albero cominciando a togliergli le foglie o i rami più sporgenti, oppure un preoccuparsi di eliminare la febbre, anziché curare il male che la provoca.<br />
Tradotto in linguaggio attuale, questo significa che l’evangelizzazione non comincia con la morale, ma con il kerygma; nel linguaggio del Nuovo Testamento, non con la Legge, ma con il Vangelo. E qual è il contenuto, o il nucleo centrale, di esso? Cosa intende Paolo per “Vangelo” quando dice che esso “è potenza di  Dio per chiunque crede”? Credere in che cosa? “Si è manifestata la giustizia di Dio!” (Rm 3, 21): ecco qual è la novità. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene. Il fatto nuovo è che, nella pienezza dei tempi, Dio ha agito, ha rotto il silenzio, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore.<br />
Ma ascoltiamo ormai direttamente l’Apostolo che ci spiega in che cosa consiste questo “agire” di  Dio. Sono parole che abbiamo letto o ascoltato centinaia di volte, ma le arie di una bella sinfonia si ama riascoltarle sempre di nuovo:</p>
<p>Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù (Rm 3, 23-26).</p>
<p>Vorrei subito tranquillizzare tutti: non intendo fare un’ennesima predica sulla giustificazione mediante la fede. C’è un pericolo nell’insistere unicamente su questo tema. Non è una dottrina quella che Paolo ci presenta, ma un evento, anzi una persona. Noi non siamo  salvati genericamente “per la grazia”: siamo salvati per la grazia di Cristo Gesù; non siamo giustificati genericamente “mediante la fede”: siamo giustificati mediante la fede in Cristo Gesù. Tutto è cambiato “in virtù della redenzione operata da Cristo Gesú”. Il vero articolo con cui sta o cade la Chiesa (il famoso Articulum stantis et cadentis Ecclesiae) non è una dottrina, ma una persona.<br />
Io rimango senza parole ogni volta che rileggo questa parte della Lettera ai Romani. Dopo aver descritto, con i toni che abbiamo sentito, la situazione disperata dell’umanità, l’Apostolo ha il coraggio di dire che essa è radicalmente cambiata a causa di quello che è avvenuto pochi anni prima, in una oscura parte dell’impero romano, ad opera di un singolo uomo, morto per di più su una croce! Solo un “acuto” dello Spirito Santo, una sua folgorazione, poteva dare a un uomo l’ardire di credere e proclamare questa cosa inaudita. Tanto più che questo stesso uomo un tempo diventava “furibondo” se qualcuno osava proclamare in sua presenza una cosa del genere. Il diacono Stefano ne aveva fatto le spese…<br />
In noi lo shock è attutito da venti secoli di conferme, ma pensiamo a come dovevano suonare le parole dell’Apostolo a delle persone colte del tempo. Se ne rendeva conto lui stesso; per questo ha sentito il bisogno di dire: “Io non mi vergogno del Vangelo” (Rom 1,16). Ci si poteva infatti vergognare di esso. Io non riesco a capire come degli storici onesti possano credere (come è avvenuto per tanto tempo) che Paolo abbia attinto questa sua certezza dai culti ellenistici, o non so da quale altra fonte. Chi aveva mai immaginato, o poteva umanamente immaginare, una cosa del genere?<br />
Ma torniamo al nostro intento specifico che è l’evangelizzazione. Cosa impariamo dalla parola di  Dio appena riascoltata? Ai pagani, Paolo non dice che il rimedio alla loro idolatria sta nel tornare a interrogare l’universo  per risalire dalle creature a Dio; ai giudei, non dice che il rimedio sta nel tornare a osservare meglio la Legge di Mosè. Il rimedio non è in alto o indietro; è in avanti, è nell’accogliere “la redenzione operata da Cristo Gesú”.<br />
Paolo, a dire il vero, non dice una cosa del tutto nuova. Se fosse lui l’autore di questo inaudito messaggio, avrebbero ragione quelli che dicono che il vero fondatore del cristianesimo è Saulo di Tarso, non Gesú di Nazareth. Ma si sbagliano! Paolo non fa che riprendere, adattandolo alla situazione del momento, l’annuncio inaugurale della predicazione di Gesú: “Il tempo è compiuto e il regno di  Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Sulla sua bocca “convertitevi” non voleva dire, come nei profeti antichi e in Giovanni Battista: “Tornate indietro, osservate la Legge i comandamenti!”; significa piuttosto:  “Fate un balzo in avanti; entrate nel Regno che è venuto gratuitamente tra voi! Credete al Vangelo! Convertirsi è credere. “La prima conversione consiste nel credere”, ha scritto san Tommaso d’Aquino: Prima conversio fit per fidem  .<br />
Né il discorso di Gesú né quello di Paolo si fermano, naturalmente, a questo punto. Nella sua predicazione Gesú esporrà cosa comporta accogliere il Regno e Paolo dedicherà tutta la seconda parte della sua Lettera a elencare le opere, o le virtù, che devono caratterizzare chi è diventato creatura nuova. Al kerygma fa seguire la parenesi, all’annuncio l’esortazione.  L’importante è l’ordine da seguire nella vita e nell’annuncio, da dove cominciare, giacché, diceva già san Gregorio Magno “non si perviene alla fede partendo dalle virtù, ma alle virtù partendo dalla fede” . Ogni iniziativa di evangelizzazione che volesse cominciare con il riformare i costumi della società, prima di cercare di cambiare il cuore delle persone, è votata a finire nel nulla, o, peggio, in politica.<br />
Ma non è il caso di insistere neppure su ciò, in questo momento. Dobbiamo piuttosto raccogliere l’insegnamento positivo dell’Apostolo. Cosa dice la parola di  Dio a una Chiesa che &#8211; pur ferita in se stessa e compromessa agli occhi del mondo &#8211; ha un sussulto di speranza e vuole riprendere, con nuovo slancio, la sua missione evangelizzatrice? Dice che bisogna ripartire dalla persona di Cristo, parlare di lui “a tempo e fuori tempo”; non dare mai per esaurito, o supposto, il discorso su di lui. Gesú non deve stare sullo sfondo, ma al cuore di ogni annuncio.<br />
Il mondo secolare fa del tutto (e purtroppo ci riesce!) per tenere il nome di Gesú lontano, o taciuto, in ogni discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare del tutto per tenerlo sempre presente. Non per ripararci dietro di esso, ma perché è lui la forza e la vita della Chiesa. All’inizio della Evangelii gaudium, leggiamo queste parole:<br />
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui.<br />
Che io sappia, questa è la prima volta che, in un documento ufficiale del Magistero, compare l’espressione “incontro personale con Cristo”. Nonostante la sua apparente semplicità, questa espressione contiene una novità che dobbiamo cercare di capire.</p>
<p>Nella pastorale e nella spiritualità cattolica, erano familiari, in passato, altri modi di concepire il nostro rapporto con Cristo. Si parlava di un rapporto dottrinale, consistente nel credere in Cristo; di un rapporto sacramentale che si realizza nei sacramenti, di un rapporto ecclesiale, in quanto membra del corpo di Cristo che è la Chiesa; si parlava anche di un rapporto mistico o sponsale riservato ad alcune anime privilegiate. Non si parlava &#8211; o almeno non era comune parlare &#8211; di un rapporto personale – come tra un io e un tu – aperto a ogni credente.<br />
Durante i cinque secoli che abbiamo alle spalle – che impropriamente vengono detti ”della Controriforma” &#8211; la spiritualità e la pastorale cattolica hanno guardato con sospetto a questo modo di concepire la salvezza. Vi si vedeva il pericolo (tutt’altro che remoto e ipotetico del resto) del soggettivismo, cioè di concepire la fede e la salvezza come un fatto individuale, senza un vero rapporto con la Tradizione e con la fede del resto della Chiesa. Il moltiplicarsi delle correnti e delle denominazioni nel mondo Protestante non faceva che rafforzare questa convinzione.<br />
Ora  noi siamo entrati, grazie a Dio, in una fase nuova in cui ci sforziamo di vedere le differenze, non necessariamente come incompatibili tra di loro e quindi da combattere, ma, fin dove è possibile, come ricchezze da condividere. In questo nuovo clima, si capisce l’esortazione ad avere un “rapporto personale con Cristo”. Questo modo di concepire la fede ci sembra, anzi, l’unico possibile da quando la fede non è più un fatto scontato che si assorbe da bambini con l’educazione familiare e scolastica, ma è frutto di una decisione personale. Il successo di una missione non si può più misurare dal numero delle confessioni ascoltate e delle comunioni distribuite, ma da quante persone sono passate dall’essere cristiani nominali a cristiani reali, cioè convinti e attivi nella comunità.<br />
Cerchiamo di capire in che cosa consiste, in concreto, questo famoso “incontro personale” con Cristo. Io dico che è come incontrare una persona dal vivo, dopo averlo conosciuto per anni solo in fotografia. Si possono conoscere libri su Gesù, dottrine, eresie su Gesù, concetti su Gesù, ma non conoscere lui vivente e presente. (Insisto soprattutto su questi due aggettivi: un Gesú risorto e vivo e un Gesú presente!). Per tanti, anche battezzati e credenti, Gesú è un personaggio del passato, non una persona viva nel presente.<br />
Aiuta a capire la differenza quello che succede nell’ambito umano, quando si passa dal conoscere una persona all’innamorarsi di essa.  Uno può conoscere tutto di una donna o di un uomo: come si chiama, quanti anni ha, che studi ha fatto, a quale famiglia appartiene …Poi un giorno scocca una scintilla e si innamora di quella donna o di quell’uomo. Cambia tutto. Si vuole stare con quella persona, piacerle, averla per sé, paura di dispiacerle e di non essere degni di essa.<br />
Come fare perché scocchi in tanti quella scintilla nei confronti della persona di Gesù?  Essa non si accenderà in chi ascolta il messaggio del Vangelo, se non si è accesa prima &#8211; almeno come desiderio, come ricerca e come proposito &#8211; in chi lo proclama. Vi sono state e vi sono eccezioni; la parola di Dio, ha una forza propria e può agire, a volte, anche se pronunciata da chi non la vive; ma è l’eccezione.<br />
Per la consolazione e l’incoraggiamento di quanti lavorano istituzionalmente nel campo dell’evangelizzazione, vorrei dire loro che non tutto dipende da essi. Da essi dipende creare le condizioni perché si accenda quella scintilla e si diffonda. Ma essa scocca nei modi e nei momenti più impensati. Nella maggioranza dei casi che ho conosciuto nella mia vita, la scoperta di Cristo che ha cambiato la vita era stata occasionata dall’incontro con qualcuno che aveva già sperimentato quella grazia, dalla partecipazione a un raduno, dall’ascolto di una testimonianza, dall’aver sperimentato la presenza di Dio in un momento di grande sofferenza, e &#8211; non posso tacerlo, perché è avvenuto così anche per me &#8211; dall’aver ricevuto il cosiddetto battesimo dello Spirito.<br />
Qui si vede la necessità di fare sempre più assegnamento sui laici, uomini e donne, per l’evangelizzazione. Essi sono più inseriti nelle maglie della vita in cui si realizzano di solito quelle circostanze. Anche per la scarsità del numero, a noi del clero riesce più facile essere pastori che pescatori di anime: più facile pascere con la parola e i sacramenti quelli che vengono in Chiesa, che andare in alto mare a pescare i lontani. I laici possono supplirci nel compito di pescatori. Molti di essi hanno scoperto cosa significa conoscere un Gesú vivo e sono ansiosi a condividere con altri la loro scoperta.<br />
I movimenti ecclesiali, sorti dopo il Concilio, sono stati per tantissimi il luogo in cui hanno fatto tale scoperta. Nella sua omelia per la Messa crismale del Giovedì Santo 2012, l’ultimo del suo pontificato, Benedetto XVI affermò: “Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”. Accanto ai frutti buoni, alcuni di questi movimenti hanno prodotto anche frutti marci. Bisognerebbe ricordarsi del detto: “Non buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca”. </p>
<p>Termino con le parole conclusive dell’Itinerario della mente a Dio di san Bonaventura, perché esse ci suggeriscono da dove cominciare per realizzare, o rinnovare, il nostro “rapporto personale con Cristo” e diventarne coraggiosi annunciatori:<br />
Questa sapienza mistica segretissima –scrive-, nessuno la conosce se non chi la riceve; nessuno la riceve se non chi la desidera; nessuno la desidera se non chi è infiammato nell&#8217;intimo dallo Spirito Santo mandato da Cristo sulla terra  .</p>
<p>  1.Agostino, De natura et gratia, 22,24.<br />
  2.Tommaso d’Aquino, S.Th. I-IIae, q.113, a. 4.<br />
  3.Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, II,7 (PL 76, 1018),<br />
  4.Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, VII, 4.</p>
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		<title>“IPSA NOVITAS INNOVANDA EST” Rinnovare la novità -   Prima Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 12:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia della Chiesa di fine Ottocento e inizio Novecento ci ha lasciato una lezione amara che non dovremmo dimenticare per non ripetere l’errore che la provocò. Parlo del ritardo (anzi del rifiuto) di prendere atto dei cambiamenti avvenuti nella società, e della crisi del Modernismo che ne fu la conseguenza.<br />
Chi ha studiato, anche superficialmente, quel periodo conosce il danno che ne derivò per una parte e per l’altra, cioè sia per la Chiesa che per i cosiddetti “modernisti”. La mancanza di dialogo, da una parte spinse alcuni dei più noti modernisti su posizioni sempre più estreme e per finire chiaramente ereticali; dall’altra, privò la Chiesa di enormi energie, provocando lacerazioni e sofferenze a non finire al suo interno, facendola ripiegare sempre di più su se stessa e facendole perdere il passo con i tempi.<br />
Il Concilio Vaticano II è stato l’iniziativa profetica per recuperare il tempo perduto. Esso ha operato un  rinnovamento che non è certo il caso di illustrare di nuovo in questa sede. Più che i suoi contenuti, ci interessa in questo momento il metodo da esso inaugurato che è quello di camminare nella storia, a fianco dell’umanità, cercando di discernere i segni dei tempi.<br />
La storia e la vita della Chiesa non si è arrestata con il Vaticano II. Guai a fare di esso quello che si è tentato di fare con il concilio di Trento e cioè una linea di arrivo e un traguardo inamovibile. Se la vita della Chiesa si fermasse, succederebbe come a un fiume che arriva a uno sbarramento: si trasforma inevitabilmente in un pantano o una palude.<br />
“Non pensare – scriveva Origene nel III secolo – che basti essere rinnovati una volta sola; bisogna rinnovare la stessa novità: ‘Ipsa novitas innovanda est’”  . Prima di lui, il neo dottore della Chiesa sant’Ireneo aveva scritto: La verità rivelata è “come un liquore prezioso contenuto in un vaso di valore. Per opera dello Spirito Santo, essa ringiovanisce continuamente e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” . Il “vaso” che contiene la verità rivelata è la vivente tradizione della Chiesa. Il “liquore prezioso” è in primo luogo la Scrittura, ma la Scrittura letta nella Chiesa, che è poi la definizione più giusta della Tradizione. Lo Spirito è, per sua natura, novità. L’Apostolo esorta i battezzati a servire  Dio “nella novità dello Spirito e non nella vetustà della lettera” (Rom 7,6).<br />
Non solo la società non si è fermata al tempo del Vaticano II, ma ha subito una accelerazione vertiginosa. I mutamenti che un tempo avvenivano in un secolo o due, oggi avvengono in un decennio. Questo bisogno di continuo rinnovamento non è altro che il bisogno di continua conversione, esteso dal singolo credente alla Chiesa intera nella sua componente umana e storica. La “Ecclesia semper reformanda”.<br />
Il vero problema non sta dunque nella novità; sta piuttosto nel modo di affrontarla. Mi spiego. Ogni novità e ogni cambiamento si trova davanti a un  bivio; può imboccare due strade opposte: o quella del mondo, o quella di  Dio: o la via della morte o la via della vita. La Didaché, uno scritto redatto mentre era ancora in vita almeno uno dei dodici apostoli,  illustrava già ai credenti queste due vie.<br />
Ora noi abbiamo un mezzo infallibile per imboccare ogni volta la via della vita e della luce: lo Spirito Santo. È la certezza che Gesú ha dato agli apostoli prima di lasciarli: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre (Gv 14, 16). E ancora: “Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16, 13). Non lo farà tutto in una volta, o una volta per sempre, ma a mano a mano che le situazioni si presenteranno. Prima di lasciarli definitivamente, al momento dell’Ascensione, il Risorto rassicura di nuovo i suoi discepoli sull’assistenza del Paraclito: “Riceverete –dice &#8211; la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (Atti 1, 8).<br />
L’intento delle cinque prediche di Quaresima che oggi iniziamo, detto molto semplicemente, è proprio questo: incoraggiarci a mettere lo Spirito Santo nel cuore di tutta la vita della Chiesa, e, in particolare, in questo momento, nel cuore dei lavori sinodali. Raccogliere, in altre parole, l’invito pressante che il Risorto rivolge, nell’Apocalisse, a ognuna delle sette chiese dell’Asia Minore: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2, 7).<br />
È l’unico modo, tra l’altro, che ho per non rimanere, io stesso, del tutto estraneo all’impegno in atto per il sinodo. In una delle mie prime prediche alla Casa Pontificia, 43 anni fa, dissi in presenza di san Giovanni Paolo II: “Io ho continuato a fare per tutta la vita l’umile mestiere che facevo da bambino”. E spiegai in che senso. I miei nonni materni coltivavano, a mezzadria, un vasto terreno collinoso. In giugno o in luglio c’era la mietitura, tutta a mano, con la falce, curvi sotto il sole. Era una fatica immane. Io e miei cuginetti eravamo incaricati di portare continuamente acqua da bere ai mietitori. È quello, dissi, che ho continuato a fare per il resto della vita. Sono cambiati i mietitori, che ora sono gli operai nella vigna del Signore, ed è cambiata l’acqua che ora è la Parola di Dio.  Un mestiere, il mio, molto meno faticoso, a dire la verità, di quello dei lavoratori del campo, ma pure esso, spero, utile e in qualche modo necessario.</p>
<p>In questa prima predica mi limito a raccogliere la lezione che ci viene dalla Chiesa nascente. Vorrei mostrare, in altre parole, come lo Spirito Santo guidò gli apostoli e la comunità cristiana a muovere i primi passi nella storia. Quando furono messe per iscritto da Giovanni le parole di Gesú sopra ricordate sull’assistenza del Paraclito, la Chiesa ne aveva già fatto l’esperienza pratica, ed è proprio tale esperienza, ci dicono gli esegeti, che si riflette nella parole dell’evangelista.<br />
Gli Atti degli apostoli ci mostrano una Chiesa che è, passo passo, “condotta dallo Spirito”. La sua guida si esercita non solo nelle grandi decisioni, ma anche nelle cose di minor conto. Paolo e Timoteo vogliono predicare il vangelo nella provincia dell’Asia, ma  “lo Spirito Santo lo vieta loro”; fanno per dirigersi verso la Bitinia, ma, è scritto, “lo Spirito di Gesù non lo permette loro” (At 16, 6 s.). Si capisce, dal seguito, il perché di questa guida così incalzante: lo Spirito Santo spingeva in questo modo la Chiesa nascente ad uscire dall’Asia ed affacciarsi su un nuovo continente, l’Europa (cf. At 16,9). Paolo arriva a definirsi, nelle sue scelte, “prigioniero dello Spirito” (At 20,22).<br />
Non è un cammino rettilineo e senza intoppi, quello della Chiesa nascente. La prima grande crisi è quella relativa all’ammissione dei gentili nella Chiesa. Non occorre rievocarne lo svolgimento. Ci interessa soltanto ricordare come viene risolta la crisi. Pietro va verso Cornelio e i pagani? E’ lo Spirito che glielo ordina (cf. At 10,19;11,12). E come viene motivata e comunicata la decisione presa dagli apostoli a Gerusalemme di accogliere i pagani nella comunità, senza obbligarli alla circoncisione e a tutta la legislazione mosaica? È risolta con quelle straordinarie parole iniziali: “È parso bene allo Spirito Santo e a noi…” (15, 28).<br />
Non si tratta di fare dell’archeologia della Chiesa, ma di riportare alla luce, sempre di nuovo, il paradigma di ogni scelta ecclesiale. Non ci vuole molto sforzo infatti per scorgere l’analogia che c’è tra l’apertura che allora si operò nei confronti dei gentili, con quella che oggi si impone nei confronti dei laici, in particolare delle donne, e di altre categorie di persone. Vale la pena perciò rievocare la motivazione che spinse Pietro a superare le sue perplessità e a battezzare Cornelio e la sua famiglia. Leggiamo negli Atti:<br />
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell&#8217;acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». (At 10, 44-47)<br />
Chiamato a giustificare la sua condotta a Gerusalemme, Pietro racconta quello che era accaduto nella casa di Cornelio e conclude dicendo:<br />
Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo!”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? (At 11, 16-17).<br />
Se guardiamo bene, è la stessa motivazione che spinse i Padri del Concilio Vaticano II a ridefinire il ruolo dei laici nella Chiesa, e cioè la dottrina dei carismi. Conosciamo bene il testo, ma è sempre utile richiamarlo alla memoria:<br />
Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma ‘distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui’ (cf. 1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi opere ed uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: ‘A ciascuno&#8230;la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio’ (1 Cor 12,7). E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adattati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione  .</p>
<p>Siamo davanti alla riscoperta della natura  non solo gerarchica, ma anche carismatica della Chiesa. San Giovanni Paolo II, nella “Novo millennio ineunte”(nr. 45) la renderà ancora più esplicita definendo la Chiesa come gerarchia e come koinonia. A una prima lettura, la recente costituzione sulla riforma della Curia “Praedicate Evangelium” (al di là di tutti gli aspetti giuridici e tecnici sui quali sono un perfetto ignorante) a me ha dato l’impressione di un passo avanti in questa stessa direzione: cioè nell’applicare il principio sancito dal Concilio a un settore particolare della Chiesa che è il suo governo e a un maggiore coinvolgimento in esso dei laici e delle donne.</p>
<p>Ma adesso dobbiamo fare un passo avanti. L’esempio della Chiesa apostolica non ci illumina soltanto sui principi ispiratori, cioè sulla dottrina, ma anche sulla prassi ecclesiale. Ci dice che non tutto si risolve con le decisioni prese in un sinodo, o con un decreto. C’è la necessità di tradurre nella pratica tali decisioni, la cosiddetta “recezione” dei dogmi. E per questo occorrono tempo, pazienza, dialogo, tolleranza; a volte anche il compromesso. Quando è fatto nello Spirito Santo, il compromesso non è un cedimento, o uno sconto fatto sulla verità, ma è carità e obbedienza alle situazioni. Quanta pazienza e tolleranza ha avuto  Dio, dopo aver dato il Decalogo al suo popolo! Quanto a lungo ha dovuto –e deve ancora – aspettare per la sua recezione!</p>
<p>In tutta la vicenda appena ricordata, Pietro appare chiaramente come il mediatore tra Giacomo e Paolo, cioè tra la preoccupazione della continuità e quella della novità. In questa mediazione, assistiamo a un incidente che ci può essere di aiuto anche oggi. L’incidente è quello di Paolo che ad Antiochia rimprovera Pietro di ipocrisia per aver evitato di sedere a tavola con dei pagani convertiti. Sentiamo l’accaduto dalla sua viva voce:</p>
<p>Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi (Gal 2, 11-12) .<br />
I “conservatori” del tempo rimproveravano a Pietro di essersi spinto troppo oltre, andando dal pagano Cornelio; Paolo gli rimprovera di non essersi spinto abbastanza oltre. Paolo è il santo che ammiro e amo di più. Ma in questo caso sono convinto che si è lasciato trascinare (non è l’unica volta!) dal suo carattere di fuoco. Pietro non ha affatto peccato di ipocrisia. La prova è che, in altra occasione, Paolo farà, lui stesso, esattamente, quello che fece Pietro ad Antiochia. A Listra egli fece circoncidere il suo compagno Timoteo “a motivo –è scritto- dei giudei che si trovavano in quelle regioni” (At 16, 3), cioè per non scandalizzare nessuno. Ai Corinzi scrive di essersi fatto “giudeo con i giudei, per guadagnare i giudei” (1 Cor 9, 20) e nella Lettera ai Romani raccomanda di venire incontro a chi non è ancora arrivato alla libertà di cui gode lui” (Rom 14, 1 ss).<br />
Il ruolo di mediatore che Pietro esercitò tra le opposte tendenze di Giacomo e di Paolo continua nei suoi successori. Non certo (e questo è un bene per la Chiesa) in modo uniforme in ognuno di essi, ma secondo il carisma proprio di ognuno che lo Spirito Santo (e si presume i cardinali sotto di lui)  hanno ritenuto il più necessario in un dato momento della storia della Chiesa.<br />
Davanti agli eventi e alle realtà politiche, sociali ed ecclesiali, noi siamo portati a schierarci subito da una parte e demonizzare quella avversa, a desiderare il trionfo della nostra scelta su quella degli avversari. (Se scoppia una guerra, ognuno prega lo stesso Dio di dare la vittoria ai propri eserciti e annientare quelli del nemico!). Non dico che sia proibito avere preferenze: in campo politico, sociale, teologico e via dicendo, o che sia possibile non averle. Non dovremmo mai, però, pretendere che Dio si schieri dalla nostra parte contro l’avversario. E neppure dovremmo chiederlo a chi ci governa. È come chiedere a un padre di scegliere tra due figli; come dirgli: “Scegli: o me o il mio avversario; mostra chiaramente da che parte stai!” Dio sta con tutti e perciò non sta contro nessuno! È il padre di tutti.<br />
L’agire di Pietro ad Antiochia &#8211; come pure quello di Paolo a Listra &#8211; non era ipocrisia, ma adattamento alle situazioni, cioè la scelta di quello che, in una certa situazione, favorisce il bene superiore della comunione. È su questo punto che vorrei continuare e concludere questa prima meditazione, anche perché questo ci permette di passare da quello che riguarda la Chiesa universale a quello che riguarda la Chiesa locale, anzi la propria comunità, o famiglia e la vita spirituale di ognuno di noi. (Che è quello che ci si attende, penso, da una meditazione quaresimale!).<br />
C’è una prerogativa di  Dio nella Bibbia che i Padri amavano sottolineare: la synkatabasis, cioè la condiscendenza. Per san Giovanni Crisostomo essa è una specie di chiave di lettura di tutta la Bibbia. Nel Nuovo Testamento questa stessa prerogativa di  Dio è espressa con il termine benignità (chrestotes). La venuta di  Dio nella carne è vista come la manifestazione suprema della benignità di  Dio: “È apparsa la benignità di  Dio e il suo amore per gli uomini” (Tito 3, 4).<br />
La benignità –oggi diremmo anche cortesia &#8211; è qualcosa di diverso dalla semplice bontà; è essere buoni nei confronti degli altri.  Dio è buono in se stesso ed è benigno con noi. Essa è uno dei frutti dello Spirito (Gal 5,22); è una componente essenziale della carità (1 Cor 13,4) ed è indice di animo nobile e superiore. Essa occupa un posto centrale nella parenesi apostolica. Leggiamo, per esempio, nella Lettera ai Colossesi:<br />
Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di benignità, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi (Col 3, 12-13).<br />
Quest’anno celebriamo il quarto centenario della morte di un santo che è stato un modello eccelso di questa virtù, in un’epoca anch’essa segnata da aspre controversie: san Francesco di Sales. Dovremmo diventare tutti, in questo senso, “salesiani”: condiscendenti e tolleranti, meno arroccati sulle nostre personali certezze. Consapevoli di quante volte abbiamo dovuto riconoscere dentro di noi di esserci sbagliati sul conto di una persona o di una situazione, e di quante volte abbiamo dovuto adattarci anche noi alle situazioni. Nei nostri rapporti  ecclesiali non c’è per fortuna &#8211; e mai ci dovrebbe essere &#8211; quella propensione all’insulto e al vilipendio dell’avversario che si nota in certi dibattiti politici e che tanto danno arreca alla pacifica convivenza civile.<br />
 C’è qualcuno, è vero, nei confronti del quale è giusto  e doveroso essere intransigenti, ma quel qualcuno sono io stesso, è il mio io. Noi siamo portati, per natura, ad essere intransigenti con gli altri e indulgenti con noi stessi, mentre dovremmo proporci di fare proprio il contrario: severi con noi stessi, longanimi con gli altri. Questo proposito, preso sul serio, basterebbe da solo a santificare la nostra Quaresima. Ci dispenserebbe da ogni altro tipo di digiuno e ci disporrebbe a lavorare con più frutto e più serenità in ogni ambito della vita della Chiesa.<br />
Un ottimo esercizio in questo senso consiste nell’essere onesti, nel tribunale del proprio cuore, nei confronti della persona con cui si è in disaccordo. Quando mi accorgo che sto mettendo sotto accusa qualcuno dentro di me, devo stare attento a non schierarmi subito dalla mia parte. Devo smettere di passare e ripassare le mie ragioni come chi mastica gomma, e cercare di mettermi invece nei panni dell’altro per capire le sue ragioni e quello che anch’egli potrebbe dire a me. </p>
<p>Questo esercizio non si deve fare soltanto nei confronti  della singola persona, ma anche della corrente di pensiero con cui sono in disaccordo e della soluzione da essa proposta a un certo problema in discussione (nel Sinodo o in altro ambito). San Tommaso d’Aquino ce ne dà l’esempio: egli premette a ogni sua tesi le ragioni dell’avversario che mai banalizza o ridicolizza, ma prende sul serio e ad esse risponde poi con il suo “Sed contra”, cioè con le ragioni che ritiene le più conformi alla fede e alla morale. Domandiamoci (io per primo): facciamo così anche noi?</p>
<p>Gesù dice: “Non giudicate, per non essere giudicati. [...] Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Mt 7, 1-3). Si può vivere, ci domandiamo, senza mai giudicare? La capacità di giudicare non fa parte della nostra struttura mentale e non è un dono di  Dio? Nella redazione di Luca, il comando di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati” è seguito immediatamente, come per esplicitare il senso di queste parole, dal comando: “Non condannate e non sarete condannati” (Lc 6, 37). Non si tratta dunque di eliminare il giudizio dal nostro cuore, quanto di togliere il veleno dal nostro giudizio! Cioè l’astio, la condanna, l’ostracismo. </p>
<p>Un genitore, un superiore, un confessore, un giudice, chiunque ha una qualche responsabilità su altri, deve giudicare. Talvolta, anzi, il giudicare è, appunto, il tipo di servizio che uno è chiamato a esercitare nella società o nella Chiesa. La forza dell’amore cristiano sta nel fatto che esso è capace di cambiare segno anche al giudizio e, da atto di non-amore, farne un atto d’amore. Non  con le nostre forze, ma grazie all’amore che “è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato donato” (Rom 5,5)</p>
<p>Facciamo nostra, a conclusione, la bellissima preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi. (Forse non è sua, ma ne riflette alla perfezione lo spirito):<br />
O Signore, fa di me uno strumento della tua pace:<br />
dove è odio, ch&#8217;io porti l’amore,<br />
dove è offesa, ch&#8217;io porti il perdono,<br />
dov&#8217;è discordia, ch&#8217;io porti l&#8217;unione,<br />
dov&#8217;è dubbio,  ch&#8217;io porti la fede,<br />
dove è l&#8217;errore, ch&#8217;io porti la verità,<br />
dove è la disperazione, ch&#8217;io porti la speranza,<br />
dove è tristezza, ch&#8217;io porti la gioia,<br />
dove sono le tenebre, ch&#8217;io porti la luce.</p>
<p>E aggiungiamo: </p>
<p>Dove c’è malignità ch’io porti benignità.<br />
Dove c’è asprezza, ch’io porti gentilezza!</p>
<p>  1.Cf. Origene, In Rom. 5,8; PG 14, 1042.<br />
  2.S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 24,1.<br />
  3.Lumen gentium, 12.</p>
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