Slide 15 Slide 2 Foto di Filippo Maria Gianfelice

II Domenica di Quaresima - Trasfigurazione di Gesù

Genesi 12, 1-4a; 2 Timoteo 1, 8b-10; Matteo 17, 1-9

“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni
e si trasfigurò davanti a loro”.

Riassumo l’episodio perché ci sia presente. Gesù sale su un monte, che la tradizione identifica con l’attuale monte Tabor, e lì avviene qualcosa di straordinario. A un certo punto una luce abbagliante lo avvolge, appaiono Mosè ed Elia; si sente la voce del Padre che proclama: “Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!”. C’è una tale aria di pace che Pietro esclama: “È bello per noi stare qui! Facciamo tre tende…”.
Proviamo a considerare la trasfigurazione dal solo punto di vista dei tre discepoli. Cosa successe ad essi? Cosa significò per loro quel momento? Finora essi avevano conosciuto Gesù nella sua apparenza esterna, un uomo non diverso dagli altri, di cui conoscevano la provenienza, le abitudini, il timbro di voce… Ora conoscono un altro Gesù, il vero Gesù, quello che non si riesce a vedere con gli occhi di tutti i giorni, alla luce normale del sole, ma è frutto di una rivelazione improvvisa, di un cambiamento, di un dono.
Ora io vorrei prendere lo spunto da questo episodio per una riflessione che ci riguarda da vicino e che permette di portare avanti, nello stesso tempo, quel progetto di dedicare gli incontri quaresimali alla persona di Gesù Cristo. Premetto che questo sarà un discorso chiaramente di fede, non buono allo stesso modo per tutti, credenti e indifferenti. Ma se io fossi un non-credente credo che la cosa che mi darebbe più fastidio sarebbe proprio quella di vedermi presentare la fede come una pillola inzuccherata, tranquillizzante, che non richiede altro dall’ascoltatore se non un po’ di tolleranza. Quello che vorrei sarebbe invece che la Chiesa esponga fino in fondo, senza annacquarlo, il suo messaggio, lasciando naturalmente poi a me piena libertà di decidere se accoglierlo o no.
In questo spirito dunque ci chiediamo: cosa manca ai cristiani di oggi? Perché la fede, le pratiche religiose sono in declino e non sembrano davvero costituire, almeno per i più, il punto di forza nella vita? Perché la noia, la stanchezza, la fatica nell’assolvere i propri doveri di credenti? Perché i giovani non si sentono attirati? Perché, insomma, questo grigiore e questa mancanza di gioia tra i credenti in Cristo?
Volete sapere la mia risposta? Perché il nostro è un cristianesimo senza Cristo! Come, direte, senza Cristo, se non si fa che parlare e scrivere di lui! Sì, ma è un Cristo impersonale, lontano, che non ci riguarda da vicino, un estraneo, anche se notissimo. Un argomento più che una persona viva e vera e un amico.
Perché le cose cambino anche per noi, come per quei tre discepoli sul Tabor, bisogna che succeda nella nostra vita qualcosa di simile a quello che capita a un giovane o a una ragazza quando si innamorano. Il paragone non sembri fuori luogo dal momento che è stato Gesù stesso a paragonarsi a uno sposo e a paragonare i suoi discepoli a “dieci vergini che attendono lo sposo per entrare con lui al banchetto di nozze”.
Cosa succede nell’innamoramento? Non è necessario aver letto libri di psicologia per saperlo. È qualcosa che osserviamo tutti intorno a noi nella vita, anche chi, come me, non ne ha fatto una esperienza personale. L’altro, l’amato, che prima era uno dei tanti, o forse uno sconosciuto, di colpo diventa l’unico, il solo al mondo che interessi. Tutto il resto indietreggia e si colloca come su uno sfondo neutro. Il cuore, i pensieri, che prima vagavano da un oggetto all’altro o da una persona all’altra, ora si sono come fissati su un unico oggetto. Non si è capaci di pensare ad altro.
Avviene una vera e propria trasfigurazione. La persona amata viene vista come in un alone luminoso. Tutto appare bello in lei, perfino i difetti. Se mai, ci si sente indegni di lei. L’amore vero genera umiltà. Si vorrebbe che la vita fosse sempre così. Una nuova gioia di vivere, un nuovo slancio nell’affrontare i compiti.
Qualcosa cambia anche concretamente nelle proprie abitudini di vita. Ho conosciuto ragazzi che al mattino i genitori non riuscivano a tirare fuori dal letto per far andare a scuola; se si trovava loro un lavoro, dopo un po’ lo abbandonavano; oppure si trascinavano negli studi senza laurearsi mai… Poi, ecco che, una volta innamoratisi di qualcuno e diventati fidanzati, al mattino saltano dal letto, sono impazienti di terminare gli studi, se hanno un lavoro se lo tengono caro.
Cosa è successo? Niente, semplicemente quello che prima facevano per costrizione, ora lo fanno per attrazione. E l’attrazione è capace di far fare cose che nessuna costrizione riesce a far fare; mette le ali ai piedi. “Ognuno, diceva il poeta Ovidio, è attratto dall’oggetto del proprio piacere”. Qualcosa del genere, dicevo, dovrebbe succedere una volta nella vita per diventare cristiani veri, convinti, gioiosi di esserlo.
Il guaio del nostro cristianesimo è che facciamo quasi tutto per costrizione, come fosse una tassa da pagare a qualcuno. Non conosciamo cosa significa essere attratti. E la ragione è che diamo poco spazio allo Spirito Santo che la forza che “attira” a Dio, che rende Dio “attraente”.
Mi direte: ma la ragazza o il ragazzo, si vede, si tocca. Rispondo, anche Gesù si vede e si tocca. Però con altri occhi e con altre mani: quelli del cuore, della fede. Egli è risorto ed è vivo. È un essere concreto, non un’astrazione, per chi ne fa l’esperienza e la conoscenza. Anzi con Gesù le cose vanno ancora meglio. Nell’innamoramento umano, ahimé, ci si inganna spesso, attribuendo all’amato doti che forse non ha e con il tempo si è spesso costretti a ricredersi. Nel caso di Gesù, più si conosce e si sta insieme, più si scoprono nuovi motivi per essere orgogliosi di lui e confermati nella propria scelta.
L’esempio più forte della differenza che la scoperta di Gesù può fare nella vita di una persona è san Paolo. Io, racconta in una sua lettera, ero una persona “arrivata” nella vita, moralmente ineccepibile, appartenente al fior fiore del popolo eletto. (Si era formato, a Gerusalemme, alla scuola di uno dei più rinomati maestri ebrei del tempo, una specie di Sorbona o di Oxford per quel tempo!). Ma, continua, quello che era stato per me un guadagno, un vanto, divenne perdita, spazzatura nel momento in cui all’orizzonte della mia vita comparve Gesù Cristo mio Signore. Con lui mi si aprì davanti un nuovo orizzonte: non più quello di una mia realizzazione personale, di breve durata, ma la possibilità di condividere il destino stesso di Cristo, e questo per l’eternità. Da quel momento, ho un solo desiderio: conoscere lui, conquistarlo, dal momento che sono stato anch’io “conquistato” da lui (cfr. Filippesi 3, 4-12).
L’incontro con Cristo ha diviso la vita di Saulo in due parti; ha creato un “prima” e un “dopo”. E questo è ciò che avviene ogni volta che una persona incontra Cristo in questo modo profondo e vero. Un grande scrittore del IV secolo, che si era convertito quando era già avanti negli anni e sposato, Ilario di Poitiers, in una preghiera arriva a dire a Cristo: “Prima di conoscerti, io non esistevo”.
Qualcuno potrebbe dire: se questo di cui parli somiglia a un innamoramento, allora non c’è niente da fare, se non starsene tranquilli e aspettare il proverbiale colpo di fulmine…Non proprio. Se un ragazzo o una ragazza se ne sta tutto il tempo chiuso in casa, senza vedere nessuno, non succederà mai niente nella sua vita. Per innamorarsi bisogna frequentarsi! Se uno è convinto, o semplicemente comincia a pensare che forse conoscere Gesù Cristo in questo modo diverso, trasfigurato, è bello e vale la pena, allora bisogna che cominci a “frequentarlo”, a leggere i suoi scritti. Le sue lettere d’amore sono il Vangelo! È lì che egli si rivela, si “trasfigura”.
Si sa che gli innamorati, prima ancora di dichiararsi, si interessano alla persona amata, ne spiano da lontano i movimenti, cercano di unirsi ai suoi amici. A volte basta loro semplicemente osservare la casa dove abitano. Non è difficile applicare tutto ciò a Gesù. La casa dove egli abita è la Chiesa.