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	<title>Padre Raniero Cantalamessa &#187; Prediche alla Casa Pontificia</title>
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		<title>“IO SONO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA”  - Quinta Predica, Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 15:29:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro itinerario, attraverso il Quarto Vangelo, alla scoperta di chi è Gesú per noi, siamo giunti all’ultima tappa. Entriamo in quelli che si è soliti definire “i discorsi di addio” di Gesú ai suoi  apostoli. Questa volta non tento nemmeno di fare un riassunto del contesto e metterne in luce le diverse unità e suddivisioni. Sarebbe come voler tracciare riquadri e distinguere settori in una colata lavica che scende dal cratere. Andiamo perciò direttamente alla parola che intendiamo raccogliere in questa meditazione:<br />
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”.  Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,3-6).<br />
“Io sono la via, la verità e la vita”: parole che una sola persona al mondo poteva pronunciare e ha pronunciato di fatto. Cristo è la via ed è la meta del viaggio. Come Verbo eterno del Padre, è la verità e la vita; in quanto Verbo fatto carne, è la via.<br />
Abbiamo avuto modo di contemplare Cristo come Vita, commentando la sua parola “Io sono il pane della vita”, come Verità commentando l’altra sua parola “Io sono la luce del mondo”. Concentriamoci perciò su Cristo Via. Dopo aver contemplato Cristo come dono, abbiamo l’occasione di contemplarlo come modello. “Poiché – scrive Kierkegaard &#8211; il Medioevo si era sviato sempre più nell&#8217;accentuare il lato di Cristo come modello, Lutero accentuò l&#8217;altro lato, affermando che egli è dono e che questo dono tocca alla fede di accettarlo”. Ma ora &#8211; aggiungeva lo stesso autore &#8211; si deve insistere anche su Cristo modello, se non si vuole che la dottrina sulla fede si risolva in una foglia di fico che copre le omissioni più anticristiane .<br />
Gesú continua a dire a quelli che incontra –cioè a noi, in questo momento – quello che diceva agli apostoli e a coloro che incontrava durante la sua vita terrena: “Venite dietro a me”, oppure al singolare “Seguimi!” La sequela (in Greco, acolouthia) di Cristo, è un tema sconfinato. Su di esso è stato scritto il libro più amato e più letto nella Chiesa, dopo la Bibbia, e cioè L’Imitazione di Cristo. Noi ci limitiamo a dire su di esso quel tanto che ci serve per passare a qualche applicazione pratica, sempre di carattere spirituale e personale, come ci siamo prefissi in queste meditazioni.<br />
Il tema della sequela di Cristo occupa un posto rilevante nel IV Vangelo. Seguire Gesú è quasi un sinonimo di credere in lui. Credere, tuttavia, è un’attitudine della mente e della volontà; l’immagine della “via” e del “camminare” mette in luce un aspetto importante del credere, che è il “camminare”, cioè il dinamismo che deve caratterizzare la vita del cristiano e la ripercussione che la fede deve avere nella condotta di vita. La sequela &#8211; a differenza della fede e dell’amore &#8211; non indica solo un’attitudine particolare della mente e del cuore, ma traccia al discepolo un programma di vita che implica una condivisione totale: del modo di vivere, del destino e della missione del Signore.<br />
*    *    *<br />
Con il rilievo dato all’episodio della lavanda dei piedi, Giovanni ha voluto sottolineare un ambito particolare e prioritario della sequela di Cristo, quello del servizio (Gv 13, 12-15). Ma non parlerò del servizio. A questo tema ho dedicato l’ultima predica della Quaresima scorsa e non è il caso di ripetermi. Anche perché credo di essere il meno qualificato a parlare di servizio, avendo esercitato, nella mia vita, quasi solo “il servizio della Parola” che, per quanto importante, è anche relativamente facile e più gratificante di molti altri servizi nella Chiesa.<br />
Vorrei piuttosto parlare di ciò che caratterizza la sequela di Cristo e la distingue da ogni altro tipo di sequela. Di un artista, di un filosofo,  di un letterato, si dice che si è formato alla scuola di questo o quel rinomato maestro. Anche di noi religiosi si dice che ci siamo formati alla scuola, chi di Benedetto, chi di Domenico, chi di Francesco, chi di Ignazio di Loyola e chi di altri uomini o donne. Ma tra questa sequela e quella di Cristo c’è una differenza essenziale. Essa è espressa, come meglio non si potrebbe fare, dalle parole dello stesso Giovanni, alla fine del Prologo del suo Vangelo: “La Legge fu data per mezzo di Mosè,la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17)<br />
Per noi religiosi, questo significa: la regola ci è stata data per mezzo del nostro Fondatore o dalla nostra Fondatrice, ma la grazia e la forza di metterla in pratica ci viene soltanto da Gesú Cristo. Per noi e per tutti i cristiani allo stesso modo, quella parola significa anche un’altra cosa, più radicale ancora: il Vangelo ci è stato dato dal Gesú terreno, ma la capacità di osservarlo e metterlo in pratica ci viene soltanto dal Cristo risorto, mediante il suo Spirito!<br />
San Tommaso d’Aquino ha scritto, in proposito, delle parole che sulle labbra di un dottore meno autorevole di lui ci lascerebbe perplessi. Commentando il detto paolino “la lettera uccide, lo Spirito dà la vita” (2Cor 3,6), egli scrive: “Per lettera si intende ogni legge scritta che resta al di fuori dell’uomo, anche i precetti morali contenuti nel Vangelo; per cui anche la lettera del Vangelo ucciderebbe, se non si aggiungesse, dentro, la grazia della fede che sana” .E poco prima ha detto esplicitamente che “la grazia che ci sana” non è altro che ”la stessa grazia dello Spirito Santo che è data ai credenti” . Lo aveva capito per esperienza personale sant’Agostino e perciò ha inventato quella sua straordinaria preghiera: “Signore, tu mi comandi di essere casto. Ebbene, dammi ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi”.<br />
Ecco perché tanta parte dei discorsi di Gesú nell’ultima cena hanno per oggetto lo Spirito Paraclito che egli avrebbe inviato sugli apostoli. Ricordiamo qualcuna delle sue promesse al riguardo:<br />
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (16,12-14)</p>
<p>Se Gesú è “la Via” (in greco, odòs), lo Spirito Santo è “la Guida” (in greco, odegòs, o odegìa). Così lo definiva già san Gregorio Nisseno , e così lo invoca la Chiesa Latina nel Veni Creator. I due versetti “Ductore sic te praevio – vitemus omne noxium”, significano infatti, “con te che ci fai da guida (ductor) eviteremo ogni male”.<br />
*    *    *<br />
Tra le varie funzioni che Gesú attribuisce al Paraclito, in questa sua opera a nostro favore, quella su cui vogliamo soffermarci è quella di Suggeritore: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (14,26). “Egli  vi farà ricordare”: la Volgata Latina traduceva con ipse suggeret vobis: egli vi suggerirà.  </p>
<p>Il suggeritore, in teatro, sta nascosto  dentro una cavità ed è invisibile al pubblico: proprio come lo Spirito Santo che illumina tutto restando lui invisibile e, per così dire, dietro le quinte. Il suggeritore pronuncia le parole sottovoce per non essere udito dal pubblico, e anche lo Spirito parla “sottovoce”, sommessamente. A differenza, però dei suggeritori umani, egli non parla agli orecchi, ma al cuore; non suggerisce meccanicamente le parole del Vangelo, come da un copione, ma le spiega, le adatta, le applica alle situazioni.</p>
<p>Stiamo parlando, naturalmente, delle “ispirazioni dello Spirito”, le cosiddette “buone ispirazioni”. La fedeltà alle ispirazioni è la via più breve e più sicura alla santità. Noi non sappiamo in partenza qual è in concreto la santità che Dio vuole da ognuno di noi; Dio solo la conosce e ce la svela a mano a mano che il cammino prosegue. Non basta perciò avere un programma di perfezione ben chiaro, per poi realizzarlo progressivamente. Non c’è un modello di perfezione identico per tutti. Dio non fa i santi in serie, non ama la clonazione. Ogni santo è una invenzione inedita dello Spirito. Dio può chiedere a uno l’opposto di quello che chiede a un altro. Ne consegue che per raggiungere la santità l’uomo non può limitarsi a seguire delle regole generali che valgono per tutti. Deve anche capire quello che Dio chiede a lui, e solamente a lui.<br />
Ora quello che Dio vuole di diverso e di particolare da ognuno lo si scopre attraverso gli avvenimenti della vita, la parola della Scrittura, la guida del direttore spirituale, ma il mezzo principale e ordinario sono le ispirazioni della grazia. Queste sono delle sollecitazioni interiori dello Spirito nel profondo del cuore, attraverso le quali Dio non solo fa conoscere quello che desidera da noi, ma dà la forza necessaria, e spesso anche la gioia, per compierlo, se la persona acconsente.<br />
Pensiamo a cosa sarebbe successo se Madre Teresa di Calcutta si fosse ostinata ad osservare le regole canoniche vigenti allora negli istituti religiosi. Fino all’età di 36 anni, lei era una suora di una congregazione religiosa, fedele certamente alla sua vocazione e dedita al suo lavoro, ma nulla che facesse prevedere in lei qualcosa di straordinario.  Fu durante un viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il suo annuale ritiro spirituale che avvenne il fatto che cambiò la sua vita. Lo Spirito Santo le “sussurrò” all’orecchio del cuore un invito chiaro: lascia il tuo ordine, la tua vita precedente, e mettiti a mia disposizione per un’opera che io ti indicherò. Tra le figlie di Madre Teresa questo giorno –il 10 Settembre del 1946 – è ricordato con il nome di “Giorno dell’Ispirazione”.<br />
Quando si tratta di decisioni di rilievo per se stessi o per altri, l’ispirazione deve essere sottoposta e confermata dall’autorità, o dal proprio padre spirituale. Così fece infatti Madre Teresa. Ci si espone al pericolo se ci si affida unicamente alla propria ispirazione personale.<br />
Le buone ispirazioni hanno qualcosa in comune con l’ispirazione biblica, a parte naturalmente l’autorità e la portata che sono essenzialmente diverse. “Dio disse ad Abramo …”, “Il Signore parlò a Mosè”: questo parlare del Signore non era, dal punto di vista della fenomenologia, qualcosa di diverso da quello che avviene nelle ispirazioni della grazia. La voce di Dio, anche sul Sinai, non risuonava all’esterno, ma dentro il cuore sotto forma di chiarezza, di impulsi, originati dallo Spirito Santo. I dieci comandamenti non furono incisi dal dito di Dio su tavole di pietra (ci è difficile perfino immaginarlo!), ma sul cuore di Mosè che poi le incise su tavole di pietra. “Mossi da Spirito Santo, parlarono quegli uomini da parte di Dio” (2 Pt 1,21); erano essi a parlare, ma mossi da Spirito Santo; ripetevano con la bocca quello che ascoltavano nel cuore.  Dio, dice il profeta Geremia, scrive la sua legge nei cuori (Ger 31,33).<br />
Ogni fedeltà ad un’ispirazione viene ricompensata da ispirazioni sempre più frequenti e più forti. E’ come se l’anima si allenasse per giungere ad una percezione sempre più chiara della volontà di Dio e a una facilità maggiore nel compierla.<br />
*     *     *<br />
Il problema più delicato, circa le ispirazioni, è stato sempre quello di discernere quelle che vengono dallo Spirito di Dio da quelle che provengono dallo spirito del mondo, dalle proprie passioni, o dallo spirito maligno. Il tema del discernimento degli spiriti ha subìto nei secoli una notevole evoluzione. All’origine esso era concepito come il carisma che serviva a distinguere &#8211; tra le parole, preghiere e profezie pronunciate nell’assemblea &#8211; quali provenivano dallo Spirito di Dio e quali no. Nel suo esercizio comunitario, il carisma della profezia deve essere accompagnato, per l’Apostolo, da quello del discernimento degli spiriti: “A un altro (viene dato) il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti” (1 Cor 12,10).<br />
Il senso originario del carisma, inteso da Paolo, sembra essere molto preciso e limitato. Riguarda la ricezione della profezia stessa, la sua valutazione, da parte di uno o più membri dell’assemblea, anch’essi dotati di spirito profetico. Anche questo, però, non sulla base di un’analisi razionale, quanto di un’ispirazione dello stesso Spirito. Il senso di discernere (diakrisis) oscilla dunque tra distinguere e interpretare: distinguere se a parlare è stato lo Spirito di Dio o uno spirito diverso, interpretare cosa lo Spirito ha voluto dire in una situazione concreta. A questo stesso dono del discernimento, si riferisce la nota raccomandazione dell’Apostolo: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, ritenendo ciò che è buono e  rifiutando ogni specie di male” (1 Ts 5, 19-22).<br />
Se dobbiamo tener conto dell’esperienza attuale dei movimenti pentecostali e carismatici, dobbiamo pensare che questo carisma consistesse nella capacità dell’assemblea, o di alcuni in essa, di reagire attivamente a una parola profetica, a una citazione biblica, o a una preghiera, esprimendo &#8211; con l’esclamazione “confermo!”, o con altri piccoli segni del capo e della voce- approvazione per la parola ascoltata, o mostrando, al contrario &#8211; con il silenzio e  col passare ad altro &#8211; un giudizio negativo. In questo modo, la vera e la falsa profezia viene a essere giudicata “dai frutti” che produce, o non produce, come raccomandava appunto Gesù (cf. Mt 7,16). Questo significato originario del discernimento degli spiriti &#8211; detto per inciso &#8211; potrebbe essere di grande attualità anche oggi nei dibattiti e nelle riunioni, come quelli che ci cominciano a sperimentare nel dialogo sinodale.<br />
In epoca successiva, nella spiritualità sia orientale che occidentale, il carisma del discernimento degli spiriti, è servito soprattutto a discernere le ispirazioni del discepolo da parte di un anziano (come nel monachesimo), e più generalmente a discernere le proprie ispirazioni. L’evoluzione non è arbitraria; si tratta infatti dello stesso dono, anche se applicato a soggetti e in contesti diversi: il contesto comunitario nel primo caso, quello personale nel secondo.<br />
Vi sono dei criteri di discernimento che potremmo chiamare oggettivi. Nel campo dottrinale essi si riassumono per Paolo nel riconoscimento di Cristo come Signore: “Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire ‘Gesù è anatema’, e nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3); per Giovanni  si riassumono nella fede in Cristo e nella sua incarnazione:<br />
Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio (1 Gv 4, 1-3).<br />
Nel campo morale un criterio fondamentale è dato dalla coerenza dello Spirito di Dio con se stesso. Esso non può chiedere qualcosa che sia contrario alla volontà divina, così come viene espressa nella Scrittura, nell’insegnamento della Chiesa e nei doveri del proprio stato. Un’ispirazione divina non chiederà mai di compiere degli atti che la Chiesa considera immorali, per quanti speciosi argomenti contrari la carne sia capace di suggerire in questi casi;  per esempio, che Dio è amore e perciò tutto quello che si fa per amore è da Dio.<br />
A volte, però, questi criteri oggettivi non bastano perché la scelta non è tra bene e male, ma è tra un bene e un altro bene e si tratta di vedere qual è la cosa che Dio vuole, in una precisa circostanza. Fu soprattutto per rispondere a questa esigenza che sant’Ignazio di Loyola sviluppò la sua dottrina sul discernimento.<br />
Ho quasi vergogna di parlare su questo tema in questa sede…, ma diciamo almeno qualcosa. Il santo invita a osservare le intenzioni –lui le chiama gli “spiriti” &#8211; che stanno dietro a una scelta e le reazioni che essa provoca . Si sa che quel che viene dallo Spirito di Dio porta con sé gioia, pace, tranquillità, dolcezza, semplicità, luce. Quello che proviene dallo spirito del male, invece, porta con sé turbamento, agitazione, inquietudine, confusione, tenebre. L’Apostolo  Paolo lo mette in luce contrapponendo tra loro i frutti della carne (inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, invidie) e i frutti dello Spirito che sono invece amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.(Gal 5, 22).<br />
Nella pratica, le cose, è vero, sono più complesse. Un’ispirazione può  venire da Dio e, nonostante ciò, causare un grande turbamento. Ma questo non è dovuto all’ispirazione che è dolce e pacifica come tutto quello che proviene da Dio; nasce piuttosto dalla resistenza all’ispirazione o dal fatto che ci chiede qualcosa che non siamo pronti a dargli. Se l’ispirazione è accolta, il cuore si trova ben presto in una pace profonda. Dio ricompensa ogni piccola vittoria in questo campo, facendo sentire all’anima la sua approvazione, che è la gioia più pura che esista al mondo.<br />
Un campo in cui è molto importante praticare il discernimento –oltre quello delle intenzioni e delle decisioni – è l’ambito dei sentimenti. Nulla è più insidioso dell’amore. La natura è abilissima nel far passare come proveniente dallo spirito ciò che invece proviene dalla carne. In questo campo è più che mai necessario tener conto del consiglio che il poeta latino Ovidio dava proprio a proposito dei mali dell’amore: “Principiis obsta”: “Opponiti agli inizi” Sero medicina paratur :  “È  troppo tardi per la medicina, quando il male, per i troppi indugi, ha acquistato vigore” .<br />
*    *    *<br />
Il frutto concreto di questa meditazione deve essere una rinnovata decisione di affidarci in tutto e per tutto alla guida interiore dello Spirito Santo, come per una sorta di “direzione spirituale”. Dobbiamo abbandonarci tutti al Maestro interiore che ci parla senza strepito di parole. Come bravi attori, dobbiamo tenere l’orecchio proteso, nelle grandi e nelle piccole occasioni, alla voce di questo “suggeritore” nascosto, per recitare fedelmente la nostra parte nella scena della vita. È quello che si intende con l’espressione “docilità allo Spirito”.<br />
È più facile di quanto si pensi, perché egli ci parla dentro, ci insegna ogni cosa e ci istruisce su tutto. Basta a volte una semplice occhiata interiore, un movimento del cuore, un attimo di raccoglimento e di preghiera. Scrive Giovanni nella sua Prima Lettera:<br />
Quanto a voi, l&#8217;unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce (1 Gv 2,27).<br />
Su queste parole, sant’Agostino instaura un insolito, vivace contraddittorio con l’Apostolo. Nel suo commento alla Prima Lettera di Giovanni, scrive:<br />
Io domando a Giovanni: “Coloro ai quali tu rivolgevi queste parole avevano già l&#8217;unzione&#8230; Perché allora hai scritto ad essi questa lettera? Perché istruirli?”… C&#8217;è qui un grande mistero sul quale occorre riflettere, o fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro… Noi possiamo esortare con lo suono della voce, ma se dentro non v&#8217;è chi insegna, si tratta di inutile strepito .<br />
Se accogliere le ispirazioni è importante per ogni cristiano, è vitale per chi ha compiti di governo nella Chiesa. Solo così si permette allo Spirito di Cristo di guidare lui stesso la sua Chiesa attraverso i suoi rappresentanti umani. Non è necessario che su una nave tutti i passeggeri stiano incollati con l’orecchio alla radio di bordo, per ricevere segnali sulla rotta, su eventuali iceberg e sulle condizioni del tempo, ma è indispensabile che lo siano i responsabili di bordo. Da una “ispirazione divina”, coraggiosamente accolta da Papa san Giovanni XXIII, è nato il Concilio Vaticano II. Nello stesso modo sono nati, dopo di lui, altri gesti profetici, di cui quelli che verranno dopo di noi si accorgeranno.<br />
Che in questa Pasqua il Signore risorto faccia risuonare, lui stesso, nel nostro cuore, qualcuno di quei suoi divini “Io Sono” che abbiamo meditato nella presente Quaresima! Soprattutto quello che proclama la sua vittoria pasquale:“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno (11, 25-26). </p>
<p>  1.Diario, X 1 A 154.<br />
  2.Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 2.<br />
  3.Ibid., q. 106, a. 1; cf già Agostino, De Spiritu et littera, 21, 36.<br />
  4.Agostino, Confessioni ,  X, 29.<br />
  5.Gregorio Nisseno,  De fide  (PG, 45, 141C).<br />
  6.Cf. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, IV Settimana (ed. BAC, Madrid 1963, pp. 262 ss).<br />
  7.Ovidio, Remedia amoris, V,91.<br />
  8.Agostino, Trattati sulla Prima Lettera di Giovanni, 3, 13.</p>
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		<title>“IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA”  - Quarta Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 12:43:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel nostro commento ai solenni “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni, siamo giunti al capitolo 11. Esso è tutto occupato dall’episodio della risurrezione di Lazzaro. L’insegnamento che Giovanni ha voluto trasmettere alla Chiesa con la sapiente composizione del capitolo si può riassumere in tre punti: Primo punto: Gesú risuscita l’amico Lazzaro (Gv 11,[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro commento ai solenni “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni, siamo giunti al capitolo 11. Esso è tutto occupato dall’episodio della risurrezione di Lazzaro. L’insegnamento che Giovanni ha voluto trasmettere alla Chiesa  con la sapiente composizione del capitolo si può riassumere in tre punti:<br />
Primo punto: Gesú risuscita l’amico Lazzaro (Gv 11, 1-44).<br />
Secondo punto: La risurrezione di Lazzaro provoca la condanna a morte di Gesú (11, 47-50):<br />
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: “Che cosa facciamo? Quest&#8217;uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”. Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell&#8217;anno, disse loro: “Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!.<br />
Terzo punto: La morte di Gesú procurerà la risurrezione di tutti quelli che credono in lui (11, 51-53). L’Evangelista infatti commenta:<br />
Questo però [Caifa] non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell&#8217;anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.</p>
<p>Riassumendo, la risurrezione di Lazzaro provoca la morte di Gesú; la morte di Gesú provoca la risurrezione  di chiunque crede in lui!<br />
*    *    *<br />
Adesso possiamo concentrarci sulla parola di auto-rivelazione contenuta nel contesto:<br />
Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell&#8217;ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno (11, 23-25).<br />
“Io sono la risurrezione!” Ci domandiamo: di quale risurrezione parla qui Gesú? Marta pensa alla risurrezione finale. Gesú non nega questa risurrezione “dell’ultimo giorno”, che altrove egli stesso promette (Gv 6,54),  ma qui annuncia una cosa nuova: che la risurrezione comincia già fin da ora per chi crede in lui. Sant’Agostino commenta: “Il Signore ci ha indicato una risurrezione dei morti che precede la risurrezione finale. E non si tratta di una risurrezione come quella di Lazzaro o del figlio della vedova di Nain…che risuscitarono per morire un’altra volta” .<br />
Come si vede, l’idea d’una risurrezione “spirituale” ed  esistenziale, che ha luogo già in questa vita grazie alla fede,  non era ignota nella tradizione cristiana. La novità è intervenuta quando si è voluto fare di essa l’unico significato della parola di Gesú. È nota la posizione di Bultmann, ora in gran parte superata, ma che imperversava quando studiavo teologia io. Secondo lui, la risurrezione di cui parla Gesú è una risurrezione esistenziale, un risveglio di coscienza, basato sulla fede. Siamo sulla linea del vago “appello alla decisione”e del “decidersi per   Dio”, a cui egli riduce pressoché tutto il messaggio del Vangelo.<br />
Ma Giovanni dedica due interi capitoli del suo Vangelo alla risurrezione reale e corporale di Gesú, fornendo alcune delle informazioni più dettagliate su di essa. Per lui, dunque, non è solo “la causa di Gesú”, cioè il suo messaggio, che è risorta da morte –come qualcuno ha scritto  &#8211; ma la sua persona!<br />
La risurrezione attuale non sostituisce quella finale del corpo, ma ne è la garanzia. Essa non vanifica e non rende inutile la risurrezione di Cristo dalla tomba, ma anzi si fonda proprio su di essa. Gesú può dire “Io sono la risurrezione”, perché egli è il Risorto! Prima di Giovanni, è stato l’Apostolo Paolo ad affermare l’inscindibile legame tra la fede cristiana e la risurrezione reale di Cristo. È sempre utile e salutare ricordare le sue veementi parole ai Corinzi:<br />
Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono…  ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati (1 Cor 15, 14-17).<br />
Gesú stesso aveva indicato la sua risurrezione come il segno per eccellenza dell’autenticità della sua missione. Agli avversari che gli chiedevano un segno, egli dà una risposta che difficilmente si può attribuire ad altri che a Gesú stesso:<br />
Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell&#8217;uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt 12, 39-40).<br />
I suoi oppositori sapevano bene che Giona non era rimasto per sempre nel ventre della balena, ma che dopo tre giorni era uscito da essa.<br />
Ho parlato, in una precedente meditazione, del pregiudizio presente nei non credenti nei confronti della fede, che non è minore di quello che essi rimproverano ai credenti. Rimproverano infatti ai credenti di non poter essere obbiettivi, dal momento che la fede impone loro, in partenza, la conclusione cui devono giungere, senza accorgersi che altrettanto avviene tra di essi. Se si parte dal presupposto che  Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli non sono possibili, la conclusione a cui si giungerà è  anch’essa data in partenza, perciò, alla lettera, un pre-giudizio.<br />
La risurrezione di Cristo costituisce il caso più esemplare di ciò. Nessun evento dell’antichità è suffragato da tante testimonianze di prima mano come questo. Alcune di esse risalenti a personalità del calibro intellettuale di Saulo di Tarso che aveva in precedenza fieramente combattuto tale credenza. Egli fornisce un elenco dettagliato di testimoni, alcuni dei quali ancora in vita, che avrebbero potuto, perciò, facilmente smentirlo (1Cor 15, 6-9).<br />
Si fa leva sulle discordanze circa i luoghi e i tempi delle apparizioni, senza rendersi conto che questa non programmata coincidenza sul fatto centrale è una riprova della verità storica di esso, più che una sua smentita. Nessuna “armonia prestabilita” in questo caso! Prima di essere messi per iscritto, gli eventi della vita di Gesú furono per decenni trasmessi per via orale &#8211; e  variazioni e adattamenti marginali sono tipici di ogni racconto che una comunità viva e in espansione fa delle proprie origini, secondo i luoghi e le circostanze. È la conclusione cui è giunta la più recente e accreditata ricerca critica sui Vangeli .<br />
Non ci sono, del resto, soltanto le apparizioni. San Giovanni Crisostomo ha, al riguardo, una pagina famosa, a cui tutta l’indagine critica moderna non ha tolto nulla della sua forza di persuasione. Diceva, dunque, in una omelia al popolo:</p>
<p>Come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi, che mai forse avevano messo piede in una città o in una piazza, come potevano pensare di affrontare tutta la terra? [...] Non avrebbero, piuttosto, dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione e noi, con il solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo intero? Non sarebbe da folli mettersi in una simile impresa, o anche semplicemente pensarla? È evidente perciò che se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti mai a tanto rischio. </p>
<p>A tutte queste prove il non credente non può opporre se non la convinzione che la risurrezione dai morti è qualcosa di soprannaturale e il soprannaturale non esiste. E cosa è questo se non, appunto, un pre-giudizio e un “a priori”? </p>
<p>Fides christianorum resurrectio Christi est, ha scritto sant’Agostino: “La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo” E aggiungeva: “ Tutti credono che Gesù sia morto, anche i reprobi lo credono, ma non tutti credono che sia risorto e non si è cristiani se non si crede ciò” . Questo è il vero articolo con cui “la Chiesa sta o cade”. Negli Atti, gli Apostoli sono definiti semplicemente come “testimoni della sua risurrezione” (Atti, 1,22; 2,32). Valeva dunque la pena rinfrescare la nostra fede in essa, prima di celebrarla liturgicamente tra qualche settimana.<br />
*    *    *<br />
Solo adesso, dopo aver messo al sicuro il fatto storico della Risurrezione di Cristo, possiamo dedicare la nostra attenzione al significato esistenziale della parola di Gesú: “Io sono la risurrezione e la vita”. Commentando l’episodio dei morti risuscitati e apparsi in Gerusalemme al momento della morte di Cristo (Mt 27, 52-53), san Leone Magno scrive: “Appaiano anche ora nella Città Santa [cioè, nella Chiesa] i segni della futura risurrezione e ciò che deve compiersi un giorno nei corpi, si compia ora nei cuori” . Ci sono, in altre parole, due tipi di risurrezione: c’è una risurrezione del corpo che avverrà nell’ultimo giorno e c’è una risurrezione del cuore che deve avvenire ogni giorno!</p>
<p>Il modo migliore per scoprire cosa si intende per risurrezione del cuore, è osservare cosa produsse spiritualmente la risurrezione fisica di Gesù nella vita degli Apostoli. Pietro inizia la sua Prima Lettera con queste alte parole:</p>
<p>Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un&#8217;eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi. (1 Pt 1,3-4)</p>
<p>La risurrezione del cuore è dunque  la rinascita della speranza. Stranamente, la parola “speranza” è assente nella predicazione di Gesù. I Vangeli riportano molti suoi detti sulla fede e sulla carità, ma nessuno sulla speranza, anche se tutta la sua predicazione proclama che esiste una risurrezione dai morti e una vita eterna. Al contrario, dopo Pasqua, vediamo esplodere letteralmente l&#8217;idea e il sentimento della speranza nella predicazione degli Apostoli. Dio stesso viene definito “il Dio della speranza” (Rm 15,13). La spiegazione dell&#8217;assenza di detti sulla speranza nel Vangelo è semplice: Cristo doveva prima morire e risorgere. Risorgendo, ha aperto la fonte della speranza; ha inaugurato l&#8217;oggetto stesso della speranza che è una vita con Dio oltre la morte.</p>
<p>Proviamo a vedere cosa potrebbe produrre una rinascita della speranza nella nostra vita spirituale. Gli Atti degli Apostoli raccontano ciò che accadde, un giorno, davanti alla porta del tempio di Gerusalemme chiamata “la Porta Bella”. Presso di essa giaceva uno storpio che chiedeva l&#8217;elemosina. Un giorno passarono di lì Pietro e Giovanni e sappiamo cosa accadde. Lo storpio, guarito, balzò in piedi e finalmente, dopo chissà quanti anni che giaceva lì abbandonato, anche lui varca quella porta ed entra nel tempio “saltando e lodando Dio” (At 3,1-9).</p>
<p>Qualcosa di simile potrebbe accadere anche a noi, grazie alla speranza. Spesso ci troviamo anche noi, spiritualmente, nella posizione dello storpio sulla soglia del tempio; inerti e tiepidi, come paralizzati di fronte alle difficoltà. Ma ecco che la speranza divina passa accanto a noi, portata dalla parola di Dio, e dice anche a noi, come Pietro disse allo storpio e come Gesù disse al paralitico: “Alzati e cammina!” (Mc 2,11). E noi ci alziamo ed entriamo finalmente nel cuore della Chiesa, pronti ad assumere, di nuovo e con gioia, i compiti e le responsabilità che ci sono assegnate dalla Provvidenza e dall’obbedienza. Questi sono i miracoli quotidiani della speranza. Essa è davvero una grande taumaturga, operatrice di miracoli; rimette in piedi migliaia di storpi e paralitici spirituali, migliaia di volte. </p>
<p>Ciò che è straordinario nella speranza è che la sua presenza cambia tutto, anche quando esteriormente non cambia nulla. Io ne ho un piccolo esempio nella mia vita. Io sono una persona che soffre molto più il freddo che il caldo. Ora in Italia a marzo, all&#8217;inizio della primavera, la temperatura, si sa, è più o meno la stessa che a fine ottobre e inizio novembre. Eppure per anni notavo che il freddo di marzo mi faceva meno problema che non quello di novembre. Mi sono chiesto perché, visto che la temperatura è la stessa, e finalmente ho scoperto la ragione. Il freddo di novembre è un freddo senza speranza perché si va verso l&#8217;inverno; il freddo di marzo è un freddo con speranza perché si va verso l’estate!</p>
<p>  *    *    *</p>
<p>La Lettera agli Ebrei paragona la speranza a “un’ancora sicura e salda della nostra vita”. Sicura e salda perché gettata non sulla terra ma in cielo, non nel tempo ma nell&#8217;eternità, “oltre il velo del santuario”, dice la stessa Lettera agli Ebrei (Eb 6,18-19). Questo simbolo della speranza è diventato classico. Ma abbiamo anche un&#8217;altra immagine della speranza &#8211; in un certo senso opposta alla precedente &#8211; e cioè la vela. Se l&#8217;ancora è ciò che dà sicurezza alla barca e la mantiene ferma tra le onde del mare, la vela è ciò che la fa muovere e avanzare nel mare.</p>
<p>In entrambi i modi opera la speranza, sia nei riguardi della barca che è la Chiesa che la barchetta della nostra vita. È davvero come una vela che raccoglie il vento e senza rumore lo trasforma in una forza motrice che trasporta la barca sulle acque. Come la vela, nelle mani di un buon marinaio, è in grado di sfruttare qualsiasi vento, da qualsiasi direzione spiri, favorevole o sfavorevole, per muovere la barca nella direzione desiderata, così fa la speranza.</p>
<p>Innanzitutto la speranza ci viene in aiuto nel nostro personale cammino di santificazione. La speranza diventa, in chi la esercita, il principio stesso del progresso spirituale. Essa è sempre all’erta per scoprire nuove “occasioni di bene” realizzabili. Perciò non permette di adagiarsi nella tiepidezza e nell&#8217;accidia. La speranza è l&#8217;esatto contrario di ciò che a volte si pensa. Non è una disposizione interiore bella e poetica che fa sognare e costruire mondi immaginari. Al contrario, è molto concreta e pratica. Passa il suo tempo mettendoti sempre davanti compiti da svolgere. </p>
<p>Quando in una determinata situazione non c’è assolutamente nulla da fare – dice il filosofo Kierkegaard, in uno dei suoi discorsi edificanti- , allora, sì, sarebbe la paralisi e la disperazione. Ma la speranza scopre sempre che c’è qualcosa che si può fare per migliorare la situazione: lavorare di più, essere più obbedienti, più umili, più mortificati. Quando sei tentato di dire a te stesso “Non c’è più niente da fare” (è ancora Kierkegaard che ci parla), la speranza si fa avanti e ti dice “Prega!” Tu rispondi “Ma ho pregato!” e lei “Prega ancora!” E anche quando la situazione dovesse diventare talmente dura, che non sembra ci sia davvero più nulla da fare, la speranza ci indica comunque un compito: resistere fino alla fine e non perdere la pazienza. Questi traguardi additati dal filosofo credente sono esigenti, se non addirittura eroici. È chiaro che essi non sono possibili per i nostri sforzi,  ma solo per la grazia di Dio che ci viene in aiuto e non ci lascia mai soli.</p>
<p>La speranza ha un rapporto privilegiato, nel Nuovo Testamento, con la pazienza. È il contrario dell’impazienza, della fretta, del “tutto e subito”. È l’antidoto allo scoraggiamento. Mantiene vivo il desiderio. È anche una grande pedagoga, nel senso che non indica tutto in una volta – tutto quello che c’è da fare o si può fare – ma ti mette davanti una possibilità alla volta. Dà solo “il pane quotidiano”. Distribuisce lo sforzo e permette così di realizzarlo.</p>
<p>La Scrittura mette continuamente in luce questa verità: che la tribolazione non toglie la speranza, ma anzi la aumenta: “La tribolazione –scrive l’Apostolo &#8211; produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l&#8217;amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 3-5).</p>
<p>La speranza ha bisogno della tribolazione come la fiamma ha bisogno del vento per rafforzarsi. Le ragioni terrene di speranza devono morire, una dopo l&#8217;altra, perché emerga la vera ragione incrollabile che è Dio. Succede come nel varo di una nave. È necessario che vengano rimosse le impalcature che sostenevano artificialmente la nave, quando era in costruzione, e che vengano portati via uno dopo l&#8217;altro tutti i vari puntelli, perché possa  galleggiare e avanzare liberamente sull&#8217;acqua. </p>
<p>La tribolazione ci toglie ogni “presa” e ci porta a sperare solo in Dio. Conduce a quello stato di perfezione che consiste nel sperare quando sembra che non ci sia speranza (Rm 4,18), cioè nel continuare a sperare confidando nella parola una volta pronunciata da Dio, anche quando ogni ragione umana per sperare è scomparsa . Tale fu la speranza di Maria sotto la croce e per questo la pietà cristiana la invoca con il titolo di Mater Spei, madre della speranza. </p>
<p>La forza trasformatrice della speranza è meravigliosamente descritta in un bellissimo brano di Isaia:<br />
Anche i giovani faticano e si stancano,<br />
gli adulti inciampano e cadono;<br />
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,<br />
mettono ali come aquile,<br />
corrono senza affannarsi,<br />
camminano senza stancarsi. (Is 40,30–31)<br />
L’oracolo è la risposta al lamento del popolo che dice: “La mia sorte è nascosta al Signore”. Dio non promette di togliere le ragioni della stanchezza e dello sfinimento, ma dona speranza. La situazione rimane di per sé quella che era, ma la speranza dà la forza per superarla. </p>
<p>Nel libro dell&#8217;Apocalisse leggiamo che “Quando il drago si vide gettato sulla terra, inseguì la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila, affinché potesse volare verso il suo luogo nel deserto” (Ap 12,13-14). Se l&#8217;immagine delle ali dell&#8217;aquila si ispira, come sembra chiaramente, al testo di Isaia, ciò significa che a tutta la Chiesa sono state donate le grandi ali della speranza, affinché con esse possa, ogni volta, sfuggire agli attacchi del male e superare ogni difficoltà. Oggi come allora.</p>
<p>Terminiamo ascoltando, come fatta ora su di noi,  l’invocazione che l’Apostolo Paolo fa a favore dei fedeli di Roma al termine della sua Lettera ad essi indirizzata:<br />
Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo. (Rom 15,13)</p>
<p>  1.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 19,9.<br />
  2.W. Marxsen, La risurrezione di Gesú di Nazareth, Bologna 1970 (ed. Ingl. The Resurrection of Jesus of Nazareth, London 1970).<br />
  3.Cf. J.D.G. Dunn, Gli albori del Cristianesimo, 3 voll, Paideia, Brescia 2006, sintetizzato nel suo Cambiare prospettiva su Gesú, Paideia, Brescia 2011.<br />
  4.Giovanni Crisostomo, Omelie sulla I lettera ai Corinzi, 4, 4 (PG 61, 35 s.).<br />
  5.Agostino, Enarr. in Psaslmos, 120,6.<br />
  6.Leone Magno, Sermo 66, 3: PL 54, 366.<br />
  7.Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Parte II, nr. 3.</p>
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		<title>“IO SONO IL BUON PASTORE”  -Terza Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 13:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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		<description><![CDATA[Continuiamo la nostra riflessione sui grandi “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni. Questa volta Gesú non si presenta a noi con simboli di realtà fisiche inanimate –il pane, la luce -, ma con un personaggio umano, il pastore: “Io –dice- sono il buon pastore!”. Ascoltiamo la parte del discorso in cui è contenuta[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continuiamo la nostra riflessione sui grandi “Io Sono” di Cristo nel Vangelo di Giovanni. Questa volta  Gesú non si presenta a noi con simboli di realtà fisiche inanimate  –il pane, la luce -, ma con un personaggio umano, il pastore: “Io –dice- sono il buon pastore!”. Ascoltiamo la parte del discorso in cui è contenuta l’auto-proclamazione di Cristo:<br />
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario &#8211; che non è pastore e al quale le pecore non appartengono &#8211; vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore (Gv 10, 11-15).<br />
L’immagine di Cristo “buon Pastore” ha un posto privilegiato nell’arte e nelle iscrizioni paleocristiane. Il Buon Pastore è presentato, secondo il modulo classico, nello splendore della giovinezza. Porta sulle spalle la pecora che tiene ben salda per le zampe. L’immagine giovannea del buon pastore è ormai fusa per sempre con quella sinottica del pastore che va in cerca della pecorella smarrita (Lc 15, 4-7)<br />
Il contesto del brano sul buon pastore è lo stesso dei due capitoli precedenti e cioè la discussione con “i giudei” che ha luogo a Gerusalemme, in occasione della festa delle Capanne. Ma in Giovanni si sa che il contesto conta relativamente, perché, diversamente dai Sinottici, egli non è preoccupato di darci un resoconto storico e coerente della vita di Gesú (che sembra dare per conosciuto), ma un insieme di “segni” e di insegnamenti del Maestro. Questi tuttavia non appaiono mai fuori del tempo e dello spazio, come avviene nei libri di teologia, ma anch’essi situati in luoghi e tempi precisi (a volte più precisi degli stessi Sinottici) che conferiscono ad essi un valore  “storico” nel senso più profondo del termine.<br />
*    *    *<br />
Diciamocelo pure: l’immagine del buon pastore, e quelle connesse di pecora e di gregge, non sono davvero di moda oggigiorno. Non teme, Gesú, chiamandoci sue pecore, di urtare la nostra sensibilità e di offendere la nostra dignità di uomini liberi? L’uomo d&#8217;oggi rifiuta sdegnosamente il ruolo di pecora e l’idea di gregge. Non si accorge però di come, nella realtà, egli viva la situazione che condanna nella teoria. Uno dei fenomeni più evidenti della nostra società è la massificazione. Stampa, televisione, internet, si chiamano “mezzi di comunicazione di massa”, mass-media, non solo perché informano le masse, ma anche perché le formano, massificano.<br />
Senza accorgersene, ci si lascia guidare supinamente da ogni sorta di manipolazione e di persuasione occulta. Altri creano modelli di benessere e di comportamento, ideali e obbiettivi di progresso, e la gente li adotta; si va dietro, timorosi di perdere il passo, condizionati e plagiati dalla pubblicità. Mangiamo quello che ci dicono, vestiamo come impone la moda, parliamo come sentiamo parlare. Noi ci divertiamo quando si vede scorrere un filmato a passo accelerato, con le persone che si muovono a scatti, rapidamente, come marionette; ma è l’immagine che avremmo di noi stessi se ci guardassimo con occhio meno superficiale.<br />
Per capire in che senso Gesú si proclama il buon pastore e chiama noi le sue pecore, bisogna rifarsi alla storia biblica. Israele fu, all’inizio, un popolo di pastori nomadi. I Beduini del deserto ci danno oggi un’idea di quella che fu un tempo la vita delle tribù d’Israele. In questa società, il rapporto tra pastore e gregge non è solo di tipo economico, basato sull’interesse. Si sviluppa un rapporto quasi personale tra il pastore e il gregge. Giornate e giornate passate insieme in luoghi solitari, senza anima viva intorno. Il pastore finisce per conoscere tutto di ogni pecora; la pecora riconosce la voce del pastore che spesso parla  a voce alta alle pecore, come fossero persone. Questo spiega come mai, per esprimere il suo rapporto con l’umanità, Dio si è servito di questa immagine, oggi divenuta ambigua. “Tu, pastore d’Israele”, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge”, prega il salmista (Sal 80, 2).<br />
Con  il passaggio dalla situazione di tribù nomadi a quella di popolo sedentario, il titolo di pastore viene dato, per estensione, anche a quelli che fanno le veci di Dio in terra: i re, i sacerdoti, i capi in genere. Ma in questo caso il simbolo si scinde: non evoca più solo immagini di protezione, di sicurezza, ma anche quelle di sfruttamento e di oppressione. Accanto all’immagine del buon pastore, fa la sua comparsa quella del cattivo pastore. Nel profeta Ezechiele troviamo una terribile requisitoria contro i cattivi pastori che pascolano solo se stessi; si nutrono di latte, si vestono di lana, ma non si curano minimamente delle pecore che trattano anzi “con crudeltà e violenza” (cf Ez 34, 1 ss.). A questa requisitoria contro i cattivi pastori, segue una promessa: Dio stesso un giorno si prenderà cura amorevole del suo gregge:<br />
Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata (Ez 34, 16).<br />
Gesù, nel Vangelo, riprende questo schema del buono e del cattivo pastore, ma con una novità. “Io – dice – sono il buon pastore!”. La promessa di Dio è diventata realtà, superando ogni attesa.<br />
*    *    *<br />
A questo punto, dobbiamo   richiamare alla mente l’intento  che ci siamo proposti con queste meditazioni: un intento personale più che “pastorale”, far penetrare il Vangelo nella nostra vita, per poterlo poi annunciare al mondo con più credibilità.<br />
Il discorso di Gesú ha due attori: il pastore e il gregge, cioè, al singolare ogni singola pecorella. Con quale dei due ci identificheremo? Sant’Agostino, nel giorno anniversario della sua  ordinazione episcopale, diceva al popolo: “Per voi io sono vescovo, con voi sono un cristiano!”: “vobis sum episcopus, vobiscum sum christianus” . E in altra occasione: “Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi” . Dimentichiamo,  dunque, il nostro ruolo –voi di pastori e io di predicatore – e sentiamoci per una volta soltanto e unicamente pecorelle del gregge. Ricordiamo la domanda che sta a cuore a Gesú nel dialogo di Cesarea: “Per voi chi sono io?”. Come dicesse: “Dimenticate per un momento chi sono per la gente e concentratevi su voi stessi”.<br />
Il grande psicologo Carlo Gustavo Jung definisce lo psichiatra: “A wounded healer”: un guaritore malato. Il senso della sua teoria è che bisogna conoscere le proprie ferite psicologiche per curare quelle degli altri  e che conoscere le ferite degli altri aiuta a curare le proprie. L’intuizione dello psicanalista vale anche per le ferite spirituali. Il pastore della Chiesa è anche lui un “wounded healer”, un malato che deve aiutare gli altri a guarire.<br />
Cerchiamo di vedere qual è la principale malattia di cui dobbiamo curarci, per curare altri. Qual è la cosa che, da un capo all’altro della Bibbia, viene inculcata alle pecore nei confronti  di  Dio-Pastore? È di non avere paura! Le parole si affollano nella memoria, a questo punto, cominciando da quelle di Gesú: “Non temere, piccolo gregge” (Lc 12, 32), “Perché avete paura, gente di poca fede”, disse agli apostoli, dopo aver sedato la tempesta” (Mt 8,26). Ricordiamo anche alcune parole familiari dei salmi, non come semplici citazioni bibliche, ma facendoli nostri ora mentre li ascoltiamo:<br />
Il Signore è il mio pastore:<br />
non manco di nulla&#8230;<br />
 Anche se vado per una valle oscura,<br />
non temo alcun male, perché tu sei con me (Sal 23, 1.4).</p>
<p>Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?<br />
Il Signore è difesa della mia vita,<br />
di chi avrò terrore?” (Sal 27,1).</p>
<p>Parliamo dunque di questo “male oscuro” della paura che ha tanto potere di rubare agli uomini e alle donne la gioia di vivere. La paura è la nostra condizione esistenziale; essa ci accompagna dall’infanzia alla morte. Il bambino ha paura di tante cose; li chiamiamo terrori infantili; l’adolescente ha paura del¬l’altro sesso e si avviluppa a volte in complessi di timidezza e di inferiorità; Gesù ha dato un nome alle principali nostre paure di adulti: paura del domani    &#8211;“che mangeremo?”- (Mt 6, 31)), paura del mondo e dei potenti, -“coloro che uccidono il corpo” (Mt 10,28). Su ognuna di queste paure ha pronunciato il suo: Nolite timere! Questa non è una parola vuota e impotente; è una parola efficace, quasi sacramentale. Come tutte le parole di Gesù, opera ciò che significa; non è come il sem¬plice:  “Fatti coraggio! “ che ci diciamo, l’un l’altro, noi esseri umani. </p>
<p>*     *     *<br />
Ma che cos’è la paura? Lasciamo da parte l’angoscia esistenziale di cui disquisiscono i filosofi da un secolo e mezzo a questa parte. Parliamo delle paure comuni e familiari. Possiamo dire che la paura è la reazione a una mi¬naccia al nostro essere, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il no¬stro mondo affettivo. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. A seconda che si tratti di pericoli oggettivi e reali, o immaginari, si parla di paure giustificate e ingiustificate, o addirittura di nevrosi: claustrofobia, agorafobia, paura di malattie immaginarie, e via dicendo.<br />
La psicologia e la psicanalisi cercano di curare paure e nevrosi analizzandole e portandole dall’inconscio al conscio. Il Vangelo non distoglie da questi mezzi umani, anzi li incoraggia, ma aggiunge qualcosa che nessuna scienza può dare. San Paolo scrive: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzio¬ne, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?&#8230; Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8, 35.37). La liberazione non è, qui, in una idea o in una tecnica, ma in una persona! Il “ solvente “ di ogni paura è Cristo che ha detto ai suoi discepoli: “Non abbiate paura, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).<br />
Dall’ambito personale, l’Apostolo allarga poi lo sguardo  sul grande scenario dello spazio e del tempo, dalle piccole paure individuali passa a quelle grandi e universali . Scrive:<br />
“Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun&#8217;altra creatura potrà mai separarci dall&#8217;amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8, 38-39).<br />
“Né morte, né vita!”. Cristo ha vinto la cosa che ci fa più paura al mondo, la morte. Di lui, la Lettera agli Ebrei, dice che è morto “per ridurre all&#8217;impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr 2, 14-15).<br />
“Né altezza, né profondità”, che è come dire: né l’infinitamente grande che è l’universo con le proporzioni che vanno sempre più dilatandosi, né l’infinitamente piccolo &#8211; l’atomo &#8211; di cui abbiamo scoperto, a nostro rischio, la terribile potenza. Oggi siamo più che mai esposti a questo genere di paure cosmiche. L’uomo moderno avverte acutamente la sua vulnerabilità in un mondo violento e impazzito. Che ne sarà dell’avvenire  del nostro pianeta se, nonostante i gridi di allarme del Papa e delle persone più responsabili della società,  continuiamo, a briglie sciolte, a consumare e inquinare?<br />
Al termine delle sue riflessioni filosofiche sul pericolo della tecnica per l’uomo moderno, Martin Heidegger, quasi gettando la spugna, esclamava: “Solo un dio ci può salvare!” . “Un  dio” (lettera minuscola!) è il solito modo mitico per parlare di qualcosa che sta sopra di noi. Noi togliamo l’articolo indeterminativo e diciamo “solo Dio” ( e sappiamo quale Dio!) ci può salvare!”<br />
Non è uno scaricare su  Dio le nostre responsabilità, ma credere, che, alla fine, “tutto concorre al bene di coloro che  amano  Dio” [e che Dio ama!] (cf. Rom 8,28). Quando si ha a che fare con  Dio, la misura è l’eternità. Si può essere delusi nel tempo, ma non per l’eternità. Noi cristiani abbiamo un motivo ben più forte del salmista per ripetere, davanti agli sconvolgimenti fisici e morali del mondo :<br />
Dio è per noi rifugio e forza,<br />
aiuto sempre vicino nelle angosce.<br />
Perciò non temiamo se trema la terra,<br />
se crollano i monti nel fondo del mare. (Sal 46)<br />
*    *    *<br />
Ma non abbiamo  preso ancora in considerazione la cosa più consolante che il Vangelo ha da dirci sulle nostre paure e angosce! Dopo avere, in mille modi, esortato i suoi discepoli a non temere, egli ha fatto qualcosa d’altro. Mai si era sentito dire, nella Bibbia, che il pastore buono dà la vita per le sue pecorelle. Che le conosce, le guida, le cura, le difende:  questo sì; ma non che dà la vita per esse. Gesú ha promesso di farlo e lo ha fatto!<br />
Egli ha preso su di sé le nostre paure. Dice l’autore della Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte” (Eb 5,7). L’autore allude a quello che avvenne in Gesú nella notte del Getsemani.  L’Evangelista Marco dice che nell’Orto degli ulivi Gesú “cominciò a sentire paura e angoscia e disse ai discepoli: La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Mc 14, 33-34). Gesú si sente solo, tagliato fuori dal consorzio umano; chiede agli apostoli di stargli vicino, di rimanere con lui. La stessa Lettera agli Ebrei mette in luce il messaggio consolante racchiuso per noi in questa misteriosa pagina del Vangelo:<br />
Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno (Eb 4, 15-16).<br />
Prendendole su di sé, Gesú ha redento anche le nostre paure e angosce. “Dalle sue piaghe siamo stati guariti”, dice di lui la Scrittura (Is  53,5-6; 1 Pt 2, 24). Gesú è il vero “wounded healer”, di cui parlava lo psicologo, il piagato che guarisce le piaghe. Ha fatto delle paure e delle angosce  occasioni di crescita in umanità e in comprensione degli altri.<br />
Ma  neppure questo esaurisce ciò che il Vangelo ha da dirci circa le nostre paure. Se tutto finisse qui, la nostra consolazione sarebbe ancora incompleta. Avremmo davanti agli occhi un eroico e commovente esempio da seguire, ma non una mano che ci sostiene. Ma ecco il secondo grande annuncio del Vangelo: il guaritore trafitto è risorto da morte e ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Non ci ha dato solo l’esempio di come vincere l’angoscia; ci ha dato il mezzo per vincerla: la sua presenza e la sua grazia. A Paolo che si rattristava a causa della sua “spina nella carne”, il Risorto risponde: “Ti basta la mia grazia!” (2 Cor 12,9).<br />
I martiri ne hanno fatto –e ne fanno tuttora!- l’esperienza tangibile. Negli Atti  dei martiri cartaginesi, uccisi sotto l’imperatore  Settimio Severo nei primi anni del III secolo, (tra i più attendibili, storicamente, tra tutti gli Atti dei martiri!), si legge che una di essi, di nome Felicita, era incinta all’ottavo mese e nei dolori del parto gemeva, nel carcere, per il dolore. Uno dei custodi le disse: “Se ti lamenti adesso, che farai quando sarai gettata alle fiere nell’arena?” E lei in risposta: “Adesso sono io a soffrire, allora un altro soffrirà per me!” .<br />
Abbiamo un esempio più vicino a noi. In carcere e alla vigilia di essere impiccato, in seguito al fallito colpo di stato contro Hitler,  il Pastore Dietrich Bonhoeffer, scrisse questi versi che  vengono spesso usati come inno liturgico:<br />
Da forze amiche a meraviglia avvolti<br />
attendiamo con calma l’avvenire.<br />
Dio è con noi di sera e di mattino,<br />
sarà con noi in ogni giorno nuovo .<br />
*     *     *<br />
Ci siamo imposti di non parlare, in queste meditazioni,  di quello che dobbiamo fare per gli altri, ma solo di quello che Gesú è e fa per noi: di identificarci con le pecorelle, non con il pastore. Ma una piccola eccezione dobbiamo farla in questa occasione. Nonostante tutte le esortazioni del Vangelo, non sempre  è in nostro potere liberarci dalla paura e dall’angoscia. In compenso, è in nostro potere liberare qualcun altro (o aiutarlo a liberarsi) da esse.<br />
Pascal ha scritto nel suo Memoriale: “Gesú è in agonia fino alla fine del mondo e non bisogna lasciarlo solo in  tutto questo tempo” . Egli continua ad essere in agonia perché, nella dimensione dell’eternità in cui è entrato, non esiste più un passato, ma tutto è misteriosamente presente, anche la sua notte nel Getsemani. Ma è in agonia anche in un altro modo meno misterioso. Lo è nel suo corpo mistico: in coloro che sono oppressi dall’angoscia e dalla paura  a causa della solitudine, delle malattie, della persecuzione, dell’esilio, della guerra. Siamo noi ora gli occhi, la bocca e le mani di Cristo. Cerchiamo con essi di recare conforto  a qualcuno di loro e ci sentiremo dire nel cuore:  “L’avete fatto a me!” (Mt 25, 40). Dobbiamo essere anche noi -pastori o semplici credenti – altrettanti wounded healers, poveri malati che guariscono gli altri.<br />
Termino con un aneddoto che molti, penso, conoscono, ma che ci aiuta a incidere in noi l’immagine di Gesú che ci porta sulle spalle nei momenti difficili della nostra vita. Parla di un uomo che in sogno rivede tutta la sua vita. Ecco un breve riassunto della storia:<br />
Cammino sulla sabbia in riva al mare, lasciando dietro di me, non uno ma due paia di orme. Capisco che il secondo paio sono le orme di Gesú che cammina al mio fianco e sono felice. Ma ecco che, a un certo punto, quel secondo paio scompare e sulla sabbia si vedono soltanto le orme di due piedi. Questo, capisco, avviene proprio in corrispondenza ai momenti più bui e difficili della mia vita. Me ne lamento e dico: “Signore, mi hai lasciato solo proprio quando avevo più bisogno di te!” “Figliolo – mi risponde Gesú &#8211; quel solo paio di orme erano le mie. Tu eri sulle mie spalle!”</p>
<p>  1.Agostino, Sermo 340, 1 (PL 38,1483).<br />
  2.Agostino, Espos. sui Salmi, 126, 3.<br />
  3.Martin Heidegger, Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Gesamtausgabe, vol. 16, Frankfurt 1975.<br />
  4.Passio Sanctarum Perpetuae et Felicitatis,  XV (Ed. C.J. von Beek, Bonn 1938).<br />
  5.Von guten Mächten wunderbar geborgen /erwarten wir getrost, was kommen mag.<br />
    Gott ist mit uns am Abend und am Morgen / und ganz gewiss an jedem neuen Tag.<br />
  6.B. Pascal, Pensieri, 553, ed. Br.</p>
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		<title>“IO SONO LA LUCE DEL MONDO” Seconda Predica, Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2024 12:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste prediche di Quaresima ci siamo proposti di meditare sui grandi “Io Sono” (Ego eimi) pronunciati da Gesú nel Vangelo di Giovanni. C’è però una domanda che si pone, a proposito di essi: sono stati davvero pronunciati da Gesú, o sono dovuti alla riflessione posteriore dell’Evangelista, come tante parti del Quarto Vangelo? La risposta che oggi praticamente tutti gli esegeti darebbero a questa domanda è la seconda. Io sono convinto, però, che tali affermazioni sono “di Gesú” e cerco di spiegare perché.<br />
C’è una verità storica e una verità che possiamo chiamare reale o ontologica. Prendiamo uno di questi “Io Sono” di Gesú, per esempio quello che dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Se per qualche improbabile nuova scoperta si venisse a conoscere che la frase fu, di fatto e storicamente, pronunciata dal Gesù terreno, non è questo che la renderebbe “vera”. Si può sempre pensare, infatti, che chi la pronuncia sia un illuso e si inganni! (Tanti hanno creduto di essere la luce del mondo prima e dopo di lui!). Ciò che la rende “vera” è il fatto che &#8211; nella realtà e al di sopra di ogni contingenza storica &#8211; egli è la via, la verità e la vita.<br />
In questo senso più profondo e più importante, tutte e singole le affermazioni che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni sono “vere”, anche quella in cui dice: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58). La definizione classica di verità è “corrispondenza tra la cosa e l’idea che si ha di essa” (adaequatio rei et intellectus); la verità rivelata è corrispondenza tra la realtà e la parola ispirata che la proclama. Le grandi parole che mediteremo sono dunque di Gesú: non del Gesù storico, ma del Gesú che –come aveva promesso ai discepoli (Gv 16,12-15) &#8211; ci parla con l’autorità del Risorto, mediante il suo Spirito.<br />
*    *    *<br />
Dalla sinagoga di Cafarnao in Galilea, passiamo oggi al tempio di Gerusalemme, in Giudea, dove Gesú si è recato in occasione della festa delle Capanne. Qui si svolge il dibattito con “i giudei”, in cui è inserita l’auto-proclamazione di Gesú  che, in questa meditazione, vogliamo raccogliere:<br />
Io sono la luce del mondo.<br />
chi segue me, non camminerà nelle tenebre,<br />
 ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).</p>
<p>Questa parola è così pregnante e così bella che i cristiani, da subito, la scelsero come una delle designazioni preferite di Cristo. In molte basiliche antiche &#8211; come nel duomo di Cefalù e di Monreale in Sicilia &#8211; nel mosaico dell’abside, Gesú è rappresentato come il Pantocrator, o Signore dell’universo. Tiene un libro aperto davanti a sé e  mostra la pagina dove sono scritte, in greco e in latino, proprio quelle parole: “Egô eimi to phôs tou cosmou &#8211; Ego sum lux mundi”: “Io sono la luce del mondo”.<br />
Gesú luce del mondo: per noi, oggi, questo è diventato una verità creduta e proclamata, ma ci fu un tempo in cui essa non era soltanto questo; era una esperienza vissuta, come succede talvolta a noi, quando, dopo un blackout ritorna improvvisamente la luce, o quando, al mattino, aprendo la finestra, si è inondati della luce del giorno. La Prima Lettera di Pietro  ne parla come di un essere “trasferiti dalle tenebre all&#8217;ammirabile luce”  (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ). Rievocando il momento della sua conversione e del suo battesimo, Tertulliano lo descrive con l’immagine del bambino che esce dall’utero buio della madre e si spaventa al contatto con l’aria e con la luce. “Uscendo –scrive – dal comune grembo di una stessa ignoranza,  noi trasalimmo alla luce della verità”: ad lucem expa¬vescentes véritatis”  .<br />
*    *    *<br />
Ci poniamo subito la domanda: cosa significa per noi, ora e qui, quella parola di Gesú: “Io sono la luce del mondo”? L’espressione “luce del mondo” ha due significati fondamentali. Il primo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto la sua è la suprema e definitiva rivelazione di  Dio all’umanità. Lo afferma nel modo più netto  e in tono solenne l’incipit della Lettera agli Ebrei:<br />
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo (Ebr 1, 1-2).<br />
La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione! “Io sono la luce”, non io porto la luce nel mondo. I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”. Nel 1964 Marshall McLuhan lanciò il famoso slogan : “Il mezzo è il messaggio”: The medium is the message”, volendo  con ciò significare che il mezzo con cui viene diffuso un messaggio condiziona il messaggio stesso. Questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo. In lui, il mezzo di trasmissione  è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio!<br />
Questo, dicevo, è il primo significato dell’espressione “luce del mondo”. Il secondo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso; fa vedere ogni cosa nella sua giusta luce, per quello che è davanti a  Dio. Riflettiamo su ognuno dei due significati, partendo dal primo, cioè da Gesú come suprema rivelazione della verità di Dio.<br />
Da questo punto di vista, la luce che è Cristo ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana. Ne parliamo non con intento polemico o apologetico, cioè per sapere cosa rispondere agli oppositori della fede, ma per confermarci nella fede. I dibattiti su fede e ragione – più esattamente, su ragione e rivelazione – sono affetti da una dissimmetria radicale. Il credente condivide la ragione con l&#8217;ateo; l&#8217;ateo non condivide la fede nella rivelazione con il credente. Il credente parla il linguaggio dell&#8217;interlocutore ateo; l&#8217;ateo non parla la lingua della controparte credente.<br />
Per questo motivo il dibattito più giusto su fede e ragione è quello che avviene nella stessa persona, tra la propria fede e la propria ragione. Abbiamo casi famosi nella storia del pensiero umano di persone in cui non si può dubitare di un&#8217;identica passione sia per la ragione che per la fede: Agostino di Ippona, Tommaso d&#8217;Aquino, Blaise Pascal, Søren Kierkegaard, John Henry Newman, e potremmo aggiungere Giovanni Paolo II , Benedetto XVI…<br />
La conclusione a cui ciascuno di loro è giunto è che l&#8217;atto supremo della ragione umana è riconoscere che c&#8217;è qualcosa al di sopra di essa. È anche ciò che più nobilita la ragione perché indica la sua capacità di trascendersi. La fede non si oppone alla ragione ma suppone la ragione, così come “la grazia suppone la natura”.<br />
C&#8217;è un altro malinteso da chiarire riguardo al dialogo tra fede e ragione. La critica comune rivolta ai credenti è che essi non possono essere obiettivi, dal momento che la loro fede impone loro, fin dall&#8217;inizio, la conclusione a cui arrivare. In altre parole, agisce come una pre-comprensione e un pre-giudizio. Non si presta attenzione al fatto che lo stesso pregiudizio agisce, in senso opposto, anche nello scienziato o filosofo non credente, e in modo ancora più forte. Se si dà per scontato che Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli sono impossibili, anche la conclusione è predeterminata fin dall’inizio.<br />
Un esempio tra tanti. Conoscendo la visione che Freud aveva della realtà, poteva egli ammettere che “l’amore universale” di Francesco d’Assisi avesse una componente soprannaturale chiamata grazia? Naturalmente no, e infatti egli fa di esso una “derivazione dell’amore genitale”. San Francesco è secondo lui –cito &#8211; “colui che è andato più lontano nell’usare l’amore a beneficio del suo sentimento interiore di felicità” . In altre parole, amava Dio, gli uomini, tutta la creazione e, in modo del tutto speciale, Cristo Crocifisso perché questo gli dava piacere e lo faceva sentire bene!<br />
L’uomo moderno, invece della verità, pone la ricerca della verità come valore supremo. Lessing ha scritto: “Se Dio tenesse stretta nella sua destra tutta la verità, e nella sua sinistra solo l&#8217;aspirazione sempre viva alla verità, fosse anche a condizione di essere eternamente in errore, e mi dicesse: &#8216;Scegli!’, mi inchinerei umilmente verso sinistra dicendo: ‘Questa, Padre! La pura verità appartiene solo a te’” .<br />
La ragione di ciò è abbastanza semplice. Finché sei in fase di ricerca, sei tu a condurre il gioco, il protagonista, mentre al cospetto della Verità riconosciuta come tale, non hai più scampo e devi prestare “l’obbedienza della fede”. La fede pone l&#8217;assoluto, mentre la ragione vorrebbe continuare senza fine la discussione. Come la bella Scheherazade di Mille e una Notte, la ragione umana ha sempre una nuova storia da raccontare per ritardare la sua resa.<br />
Ci sono solo due soluzioni possibili alla tensione tra fede e ragione: o ridurre la fede “entro i limiti della pura ragione”, oppure rompere i limiti della pura ragione e “prendere il largo”. Un po’ come quando l’Ulisse di Dante raggiunse le “Colonne d’Ercole”, un tempo considerate il confine estremo della Terra, e decise di non fermarsi, e fare, piuttosto, dei remi, “ali al folle volo” .<br />
*      *     *<br />
Devo però essere coerente con le mie stesse premesse. Il discorso su fede e ragione, prima di diventare un dibattito tra “noi e loro”, tra credenti e non credenti, deve essere un dibattito tra gli stessi credenti. Il peggiore tipo di razionalismo, infatti, non è quello esterno, ma quello interno alla teologia. San Paolo scriveva ai Corinzi:<br />
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di  Dio (1Cor 2,4-5).<br />
E ancora:<br />
Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo (2Cor 10,3-5).<br />
Ciò che l&#8217;Apostolo temeva si è spesso verificato tra noi. La teologia, soprattutto in Occidente, si è sempre più allontanata dalla forza dello Spirito, per affidarsi alla sapienza umana. Il razionalismo moderno esigeva che il cristianesimo presentasse il suo messaggio in modo dialettico, cioè sottoponendolo, sotto tutti gli aspetti, alla ricerca e alla discussione, affinché potesse inserirsi nello sforzo generale, filosoficamente accettabile, di una comune e sempre provvisoria comprensione del destino umano e dell’universo. Ma così facendo, l’annuncio sulla morte e risurrezione di Cristo viene sottoposto a un’istanza diversa, ritenuta superiore. Non è più un kerygma ma solo un’ipotesi fra tante.<br />
Il pericolo inerente a questo approccio alla teologia è che Dio viene oggettivato. Diventa un oggetto di cui parliamo, non un soggetto con cui – o alla cui presenza – parliamo. Un “lui” – o peggio, un “esso” – mai un “tu”! È il contraccolpo di aver fatto della teologia una “scienza”. Il primo dovere di chi fa scienza è quello di essere neutrale rispetto all&#8217;oggetto della propria ricerca; ma può uno essere neutrale quando ha a che fare con Dio? Questo fu il motivo principale che mi spinse, ad un certo punto della mia vita, ad abbandonare l&#8217;insegnamento accademico della teologia e a dedicarmi a tempo pieno alla predicazione. La conseguenza di quel modo di fare teologia, infatti, è che essa diventa sempre più un dialogo con l&#8217;élite accademica del momento, e sempre meno un nutrimento per la fede del popolo di Dio.<br />
Da questa situazione si esce solo con la preghiera, parlando con Dio, prima ancora di parlare di Dio. “Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sarai teologo”, diceva un antico Padre del deserto . Sant&#8217;Agostino fece la sua teologia più duratura – e, aggiungiamo, anche la più sicura &#8211; parlando a Dio nelle sue Confessioni. Aiuta in ciò anche la contemplazione e l&#8217;imitazione della Madre di Dio. Ella non ha mai avuto niente a che fare con idee astratte su Dio e su suo Figlio Gesú, ma solo con la loro realtà vivente.<br />
*     *     *<br />
Ho accennato, sopra, a un secondo significato dell’espressione “luce del mondo”, ed è ad esso che vorrei dedicare l’ultima parte della mia riflessione, anche perché è quella che ci riguarda più da vicino. Si tratta, dicevo, del significato, per così dire, strumentale, in cui Gesú è luce del mondo: in quanto, cioè, fa luce su tutte le cose; fa, nei confronti del mondo, quello che fa il sole nei confronti della terra. Il sole non illumina e non rivela se stesso, ma illumina tutte le cose che sono sulla terra e far vedere ogni cosa nella luce giusta.<br />
Anche in questo secondo senso, Gesú e il suo Vangelo hanno un concorrente che è il più pericoloso di tutti, essendo un concorrente interno, un nemico in casa. L’espressione “luce del mondo” cambia completamente di significato secondo che si prende l’espressione “del mondo” come genitivo oggettivo, o come genitivo soggettivo; a seconda, cioè, che  il mondo sia l’oggetto illuminato, o invece il soggetto che illumina. In questo secondo caso, non è il Vangelo, ma il mondo che fa vedere tutte le cose alla propria luce. L’Evangelista Giovanni esortava i suoi discepoli con queste parole:<br />
Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo (1 Gv 2, 15-16).<br />
Il pericolo di conformarsi a questo mondo –la mondanizzazione – è l’equivalente, nell’ambito religioso e spirituale, di quello che, nell’ambito sociale, chiamiamo secolarizzazione. Nessuno (io meno di tutti) può dire che questo pericolo non incombe anche su di lui o su di lei. Un detto attribuito a Gesú in uno scritto antico non canonico dice: “Se non digiunerete dal mondo, non scoprirete il regno di Dio” . Ecco il digiuno oggi più necessario di tutti: digiunare dal mondo, nesteuein tô kosmô, secondo il detto citato!<br />
Il mondo di cui parliamo e al quale non dobbiamo conformarci non è il mondo creato e amato da Dio; non sono gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo andare sempre incontro, specialmente i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Il “mescolarsi” con questo mondo della sofferenza e dell’emarginazione è, paradossalmente, il miglior modo di “separarsi” dal mondo, perché è andare là, da dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. È separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l’egoismo.<br />
Prima che nelle opere, il cambiamento deve avvenire nel modo di pensare. San Paolo esortava i cristiani di Roma con le parole:<br />
Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi<br />
rinnovando il vostro modo di pensare,<br />
per poter discernere la volontà di Dio,<br />
ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12, 2).<br />
All’origine della mondanizzaione ci sono tante cause, ma la principale è la crisi di fede. È la fede il terreno di scontro primario tra il cristiano e il mondo. È per la fede che il cristiano non è più “del” mondo. Inteso in senso morale, il “mondo” è tutto ciò che si oppone alla fede. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo”, scrive Giovanni nella Prima Lettera, “la nostra fede” (1 Gv 5, 4). Nella Lettera agli Efesini  c’è, a questo riguardo, una parola sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ più a lungo. Dice:<br />
Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli (Ef 2,1-2).<br />
L’esegeta Heinrich Schlier ha fatto un’analisi penetrante di questo “spirito del mondo” considerato da Paolo il diretto antagonista dello “Spirito di Dio” (1 Cor 2, 12). Un ruolo decisivo svolge in esso l’opinione pubblica. Oggi possiamo chiamarlo &#8211; in senso anche letterale &#8211; “lo spirito che è nell’aria”, perché si diffonde soprattutto via etere, attraverso i mezzi di comunicazione virtuale.<br />
Si determina – scrive Schlier – uno spirito di grande intensità storica, a cui il singolo difficilmente può sottrarsi. Ci si attiene allo spirito generale, lo si reputa ovvio. Agire o pensare o dire qualcosa contro di esso è considerato cosa insensata o addirittura un’ingiustizia o un delitto. Allora non si osa più porsi di fronte alle cose e alle situazione e soprattutto alla vita in modo diverso da come esso le presenta…La sua caratteristica è di interpretare il mondo e l’esistenza umana alla sua maniera  .<br />
È quello che chiamiamo “adattamento allo spirito dei tempi”. La morale del mozartiano “Così fan tutte”. Oggi possediamo una immagine nuova per descrivere l’azione corrosiva dello spirito del mondo, il virus dei computer. Per quel poco che ne so, il virus è un programma malignamente progettato che penetra nel computer per le vie più insospettate (scambio di e-mail, siti internet…), e una volta dentro confonde o blocca le normali operazioni, alterando i cosiddetti “sistemi operativi”.<br />
Lo spirito del mondo agisce in modo analogo. Penetra in noi per mille canali, come l’aria che respiriamo, e una volta dentro, cambia i nostri modelli operativi: al modello “Cristo” sostituisce il modello “mondo”. Il mondo ha anch’esso la sua “trinità”, i suoi tre dei, o idoli, da adorare: piacere, potere, denaro. Tutti deprechiamo i disastri che essi creano nella società, ma siamo sicuri che, nel nostro piccolo, noi stessi non ne siamo immuni?<br />
La nostra più grande consolazione, in questa lotta con il mondo che è fuori di noi e con quello che è dentro di noi, è sapere che Cristo continua, da risorto, a pregare il Padre per noi con le parole con cui si congedò dai suoi Apostoli:<br />
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo&#8230; Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo…  Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola (Gv 17, 15-20).</p>
<p>  1.Tertulliano, Apologeticum, 39, 9.<br />
  2.Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q.2, a.2, ad 1.<br />
  3.Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, IV.<br />
  4.Gotthold Lessing, Eine Duplik, I, in Werke 3, Zürich 1974, p.149.<br />
  5.Dante Alighieri, Inferno, XXVI, 125<br />
  6.Evagrio Pontico, De oratione, 60 (PG 79, 1180).<br />
  7.Cf. Clemente Al., Stromati, 111, 15; A. Resch, Agrapha, 48 (TU, 30, 1906, p. 68).<br />
  8.H. Schlier, Demoni e spiriti maligni nel Nuovo Testamento, in Riflessioni sul Nuovo Testamento, Paideia, Brescia 1976, pp. 194 s. (Ed. originale in “Geist und Leben 31 (1958), pp. 173-183.</p>
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		<title>“IO SONO IL PANE DELLA VITA”  - Prima Predica Quaresima 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 12:32:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[All’inizio di queste prediche di Quaresima, ripartiamo dal dialogo tra Gesú e gli apostoli a Cesarea di Filippo: Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell&#8217;uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro:[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio di queste prediche di Quaresima, ripartiamo dal dialogo tra Gesú e gli apostoli a Cesarea di Filippo:<br />
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell&#8217;uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 13-16).<br />
Di tutto il dialogo, ci interessa, in questo momento, solo ed esclusivamente, la seconda domanda di Gesú: “Voi chi dite che io sia?” Non la prendiamo però nel senso con cui quella domanda si intende di solito; come, cioè, se a Gesú interessasse sapere cosa pensa di lui la Chiesa, o cosa i nostri studi di teologia ci dicono di lui. No! Prendiamo quella domanda come va presa ogni parola uscita dalla bocca di Gesú, e cioè come rivolta, hic et nunc, a chi l’ascolta, singolarmente, personalmente.<br />
Per realizzare questo esame, ci faremo aiutare dall’evangelista Giovanni. Nel suo Vangelo troviamo tutta una serie di dichiarazioni di Gesú, i famosi, Ego eimi, “Io Sono”, con i quali egli rivela cosa pensa, lui, di se stesso, chi dice, lui, di essere: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, e così via. Passeremo in rassegna cinque di queste auto-rivelazioni e ci domanderemo ogni volta se egli è davvero per noi quello che lui dice di essere e come fare perché lo sia sempre di più.<br />
Sarà un momento da vivere in modo particolare. Non, cioè, con lo sguardo rivolto all’esterno, ai problemi del mondo e della stessa Chiesa, come si è costretti a fare in altri contesti, ma con uno sguardo introspettivo. Un momento, allora, intimistico e distaccato e perciò, tutto sommato, egoistico? Tutt’altro! È un evangelizzarci per evangelizzare, un riempirci di Gesú per parlarne “per ridondanza d’amore”, come le primitive Costituzioni del mio Ordine Cappuccino raccomandavano ai predicatori; cioè per intima convinzione, non solo per assolvere un mandato.<br />
*    *    *<br />
Iniziamo dal primo di questi “Io Sono” di Gesú che incontriamo nel Quarto Vangelo, al capitolo sesto: “Io sono il pane della vita”. Ascoltiamo anzitutto la parte del brano che più direttamente ci interessa:<br />
Gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (Gv 6, 30-35).<br />
Un parola sul contesto. Gesú ha in precedenza moltiplicato i cinque pani d’orzo e i due pesci per sfamare cinque mila uomini. Poi si è eclissato per sfuggire all’entusiasmo della gente che vuole farlo re. La folla lo cerca e lo ritrova dall’altra sponda del lago.<br />
A questo punto comincia il lungo discorso con cui Gesú cerca di spiegare “il segno del pane”. Vuole far capire che c’è un altro pane da ricercare, di cui quello materiale è, appunto, un “segno”. È lo stesso procedimento usato con la donna Samaritana nel capitolo IV del Vangelo. Lì Gesú vuole condurre la donna a scoprire un’altra acqua, oltre quella fisica che disseta solo per un breve tempo; qui vuole condurre la folla a cercare un altro pane, diverso da quello materiale che sazia per un solo giorno. Alla Sammaritana che chiede di avere quell’acqua misteriosa e aspetta la venuta del Messia per ottenerla, Gesú risponde: “Sono io che ti parlo” (Gv 4,26). Alla folla che pone ora la stessa domanda per il pane, risponde: “Io Sono il pane della vita!”<br />
Ci domandiamo: come e dove si mangia questo pane della vita? La risposta dei Padri della Chiesa era: in due “luoghi” o due modi: nel sacramento e nella Parola, cioè nell’Eucarestia e nella Scrittura. C’erano, è vero, accentuazioni diverse. Qualcuno, come Origene e tra i latini Ambrogio, insistono di più sulla Parola di Dio. “Questo pane che Gesù spezza — scrive sant’Ambrogio commentando la moltiplicazione dei pani — si¬gnifica misticamente la parola di Dio che distribuita si accresce. Egli ci ha dato le sue parole come dei pani che si moltiplicano nella nostra bocca mentre li gustiamo” . Altri, come Cirillo Alessandrino accentuano l’interpretazione eucaristica. Nessuno di essi, però, ha inteso parlare di un modo, con esclusione dell’altro. Si parla  della Parola e dell’Eucaristia, come delle “due mense” imbandite da Cristo. Nella Imitazione di Cristo si legge:<br />
Di due cose riconosco di avere bisogno: cioè di alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero queste due cose. Esse potrebbero essere intese come le “due mense” poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa.<br />
L’affermazione unilaterale di uno di questi due modi di mangiare il pane della vita con esclusione dell’altro è frutto della nefasta divisione avvenuta nel cristianesimo occidentale. Da parte cattolica, aveva finito per divenire talmente preponderante l’interpretazione eucaristica da fare del capitolo sesto di Giovanni quasi l’equivalente del racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Lutero, per reazione, affermò l’opposto e cioè che il pane della vita è la parola di Dio; esso viene distribuito mediante la predicazione e mangiato mediante la fede .<br />
Il clima ecumenico che si è instaurato tra i credenti in Cristo ci permette di ricomporre la sintesi tradizionale presente nei Padri. Non c’è dubbio che il pane della vita giunge a noi attraverso la parola di Dio e in particolare le parole di Gesú nel Vangelo. Ce lo ricorda anche la sua risposta al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Ma come non vedere nel discorso di Gesú nella sinagoga di Cafarnao anche un riferimento all’Eucaristia? Tutto il contesto evoca un banchetto: si parla di cibo e di bevanda, di mangiare e di bere, del corpo e del sangue. Le parole: “Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue…” ricordano troppo da vicino le parole dell’istituzione (“Prendete, mangiate, questo è il mio corpo” e “Prendete bevete: questo è il mio sangue”) per potere negare ogni relazione tra di esse.<br />
Se nell’esegesi e in teologia si assiste a una polarizzazione e a volte – dicevo &#8211; a una contrapposizione tra il pane della parola e quello eucaristico, nella liturgia la loro sintesi è stata sempre vissuta pacificamente. Fin dai tempi più remoti, per esempio in san Giustino Martire, la Messa comprende due momenti: la liturgia della Parola, con letture tratte dall’Antico Testamento e dalle “memorie degli apostoli”, e la liturgia eucaristica con la consacrazione e la comunione.<br />
Oggi possiamo ritornare, dicevo, alla sintesi originaria tra Parola e Sacramento. In questa linea dobbiamo, anzi, fare un passo avanti. Esso consiste nel non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia. </p>
<p>Quando san Paolo scrive: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), non pensa a un momento particolare. Per lui, Cristo è davvero, in tutti i modi della sua presenza, pane della vita; lo si “mangia” con la fede, la speranza e la carità, nella preghiera e in tutto. L’essere umano è creato per la gioia e non può vivere senza gioia, o senza la speranza di essa. La gioia è il pane del cuore. E anche la vera gioia l’Apostolo la cerca –ed esorta i suoi a cercarla – nel Signore Gesú Cristo: “Gaudete in Domino semper, iterum dico, gaudete”: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4).  </p>
<p>Gesú è pane di vita eterna non solo per quello che dà, ma anche &#8211; e prima di tutto &#8211; per quello che è. La Parola e il Sacramento sono i mezzi; vivere di lui e in lui è il fine: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). Nell’inno Adoro te devote che ha alimentato per secoli la pietà e l’adorazione eucaristica dei cattolici, c’è una strofa che è una parafrasi di questa parola di Gesú. Nell’originale che molti di noi certamente ricordano, essa suona così:</p>
<p>O memoriále mortis Dómini,<br />
Panis vivus vitam praestans hómini,<br />
praesta meae menti de te vívere,<br />
et te illi semper dulce sápere.</p>
<p>In Italiano essa si può tradurre così</p>
<p>O memoriale della morte del Signore<br />
Pane vivo che dà vita al mondo,<br />
fa’ che di te io viva<br />
e gusti la dolcezza che da te deriva</p>
<p>*    *     *<br />
Tutto il discorso di Gesù tende, dunque, a chiarire che vita è quella che egli dà: non vita della carne, ma vita dello Spirito, la vita eterna. Non è però su questa linea che vorrei proseguire la mia riflessione, nei pochi minuti che mi restano. Nei confronti del Vangelo ci sono sempre due operazioni da fare, rispettando rigorosamente il loro ordine: prima l’appropriazione, poi l’imitazione. Ci siamo finora appropriati del pane della vita mediante la fede e lo facciamo ogni volta che riceviamo la Comunione. Si tratta di vedere ora come tradurli in pratica nella nostra vita.<br />
Per fare questo, ci poniamo una semplice domanda: Come è diventato, lui, Gesú, pane di vita per noi? La risposta ce l’ha data lui stesso e proprio nel Vangelo di Giovanni: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Sappiamo bene a che cosa alludono le immagini di cadere in terra e marcire. Tutta la storia della Passione è racchiusa in esse. Dobbiamo cercare di vedere cosa quelle immagini significano per noi. Gesú infatti con l’immagine sul chicco di grano non indica soltanto il suo destino personale, ma quello di ogni suo vero discepolo.<br />
Non si può ascoltare la parola indirizzata dal vescovo Ignazio di Antiochia alla Chiesa di Roma senza commuoversi e senza rimanere stupiti, vedendo che cosa è capace di fare, di una creatura umana, la grazia di Cristo:<br />
Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali io possa raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e [devo essere] macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. … Pregate il Signore per me perché con loro mezzo diventi vittima per Dio. Non vi comando come [facevano Pietro e Paolo]: essi erano apostoli, io un condannato .<br />
Prima dei denti delle fiere, il vescovo Ignazio ha sperimentato altri denti che lo trituravano, non denti di fiere, ma di uomini: “ Dalla Siria sino a Roma –scrive &#8211; combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati che da me beneficati diventano peggiori&#8221; . Questo ha qualcosa da dire anche a noi. Ognuno di noi ha, nel suo ambiente, di questi denti di fiere che lo macinano. Sant’Agostino diceva che noi esseri umani siamo “vasi di creta, che si feriscono l’uno con l’altro”: lutea vasa quae faciunt invicem angustias.  Dobbiamo imparare a fare di questa situazione un mezzo di santificazione e non di indurimento del cuore, di astio e di lamentela!<br />
Una massima spesso ripetuta nelle nostre comunità religiose dice Vita communis mortificatio maxima: “vivere in comunità è la più grande di tutte le mortificazioni”. Non solo la più grande, ma anche la più utile e più meritoria di tante altre mortificazioni di propria scelta. Questa massima non si applica solo a chi vive in comunità religiose, ma in ogni convivenza umana. Dove essa si realizza nel modo più esigente è, a mio parere, il matrimonio, e bisogna essere pieni di ammirazione davanti a un matrimonio portato avanti con fedeltà fino alla morte. Passare la vita intera, giorno e notte, facendo i conti con la volontà, il carattere, la sensibilità e le idiosincrasie di un’altra persona, specialmente in una società come la nostra, è qualcosa di grande e, se fatto con spirito di fede, andrebbe già qualificato come “virtù eroica”.<br />
Noi, però, ci troviamo qui nel contesto della Curia che non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale. Le occasioni da non sciupare, se vogliamo essere anche noi macinati per diventare farina di  Dio, sono tante, e ognuno deve identificare e santificare quella che gli si offre nel suo posto di servizio. Ne nomino solo una o due che ritengo valide per tutti.<br />
Una occasione è accettare di essere contraddetti, rinunciare a giustificarsi e volere aver sempre ragione, quando ciò non è richiesto dall’importanza della cosa. Un’altra è sopportare qualcuno, il cui carattere, modo di parlare o di fare ci dà sui nervi, e farlo senza irritarci interiormente, pensando, piuttosto, che anche noi siamo forse per qualcuno una tale persona. L’Apostolo esortava i fedeli di Colossi con queste parole: “Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro (Col 3, 12-13). Ciò che è più difficile da “triturare” in noi non è la carne, ma lo spirito, cioè l’amor proprio e l’orgoglio, e questi piccoli esercizi servono magnificamente allo scopo.<br />
Oggi esiste purtroppo nella società una specie di denti che triturano senza pietà, più crudelmente dei denti di leopardo di cui parlava il martire sant’Ignazio. Sono i denti dei media e dei cosiddetti social. Non quando essi rilevano le storture della società o della Chiesa (in ciò meritano tutto il rispetto e la stima!), ma quando si accaniscono contro qualcuno per partito preso, semplicemente perché non appartiene al proprio schieramento. Con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico!<br />
In questo caso, è lecito e doveroso far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate, e se ciò non è possibile, oppure si vede che non serve a nulla, non resta a un credente che unirsi a Cristo flagellato, coronato di spine e a cui hanno sputato addosso. Nella Lettera agli Ebrei si legge questa esortazione ai primi cristiani che può aiutare in simili occasioni: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d&#8217;animo” (Ebr 12,3).<br />
È una cosa difficile e dolorosa al massimo, soprattutto se ne va di mezzo la propria famiglia naturale o religiosa, ma la grazia di Dio può fare –e spesso ha fatto – di tutto ciò occasione di purificazione e di santificazione. Si tratta di avere fiducia che, alla fine, come avvenne per Gesú, la verità trionferà sulla menzogna. E trionferà meglio, forse, con il silenzio che con le più agguerrite autodifese.<br />
*    *    *<br />
Lo scopo finale del lasciarsi macinare non è però di natura ascetica, ma mistica; non serve tanto a mortificare se stessi, quanto a creare la comunione. È una verità, questa, che ha accompagnato la catechesi eucaristica fin dai primi giorni della Chiesa. È presente già nella Didaché (IX,4), uno scritto dei tempi apostolici. Sant’Agostino sviluppa questo tema in modo stupendo in un suo discorso al popolo. Egli mette in parallelo il processo che porta alla formazione del pane che è il corpo eucaristico di Cristo e il processo che porta alla formazione del suo corpo mistico che è la Chiesa. Diceva:<br />
Ricordate un istante cosa era una volta, quand’era ancora nel campo, questa creatura che è il grano: la terra la fece germogliare, la pioggia la nutrì; poi ci fu il lavoro dell’uomo che la recò sull’aia, la trebbiò, la vagliò e la ripose nei granai; da qui la prelevò per macinarla e cuocerla e così, finalmente, diventò pane. Adesso ripensate a voi stessi: non eravate e foste creati, siete stati recati sull’aia del Signore, siete stati trebbiati…Quando avete dato i vostri nomi per il battesimo, cominciaste a essere macinati dai digiuni e dagli esorcismi; poi finalmente siete venuti all’acqua, siete stati impastati e siete diventati una cosa sola; sopravvenendo il fuoco dello Spirito Santo, siete stati cotti e siete diventati pane del Signore. Ecco quello che avete ricevuto. Come, dunque, vedete che è uno il pane preparato, così siate anche voi una cosa sola, amandovi, conservando la stessa fede, una stessa speranza e indivisa carità” .<br />
Tra i due corpi –quello eucaristico e quello mistico della Chiesa &#8211; non c’è solo somiglianza, ma anche dipendenza. È grazie al mistero pasquale di Cristo operante nell’Eucaristia, che noi possiamo trovare la forza di lasciarci macinare, giorno per giorno, nelle piccole (e a volte nelle grandi!) circostanze della vita.<br />
*    *    *<br />
Termino con un episodio realmente accaduto, narrato in un libro intitolato “Il prezzo da pagare”, scritto in Francese e tradotto in diverse lingue. Esso serve, meglio di lunghi discorsi, a rendersi conto della potenza racchiusa nei solenni “Io Sono” di Gesú nel Vangelo e in particolare di quello che ho commentato in questa prima meditazione.<br />
Alcuni decenni fa, in una nazione del Medio Oriente, due soldati &#8211; uno cristiano e l’altro no – si trovavano insieme a fare da sentinelle a un deposito di armi. Il cristiano tirava spesso fuori, talvolta anche di notte, un piccolo libro e lo leggeva, attirando la curiosità e l’ironia del compagno d’armi. Una notte, quest’ultimo fa un sogno. Si trova davanti a un torrente che però non riesce ad attraversare. Vede una figura avvolta di luce che gli dice: “Per attraversarlo, hai bisogno del pane della vita”. Fortemente impressionato dal sogno, al mattino, senza sapere perché, chiede, anzi costringe, il compagno a dargli quel suo libro misterioso. (Si trattava naturalmente dei Vangeli). Lo apre e cade sul vangelo di Giovanni. L’amico cristiano gli consiglia di cominciare con quello di Matteo che è più facile da capire. Ma lui, senza sapere perché, insiste. Legge tutto d’un fiato, finché giunge al capitolo sesto. Ma a questo punto è bene ascoltare direttamente il suo racconto:<br />
Giunto al capitolo sesto mi fermo, colpito dalla forza di una frase. Per un attimo penso di essere vittima di un’allucinazione, e rimetto gli occhi sul libro, nel punto dove mi sono arrestato… Ho appena letto queste parole: “…il pane della vita”. Le stesse parole che ho udito qualche ora fa nel mio sogno. Rileggo lentamente il passaggio nel quale Gesú, rivolgendosi ai discepoli, dice: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame”. Si scatena in me, proprio in quell’istante, qualcosa di straordinario, come un’esplosione di calore e di benessere… Ho l’impressione di venire rapito, portato in alto dalla forza di un sentimento mai provato, una passione violenta, un amore smisurato per quest’uomo Gesú di cui parlano i Vangeli” .</p>
<p>Quello che, in seguito, questa persona ha dovuto soffrire per la sua fede conferma l’autenticità della sua esperienza. Non sempre la parola di Dio agisce in un modo così esplosivo, ma l’esempio, ripeto, ci mostra quale forza divina è racchiusa nei solenni “Io Sono” di Cristo che con la grazia di Dio ci ripromettiamo di commentare in questa Quaresima.</p>
<p>  1.Ambrogio, In Lucam, VI, 86.<br />
  2.Imitazione di Cristo, IV,11.<br />
  3.Lutero, Sul Vangelo di Giovanni, 231.<br />
  4.Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani, IV,1.<br />
  5.Ib. V,1.<br />
  6.Agostino, Discorsi, 69,1 (PL 38, 440).<br />
  7.Agostino, Sermo 229 (Denis 6) (PL 38, 1103)<br />
  8.Joseph Fadelle, Le prix à payer. Les Editions de l’Œuvre, Paris 2010 (Trad. Ital. Il prezzo da pagare, San Paolo 2011; Engl. trans. The Price to Pay,<br />
Ignatius Press, 2012. </p>
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		<title>“BEATA COLEI CHE HA CREDUTO!” -Seconda Predica di Avvento 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 12:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il Precursore Giovanni Battista, oggi ci facciamo prendere per mano dalla Madre di Gesù per “entrare” nel mistero del Natale. Nel Vangelo della scorsa Domenica, la Quarta di Avvento, abbiamo ascoltato il racconto dell’Annunciazione. Esso ci ricorda come Maria concepì e diede alla luce il Cristo e come possiamo concepirlo e darlo alla luce noi, e cioè mediante la fede! Riferendosi a questo momento, Elisabetta, di lì a poco esclamerà: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45).<br />
Si è ripetuto, purtroppo, circa la fede di Maria, quello che era avvenuto con la persona di Gesù. Siccome gli eretici ariani cercavano ogni pretesto per mettere in dubbio la piena divinità di Cristo, per togliere loro ogni appiglio, i Padri diedero a volte una spiegazione “pedagogica” di tutti quei testi del Vangelo che sembravano ammettere un progresso di Gesù nella conoscenza della volontà del Padre e nell’obbedienza ad essa. Uno di questi testi era quello della Lettera agli Ebrei, secondo cui Gesù “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), un altro la preghiera di Gesù nel Getsemani. In Gesù, tutto doveva essere dato e perfetto in partenza. Da buoni Greci, pensavano che il divenire non può incidere sull’essere delle cose.<br />
Qualcosa di simile, dicevo, si è ripetuto, tacitamente, per la fede di Maria. Si dava per scontato che lei avesse compiuto il suo atto di fede al momento dell’Annunciazione e in esso fosse rimasta stabile per tutta la vita, come chi, con la sua voce,  ha raggiunto di slancio la nota più acuta e la mantiene poi interrottamente per tutto il resto del canto. Si dava una spiegazione rassicurante di tutte le parole che sembravano dire il contrario.<br />
Il dono che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa, con il rinnovamento della Mariologia, è stato la scoperta di una dimensione nuova della fede di Maria. La Madre di Dio – ha affermato il Concilio Vaticano II &#8211; ”avanzò nella peregrinazione della fede” (LG, 58). Non ha creduto una volta per tutte, ma ha camminato nella fede e progredito in essa. L’affermazione è stata ripresa e resa più esplicita da san Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater:<br />
Le parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” non si applicano solo a quel particolare momento dell&#8217;annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo itinerario verso Dio, tutto il suo cammino di fede. (RM, 14).<br />
In questo cammino Maria è giunta, scriveva il papa, fino alla “notte della fede” (RM, 18). Sono note e spesso ripetute le parole di sant’Agostino sulla fede di Maria:<br />
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo (“quem credendo peperit, credendo concepit”)&#8230;. Dopo che l&#8217;angelo ebbe parla¬to, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”.<br />
Dobbiamo completare la lista con quello che accadde dopo l’Annunciazione e il Natale: per fede Maria presentò il Bambino al tempio, per fede lo seguì, tenendosi in disparte, nella sua vita pubblica, per fede stette sotto la croce, per fede attese la sua risurrezione.<br />
Riflettiamo su alcuni momenti del cammino di fede della Madre di Dio. Ci sono fatti apparentemente contrastanti che Maria confronta dentro di sé, senza comprendere. È “il Figlio di Dio” e giace in una mangiatoia! Lei conserva tutto nel suo cuore e lascia che fermenti nell&#8217;attesa. Sentirà la profezia di Simeone e presto si accorgerà di quanto fosse vera! Tutti gli alti e bassi della vita del figlio, tutte le incomprensioni, le progressive diserzioni intorno a lui, hanno avuto una profonda ripercussione nel suo cuore di Madre. Incomincia a farne esperienza dolorosa nello smarrimento di Gesù al tempio: “Disse loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2,49-50).<br />
Infine c&#8217;è la croce. È là, impotente davanti al martirio del figlio, ma acconsente all&#8217;amore. È una replica del dramma di Abramo, ma quanto immensamente più esigente! Con Abramo Dio si ferma all’ultimo momento, con lei no. Accetta che il figlio sia immolato, lo consegna al Padre, col cuore affranto, ma in piedi, forte della sua fede incrollabile. È qui che la voce di Maria tocca la nota più alta. Di Maria si deve dire con ben maggiore ragione ciò che l’Apostolo dice di Abramo: Maria credette, sperando contro ogni speranza, e così divenne madre di molti popoli (Rm 4,18).<br />
C’è stato un tempo in cui la grandezza di Maria era vista soprattutto nei privilegi che si faceva a gara nel moltiplicare, con il risultato di distanziarla, anziché “associarla”, a Cristo, il quale si era fatto “in tutto simile a noi”, nulla escluso, neppure la tentazione, ma solo il peccato. Il Concilio ci ha orientato a vedere la sua grandezza soprattutto nella sua fede, speranza e carità. Dice la Lumen gentium:<br />
Conce¬pendo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella co¬operò in modo tutto speciale all&#8217;opera del Salvatore, con l&#8217;ob¬bedienza, la fede, la speranza e l&#8217;ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell&#8217;ordine della grazia (LG, 61).</p>
<p><strong>“Crediamo anche noi!”</strong></p>
<p>Il rinnovamento della Mariologia operato dal Vaticano II deve molto (forse l’essenziale) a sant’Agostino. Fu la sua autorità  che spinse alcuni teologi e poi l’assemblea conciliare a inserire il discorso su Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, anziché fare su di lei un discorso a parte.  Partendo dal principio che “il tutto è superiore a una parte”, Agostino aveva scritto:<br />
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tutta¬via un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d&#8217;un membro è il corpo .<br />
Adesso è lo stesso sant’Agostino a suggerirci, la risoluzione da prendere dopo aver ripercorso a brevi tratti il cammino di fede della Madre di Dio. Alla fine del suo discorso sulla fede di Maria, egli rivolge ai suoi ascoltatori una vibrante esortazione che vale anche per noi: “Maria credette, e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi!” . </p>
<p>Il Quarto centenario della nascita di Blaise Pascal &#8211; che il Santo Padre  ha voluto ricordare alla Chiesa con la sua Lettera Apostolica del 19 Giugno scorso &#8211; ci aiuta a dare un contenuto attuale all’esortazione: “Crediamo anche a noi”. Tra i “Pensieri” più famosi di Pascal c’è il seguente:<br />
Le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce […]C’est le coeur qui sent Dieu et non la raison. Il cuore, e non la ragione, sente  Dio. Ecco cos’è la fede:  Dio sentito dal cuore e non dalla ragione<br />
Questa affermazione è ardita, ma ha il più autorevole fondamento possibile, quello della Sacra Scrittura! L’apostolo Paolo conosce e usa spesso la parola nous, che corrisponde al moderno concetto di mente, intelligenza o ragione; ma, parlando della fede, non dice “mente creditur”, con la mente si crede; dice corde creditur (kardia gar pisteùetai),   con il cuore si crede (Rom 10, 19).<br />
Dio “è sentito dal cuore e non dalla ragione”, come dice Pascal, per il semplice motivo che  “Dio è amore” e l’amore non si percepisce con l’intelletto, ma con il cuore. È vero che  Dio è anche verità (“Dio è luce”, scrive Giovanni nella stessa sua Prima Lettera) e la verità si percepisce con l’intelletto; ma mentre l’amore suppone la conoscenza, la conoscenza non suppone necessariamente l’amore. Non si può amare senza conoscere, ma  si può conoscere senza amare! Lo sa bene una civiltà come la nostra, orgogliosa di aver inventato l’intelligenza artificiale, ma così povera di amore e di compassione.<br />
Non sono, purtroppo, “le ragioni del cuore” di Pascal che hanno plasmato il pensare laico e teologico degli ultimi tre secoli, ma piuttosto il “penso, perciò esisto” (cogito ergo sum) del suo compatriota Cartesio, anche se contro l’intenzione di quest’ultimo che era e rimase sempre un pio cristiano e un credente. (Ricordo di aver letto il suo nome nella lista dei pellegrini famosi al santuario della Madonna di Loreto).<br />
La conseguenza è stata che il razionalismo ha dominato e dettato legge, prima di approdare all’attuale nichilismo. Tutti i discorsi e i dibattiti che si fanno, anche oggi, vertono su “Fede e Ragione”, mai, che io sappia, su “Fede e cuore”, o “Fede e volontà”. Lo stesso Pascal, tuttavia, in un altro suo pensiero, dice che la fede è abbastanza chiara per chi vuole credere, e abbastanza oscura per chi non vuole credere . Essa, in altre parole, è una questione di volontà, più che di ragione e intelletto.<br />
Vorrei, a questo punto, accennare a una seconda lezione lasciataci da Pascal e che il Santo Padre mette fortemente in luce nella sua Lettera Apostolica: la centralità di Cristo per la fede cristiana: “Conosciamo Dio – scrive il filosofo &#8211; solo per mezzo di Gesù Cristo. Senza questo mediatore è esclusa ogni comunicazione con  Dio” .  E nel cosiddetto Memoriale, eco di una memorabile notte di luce, egli esclama: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti…Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”<br />
Pascal è spesso citato a proposito del “rischio calcolato”, o della scommessa vantaggiosa. Nell’incertezza, scrive, scommetti sull’esistenza di  Dio, perché “se  vinci hai vinto tutto, se perdi, non hai perso nulla”: “Si vous gagnez, vous gagnez tout ; si vous perdez, vous ne perdez rien”  . Ma il vero rischio della fede &#8211; anche lui lo sa &#8211; è un altro: è quello di mettere tra parentesi Gesú Cristo. Un rischio di lunga data! Ripensiamo a quello che avvenne ad Atene, in occasione del memorabile discorso tenuto dall’apostolo Paolo all’Areopago (Atti 17,16-33).</p>
<p>L’Apostolo comincia parlando del Dio unico che ha creato l’universo e di cui “noi stessi siamo progenie”. I presenti colgono l’allusione al verso di un loro poeta e lo seguono con attenzione. Ma ecco che Paolo arriva al punto. Parla di un uomo che Dio ha designato come giudice universale, dandone prova con il risuscitarlo dai morti. Finito l’incantesimo! “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano:’Su questo ti sentiremo un&#8217;altra volta’ ” (At 17, 32).<br />
Che cosa li ha tanto disturbati? Certo, l’idea della risurrezione dai morti, così contraria a quello che, nello stesso luogo, aveva insegnato Platone: il corpo è “la tomba dell’anima”, non vale, perciò, la pena di portarselo dietro anche dopo la morte. Ma forse ancora di più li ha sconcertati il fatto di far dipendere il destino dell’umanità da un singolo evento storico e da un uomo concreto. Un secolo dopo, il filosofo platonico Celso getterà in faccia ai cristiani i motivi dello scandalo dei greci: “Figlio di Dio un uomo vissuto pochi anni fa? Uno di ieri o avantieri ? Un uomo nato in un borgo della Giudea da una povera filatrice?” .<br />
Il vero rischio della fede è quello di scandalizzarsi dell’umanità e umiltà di Cristo. Fu lo scoglio maggiore che Agostino dovette superare per aderire alla fede: “Non essendo umile, non riuscivo ad accettare come mio Dio l’umile Gesù”, scrive nelle Confessioni . Gesú aveva parlato della possibilità di “scandalizzarsi” di lui, a motivo della sua distanza dall’idea che gli uomini si erano fatti del Messia, e aveva concluso dicendo: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,2-6).<br />
Lo scandalo è oggi meno ostentato di quello degli areopagiti, ma non meno presente tra gli intellettuali. L’effetto – più dannoso del rifiuto &#8211; è il silenzio su di lui. Ho seguito, in Internet, molti dibattiti ad alto livello sull’esistenza o meno di  Dio: quasi mai in essi veniva pronunciato il nome di Gesú Cristo. Come se egli non rientrasse nel discorso su Dio!<br />
Deve essere questo il nostro  impegno principale nello sforzo per l’evangelizzazione. Il mondo e i suoi media –dicevo in altra occasione in questo stesso luogo &#8211; fanno del tutto (e purtroppo ci riescono!) per tenere separato, o taciuto, il nome di Cristo in ogni loro discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare del tutto per tenerlo ostinatamente presente. Non per ripararci dietro di esso e tacere dei nostri fallimenti, ma perché è lui “la luce delle genti”, il “nome che è al disopra di ogni altro nome”, “la pietra angolare” del mondo e della storia.</p>
<p><strong>Tornare al cuore!</strong></p>
<p>Torniamo, per finire, alla parola di Pascal su  Dio che “si sente con il cuore”. Non più per farne oggetto di considerazioni storiche e teologiche, ma personali e pratiche. Pascal fu un fervente discepolo di sant’Agostino, fino, purtroppo, a condividerne anche qualche eccesso  ed errore, come quello, rilanciato dagli Giansenisti, della duplice predestinazione divina, alla gloria o alla dannazione! Anche l’appello di Pascal al cuore risente (positivamente, questa volta) dell’influenza del dottore d’Ippona. Commentando il versetto di Isaia: “Tornate, o prevaricatori, al cuore (redite, praevaricatores ad cor)” (Is 46, 8, Volgata), in un discorso al popolo sant’Agostino diceva:<br />
Rientrate nel vostro cuore!&#8230; Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo&#8230; Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo .<br />
L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare ed oltre, ma ignora quello che avviene poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre, da cui la difficoltà di prevenire i terremoti. È una immagine di quello che avviene anche nell’ambito dello spirito, nella nostra stessa vita. Viviamo tutti proiettati all’esterno, a quello che avviene intorno a noi, disattenti a ciò che avviene dentro di noi. Il silenzio fa paura. </p>
<p><strong>Greccio 1223</strong></p>
<p>Nel Natale di quest’anno ricorre l’ottavo centenario della prima realizzazione del presepio a Greccio. È  il primo dei tre centenari francescani, Ad esso seguirà, nel 2024, quello delle Stimmate del santo e, nel 2026, quello della sua morte. Anche questa circostanza ci può aiutare a ritornare al cuore. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, riporta le parole con cui il Poverello spiegava la sua iniziativa: “Vorrei, diceva, rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva tra il bue e l’asinello” . </p>
<p>Purtroppo, con il passare del tempo, il presepio si è allontanato da quello che esso rappresentava per Francesco. È diventato spesso una forma d’arte o di spettacolo di cui si ammira l’allestimento esterno, più che il significato mistico. Anche così, tuttavia, esso assolve la sua funzione di segno e sarebbe stolto rinunciarvi. Nel nostro Occidente si moltiplicano le iniziative per eliminare dalle solennità natalizie ogni riferimento evangelico e religioso, riducendolo a una pura e semplice festa umana e familiare, con tante fiabe e personaggi inventati al posto dei personaggi veri del Natale. Qualcuno vorrebbe cambiare perfino il nome della festa.</p>
<p>Uno dei pretesti è di favorire, in questo modo, la convivenza pacifica con credenti di altre religioni, in pratica con gli islamici. In realtà questo è il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli, non dei musulmani. Nel Corano c’è una Sura dedicata alla nascita di Gesú che vale la pena conoscere. Dice: </p>
<p>Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù [‘Isà] figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi”. Disse Maria: “Signore mio, come potrò avere un figlio, quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “Proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto ‘sii’, ed essa è.  </p>
<p>Una volta, al tempo in cui, il sabato sera,  spiegavo il Vangelo domenicale  nella rubrica RAI “A Sua Immagine” , feci leggere questa Sura da un islamico che si disse felice di contribuire in tal modo a dissipare un equivoco che li danneggia, con il pretesto di favorirli. La venerazione con cui il Corano ricorda la nascita di Gesú e il posto che occupa in essa la vergine Maria ha avuto qualche anno fa un riconoscimento inatteso e clamoroso. L’emiro di Abu Dhabi ha deciso di dedicare a Mariam, Umm Eisa , ”Maria Madre di Gesú”, una bellissima moschea dell’emirato che prima portava il nome del suo fondatore, lo sceicco Mohammad Bin Zayed.<br />
Il presepio è dunque una tradizione utile e bella, ma non possiamo accontentarci dei presepi esterni tradizionali. Dobbiamo allestire a Gesù un presepio diverso, un presepio del cuore. Corde creditur: con il cuore si crede. Christum habitare per fidem in cordibus vestris: che Cristo venga ad abitare mediante la fede nei vostri cuori (Ef 3,17), ci esorta l’Apostolo. Maria e il suo Sposo continuano, misticamente, a bussare alle porte, come fecero quella notte a Betlemme. Nell’Apocalisse è il Risorto in persona che dice: “Io sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Apriamogli la porta del nostro cuore. Facciamo, di esso, una culla per Gesù Bambino. Che senta, nel gelo del mondo, il calore del nostro amore e della nostra infinita gratitudine di redenti!<br />
Questa non è una bella e poetica finzione mentale; è l’impresa più ardua della vita. Nel nostro cuore c’è posto infatti per molti ospiti, ma per un solo padrone. Far nascere Gesú significa  far morire il proprio “io”, o almeno rinnovare la decisione di non vivere più per noi stessi, ma per Colui che è nato, morto e risorto per noi” (cf. Rom 14, 7-9). “Dove nasce  Dio, muore l’uomo”, ha affermato l’esistenzialismo ateo. È vero! Muore, però, l’uomo vecchio, corrotto e destinato, in ogni caso, a finire con la morte, e nasce l’uomo nuovo “creato nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24), destinato alla vita eterna. È una impresa che non finirà con il Natale, ma può cominciare con esso.<br />
Che la Madre di  Dio che “concepì Cristo nel suo cuore prima che nel suo corpo” &#8211; ci aiuti a realizzare questo proposito.<br />
Buon compleanno a Gesú! E a tutti voi &#8211; Santo e amato Padre papa Francesco,  venerati Padri, fratelli e sorelle- Buon Natale!</p>
<p>  1.Agostino, Discorsi, 215, 4.<br />
  2.Agostino, Discorso 72,7 (Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930,  p.163).<br />
  3.Agostino, Discorsi, 215,4.<br />
  4.Pensieri, 277-278, ed. Brunschvicg.<br />
  5.Cf. Pensieri, 430, ed. Br.<br />
  6.Pensieri, n. 221, Br.<br />
  7.Pensieri, 233, Br.<br />
  8.In Origene, Contro Celso, I, 26.28; VI, 10.<br />
  9.Agostino, Confessioni, VII, 18,24.<br />
 10.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 18,10.<br />
 11.Tommaso da Celano, Vita Prima, 84-86.<br />
 12.Corano, Sura III, 46-47.</p>
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		<title>&quot;VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO&quot; Giovanni Battista, il moralista e il profeta - Prima Predica di Avvento 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Dec 2023 15:03:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella liturgia dell&#8217;Avvento si nota una progressione. Nella prima settimana, la figura di spicco è il profeta Isaia, colui che annuncia da lontano la venuta del Salvatore; nella seconda e terza domenica, la guida è Giovanni Battista, il precursore; nella quarta settimana, l&#8217;attenzione si concentra tutta su Maria. Avendo, quest’anno, due sole meditazioni a disposizione, ho pensato di dedicarle a loro due: al Precursore e alla Madre. Nelle iconostasi dei fratelli Ortodossi, i due stanno uno a destra e l’altro a sinistra di Cristo e spesso sono rappresentati come due “uscieri” ai lati della porta che immette nel  recinto sacro. </p>
<p><strong>Giovanni Battista, predicatore di conversione</strong></p>
<p>Nei Vangeli, il Precursore ci appare in due ruoli diversi: quello di predicatore di conversione e quello di profeta. Dedico la prima parte della  riflessione a Giovanni moralista, la seconda a Giovanni profeta.<br />
Alcuni versetti del Vangelo di Luca sono sufficienti a darci una idea della predicazione del Battista:<br />
Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all&#8217;ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione… Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,7-14).<br />
Il Vangelo permette di vedere cosa distingue, su questo punto, la predicazione del Battista da quella di Gesù. Il salto di qualità è espresso nel modo più chiaro dallo stesso Gesú:<br />
La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi. (Lc 16,16)<br />
Dobbiamo guardarci da semplicistiche contrapposizioni tra Legge e Vangelo. Subito dopo l’affermazione appena citata, Gesú (o almeno l’evangelista) aggiunge: “È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge” (Lc 16, 17). Il Vangelo non abolisce la legge, cioè, concretamente, i comandamenti di Dio; ma inaugura una relazione nuova e diversa con essi, un modo nuovo di osservarli.<br />
Ciò che è nuovo è l’ordine tra il comandamento e il dono, cioè tra la legge e la grazia. Alla base della predicazione del Battista c’è l’affermazione: “Convertitevi e così il regno di  Dio verrà a voi!”; alla base della predicazione di Gesú c’è l’affermazione: “Convertitevi perché il regno di  Dio è venuto a voi!” (Ricordiamo l’affermazione di Gesú appena citata: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi”).<br />
Non è una differenza solo cronologica, come tra un prima e un dopo; si tratta di una differenza anche assiologica, cioè di valore. Vuole dire che non è l’osservanza dei comandamenti che permette al regno di  Dio di venire; ma è la venuta del regno di  Dio che permette l’osservanza dei comandamenti. Gli uomini non sono improvvisamente cambiati e diventati migliori, sicché il Regno è potuto venire sulla terra. No, essi sono quelli di sempre, ma è  Dio che, nella pienezza dei tempi, ha inviato il suo Figlio, dando loro così la possibilità di cambiare e vivere una vita nuova.<br />
“La legge, infatti, fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia [s’intende, di osservarla] viene da Gesú Cristo”, scrive l’evangelista Giovanni (Gv 1,17). Amare  Dio  con tutto il cuore è “il primo e più grande comandamento”; ma l’ordine dei comandamenti non è il primo ordine, o il primo livello: al di sopra di esso c’è l’ordine del dono: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo” (1Gv 4,19).<br />
È interessante vedere come questa novità di Cristo si riflette nel diverso atteggiamento del Battista e di Gesú nei confronti dei cosiddetti “peccatori”. Giovanni, abbiamo sentito, investe i peccatori che vanno da lui con parole di fuoco. È Gesú stesso che fa notare la differenza, su questo punto, tra lui e il Precursore: “È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell&#8217;uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11, 18-19, cf. Lc 7, 34). “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”, dicevano i farisei ai suoi discepoli (Mt 9,11).<br />
Gesú non aspetta che i peccatori cambino vita per poterli accogliere; ma li accoglie e questo porta i peccatori a cambiare vita. Tutti e quattro i Vangeli –Sinottici e Giovanni – sono unanimi su ciò. Gesú non aspetta che la Samaritana metta in ordine la sua vita privata, prima di intrattenersi con lei e chiederle addirittura di dargli da bere. Ma così facendo ha cambiato il cuore di quella donna che diventa una evangelizzatrice tra la sua gente. La stessa cosa avviene con Zaccheo, con Matteo il pubblicano, e con la peccatrice anonima che gli bacia i piedi in casa di Simone e con l’adultera.<br />
Non possiamo trarre da questi esempi una norma assoluta. (Gesú era Gesú e leggeva nei cuori; noi non siamo Gesú!). La Chiesa non può prescindere, tuttavia, dal suo stile, senza ritrovarsi al fianco di Giovanni Battista, anziché a quello di Cristo. Gesú disapprova il peccato infinitamente di più di quanto possano fare i più rigidi moralisti, ma ha proposto nel Vangelo un rimedio nuovo: non l’allontanamento, ma l’accoglienza. Il cambiamento di vita non è la condizione per accostarsi a Gesú nei Vangeli; deve però essere il risultato (o almeno il proposito) dopo essersi accostati a lui. La misericordia di  Dio, infatti, è senza condizioni, ma non è senza conseguenze!<br />
Su questo punto la Santa Madre Chiesa ha molto da imparare dalle madri e dai padri di famiglia di oggi. Conosciamo tutti i drammi che lacerano tanti genitori di oggi: figli che, nonostante il loro buon esempio di vita cristiana e i loro buoni consigli, prendono una strada diversa dalla loro, distruggendo se stessi con droga, abuso del sesso, scelte precoci che si rivelano sbagliate e spesso tragiche…Forse che per questo essi chiudono loro la porta in faccia e li scacciano di casa? Non possono fare altro che rispettare la loro scelta, come la rispetta Dio prima di loro, e continuare ad amarli. Questa situazione drammatica della società si riflette in quella della Chiesa. Siamo chiamati a scegliere tra il modello di Giovanni Battista e il modello di Gesú, tra il dare la preminenza alla legge, o darla alla grazia e alla misericordia.<br />
C’è un punto sul quale non c’è da scegliere, perché Giovanni e Gesú sono perfettamente d’accordo. Su di esso anche noi dovremmo alzare la voce. Si tratta di quello che Giovanni esprime con le parole: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (Lc 3,11) e che Gesú inculca con la parabola del ricco epulone e con la descrizione del giudizio finale in Matteo 25. </p>
<p><strong>Giovanni Battista, &#8220;più che un profeta&#8221;</strong></p>
<p>Adesso passiamo al secondo ruolo, o titolo, di Giovanni Battista. Egli – dicevo &#8211; non è solo un moralista e un predicatore di penitenza; è anche e soprattutto un profeta: &#8220;Tu, bambino, sarai chiamato profeta dell&#8217;Altissimo&#8221;, dice di lui suo padre Zaccaria (Lc 1,75). Gesù lo definisce addirittura  &#8220;più che un profeta&#8221; (Lc 7,26).<br />
In che senso, potremmo chiederci, Giovanni Battista è un profeta? Dove risiede la profezia nel suo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura. Ma Giovanni Battista non annuncia una salvezza futura; egli addita uno che è presente. In che senso allora si può chiamare profeta? Isaia, Geremia, Ezechiele  aiutavano il popolo a superare e oltrepassare la barriera del tempo; Giovanni Battista, aiuta il popolo ad oltrepassare la barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie. Il Messia tanto atteso, quello annunciato dai profeti, promesso nei Salmi, sarebbe dunque quell&#8217;uomo dalle apparenze così dimesse?<br />
È facile credere a qualcosa di grandioso, di divino, quando si prospetta in un futuro indefinito &#8211; &#8220;in quei giorni&#8221;, &#8220;negli ultimi giorni&#8221;… -, in una cornice cosmica, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre per fare germogliare il Salvatore. Più difficile è quando si deve dire: &#8220;Ora! È qui! È questo!&#8221; L’uomo è immediatamente tentato di dire: “Tutto qui? &#8220;Da Nazareth –dicevano &#8211; può venire qualcosa di buono?&#8221;<br />
È lo scandalo dell&#8217;umiltà di Dio che si rivela &#8220;sotto apparenze contrarie&#8221;, per confondere l’orgoglio e “la volontà di potenza” degli uomini. Credere che quell&#8217;uomo che hanno visto poco prima mangiare, dormire, forse perfino sbadigliare al risveglio, è il Messia, l&#8217;atteso da tutti; credere che si è giunti al dunque della storia: questo richiedeva un coraggio profetico più grande di quello di Isaia. Si tratta di un compito sovrumano; si capisce la grandezza del precursore e perché è definito &#8220;più che un profeta&#8221;.<br />
Tutti e quattro i Vangeli mettono in rilievo la duplice veste di Giovanni Battista, quella di moralista e quella di profeta. Ma mentre i Sinottici insistono di più sulla prima, il Quarto Vangelo insiste di più sulla seconda. Giovanni Battista è l&#8217;uomo dell&#8217; &#8220;Eccolo!&#8221;. &#8220;Ecco l&#8217;uomo di cui io dissi&#8230;Ecco l&#8217;Agnello di Dio!&#8221; (Gv 1,15.29). Che brivido dovette correre per il corpo di coloro che, con queste o altre parole simili, ricevettero per primi la rivelazione. Era come un corto circuito: passato e futuro, attesa e compimento si toccavano.<br />
Che cosa insegna a noi Giovanni Battista come profeta? Io credo che egli ci ha lasciato in eredità il suo compito profetico. Dicendo: &#8220;In mezzo a voi c&#8217;è uno che voi non conoscete!&#8221; (Gv 1,26), ha inaugurato la nuova profezia cristiana che non consiste nell&#8217;annunciare una salvezza futura, ma nel rivelare una presenza nascosta, la presenza di Cristo nel mondo e nella storia, nello strappare il velo dagli occhi della gente, quasi gridando, con parole che riecheggiano quelle di Isaia: &#8221; Dio ha fatto una cosa nuova. Non ve ne accorgete?&#8221; (cf. Is 43,19).<br />
Gesù ha detto: &#8220;Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo&#8221;. Egli è in mezzo a noi; è nel mondo e il mondo anche oggi, dopo duemila anni, non lo riconosce. C’è una frase di Cristo che ha sempre inquietato i credenti. “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Ma Gesú non parla qui della sua venuta alla fine del mondo. Nei discorsi cosiddetti escatologici, si intrecciano due prospettive: quella della venuta finale di Cristo e quella della sua venuta come risorto e glorificato dal Padre: la sua venuta “con potenza secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione” (Rom 1, 4), come la definisce san Paolo, in contrasto con la venuta precedente “secondo la carne”. È riferendosi a questa venuta secondo lo Spirito, che Gesú può dire: “Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga” (Mt 24,34).<br />
Quella frase inquietante di Gesú non interpella perciò i nostri posteri, quelli che si troveranno a vivere al momento del suo ritorno finale; interpella i nostri antenati e interpella i nostri contemporanei, noi compresi. Nonostante la sua risurrezione e i prodigi che accompagnarono l’inizio della Chiesa, trovò fede, Gesú, tra i suoi? Nonostante due mila anni della sua presenza nel mondo e tutte le conferme della storia, trova ancora fede sulla terra, specie tra i cosiddetti “intellettuali”? Il compito profetico della Chiesa sarà lo stesso di Giovanni Battista, fino alla fine del mondo: scuotere ogni generazione dalla sua terribile distrazione e cecità che impedisce di riconoscere e vedere la luce del mondo.<br />
Al tempo di Giovanni lo scandalo derivava dal corpo fisico di Gesù; dalla sua carne così simile alla nostra, eccetto il peccato. Anche oggi è il suo corpo, la sua carne a scandalizzare: il suo corpo mistico, la Chiesa, così simile al resto dell&#8217;umanità, non escluso neppure il peccato. Come Giovanni Battista fece riconoscere Cristo sotto l&#8217;umiltà della carne ai suoi contemporanei, così è necessario oggi farlo riconoscere nella povertà della Chiesa e della nostra stessa vita. </p>
<p><strong>Un&#8217;evangelizzazione nuova nel fervore</strong></p>
<p>San Giovanni Paolo II ha caratterizzato la nuova evangelizzazione come un&#8217;evangelizzazione – cito &#8211; “nuova nel fervore, nuova nei metodi e nuova nelle espressioni&#8221;. Giovanni Battista ci è maestro soprattutto nella prima di queste tre cose, il fervore. Egli non è un grande teologo; ha una cristologia assai rudimentale. Non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Figlio di Dio, Verbo, e neppure quello di Figlio dell&#8217;uomo.<br />
Usa immagini semplicissime. “Non sono degno –dice- di sciogliergli i legacci dei sandali&#8230;“ Ma, nonostante la povertà della sua teologia, come riesce a fare sentire la grandezza e unicità di Cristo! Il mondo e l&#8217;umanità appaiono, dalle sue parole, contenuti tutti come dentro un ventilabro, o un vaglio, che egli, il Messia, regge e scuote nelle sue mani. Davanti a lui si decide chi sta e chi cade, chi è  grano buono e chi è pula che il vento disperde. Alla maniera di Giovanni Battista, tutti possono essere evangelizzatori!<br />
Commentando le parole di san Giovanni Paolo II che ho ricordato, qualcuno, a suo tempo, fece notare che la nuova evangelizzazione può e deve essere, sì, nuova “nel fervore, nel metodo e nell&#8217;espressione”, ma non nei contenuti che restano quelli di sempre e che derivano dalla rivelazione. In altre parole: che ci può e deve essere una nuova evangelizzazione, ma non un nuovo Vangelo. </p>
<p>Tutto ciò è vero. Non ci possono essere contenuti veramente e totalmente nuovi. Ci possono, però, essere contenuti nuovi, nel senso che in passato non erano messi abbastanza in luce, che erano rimasti nell&#8217;ombra, poco valorizzati. San Gregorio Magno diceva: “Scriptura cum legentibus crescit” (Moralia in Job, 20, 1, 1), la Scrittura cresce con chi la legge. E in un altro passo  spiega anche il perché. “Infatti –dice- uno comprende [le Scritture] tanto più profondamente quanto più profonda è l’attenzione che ad essi rivolge” (Hom in Ez. I, 7,8). Questa crescita si realizza anzitutto a livello personale nella crescita in santità; ma si realizza anche a livello universale, a misura che la Chiesa avanza nella storia. </p>
<p>Quello che rende così difficile talvolta accettare la “crescita” di cui parla Gregorio Magno, è la scarsa attenzione che si dà alla storia dello sviluppo della dottrina cristiana dalle origini ad oggi, o una conoscenza assai superficiale di essa. Tale storia dimostra, infatti, che la crescita c’è sempre stata, come dimostrò in un suo famoso saggio il cardinale John Newman. </p>
<p>La Rivelazione –Scrittura e Tradizione insieme &#8211; cresce a seconda delle istanze e provocazioni che le sono poste nel corso della storia. Gesú ha promesso agli apostoli che il Paraclito li avrebbe guidati “alla verità tutta intera” (Gv 16, 13), ma non ha precisato in quanto tempo: se in una o due generazioni, o, invece  &#8211; come tutto sembra indicare &#8211; per tutto il tempo che la Chiesa è pellegrina sulla terra.<br />
La predicazione di Giovanni Battista ci offre l’occasione per una osservazione attuale e importante proprio a proposito di questa “crescita” della parola di  Dio che lo Spirito Santo opera nella storia. La tradizione liturgica e teologica ha raccolto, di lui, soprattutto il grido: &#8220;Ecco l&#8217;agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!&#8221;. La Liturgia ce lo ripropone a ogni Messa prima della comunione, dopo che per ben tre volte il popolo ha cantato per conto suo: &#8220;Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi&#8221;.<br />
In realtà, però, questa è solo metà della profezia del Battista su Cristo. Egli definisce il Cristo, quasi d’un sol fiato, e in tutti e quattro i Vangeli, come colui “che battezza in Spirito Santo!&#8221; (cf. Gv 1,33; cf. Mt 3,11). La salvezza cristiana non è, dunque, solo qualcosa di negativo, un &#8220;togliere il peccato”. È soprattutto qualcosa di positivo: è un &#8220;dare&#8221;, un infondere vita nuova, vita dello Spirito. È una rinascita.<br />
La distruzione del peccato appare la via e la condizione per il dono dello Spirito che è lo scopo ultimo, il dono supremo. Il capitolo terzo della Lettera ai Romani sulla giustificazione dell’empio, non deve mai essere disgiunto dal capitolo ottavo sul dono dello Spirito, con quel messaggio liberante che dovrebbe risuonare più spesso nella nostra predicazione: “Non c’è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesú, poiché la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesú ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rom 8, 1-2).<br />
Certo, questo aspetto positivo non è stato mai dimenticato. Ma forse non sempre si è insistito abbastanza su di esso. Abbiamo corso il rischio, nella spiritualità occidentale, di vedere il cristianesimo, soprattutto in chiave “negativa”, come la soluzione del problema del peccato originale; come qualcosa, perciò, di tetro e di deprimente. Si spiega così, almeno in parte, il suo rigetto da parte di larghi settori della cultura, come quelli rappresentati, in filosofia, da Nietzsche e, in letteratura, dal drammaturgo norvegese Ibsen. La maggiore attenzione all’azione dello Spirito Santo e ai suoi carismi che da qualche tempo è in atto in tutte le Chiese cristiane è un esempio concreto della Scrittura che “cresce con chi la legge”.<br />
I santi amano continuare, dal cielo, la missione che svolsero da vivi sulla terra. Santa Teresa di Gesù Bambino &#8211; di cui ricorre quest’anno il 150o anniversario della nascita – pose ciò come una specie di condizione a Dio per andare in cielo. San Giovanni Battista ama, anche lui, fare ancora il precursore di Cristo, ama preparargli le strade. Prestiamogli la nostra voce!<br />
Contemplando, nella Deesis, l’icona del Precursore con le mani protese verso il Cristo e lo sguardo supplice, la Chiesa Ortodossa rivolge a lui questa preghiera che possiamo fare nostra:<br />
Quella mano che ha toccato il capo del Signore e con la quale ci hai indicato il Salvatore, stendila ora, o Battista, verso di lui in nostro favore, in virtù di quella sicurezza di cui godi largamente, poiché, secondo la sua stessa testimonianza, tu fosti il più grande di tutti i profeti; gli occhi che hanno visto lo Spirito Santo disceso in forma di colomba, volgili a lui, o Battista affinché egli ci manifesti la sua grazia.</p>
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		<title>“ABBIATE CORAGGIO: IO HO VINTO IL MONDO!”  - Quinta Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 11:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, queste sono  tra le ultime parole che Gesú rivolge ai suoi discepoli, prima di congedarsi da loro. Esse non sono il solito “Fatevi coraggio!” rivolto a chi resta, da parte di uno che sta per partire. Aggiunge infatti: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi (Gv 14,18). </p>
<p>Che significa “verrò da voi” se sta per lasciarli? In che modo e in che veste verrà e rimarrà con loro? Se non si capisce la risposta a questa domanda, non si capirà mai la vera natura della Chiesa. La risposta è presente, come una specie di tema ricorrente, nei discorsi di addio del Vangelo di Giovanni ed è bene una volta ascoltare di seguito i versetti in cui essa diventa la nota  dominante. Facciamolo con l’attenzione e la commozione con cui i figli ascoltano le disposizioni del padre circa il bene più prezioso che sta per lasciare ad essi:</p>
<p>Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi (14,16-17). </p>
<p>Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. (14,26)</p>
<p>Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio (15,26-27).</p>
<p>È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi (16, 7).</p>
<p>Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (16,12-14)</p>
<p>Ma che cos’è e chi è lo Spirito Santo che promette? È lui stesso,  Gesú, o un altro? Se è lui stesso, perché dice in terza persona: “quando verrà il Paraclito…”; se è un altro, perché dice in prima persona: “Verrò a voi”? Tocchiamo il mistero del rapporto tra il Risorto e il suo Spirito. Rapporto così stretto e misterioso che san Paolo sembra talvolta identificarli. Scrive infatti: “Il Signore è lo Spirito”, ma poi aggiunge senza soluzione di continuità: “e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2 Cor 3,17). Se è lo Spirito del Signore, non può essere, puramente e semplicemente, il Signore.<br />
La risposta della Scrittura  è che lo Spirito Santo, con la redenzione, è diventato “lo Spirito di Cristo”; è il modo con cui il Risorto opera ormai nella Chiesa e nel mondo, essendo stato “costituito Figlio di  Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, in virtù della risurrezione dai morti” (Rom 1,4). Ecco perché egli può dire ai discepoli: “È bene che io me ne vada” e aggiungere: “ma non vi lascerò orfani”.<br />
Dobbiamo liberarci completamente da una visione della Chiesa formatasi a poco a poco e divenuta dominante nella coscienza di molti credenti. Io la definisco una visione deistica o cartesiana, per l’affinità che essa ha con la visione del mondo del deismo cartesiano. Come  veniva concepito il rapporto tra  Dio e il mondo in questa visione?  Più o meno così:  Dio all’inizio crea il mondo e poi si ritira, lasciando che si sviluppi  con le leggi che gli ha dato; come un orologio a cui è stata data una carica  sufficiente per funzionare indefinitamente per conto suo. Ogni nuovo intervento da parte di Dio turberebbe questo ordine, ragione per cui i miracoli sono ritenuti inammissibili.   Dio, creando il mondo, farebbe come chi dà un buffetto a un palloncino e lo spinge in aria, rimanendo, lui, a terra.<br />
Cosa significa questa visione applicata alla Chiesa? Che Cristo ha fondato la Chiesa, l’ha dotata di tutte le strutture gerarchiche e sacramentali per funzionare, e poi l’ha lasciata, ritirandosi nel suo cielo, al momento dell’Ascensione. Come chi spinge in mare una barchetta,  rimanendo lui sulla riva.<br />
Ma non è così! Gesú è salito sulla barca ed è dentro di essa. Bisogna prendere sul serio le sue ultime parole in Matteo: “Ecco, io sono  con voi tutti i gironi, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Ad ogni nuova tempesta, comprese quelle odierne, egli ci ripete ciò che disse agli apostoli  nell’episodio della tempesta sedata: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8,26). Non ci sono io con voi? Posso affondare io? Può affondare  in mare colui che ha creato il mare?<br />
Ho notato con gioia che nell’Annuario Pontificio, sotto il nome del papa, c’è il solo titolo “Vescovo di Roma”; tutti gli altri titoli –Vicario di Gesú Cristo, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia ecc. – sono elencati come “titoli storici” alla pagina seguente. Mi sembra giusto, soprattutto riguardo a “Vicario di Gesú Cristo”. Vicario è uno che fa le veci in assenza del capo, ma Gesù Cristo non si mai assentato e mai si assenterà dalla sua Chiesa. Con la sua morte e risurrezione, egli è divenuto “capo del corpo che è la Chiesa” (Col 1,18)  e tale continuerà ad essere fino alla fine del mondo: il vero e unico Signore della Chiesa.<br />
Non è, la sua, una presenza per così dire morale e intenzionale, non è una signoria per procura. Quando non possiamo presenziare di persona a qualche evento, noi diciamo di solito: “Sarò presente spiritualmente!”, ciò che non è di molta consolazione e aiuto a chi ci ha invitato. Quando diciamo di Gesú che è presente “spiritualmente”, questa presenza spirituale non è una forma meno forte di quella fisica, ma infinitamente più reale ed efficace.  È la presenza di lui risorto che agisce nella potenza dello Spirito, agisce in ogni tempo e luogo, e agisce dentro di noi.</p>
<p>Se nell’attuale situazione di crescente crisi energetica, si scoprisse l’esistenza di una sorgente di energia nuova, inesauribile; se si scoprisse finalmente come utilizzare a piacimento  e senza effetti negativi l’energia solare, che sollievo sarebbe per l’umanità intera! Ebbene la Chiesa ha, nel suo campo, una simile sorgente inesauribile di energia: la “potenza dall’alto” che è lo Spirito Santo.  Gesú potrebbe dire di lui: “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena (Gv 16, 24).</p>
<p>C’è un momento nella storia della salvezza che richiama da vicino le parole di Gesú nell’ultima cena. Si tratta dell’oracolo del profeta Aggeo. Dice:  </p>
<p>Il ventuno del settimo mese, per mezzo del profeta Aggeo fu rivolta questa parola del Signore: «Su, parla a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote, e a tutto il resto del popolo, e chiedi: Chi rimane ancora tra voi che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi? Ora, coraggio, Zorobabele &#8211; oracolo del Signore -, coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese &#8211; oracolo del Signore &#8211; e al lavoro, perché io sono con voi &#8211; oracolo del Signore degli eserciti…Il mio spirito sarà con voi, non temete (Ag 2, 1-5).<br />
È uno dei pochissimi testi dell’Antico Testamento che si può datare con precisione: è il 17 Ottobre del 520 a.C. Non ci sembra che venga descritta, nelle parole di Aggeo, la situazione attuale della Chiesa cattolica, e per tanti aspetti quella di tutta la cristianità? Chi di noi è abbastanza anziano ricorda con nostalgia i tempi, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, in cui le chiese si riempivano di domenica, matrimoni e battesimi si susseguivano in parrocchia, i seminari e i noviziati religiosi abbondavano di vocazioni…  “Ma ora in che condizioni la vediamo?”, potremmo dire con Aggeo? Non vale la pena spendere tempo per ripetere l’elenco dei mali presenti, di quelle che ad alcuni appaiono solo rovine,  non diverse dai ruderi dell’antica Roma che abbiamo tutto intorno in questa città.<br />
Non tutto era oro quello che luccicava un tempo e che siamo portati a rimpiangere. Se fosse stato tutto oro colato, se quei seminari pieni fossero stati fucine di santi pastori e la formazione tradizionale impartita in essi solida e vera, non avremmo oggi da piangere tanti scandali…Ma non è di questo che è il caso di parlare qui, e certamente non sono io il più qualificato a farlo. Quello che mi preme raccogliere è l’esortazione che il profeta rivolse quel giorno al popolo d’Israele. Egli non li esortò a piangersi addosso, a rassegnarsi ed essere preparati al peggio. No; dice come Gesú: “Coraggio e al lavoro perché io sono con voi &#8211; oracolo del Signore -;  il mio Spirito sarà con voi!”.<br />
Ma attenti: non si tratta di un vago e sterile “Fatevi coraggio”.  Il profeta ha detto in precedenza qual è “il lavoro” a cui devono mettere mano. E siccome esso ci riguarda da vicino, ascoltiamo anche l’oracolo precedente di Aggeo al popolo e ai suoi capi:<br />
Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”. Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: “Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?  Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l&#8217;operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. … Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria – dice il Signore. (Ag 1, 2-8).</p>
<p>La parola di   Dio, una volta pronunciata, torna ad essere attiva e attuale ogni volta che viene di nuovo proclamata. Non è una semplice citazione biblica. Siamo noi adesso “questo popolo” a cui è rivolta la parola di  Dio. Che cosa sono per noi oggi “le case ben coperte” (qualche traduzione dice: “ben arredate”) in cui siamo tentati di starcene tranquilli? Io vedo tre case concentriche, una dentro l’altra, da cui dobbiamo uscire per salire sul monte e ricostruire la casa di  Dio. </p>
<p>La prima casa ben coperta, curata e arredata, è il mio “io”: la mia comodità, la mia gloria, la mia posizione nella società o nella Chiesa. È il muro più difficile da abbattere, il meglio dissimulato. È così facile scambiare il mio onore per l’onore di  Dio e della Chiesa, l’attaccamento alle mie idee per attaccamento alla verità pura e semplice. Chi parla, in questo momento non crede di fare eccezione. Stiamo dentro questo nostro guscio come il baco da seta nel suo bossolo: intorno è tutta seta, ma se il baco non rompe il guscio, resterà bruco e non diventerà mai farfalla che vola.</p>
<p>Ma lasciamo da parte questo argomento, avendo tante occasioni per sentirne parlare. La seconda casa ben coperta da cui uscire per lavorare alla “casa del Signore”, è la mia parrocchia,  il mio ordine religioso, movimento o associazione ecclesiale, la mia Chiesa locale, la mia diocesi…Non dobbiamo fraintenderci. Guai se non avessimo amore e attaccamento a queste realtà particolari nelle quali il Signore ci ha posto e di cui siamo forse responsabili.  Il male è assolutizzarli, non vedere altro al di fuori di essa, non interessarsi che di essa, criticando e disprezzando chi non la condivide. Perdere di vista, insomma, la cattolicità della Chiesa. Dimenticare, dice spesso il Santo Padre, che “l’intero è maggiore della parte”. Siamo un corpo solo, il corpo di Cristo, e nel corpo, dice Paolo, “se un membro soffre tutto il corpo soffre” (1 Cor 12, 26). Il sinodo dovrebbe servire anche a questo: a renderci consapevoli e partecipi dei problemi e delle gioie di tutta la Chiesa cattolica.</p>
<p>Ma veniamo alla terza casa ben coperta. Uscire da essa è reso più difficile dal fatto che per secoli ci è stato inculcato che uscire da essa  sarebbe stato peccato e tradimento. Leggevo di recente, in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani,  la testimonianza di una donna cattolica di un paese a religione mista. Da giovane il parroco insegnava che solo ad entrare fisicamente in una chiesa protestante si faceva peccato mortale. E suppongo che lo stesso si diceva, dall’altra parte dello steccato, dell’entrare in una Chiesa cattolica. </p>
<p>Parlo, naturalmente della terza casa ben coperta che è la particolare denominazione cristiana a cui apparteniamo e lo faccio nel ricordo ancora fresco dello straordinario e profetico evento dell’incontro ecumenico del Sud Sudan del febbraio scorso.  Tutti siamo convinti che parte della debolezza della nostra evangelizzazione e azione nel mondo è dovuta alla divisione e alla lotta reciproca tra cristiani. Si verifica quello che  Dio dice sempre nel nostro Aggeo:</p>
<p>Facevate assegnamento sul molto e venne il poco: ciò che portavate in casa io lo disperdevo. E perché? &#8211; oracolo del Signore degli eserciti. Perché la mia casa è in rovina, mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa.  (Ag 1, 9).</p>
<p>Gesú disse a Pietro: “Su questa Pietra edificherò la mia Chiesa”. Non disse: “Edificherò le mie Chiese”. Ci deve essere un senso in cui quello che Gesú chiama “la mia Chiesa” abbraccia tutti i credenti in lui e tutti i battezzati. L’apostolo Paolo ha una formula che potrebbe assolvere questo compito di abbracciare tutti quelli che credono in Cristo. Nell’inizio della Prima Lettera ai Corinzi egli estende il suo saluto a: “Tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro” (1 Cor 1, 2).</p>
<p>Non possiamo accontentarci, certo, di questa unità così vasta, ma così vaga. E questo giustifica l’impegno e il confronto, anche dottrinale,  tra le Chiese. Ma neppure possiamo disprezzare e non tener conto di questa unità di base che consiste nell’invocare lo stesso Signore Gesú Cristo. Chi crede nel Figlio di  Dio crede anche nel Padre e nello Spirito Santo.  È verissimo ciò che è stato ripetuto in più occasioni : “ciò che ci unisce è più importante di quello che ci divide”.</p>
<p>Nei casi in cui non possiamo non disapprovare l’uso che viene fatto del nome di Gesú e il modo in cui è annunciato il Vangelo, ci può aiutare a superare il rifiuto quello che san Paolo diceva di alcuni che a suo tempo annunciavano il Vangelo “con spirito di rivalità e con intenzioni non rette”. “Ma questo che importa?” &#8211; scriveva ai Filippesi- “Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro” (Fil 1, 16-18). Senza dimenticare che anche i cristiani di altre denominazioni trovano in noi cattolici delle cose che non possono approvare.</p>
<p>L’oracolo di Aggeo sul tempio ricostruito termina con una promessa radiosa: “La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace. Oracolo del Signore degli eserciti (Ag 2,9). Non osiamo dire che tale profezia si avvererà anche per noi e che la casa di  Dio che è la Chiesa del futuro sarà più gloriosa di quella del passato che ora rimpiangiamo; possiamo però sperarlo e chiederlo a   Dio in spirito di umiltà e pentimento. </p>
<p>Non mancano segni incoraggianti: uno tra i più evidenti è proprio la ricerca dell’unità tra i cristiani. Nell’intervista a un giornalista cattolico, nel viaggio di ritorno dal Sud Sudan, l’Arcivescovo Justin Welby,  diceva: “Quando vediamo lavorare insieme, Chiese che in passato erano nemiche dichiarate, si attaccavano e bruciavano i sacerdoti le une dalle altre, condannandosi a vicenda nei termini più violenti: quando avviene questo vuol dire che c’è qualcosa di spirituale che sta accadendo. C’è una liberazione dello Spirito di  Dio che dà grande speranza” .</p>
<p>La profezia di Aggeo che ho commentato, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, è legata a un ricordo personale e vi chiedo scusa se oso rievocarlo di nuovo in questa sede, dopo che alcuni di voi l’hanno forse già ascoltato da me in altra occasione. Lo faccio nella certezza che la parola profetica torna a sprigionare la sua carica di fiducia e di speranza ogni volta che viene proclamata e ascoltata con fede.<br />
Il giorno che il mio Superiore generale mi concesse di lasciare l’insegnamento all’Università Cattolica, per dedicarmi a tempo pieno alla predicazione, c’era, nella Liturgia delle ore, la profezia di Aggeo che ho commentato. Dopo aver recitato l’Ufficio, venni qui in San Pietro. Volevo pregare l’Apostolo di benedire il mio nuovo ministero. A un certo punto, mentre ero nella piazza, quella parola di Dio mi tornò con forza alla mente. Mi rivolsi verso la finestra del papa nel Palazzo Apostolico e mi misi a proclamare ad alta voce: “Coraggio, Giovanni Paolo II, coraggio, cardinali, vescovi e popolo tutto della Chiesa: e al lavoro perché io sono con voi, dice il Signore”. Era facile farlo perché pioveva e non c’era nessuno all’intorno.<br />
Se non che pochi mesi dopo, nel 1980, fui nominato Predicatore della Casa Pontificia e mi trovai in presenza del papa per iniziare la mia prima Quaresima. Quella parola tornò a risonare dentro di me, non come una citazione e un ricordo, ma come parola viva per quel momento. Raccontai quello che avevo fatto quel giorno in piazza San Pietro. Quindi mi rivolsi verso il papa che a quel tempo seguiva la predica da una cappella laterale, e ripetei con forza le parole di Aggeo: “Coraggio, Giovanni Paolo II, coraggio voi cardinali, vescovi, e popolo di Dio: e al lavoro perché io sono con voi, dice il Signore. Il mio Spirito sarà con voi”.  E dagli sguardi mi parve di capire che la parola dava quello che prometteva: cioè coraggio, (anche se Giovanni Paolo II era l’ultima persona al mondo a cui si dovesse raccomandare di avere coraggio!).<br />
Oggi oso proclamare di nuovo quella parola, sapendo che non si tratta di una semplice citazione, ma di una parola sempre viva che torna a operare ogni volta quello che promette. Coraggio, dunque, papa Francesco! Coraggio, fratelli cardinali, vescovi, sacerdoti e fedeli della Chiesa Cattolica e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore. Il mio Spirito sarà con voi!”<br />
Auguro a tutti una Santa Pasqua di pace e di speranza.</p>
<p>  1.In “The Tablet”, 11 Febbraio 2023, p. 6.</p>
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		<title>MYSTERIUM FIDEI! Riflessioni sulla Liturgia  - Quarta Predica di Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 12:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>

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		<description><![CDATA[Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, dopo quelle sull’evangelizzazione e sulla teologia, vorrei proporre oggi alcune riflessioni sulla liturgia e sul culto della Chiesa, sempre con l’intenzione di apportare un contributo, per quanto modesto e indiretto, ai lavori del sinodo. La liturgia è il punto di arrivo, ciò a cui tende l’evangelizzazione. Nella parabola[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, dopo quelle sull’evangelizzazione e sulla teologia, vorrei proporre oggi alcune riflessioni sulla liturgia e sul culto della Chiesa, sempre con l’intenzione di apportare un contributo, per quanto modesto e indiretto, ai lavori del sinodo. La liturgia è il punto di arrivo, ciò a cui tende l’evangelizzazione. Nella parabola evangelica, i servitori sono inviati per le strade e i crocicchi per invitare tutti al banchetto. La Chiesa è la sala del banchetto e l’Eucarestia “il pasto del Signore” (1 Cor 11, 20) in essa preparato.</p>
<p>Partiamo, nelle nostre riflessioni, da una parola della Lettera agli Ebrei: Per accostarsi a Dio – essa dice –, bisogna, anzitutto, “credere che egli esiste” (Eb 11, 6). Prima ancora, però, di credere che egli esiste (che è già un essersi accostati), è necessario avere almeno il “sentore” della sua esistenza. Questo è ciò che chiamiamo il senso del sacro e che un autore famoso chiama “il numinoso”, qualificandolo come “mistero tremendo e affascinante” . Sant&#8217;Agostino ha sorprendentemente anticipato questa scoperta della moderna Fenomenologia religiosa. Rivolto a  Dio, nelle Confessioni, dice: “Quando ti ho conosciuto per la prima volta…, ho tremato di amore e di spavento: contremui amore et orrore” . E altrove dice: “Rabbrividisco e ardo” (et inhorresco et inardesco): rabbrividisco per la distanza, ardo per la somiglianza” . </p>
<p>Se venisse a mancare del tutto il senso del sacro, verrebbe a mancare il terreno stesso, o il clima, in cui sboccia l’atto di fede. Charles Péguy ha scritto che “la spaventosa penuria e indigenza del sacro è il marchio profondo del mondo moderno”. Se è caduto il senso del sacro, ne è rimasto, però, il rimpianto che qualcuno ha definito, laicamente, “nostalgia del Totalmente Altro” .</p>
<p>I giovani, più di tutti, avvertono questo bisogno di essere trasportati fuori dalla banalità del quotidiano, di evadere, e hanno inventato dei modi loro propri di soddisfare questo bisogno.  È stato osservato da studiosi della psicologia di massa che i giovani che partecipavano un tempo a famosi concerti rock, come quelli dei Beatles, di Elvis Presley o il Woodstock Festival del 1969, erano trasportati fuori dal loro mondo quotidiano e proiettati in una dimensione che dava loro l’impressione di qualcosa di trascendente e di sacro. </p>
<p>Non diversamente avviene per quelli che partecipano oggi ai mega-raduni di cantanti e complessi canori. Il fatto di essere in tanti e di vibrare all’unisono con una massa amplifica all’infinito la propria emozione. Si  ha il sentimento di far parte di una realtà diversa, superiore, che dà luogo a una sorta di “devozione.  Il termine “fan” (abbreviazione di fanatic, cioè fanatico) è il corrispettivo secolarizzato di  “devoto”. La qualifica di “idoli” data ai loro beniamini ha una profonda corrispondenza con la realtà.</p>
<p>Questi raduni di massa possono avere il loro valore artistico e veicolare talora messaggi nobili e positivi, come la pace e l’amore. Sono “liturgie”, nel senso originario e profano del termine, cioè spettacoli offerti al pubblico, per dovere, o per ottenerne il favore. Non hanno però  nulla a che vedere con l’autentica esperienza del sacro. Nel titolo “Divina liturgia”, l’aggettivo divina è stato aggiunto proprio per distinguerla dalle liturgie umane. C&#8217;è una differenza qualitativa tra le due cose. </p>
<p>Proviamo a vedere  attraverso quali mezzi la Chiesa può essere, per gli uomini d’oggi, il luogo privilegiato di una vera esperienza di Dio e del trascendente. La prima occasione a cui si pensa, anche per la somiglianza esterna, sono i grandi raduni promossi dalle varie Chiese cristiane. Pensiamo, per esempio, alle giornate mondiali della gioventù,  e agli innumerevoli eventi &#8211; congressi, convegni e convocazioni &#8211; a cui prendono parte decine (a volte centinaia) di migliaia di persone in tutto il mondo. Non si conta il numero di persone per le quali tali eventi sono stati l’occasione di una esperienza forte di Dio e l’inizio di un rapporto nuovo e personale con Cristo.</p>
<p>Quello che fa la differenza tra questo tipo di incontri di massa e quelli descritti sopra è che qui il protagonista non è una personalità umana, ma Dio. Il senso del sacro che in essi si sperimenta è l’unico veramente genuino, e non un suo surrogato, perché è suscitato dal Santo dei Santi, e non da un “idolo”. </p>
<p>Questi, tuttavia, sono eventi straordinari, ai quali non tutti e non sempre possono partecipare. L’occasione per eccellenza e più comune, per un’esperienza del sacro nella Chiesa, è la liturgia. La liturgia cattolica si è trasformata, in poco tempo, da azione a forte impronta sacrale e sacerdotale,  in azione più comunitaria e partecipata, dove tutto il popolo di Dio ha la sua parte, ognuno con il proprio ministero. </p>
<p>Vorrei cercare di dire come io vedo e spiego a me stesso questo cambiamento. Non è assolutamente per ergermi a giudice del passato, ma per comprendere meglio il presente. Il presente nella Chiesa non è mai rinnegamento del passato, ma suo arricchimento; oppure, come in questo caso, superamento del passato recente per recuperare quello più antico e originario. </p>
<p>Nell’evoluzione della Chiesa intesa come popolo, avviene qualcosa di simile a ciò che avviene con la Chiesa intesa come edificio. Pensiamo  ad alcune celebri basiliche e cattedrali: quante trasformazioni architettoniche nel corso dei secoli per rispondere ai bisogni e ai gusti di ogni epoca! Ma è sempre la stessa Chiesa, dedicata allo stesso santo. Se c’è una tendenza generale in atto in epoca moderna, è quella di riportare tali edifici &#8211; quando ciò è possibile e ne vale la pena – alla loro struttura e stile originari. La stessa tendenza è in atto per la Chiesa come popolo di Dio e in particolare per la sua liturgia. Il Concilio Vaticano II ne è stato un momento decisivo, ma non l’inizio assoluto. Esso ha raccolto i frutti di tanto lavoro precedente. </p>
<p>Non è  certo il caso di addentrarci qui nella storia secolare della Liturgia &#8211; altri l’hanno fatto e proprio dal punto di vista che ci interessa   Vorrei  solo evidenziare l’evoluzione che riguarda il senso del sacro. All’inizio della Chiesa e per i primi tre secoli, la liturgia è davvero una “liturgia”, cioè azione del popolo (laos, popolo, è tra le componenti etimologiche di leitourgia). Da san Giustino, dalla Traditio Apostolica di sant’Ippolito ed altre fonti del tempo, ricaviamo una visione della Messa certamente più vicina a quella riformata di oggi che a quella dei secoli che abbiamo alle spalle. Che cosa è avvenuto dopo di allora? La risposta è in una parola che non possiamo evitare: clericalizzazione! In nessun altro ambito essa ha agito più vistosamente che nella liturgia. </p>
<p>Il culto cristiano, e in particolare il sacrificio eucaristico, si trasformò rapidamente, in Oriente e in Occidente, da azione del popolo in azione del clero. Per secoli e secoli, la parte centrale della Messa, il Canone, era pronunciato in latino dal sacerdote, a bassa voce, dietro una cortina o un muro (quasi un tempio nel tempio!), fuori della vista e dell’ascolto del popolo. Il celebrante alzava la voce solo alle parole finali del Canone:  “Per omnia saecula saeculorum”, e il popolo rispondeva “Amen!” a ciò che non aveva sentito e tanto meno capito. L’unico contatto con l’Eucaristia, annunciato dal suono delle campane o del campanello, era il momento dell’elevazione dell’Ostia. </p>
<p>C’è un evidente ritorno a ciò che avveniva nel culto dell’Antico Testamento, quando il Sommo Sacerdote entrava nel Sancta sanctorum, con incensi e sangue delle vittime, e il popolo rimaneva fuori tremante, sopraffatto dal senso della maestà e inaccessibilità di Dio. </p>
<p>Il senso del sacro è qui fortissimo, ma, dopo Cristo, è esso quello giusto e genuino? Nella Lettera agli Ebrei leggiamo: Voi infatti non vi siete avvicinati &#8230; a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole&#8230;Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo (Es 19, 16-18; Dt 9,19). Voi invece vi siete accostati… a Gesù, mediatore dell&#8217;alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele (Ebr 12, 18-24). Cristo è penetrato oltre il velo e non ha richiuso il  varco dietro di sé (Ebr 10,20).</p>
<p>Il sacro ha cambiato il modo di manifestarsi: non più come mistero di maestà e potenza, ma come infinita capacità di farsi da parte, di nascondimento. Dopo la consacrazione, il celebrante dice o canta:  “Mistero della fede!”Alcuni di noi più anziani ricorderanno che una volta l’esclamazione era inserita addirittura nel mezzo della formula di consacrazione del vino: “Hic est enim calix sanguinis mei, novi et aeterni testamenti -Mysterium fidei!- qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum”. Come se la Chiesa si fermasse, a metà del racconto, stupefatta di quello che stava dicendo! </p>
<p>La riforma ha fatto bene, naturalmente, a spostare tale esclamazione alla fine della consacrazione, ma dovremmo non perdere il senso di stupore racchiuso in essa e soprattutto capire quale deve essere il motivo vero del nostro stupore. Esso deve essere dello stesso genere di quello che si legge nei carmi del Servo di Jahvé: </p>
<p>Così si meraviglieranno di lui molte nazioni;<br />
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,<br />
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato<br />
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.<br />
 (Is 52, 15- 53,1)</p>
<p>Stupore e meraviglia, sì, ma davanti a che cosa? Non alla maestà, ma all’umiliazione del Servo! Uno che aveva acutissimo questo sentimento era san Francesco d’Assisi:  “L’umanità trepidi – scriveva in una sua lettera a tutto l’Ordine –, l’universo intero tremi e il cielo esulti quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo, figlio del Dio vivo”. Ma “trepidare e tremare” per che cosa”? Ascoltiamo il seguito: “O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell&#8217;universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, I&#8217;umiltà di   Dio!” . </p>
<p>Si tratta solo di non sciupare questa possibilità offerta dalla liturgia rinnovata con improvvisazioni arbitrarie e bizzarre,  e mantenere la necessaria sobrietà e compostezza, anche quando la Messa viene celebrata in situazioni e ambienti particolari. </p>
<p>In tutte le preghiere eucaristiche passate e presenti, l’invito che segue immediatamente la consacrazione è  sempre quello a ricordare: “Unde et memores”, “facendo dunque memoria”. È la risposta al comando di Gesù: “Fate questo in memoria di me!”  Ma, di lui, che cosa dobbiamo soprattutto ricordare? “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore” (1 Cor 11, 26). </p>
<p>Cerchiamo di andare una volta oltre le parole, o meglio di dare alle parole un contenuto esistenziale e non solo rituale. Riportiamoci al momento in cui Gesú le pronunciò; cerchiamo –per quanto i racconti evangelici ci permettono di sapere – di cogliere in quali condizioni interiori quella parola “Fate questo in memoria di me!”, uscì dalla bocca del Redentore. Egli vede con chiarezza a che cosa sta andando incontro. Più volte ne ha parlato, ma come da lontano. Ora il momento è giunto; non c’è più neppure l’intervallo di tempo ad attenuare l’angoscia. Le parole: “Questo è il calice del mio sangue” non lasciano dubbi. È uno che sta andando incontro alla morte e a una morte orribile. “Qui pridie quam pateretur”: il giorno prima di soffrire la passione …</p>
<p>E cosa avviene intorno a lui? Gli apostoli trovano il modo di discutere ancora una volta su chi è il più grande (Lc 22, 24-27), come fratelli che  litigano per spartirsi l’eredità intorno al letto di morte del proprio padre. Uno di loro, fra poche ore, lo venderà per 30 denari: “In qua nocte tradebatur”: nella notte in cui veniva tradito. In queste condizioni istituisce il sacramento con il quale si impegna a rimanere con i suoi fino alla fine del mondo. Dove trovare un mistero più “tremendo e affascinante” di questo? Il giorno che il Signore ci concedesse, per un attimo solo, di gettare uno sguardo fino al fondo di questo abisso di amore e di dolore, credo che non potremmo più vivere come prima. Questo spiega perché san Pio di Pietrelcina sembrava lottare nella Messa e non riuscire a portare a termine la consacrazione.</p>
<p>Ma adesso dobbiamo completare la nostra rivisitazione della Messa. Essa non consiste solo nel Canone con la consacrazione; ci sono anche la Liturgia della Parola e la Comunione. Noi abbiamo a disposizione alcuni mezzi che in passato non esistevano, per valorizzare la Liturgia della Parola e fare anche di essa l’occasione per una esperienza del sacro. Grazie al cammino che la Chiesa ha fatto nel frattempo in molti campi, noi abbiamo un accesso nuovo, più diretto, alla Parola di Dio. Essa può risuonare con una ricchezza e intelligenza più grandi che non nel passato. </p>
<p>L’attuale liturgia è ricchissima di Parola di Dio, disposta sapientemente, secondo l’ordine della storia della salvezza, in un quadro di riti spesso riportati alla linearità e semplicità delle origini. Dobbiamo valorizzare questi mezzi. Niente può fare breccia nel cuore dell’uomo e fargli sentire la trascendente realtà di Dio, meglio che una vivente parola di Dio, proclamata con fede e aderenza alla vita, durante la liturgia. La fede – dice san Paolo – nasce dall’ascolto della parola di Cristo: Fides ex auditu  (Rm 10, 17).</p>
<p>Tante parole di Gesú, magari ascoltate poco prima nel Vangelo del giorno, al momento della consacrazione tornano a risuonare nel cuore, come pronunciate di nuovo dal loro autore vivo e realmente presente sull’altare. Io ricorderò sempre il giorno che, dopo aver commentato nel Vangelo la parola di Gesú: “Ecco, ora qui c’è più di Giona; ora qui c’è più di Salomone” (cf. Mt 12, 41-42), rialzandomi dalla genuflessione dopo la consacrazione, mi venne da esclamare dentro di me, convinto e pieno di stupore: “Ecco, ora qui c’è più di Salomone!”. </p>
<p>Anche la lettura dall’Antico Testamento, dal confronto con il brano evangelico, sprigiona significati nuovi e illuminanti. Nel passaggio dalla figura alla realtà, la mente &#8211; diceva sant’Agostino &#8211; si accende come “una torcia in movimento” . Come ai due discepoli di Emmaus, Gesú continua a spiegarci “quello che in tutte le Scritture si riferisce a lui” (cf. Lc 24,27).</p>
<p>E poi, dicevo, la Comunione. Come può la liturgia fare, anche di questo momento, l’occasione per una esperienza del sacro, non solo a livello individuale, ma anche comunitario? Direi, con il silenzio. Esistono due specie di silenzio: un silenzio che possiamo chiamare ascetico e un silenzio mistico. Un silenzio con il quale la creatura cerca di elevarsi fino a  Dio e un silenzio provocato da  Dio che si fa vicino alla creatura. Il silenzio che segue la Comunione è un silenzio mistico, come quello che si osserva nelle teofanie dell’Antico Testamento. Dopo la comunione dovremmo ripetere a noi stessi la parola del profeta Sofonia (1,7): “Silenzio alla presenza del Signore  Dio!” Non dovrebbe mancare mai qualche momento, anche se breve, di assoluto silenzio dopo la Comunione.</p>
<p>La tradizione cattolica ha sentito il bisogno di prolungare e dare più spazio a questo momento di personale contatto con il Cristo eucaristico e ha sviluppato nei secoli, soprattutto a partire dal sec. XIII, il culto dell’Eucaristia fuori della Messa. Esso non è un culto a parte, staccato e indipendente dal sacramento;  è un continuare a “fare memoria” di Cristo: dei suoi misteri e delle sue parole, un modo di “ricevere” Gesú sempre più in profondità nella nostra vita. Un modo di interiorizzare il mistero ricevuto. L’adorazione eucaristica è il segno più chiaro che l’umiltà e il nascondimento di Cristo nell’Eucaristia non ci fanno dimenticare che siamo in presenza del “Santissimo”, di colui che, con il Padre e lo Spirito Santo, ha creato il cielo e la terra.</p>
<p>Dove essa viene praticata – da parrocchie, individui e comunità – i suoi frutti sono visibili, anche come momento di evangelizzazione. Una chiesa piena di fedeli in perfetto silenzio, durante un’ora di adorazione davanti al Santissimo esposto, farebbe dire a chi entrasse, per caso, in quel momento: “Qui c’è Dio!”. Ricordo il commento di un non-cattolico, al termine di un’ora di adorazione eucaristica silenziosa, in una grande chiesa parrocchiale degli Stati Uniti, gremita di fedeli: “Adesso capisco –disse a un amico – cosa intendete voi cattolici quando parlate di “presenza reale”! </p>
<p>Se c’è un motivo per cui io rimpiango il latino, è che con la sua scomparsa stanno scomparendo dall’uso alcuni canti nati per questi momenti e che sono serviti a generazioni di credenti di tutte le lingue per esprimere la loro calda devozione al Gesú dell’Eucaristia: l’Adoro te devote, l’Ave verum, il Panis angelicus. Essi sopravvivono ormai quasi solo per la musica che artisti celebri hanno scritto su quei testi. </p>
<p>Noi “ministri di  Cristo e dispensatori dei misteri di   Dio” (1 Cor 4,1) e, in modi diversi, ogni fedele impegnato nel culto della Chiesa, potremmo sentirci schiacciati e impotenti davanti a un compito così sublime. Ne avremmo tutte le ragioni. Come aiutare gli uomini di oggi a fare, nella liturgia, una esperienza del sacro e del soprannaturale, noi che sperimentiamo in noi stessi tutta la pesantezza della carne e la sua refrattarietà allo spirito? Anche qui la risposta è sempre la stessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo!” Egli, che è definito “l’anima della Chiesa”, è anche l’anima della sua liturgia, la luce e la forza dei riti. </p>
<p>È un dono che la riforma liturgica del Vaticano II abbia messo nel cuore della Messa l’epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito Santo: prima sul pane e sul vino e poi sull’intero corpo mistico della Chiesa. Io ho un grande rispetto per la veneranda preghiera eucaristica del Canone Romano e amo utilizzarla ancora, qualche volta, essendo quella con cui fui ordinato sacerdote. Non posso, però, non notare con rammarico la totale assenza in essa dello Spirito Santo. Al posto dell’attuale epiclesi  consacratoria sul pane e sul vino, troviamo, in esso, la formula generica: “Santifica, o  Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione…”.</p>
<p>È stata, anche questa, una triste conseguenza della polemica tra Oriente e Occidente. Essa ha spinto, in passato, noi Latini a mettere tra parentesi il ruolo dello Spirito Santo per attribuire tutta l’efficacia alle parole dell’istituzione e ha spinto i Greci a mettere tra parentesi le parole dell’istituzione per attribuire tutta l’efficacia all’azione dello Spirito Santo. Come se il mistero si compisse per una specie di reazione chimica di cui si può determinare l’istante preciso in cui avviene.</p>
<p>C‘è tuttavia una perla che il Canone Romano ha tramandato di generazione in generazione e che la riforma liturgica ha giustamente conservato e inserito in tutte le nuove preghiere eucaristiche: appunto la dossologia finale:  “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te,  Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”: Per ipsum, cum ipso et in ipso est tibi, Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria per omnia saecula saeculorum. </p>
<p>Questa formula esprime una verità  fondamentale che san Basilio ha formulato nel primo trattato scritto sullo Spirito Santo. Sul piano dell’essere, o dell’uscita delle creature da Dio, scrive, tutto parte dal Padre, passa per il Figlio e giunge a noi nello Spirito; nell’ordine della conoscenza, o del ritorno delle creature a Dio, tutto comincia con lo Spirito Santo, passa per il Figlio Gesù Cristo e ritorna al Padre . Essendo la liturgia il momento per eccellenza del ritorno delle creature a  Dio, tutto in essa deve partire e prendere slancio dallo Spirito Santo.</p>
<p>Il messale antico conteneva tutta una serie di preghiere che il sacerdote doveva recitare in preparazione alla Messa. Oggi non potremmo preparaci alla celebrazione meglio che con una breve, ma intensa preghiera allo Spirito Santo perché rinnovi in noi l’unzione sacerdotale e metta nel nostro cuore lo stesso impulso che mise nel cuore di Cristo di offrici al Padre in sacrificio di soave odore. L’Epistola agli Ebrei dice che Gesú, “mosso da Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio” (Ebr 9,14). Preghiamo affinché quello che è avvenuto nel Capo possa avvenire anche in noi, membra del suo corpo. </p>
<p>  1.Rudolph  Otto, Il Sacro (Das Heilige, 1917).<br />
  2.St. Augustine, Confessions, VII, 10.<br />
  3.Ib. XI, 9.<br />
  4.Max Horkheimer.<br />
  5.Cf. Mario Righetti, Storia Liturgica, vol. III (La Messa), Milano 1966.<br />
  6.Francesco d’Assisi, Lettera al capitolo generale, 2 (FF 221).<br />
  7.Agostino, Ep. 55, 11, 21.<br />
  8.Cf. Basilio di Cesarea, Sullo Spirito Santo XVIII, 47 (PG 32 , 153).</p>
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		<title>“ DIO È AMORE!” - Terza Predica, Quaresima 2023</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 12:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prediche alla Casa Pontificia]]></category>
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		<description><![CDATA[Abbiamo bisogno della teologia! Per la vostra e la mia consolazione, Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, questa meditazione sarà centrata tutta e solo su Dio. La teologia, cioè il discorso su Dio, non può rimanere estranea alla realtà del Sinodo, come non può rimanere estranea a ogni altro momento della vita della Chiesa.[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Abbiamo bisogno della teologia!</strong></p>
<p>Per la vostra e la mia consolazione, Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, questa meditazione sarà centrata tutta e solo su  Dio. La teologia, cioè il discorso su   Dio,  non può rimanere estranea alla realtà del Sinodo, come non può rimanere estranea a ogni altro momento della vita della Chiesa. Senza la teologia, la fede diventerebbe facilmente morta ripetizione; mancherebbe dello strumento principale per la sua inculturazione.<br />
Per assolvere questo compito, la teologia ha bisogno, essa stessa, di un rinnovamento profondo. Quello di cui il popolo di Dio ha bisogno è una teologia che non parli di Dio sempre e soltanto “in terza persona”, con categorie mutuate spesso dal sistema filosofico del momento, incomprensibili fuori della ristretta cerchia degli “iniziati”. È scritto che “il Verbo si è fatto carne”, ma in teologia, spesso il Verbo si è fatto solo idea! Karl Barth auspicava l’avvento di una teologia “capace di essere predicata”, ma questo auspicio mi sembra lontano dall’essersi  ancora realizzato. San Paolo ha scritto:</p>
<p>Lo Spirito conosce bene ogni cosa, anche le profondità di  Dio…. I segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato (1 Cor 2, 10-12).<br />
Ma dove trovare ormai  una teologia che faccia leva sullo Spirito Santo, più che su categorie di sapienza umana, per conoscere “le profondità di  Dio”? Bisogna, per questo, ricorrere a materie dette “opzionali”: alla “Teologia spirituale”, oppure alla “Teologia pastorale”.  Henri de Lubac ha scritto: “Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. È, al contrario, l’insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta. Questo era vero della prima predicazione cristiana, quella degli apostoli, ed è vero ugualmente della predicazione di coloro che sono ad essi succeduti nella Chiesa: i Padri, i Dottori e i nostri Pastori nell’ora presente” .<br />
Sono convinto che non c’è alcun contenuto della fede, per quanto elevato, che non possa essere reso comprensibile a ogni intelligenza aperta alla verità. Se c’è una cosa che possiamo imparare dai Padri della Chiesa è che si può essere profondi senza essere oscuri. San Gregorio Magno dice che la Sacra Scrittura è “semplice e profonda, come un fiume in cui, per così dire, un agnello può camminare e un elefante può nuotare” . La teologia dovrebbe ispirarsi a questo modello. Ognuno dovrebbe potervi trovare pane per i suoi denti: il semplice, il suo nutrimento e il dotto, cibo raffinato per il suo palato. Senza contare che spesso viene rivelato ai “piccoli” quello che rimane nascosto “ai sapienti e gli intelligenti”.</p>
<p>Ma chiedo scusa che sto tradendo la mia promessa iniziale. Non è un discorso sul rinnovamento della teologia che intendo fare in questa sede. Non avrei alcun titolo per farlo. Vorrei piuttosto mostrare come la teologia, intesa nel senso accennato, può contribuire a presentare in modo significativo il messaggio evangelico all’uomo d’oggi e a dare linfa nuova alla nostra fede e alla nostra preghiera. </p>
<p>La notizia più bella che la Chiesa ha il compito di far risuonare nel mondo,  quella che ogni cuore umano attende di sentire, è: “Dio ti ama!” Questa certezza deve scardinare e sostituire quella che ci portiamo dentro da sempre: “Dio ti giudica!” La solenne affermazione di Giovanni: “Dio è amore” (1 Gv 4,8) deve accompagnare, come una nota di fondo, ogni annuncio cristiano, anche quando dovrà ricordare, come fa il Vangelo, le esigenze pratiche di questo amore.</p>
<p>Quando invochiamo lo Spirito Santo &#8211; anche nella presente occasione del Sinodo &#8211; noi pensiamo in primo luogo allo Spirito Santo come luce che ci illumina sulle situazioni e ci suggerisce le soluzioni giuste. Pensiamo meno allo Spirito Santo come amore; invece è questa la prima e più essenziale operazione dello Spirito di cui la Chiesa ha bisogno. Solo la carità edifica; la conoscenza &#8211; anche quella teologica, giuridica ed ecclesiastica &#8211; spesso non fa che gonfiare e dividere. Se ci domandiamo perché siamo così ansiosi di conoscere (e oggi, così eccitati alla prospettiva dell’intelligenza artificiale!) e così poco, invece, preoccupati di amare, la risposta è semplice: è che la conoscenza si traduce in potere, l’amore invece in servizio!<br />
Lo stesso Henri de Lubac ha scritto: “Occorre che il mondo lo sappia: la rivelazione del Dio Amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità” . A tutt’oggi non abbiamo finito (né si finirà mai) di trarre tutte le conseguenze dalla rivoluzione evangelica su Dio come amore. In questa meditazione vorrei mostrare come, partendo dalla rivelazione di Dio come amore, si illuminano di luce nuova i principali misteri della nostra fede: la Trinità, l’Incarnazione e la Passione di Cristo e diventa meno difficile farli comprendere dalla gente. Quando san Paolo definisce i ministri di Cristo “dispensatori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1), intende questi misteri della fede, non  si riferisce a dei riti e neppure in primo luogo ai sacramenti.</p>
<p><strong>Perché la Trinità</strong></p>
<p>Iniziamo dal mistero della Trinità: perché noi cristiani crediamo che  Dio è uno e trino? Mi sono trovato più di una volta a predicare la parola di Dio a cristiani che vivono in paesi a maggioranza islamica, nei quali, tuttavia, c’è una relativa tolleranza e possibilità di dialogo, come avviene negli Emirati Arabi. Sono persone, per lo più immigrati, impiegati come mano d’opera. Essi  mi hanno chiesto a volte cosa rispondere alla domanda che viene loro rivolta nei luoghi di lavoro: “Perché voi cristiani dite di essere dei monoteisti, se non credete in un Dio unico e solo?”<br />
Dico cosa ho consigliato loro di rispondere, perché è la spiegazione che dovremmo dare a noi stessi e a chi ci interroga sullo stesso problema. Noi crediamo in un Dio uno e trino perché crediamo che Dio è amore. Ogni amore è amore di qualcuno, o di qualcosa; non si dà un amore a vuoto, senza oggetto, come non si dà conoscenza che non sia conoscenza di qualcuno o di qualcosa.<br />
Orbene, chi ama Dio per essere definito amore? L&#8217;universo? L&#8217;umanità?  Ma allora è amore solo da qualche decina di miliardi di anni, da quando cioè esiste l’universo fisico e l’umanità. Prima di allora chi amava Dio per essere l&#8217;amore, dal momento che Dio non può cambiare e cominciare ad essere ciò che in precedenza non era? I pensatori greci, concependo Dio soprattutto come &#8220;pensiero&#8221;, potevano rispondere, come fa Aristotele nella sua Metafisica: Dio pensava se stesso; era &#8220;puro pensiero&#8221;, &#8220;pensiero di pensiero&#8221; .  Ma questo non è più possibile, nel momento in cui si dice che Dio è amore, perché il &#8220;puro amore di se stesso&#8221; sarebbe solo egoismo o narcisismo.<br />
Ed ecco la risposta della rivelazione, definita nel concilio di Nicea del 325. Dio è amore da sempre, ab aeterno, perché prima ancora che esistesse un oggetto fuori di sé da amare, aveva in se stesso il Verbo, “il Figlio unigenito” che amava con un amore infinito che è lo Spirito Santo.<br />
Tutto questo non spiega come l&#8217;unità possa essere contemporaneamente trinità, mistero inconoscibile da noi perché avviene solo in  Dio. Ci aiuta però a intuire perché in Dio l&#8217;unità deve essere anche comunione e pluralità. Dio è amore: perciò è Trinità! Un Dio che fosse pura conoscenza o pura legge, o potere assoluto, non avrebbe certamente bisogno di essere trino. Questo anzi complicherebbe le cose. Nessun triumvirato e nessuna diarchia sono mai durati a lungo nella storia!<br />
Anche i cristiani credono dunque nell’unità di Dio e sono perciò monoteisti; un’unità, però, non matematica e numerica, ma d’amore e di comunione. Se c’è qualcosa che l’esperienza dell’annuncio dimostra essere ancora capace di aiutare gli uomini d’oggi, se non a spiegare, almeno a farsi un’idea della Trinità, questo, ripeto, è proprio quello che fa perno sull’amore. Dio è “atto puro” e questo atto è un atto d’amore, dal quale emergono, simultaneamente e ab aeterno, un amante, un amato e l’amore che li unisce. </p>
<p>Il mistero dei misteri non è, a pensarci bene, la Trinità, ma capire cos’è in realtà l’amore! Essendo esso l’essenza stessa di Dio, non ci sarà dato di capire appieno cos’è l’amore neppure nella vita eterna. Ci sarà dato, tuttavia, qualcosa di meglio che conoscerlo, e cioè possederlo e saziarcene eternamente. Non si può abbracciare l’oceano, ma vi si può entrare dentro! </p>
<p><strong>Perché l’incarnazione?</strong></p>
<p>Passiamo all’altro grande mistero da credere e da annunciare al mondo: l’Incarnazione del Verbo. Alla luce della rivelazione di  Dio come amore, anch’esso, vedremo, acquista una nuova dimensione. Domando perdono se in questa parte chiedo forse uno sforzo di attenzione superiore a quello che è lecito chiedere agli ascoltatori in una predica, ma credo che lo sforzo valga la pena di essere fatto almeno una volta in vita.<br />
Ripartiamo dalla famosa domanda di sant’Anselmo (1033-1109): “Perché Dio si è fatto uomo?” Cur Deus homo? È nota la sua risposta. È perché solamente uno che fosse nello stesso tempo uomo e Dio poteva riscattarci dal peccato. Come uomo, infatti, egli poteva rappresentare tutta l’umanità e, come Dio, quello che faceva aveva un valore infinito, proporzionato al debito che l’uomo aveva contratto con Dio peccando.<br />
La risposta di sant’Anselmo è perennemente valida, ma non è l’unica possibile, e neppure del tutto soddisfacente. Nel credo professiamo che il Figlio di Dio si è fatto carne “per noi uomini e per la nostra salvezza”, ma non si limita la nostra salvezza alla sola remissione dei peccati, tanto meno di un peccato particolare, quello originale. Resta spazio, dunque, per un approfondimento della fede.<br />
È quello che cerca di fare il beato Duns Scoto (1265 &#8211; 1308).  Dio – dice &#8211; si è fatto uomo perché questo era il progetto divino originario, anteriore alla stessa caduta: che, cioè, il mondo &#8211; creato “per mezzo di Cristo e in vista di lui” (Col 1, 16) &#8211; trovasse in lui, “nella pienezza dei tempi”, il suo coronamento e la sua ricapitolazione (Ef 1,10).<br />
Dio, scrive Scoto, “anzitutto ama se stesso; poi “vuole essere amato da qualcuno che lo ami in grado sommo fuori di se stesso”; perciò “prevede l’unione con la natura che doveva amarlo in grado sommo”. Questo amante perfetto non poteva essere nessuna creatura, essendo finita, ma solo il Verbo eterno. Questi perciò si sarebbe incarnato “anche se nessuno avesse peccato” . Il peccato di Adamo non ha determinato il fatto stesso dell’incarnazione, ma solo la sua modalità  di espiazione mediante la passione e la morte.<br />
All’inizio di tutto c’è ancora, purtroppo, in Scoto, come si vede, un Dio da amare più che un  Dio che ama. È un residuo della visione filosofica del Dio “motore immobile”, che può essere amato, ma non può amare. “Dio – aveva scritto Aristotele &#8211; muove il mondo in quanto è amato”, cioè in quanto oggetto d’amore, non in quando ama . In linea con la visione occidentale della Trinità, Scoto pone la natura divina, non la persona del Padre, all’inizio del discorso su  Dio. E la natura, a differenza della persona, non è un soggetto che ama! In ciò i nostri fratelli ortodossi, eredi dei Padri greci, hanno visto più giusto di noi latini.<br />
Su questo punto, la Scrittura ci chiama tutti, credo, a fare oggi un passo avanti, anche rispetto a Scoto, sempre consapevoli, tuttavia, che le nostre affermazioni su Dio altro non sono che labili segni tracciati col dito sulla superficie dell’oceano. Dio Padre decide l’incarnazione del Verbo non perché vuole avere fuori di sé qualcuno che lo ami in modo degno di sé, ma perché vuole avere fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé! Non per ricevere amore, ma per effonderlo. Presentando Gesù al mondo, nel Battesimo e nella Trasfigurazione, il Padre celeste dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mc 1, 11; 9,7); non dice: “l’amante”, ma “l’amato”.<br />
Solo il Padre, nella Trinità (e in tutto l’universo!), non ha bisogno di essere amato per esistere; ha bisogno soltanto di amare. Questo è ciò che garantisce il ruolo del Padre come fonte e origine unica della Trinità, mantenendo, nello stesso tempo, la perfetta uguaglianza di natura tra le tre divine persone. C’è, all’origine di tutto, la folgorante intuizione di Agostino e della scuola nata da lui. Essa definisce il Padre come l’amante, il Figlio come l’amato e lo Spirito Santo come l’amore che li unisce  . In ciò anche noi Latini abbiamo qualcosa di prezioso e di essenziale da offrire per una sintesi ecumenica. Grazie a Dio, una piena riconciliazione tra le due teologie non sembra più tanto difficile e lontana, ciò che segnerebbe un passo avanti decisivo verso l’unità delle Chiese. </p>
<p><strong>Perché la passione?</strong></p>
<p>Veniamo ora al terzo grande mistero: la passione di Cristo che ci apprestiamo a celebrare a Pasqua. Vediamo come, partendo dalla rivelazione di Dio come amore, anch’esso si illumina di luce nuova. “Dalle sue piaghe siete stati guariti”: con queste parole, dette del Servo di Jahvè (Is 53, 5-6), la fede della Chiesa ha espresso il significato salvifico della morte di Cristo (1 Pt 2,24). Ma possono piaghe, croce e dolore &#8211; fatti negativi e, come tali, solo privazione di bene &#8211; produrre una realtà positiva qual è la salvezza di tutto il genere umano? La verità è che noi non siamo stati salvati dal dolore di Cristo, ma dal suo amore! Più precisamente, dall’amore che si esprime nel sacrificio di se stesso. Dall’amore crocifisso! </p>
<p>Ad Abelardo che, già a suo tempo, trovava ripugnante l’idea di un Dio che si “compiace” della morte del Figlio, san Bernardo rispondeva: “Non fu la sua morte che gli piacque, ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi”: “Non mors, sed voluntas placuit sponte morientis” .<br />
Il dolore di Cristo conserva tutto il suo valore e la Chiesa non smetterà mai di meditare su di esso: non, però, come causa, per se stesso, di salvezza, ma come segno e dimostrazione dell’amore: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rom 5,8). La morte è il segno, l’amore il significato. L’evangelista san Giovanni pone come una chiave di lettura all’inizio del suo racconto della Passione: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1).<br />
Questo toglie alla passione di Cristo una connotazione che ha sempre lasciato perplessi e insoddisfatti: l’idea, cioè, di un prezzo e di un riscatto da pagare a Dio (o, peggio, al demonio!), di un sacrificio con cui placare l’ira divina. In realtà, è piuttosto Dio che ha fatto il grande sacrificio di darci il suo Figlio, di non “risparmiarselo”, come Abramo fece il sacrificio di non risparmiarsi il figlio Isacco (Gen 22, 16; Rom 8, 32). Dio è più il soggetto che il destinatario del sacrificio della croce! </p>
<p><strong>Un amore degno di Dio</strong></p>
<p>Adesso dobbiamo vedere cosa cambia nella nostra vita la verità che abbiamo contemplato nei misteri di Trinità, Incarnazione e Passione di Cristo. E qui ci aspetta la sorpresa che non manca mai quando si cerca di approfondire i tesori della fede cristiana. La sorpresa è scoprire che, grazie alla nostra incorporazione a Cristo, anche noi possiamo amare Dio con un amore infinito, degno di lui!<br />
San Paolo scrive che: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rom 5,5). L’amore che è stato riversato in noi è quello stesso con cui il Padre, da sempre, ama il Figlio, non un amore diverso! “Io in loro e tu in me  -dice Gesú al Padre-  perché l&#8217;amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17, 23. 26). Notare: “l’amore con cui mi hai amato”, non uno diverso. È un traboccare dell’amore divino dalla Trinità a noi. Dio comunica all’anima –scrive san Giovanni della Croce &#8211; “lo stesso amore che comunica al Figlio, anche se ciò non avviene per natura, come nel caso del Figlio, ma per unione” .<br />
La conseguenza è che noi possiamo amare il Padre con l’amore con cui lo ama il Figlio e possiamo amare Gesù con l’amore con cui lo ama il Padre. Tutto, grazie allo Spirito Santo che è quello stesso amore. Cosa diamo, allora, a Dio di nostro, quando gli diciamo: “Ti amo!”? Nient’altro che l’amore che riceviamo da lui! Nulla dunque, assolutamente, da parte nostra? È forse il nostro amore per Dio nient’altro che un “rimbalzare” del suo stesso amore verso di lui, come l’eco che rimanda il suono alla sua sorgente?<br />
Non in questo caso! L’eco del suo amore ritorna a Dio dalla cavità del nostro cuore, ma con una novità che per Dio è tutto: il profumo della nostra libertà e della nostra gratitudine di figli! Tutto questo si realizza, in modo esemplare, nell’Eucaristia. Cosa facciamo in essa, se non offrire al Padre, come “nostro sacrificio”, quello che, in realtà, il Padre stesso ha donato a noi, e cioè il suo Figlio Gesù?<br />
Noi possiamo dire a Dio Padre: “Padre, ti amo con l’amore con cui ti ama il tuo Figlio Gesù!” E dire a Gesù: “Gesù, ti amo con l’amore con cui ti ama il Padre tuo celeste”. E sapere con certezza che non è una pia illusione! Ogni volta che, pregando, cerco di farlo io stesso, mi torna alla mente l’episodio di Giacobbe che si presenta al padre Isacco per ricevere la benedizione, spacciandosi per il fratello maggiore (Gen 27, 1-23). E cerco di immaginare quello che potrebbe dire tra sé Dio Padre, in quel momento: “Veramente, la voce non è proprio quella del mio Figlio primogenito; ma le mani, i piedi e tutto il corpo sono le stesse che mio Figlio ha preso sulla terra e ha portato quassù in cielo”.<br />
E sono sicuro che mi benedice, come Isacco benedisse Giacobbe! E benedice, tutti voi Venerabili Padri, fratelli e sorelle. È lo splendore della nostra fede di cristiani. Speriamo di essere in grado di trasmetterne qualche frammento agli uomini e alle donne del nostro tempo, che sono assetati d’amore, ma ne ignorano la sorgente.     </p>
<p>  1.H. de Lubac, Exégèse médièvale, I, 2, Parigi 1959, p. 670.<br />
  2.Gregorio Magno,  Moralia in Job, Epist. Missoria, 4 (PL 75, 515).<br />
  3.Henri de Lubac, Histoire et Esprit, Aubier, Paris 1950.<br />
  4.Aristotele, Metafisica, XII,7, 1072b.<br />
  5.Duns Scoto, Opus Parisiense, III, d. 7, q. 4 (Opera omnia, XXIII, Parigi 1894, p. 303).<br />
  6.Aristotele, Metafisica, XII,7, 1072b.<br />
  7.Agostino, De Trinitate,VIII, 9,14; IX, 2,2; XV,17,31;  Riccardo di San Vittore, De Trin. III,2.18;  Bonaventura, I Sent. d. 13, q.1.<br />
  8.Bernardo di Chiaravalle, Contro gli errori di Abelardo, VIII, 21-22: “Non mors, sed voluntas placuit sponte morientis”.<br />
  9.Giovanni della Croce, Cantico spirituale A, strofa 38, 4.</p>
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