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	<title>Padre Raniero Cantalamessa &#187; Spiritualità</title>
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		<title>IL RINNOVAMENTO CARISMATICO CATTOLICO, UNA CORRENTE DI GRAZIA PER TUTTA LA CHIESA</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2019 12:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, Aula Paolo VI, 8 Giugno 2019 Inaugurazione del servizio di CHARIS Parto dalla convinzione condivisa da tutti noi e spesso ripetuta da papa Francesco che il Rinnovamento Carismatico Cattolico (RCC) è “una corrente di grazia per tutta la Chiesa”. Se il RC è una corrente di grazia per tutta la Chiesa, abbiamo il dovere[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, Aula Paolo VI, 8 Giugno 2019<br />
 Inaugurazione del servizio di CHARIS</p>
<p>Parto dalla convinzione condivisa da tutti noi e spesso ripetuta da papa Francesco che il Rinnovamento Carismatico Cattolico (RCC) è “una corrente di grazia per tutta la Chiesa”.  Se il RC è una corrente di grazia per tutta la Chiesa, abbiamo il dovere di spiegare a noi stessi e alla Chiesa in che cosa consiste questa corrente di grazia e perché essa è destinata e necessaria a tutta la Chiesa. Spiegare, insomma, cosa siamo e cosa offriamo –meglio, cosa Dio offre – alla Chiesa con questa corrente di grazia.<br />
Finora infatti non siamo stati in grado – né potevamo esserlo &#8211; di dire con chiarezza cos’è il Rinnovamento Carismatico. È necessario infatti sperimentare una forma di vita prima di poterla definire. Così è avvenuto sempre in passato, in occasione dell’apparire di nuove forme di vita cristiana. Poveri quei movimenti e ordini religiosi che nascono con tanto di regola e di costituzioni stabilite minuziosamente in partenza, da mettere poi in pratica come un protocollo da seguire. È la vita che, progredendo, acquista una fisionomia e si dà una regola, come il fiume, avanzando, si scava il proprio letto.<br />
Dobbiamo riconoscere che finora abbiamo dato alla Chiesa idee e rappresentazioni del Rinnovamento Carismatico  diverse e a volte contraddittorie. Basterebbe fare una piccola inchiesta tra le persone che vivono al di fuori di esso, per renderci conto della confusione che regna intorno all’identità del Rinnovamento Carismatico.<br />
Per alcuni, esso è un movimento di “entusiasti”, non diverso dai movimenti “entusiasti e illuminati” del passato, il popolo dell’Alleluia, delle mani alzate, che pregano e cantano in un linguaggio incomprensibile: un fenomeno, tutto sommato, emozionale e superficiale. Posso dirlo con conoscenza di causa perché sono stato anch’io, per diverso tempo, tra quelli che la pensavano così. Per altri esso è identificato con persone che fanno preghiere di guarigione e operano esorcismi; per altri ancora si tratta di una “infiltrazione” protestante e pentecostale nella Chiesa cattolica. Nel migliore dei casi il Rinnovamento Carismatico è visto come una realtà su cui si può fare affidamento per tante cose in parrocchia, ma dal quale  è meglio non lasciarsi coinvolgere. Come ha detto qualcuno, si amano i frutti del Rinnovamento, ma non l’albero.<br />
Dopo 50 anni di vita e di esperienza e in occasione dell’inaugurazione del nuovo organismo di servizio che è CHARIS, forse è venuto il momento di tentare di fare una rilettura di questa realtà e darne una  definizione, per quanto anch’essa non definitiva, essendo il suo cammino tutt’altro che concluso.<br />
Io credo che l’essenza di questa corrente di grazia sia provvidenzialmente racchiusa nel suo nome “Rinnovamento Carismatico”, a patto di comprendere il vero significato di queste due parole. È quello che mi propongo di fare, dedicando la prima parte del mio intervento al sostantivo “Rinnovamento” e la seconda parte all’aggettivo “carismatico”.<br />
PRIMA PARTE: “RINNOVAMENTO”<br />
È necessario fare una premessa di carattere generale per capire il rapporto che c’è tra il sostantivo “rinnovamento” e l’aggettivo “carismatico”, e cosa ognuno di essi rappresenta.<br />
Nella Bibbia emergono chiaramente due modi di operare dello Spirito di   Dio. C’è anzitutto il modo che possiamo chiamare carismatico. Esso consiste nel fatto che lo Spirito di Dio viene su alcune persone, in circostanze particolari, e conferisce loro dei doni e delle capacità al di sopra della portata umana per assolvere il compito che  Dio si attende da esse . La caratteristica di questo modo di operare dello Spirito di  Dio è che esso è dato a una persona, ma non per la persona stessa, per renderla più gradita a  Dio, ma piuttosto per il bene della comunità, per il servizio. Alcuni di quelli che nell’Antico Testamento ricevono questi doni finiscono per condurre una vita tutt’altro che conforme al volere di  Dio.<br />
Solo in un secondo momento, in pratica dopo l’esilio, si comincia a parlare di un modo diverso di operare dello Spirito di Dio, un modo che in seguito si chiamerà l’azione santificatrice dello Spirito (2 Tess 2,13). Per la prima volta nel salmo 51 lo Spirito è definito “santo”: “non privarmi del tuo Santo Spirito”. La testimonianza più chiara è la profezia di Ezechiele 36, 26-27:<br />
Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme.<br />
La novità di questo modo di agire dello Spirito è che esso viene su una persona e resta in essa e la trasforma dall’interno, dandole un cuore nuovo e una capacità nuova di osservare la legge. In seguito, la teologia chiamerà il primo modo di agire dello Spirito “gratia gratis data”,  dono gratuito, e il secondo “gratia gratum faciens”, grazia che rende graditi a  Dio.<br />
Passando dall’Antico al Nuovo Testamento, questo duplice modo di agire dello Spirito diventa ancora più chiaro. Basta leggere dapprima il capitolo 12 della Prima Lettera ai Corinzi dove si parla di ogni specie di carismi, e poi passare al capitolo successivo, il 13, dove si parla di un dono unico, uguale e necessario per tutti che è la carità. Questa carità è “l’amore di Dio effuso nei cuori mediante lo Spirito Santo” (Rom 5,5), l’amore – così lo definisce san Tommaso d’Aquino &#8211; “con cui  Dio ama noi e con cui rende noi capaci di amare lui e i fratelli” .<br />
Il rapporto tra l’opera santificatrice dello Spirito e la sua azione carismatica è visto da Paolo come il rapporto che c’è tra l’essere e l’agire e come il rapporto che c’è tra l’unità e la diversità nella Chiesa. L’azione santificatrice riguarda l’essere del cristiano, i carismi riguardano l’agire, sono per il servizio   (1 Cor 12,7; 1 Pt 4,10)  la prima cosa fonda l’unità della Chiesa, la seconda la varietà delle sue funzioni.   Su questo basta leggere Efesini 4, 4-13. In esso l’Apostolo espone prima ciò che fonda l’essere del cristiano e l’unità di tutti i credenti: un solo corpo, un solo Spirito, un solo Signore, una sola fede, per passare a parlare della “grazia data a ciascuno secondo la misura del dono di Cristo”: apostoli, evangelisti, maestri&#8230;<br />
L’Apostolo non si limita a mettere in evidenza i due modi di operare dello Spirito, ma afferma anche la priorità assoluta dell’azione santificatrice sull’azione carismatica. L’agire dipende dall’essere (agere sequitur esse), non il contrario. Paolo passa in rassegna la maggioranza dei carismi – parlare tutte le lingue,  possedere il dono della profezia, conoscere tutti i misteri, distribuire tutto ai poveri – e conclude che, senza la carità, non servirebbero a nulla a chi li esercita, anche se possono giovare a chi li riceve.<br />
È vero che il carisma non è dato a causa, o in vista, della santità di una persona, ma è anche vero che esso non si mantiene sano e anzi si corrompe e finisce per provocare danni, se non riposa sul terreno di una santità personale. Richiamare la priorità dell’opera santificatrice dello Spirito su quella carismatica è il contributo specifico che il RCC può recare al movimento evangelico e pentecostale, i quali –giova ricordarlo – ebbero anch’essi, tra le loro matrici, il cosiddetto “movimento di santità” (Holiness movement).<br />
Tutto quello che ho detto dell’azione rinnovatrice e santificatrice dello Spirito è racchiuso nel sostantivo “Rinnovamento”. Perché proprio questo termine? Perché chiamiamo “Seminario di vita nuova nello Spirito” lo strumento con cui ci si preparava a ricevere il battesimo nello Spirito? L’idea di novità accompagna dall’inizio alla fine la rivelazione dell’azione santificatrice dello Spirito. Già in Ezechiele si parla di uno “Spirito nuovo”. Giovanni parla di un “nascere di nuovo dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3, 5). Ma è soprattutto san Paolo che vede nella “novità” ciò che caratterizza tutta la “nuova alleanza” (2 Cor 3, 6). Egli definisce il credente un “uomo nuovo” (Ef. 2,15; 4, 24) e il battesimo “un lavacro di rinnovamento nello Spirito Santo” (Tito 3, 5).<br />
La cosa da mettere in chiaro subito è che questa vita nuova è la vita portata da Cristo. È lui che risorgendo da morte ci ha dato la possibilità, grazie al nostro battesimo, di “camminare in una vita nuova” (Rom 6, 4). Essa è quindi dono, prima che dovere, un “fatto”, prima che un “da farsi”. Su questo punto c’è bisogno di una rivoluzione copernicana nella mentalità comune del credente cattolico (non nella dottrina ufficiale della Chiesa!) ed è questo uno dei contributi più importanti che il Rinnovamento Carismatico può apportare  &#8211; e ha già in parte portato – alla vita della Chiesa. Per secoli si è insistito tanto sulla morale, sul dovere, sul da farsi per conquistare la vita eterna, da invertire il rapporto e mettere il dovere prima del dono, facendo della grazia l’effetto, anziché la causa, delle nostre opere buone.<br />
Il Rinnovamento Carismatico, concretamente il battesimo nello Spirito, ha operato dentro di me quella rivoluzione copernicana di cui parlavo e per questo sono intimamente convinto che esso può operarla in tutta la Chiesa. Ed è la rivoluzione da cui dipende la possibilità di rievangelizzare il mondo post-cristiano. La fede sboccia in presenza del kerygma, non in presenza della didaché, cioè non in presenza della teologia, dell’apologetica, della morale. Queste cose sono necessarie per “formare” la fede e portarla alla perfezione della carità, ma non sono in grado di generarla. Il cristianesimo, a differenza di ogni altra religione, non comincia dicendo agli uomini  quello che devono fare per salvarsi; comincia dicendo quello che   Dio ha fatto, in Cristo Gesù, per salvarli. E’ la religione della grazia.<br />
Non c’è pericolo che in questo modo si cada nel “quietismo”, dimenticando l’impegno per l’acquisto delle virtù. La Scrittura e l’esperienza non lasciano scampo su questo punto: il segno più certo della presenza dello Spirito di Cristo non sono i carismi, ma i “frutti dello Spirito”. Il RC deve piuttosto guardarsi da un altro pericolo: quello che San Paolo rimprovera ai Galati, “di finire con la carne dopo aver cominciato  con lo Spirito” cf. Gal 3,3), cioè di ritornare a un vecchio legalismo e moralismo che sarebbe l’esatta antitesi di ciò che si intende per “Rinnovamento”. Esiste, è vero, anche il pericolo opposto di fare della libertà “un pretesto per vivere secondo la carne” (Gal 5, 13), ma esso è più facilmente riconoscibile.<br />
In che consiste la vita nuova nello Spirito<br />
Ma adesso è venuto il momento di scendere più al concreto e vedere in che consiste e come si manifesta la vita nuova nello Spirito e quindi in che consiste il vero “Rinnovamento”. Ci appoggiamo su san Paolo e più precisamente sulla sua Lettera ai Romani, perché è lì che, quasi programmaticamente, vengono esposti i suoi elementi costitutivi.<br />
Una vita vissuta nella legge dello Spirito<br />
La vita nuova è anzitutto una vita vissuta “nella legge dello Spirito”.<br />
Non c&#8217;è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesú, perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rom 8, 1-2).<br />
Non si capisce cosa significa l’espressione “legge dello Spirito” se non a partire dall’evento di Pentecoste. Nell’Antico Testamento sono esistite due interpretazioni fondamentali della festa di Pentecoste. All’inizio, la Pentecoste  era la festa del raccolto (cf Nm 28, 26 ss), quando si offriva a Dio la primizia del grano (cf Es 23, 16; Dt 16, 9). Ma successivamente e certamente al tempo di Gesù, la festa si era arricchita di un nuovo significato. Era la festa che ricordava il conferimento della legge sul monte Sinai e l’alleanza stabilita tra Dio e il suo popolo; la festa, insomma, che commemorava gli avvenimenti descritti in Es 19-20. “Questo giorno della festa delle settimane – dice un testo dell’attuale liturgia ebraica  di Pentecoste (Shavuot) – è il tempo del dono della nostra Torah”. </p>
<p>Sembra che san Luca abbia volutamente descritto la discesa dello Spirito Santo con i tratti che contrassegnarono la teofania del Sinai; usa infatti immagini che richiamano quelle del terremoto e del fuoco. La liturgia della Chiesa conferma questa interpretazione, dal momento che inserisce Es 19 tra le letture della veglia di Pentecoste.</p>
<p>Cosa viene a dirci, della nostra Pentecoste, questo accostamento? Che significa, in altre parole, il fatto che lo Spirito Santo scende sulla Chiesa proprio nel giorno in cui Israele ricordava il dono della legge e dell’alleanza? Già sant’Agostino si poneva questa domanda e dava la seguente risposta. Cinquanta giorni dopo l’immolazione dell’agnello in Egitto, sul monte Sinai, il dito di  Dio scrisse la legge di  Dio su tavole di pietra, ed ecco che cinquanta giorni dopo l’immolazione del vero Agnello di  Dio che è Cristo, di nuovo il dito di   Dio, lo Spirito Santo, scrive la legge; ma questa volta non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori . </p>
<p>Questa interpretazione si fonda, essa stessa, sull’affermazione di Paolo che definisce la comunità della nuova alleanza una “lettera di Cristo, composta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori” (cf 2 Cor 3, 3). Di colpo, si illuminano le profezie di Geremia e di Ezechiele sulla nuova alleanza: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31, 33). Non più su tavole di pietra, ma sui cuori; non più una legge esteriore, ma una legge interiore. </p>
<p>Come agisce, in concreto, questa legge nuova che è lo Spirito e in che senso si può chiamare “legge”? Agisce attraverso l’amore! La legge nuova è quello che Gesù chiama il “comandamento nuovo” (Gv 13,34). Lo Spirito Santo ha scritto la legge nuova nei nostri cuori, infondendo in essi l’amore: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5, 5). Questo amore, ci ha spiegato san Tommaso, è l’amore con cui Dio ama noi e con cui, contemporaneamente, fa sì che noi possiamo riamare lui e amare il prossimo. È una capacità nuova di amare. </p>
<p>Vi sono due modi secondo cui l’uomo può essere indotto a fare, o a non fare, una certa cosa: o per costrizione o per attrazione; la legge esteriore ve lo induce nel primo modo, per costrizione, con la minaccia del castigo; l’amore ve lo induce nel secondo modo, per attrazione. Ciascuno infatti è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione dall’esterno. La vita cristiana va vissuta per attrazione, non per costrizione, per amore, non per timore.<br />
Una vita da figli di  Dio<br />
In secondo luogo la vita nuova nello Spirito è una vita da figli di  Dio. Scrive ancora l’Apostolo:<br />
“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di  Dio” (Rom 8, 14-16).<br />
Questa è un’idea centrale del messaggio di Gesú e di tutto il Nuovo Testamento. Grazie al battesimo che ci ha innestati su Cristo, siamo diventati figli nel Figlio. Che cosa può dunque portare di nuovo il Rinnovamento Carismatico in questo campo? Una  cosa importantissima, e cioè la scoperta e la presa di coscienza esistenziale della paternità di  Dio che ha fatto sciogliere in lacrime più d’uno al momento del battesimo nello Spirito. Di diritto noi siamo figli per il battesimo, ma di fatto lo diventiamo grazie a un’azione dello Spirito Santo che continua nella vita.<br />
Nasce il sentimento filiale. Dio, da padrone, diventa padre. Questo è il momento radioso in cui, si esclama, per la prima volta, con tutto il trasporto del cuore: Abbà, Padre mio! E’ uno degli effetti più frequenti del battesimo nello Spirito. Ricordo una anziana signora di Milano che, ricevuto il battesimo nello Spirito, andava in giro dicendo a tutti quelli che incontrava nel suo gruppo: “Mi sento una bambina, mi sento una bambina! Ho scoperto che ho Dio per papà!” Sperimentare la paternità di Dio significa fare l’esperienza del suo infinito amore e della sua misericordia.<br />
Una vita nella signoria di Cristo<br />
Infine la vita nuova è una vita nella Signoria di Cristo. Scrive l’Apostolo:<br />
Se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” Rom 10,9).<br />
E di nuovo poco dopo nella stessa Lettera:<br />
7Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. (Rom 14, 7-9).<br />
Questa speciale conoscenza di Gesú è opera dello Spirito Santo: “Nessuno può dire: ‘Gesù è il Signore!’, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3). Il dono più evidente che io ho ricevuto in occasione del mio battesimo nello Spirito è stato la scoperta della Signoria di Cristo. Fino allora io ero uno studioso di cristologia, tenevo corsi e scrivevo libri sulle dottrine cristologiche antiche; lo Spirito Santo mi convertì dalla cristologia a Cristo. Che emozione nell’ascoltare nel luglio del 1977, nello stadio di Kansas City,  40 mila credenti di varie denominazioni cristiane cantare: “He’s Lord, He’is Lord. He’s risen from the dead and is Lord. Every shall bow every tongue confess that Jesus Christ is Lord”. Per me, ancora osservatore esterno del Rinnovamento, quel canto aveva risonanze cosmiche, chiamava in causa ciò che è nei cieli, sulla terra e sottoterra. Perché non ripetere, in una occasione come questa, quell’esperienza e proclamare insieme, nel canto, la signoria di Cristo…? Cantiamolo in Inglese quelli che lo sanno&#8230;<br />
Cosa c’è di speciale, nella proclamazione di Gesù come Signore, da renderla così diversa e determinante? È che con essa non si fa soltanto una professione di fede, ma si prende una decisione personale. Chi la pronuncia, decide del senso della sua vita. È come se dicesse: “Tu sei il mio Signore; io mi sottometto a te, io ti riconosco liberamente come il mio salvatore, il mio capo, il mio maestro, colui che ha tutti i diritti su di me; ti cedo con gioia le redini della mia vita”.<br />
Questa riscoperta luminosa di Gesù come Signore è forse la grazia più bella che, nei nostri tempi, Dio ha accordato, alla sua Chiesa attraverso il RC. All’inizio la proclamazione di Gesù come Signore (Kyrios) fu, per l’evangelizzazione, quello che è il vomere per l’aratro: quella specie di spada che per primo fende il terreno e permette all’aratro di tracciare il solco. Su questo punto intervenne purtroppo un cambiamento nel passaggio dall’ambiente giudaico a quello ellenistico. Nel mondo giudaico il titolo Adonai, Signore, da solo, bastava a proclamare la divinità di Cristo. E difatti è con esso che, il giorno di Pentecoste, Pietro proclama al mondo Gesù Cristo: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Messia quel Gesù che voi avete crocifisso” (Atti 2, 36).<br />
Nella predicazione ai pagani quel titolo non era più sufficiente. Tanti, a partire dall’imperatore romano, si facevano chiamare Signori. Lo nota con tristezza l’Apostolo: “Ci sono molti dei e molti signori, ma per noi c’è un solo Signore Gesù Cristo” (cf. 1 Cor 8, 5-6). Già nel III secolo il titolo di Signore non è più compreso nel suo significato kerigmatico; è considerato il titolo proprio di chi è ancora allo stadio del “servo” e del timore, inferiore, perciò, al titolo di Maestro che è proprio del “discepolo” e dell’amico  . Si continua certamente a parlare di Gesù “Signore”, ma esso è diventato un titolo come gli altri, anzi più spesso uno degli elementi del nome completo di Cristo: “Nostro Signore Gesù Cristo”. Ma un conto è dire “nostro Signore Gesù Cristo” e un altro dire: “Gesù Cristo è il nostro Signore!” (con il punto esclamativo).<br />
Dove sta, in tutto ciò, il salto qualitativo che lo Spirito Santo ci fa fare nella conoscenza di Cristo? Sta nel fatto che la proclamazione di Gesù Signore è la porta che immette alla conoscenza del Cristo risorto e vivo! Non più un Cristo personaggio, ma persona; non più un insieme di tesi, di dogmi (e di corrispettive eresie), non più solo oggetto di culto e di memoria, ma realtà vivente nello Spirito. Tra questo Gesù vivo e quello dei libri e delle discussioni dotte su di lui, corre la stessa differenza che tra il cielo vero e un cielo disegnato su un foglio di carta. Se vogliamo che la nuova evangelizzazione non rimanga un pio desiderio, dobbiamo rimettere il “vomere” davanti all’aratro, il kerygma davanti alla parenesi.<br />
La comune esperienza della signoria di Cristo è anche ciò che più spinge all’unità dei cristiani, come vediamo che avviene anche qui tra noi. Uno dei compiti prioritari di CHARIS, secondo le indicazioni del Santo Padre, è proprio quello di promuovere con ogni mezzo questa unità tra tutti i credenti in Cristo, nel reciproco rispetto della propria identità.<br />
Una corrente di grazia per tutta la Chiesa<br />
Credo che a questo punto sia chiaro perché diciamo che il Rinnovamento Carismatico è una corrente di grazia per tutta la Chiesa. Tutto ciò che la parola di  Dio ci ha rivelato circa la vita nuova in Cristo – una vita vissuta secondo la legge dello Spirito, una vita da figli di  Dio e una vita nella Signoria di Cristo &#8211; , tutto questo non è che la sostanza della vita e della santità cristiana. È la vita battesimale attuata in pienezza, cioè non solo pensata e creduta, ma vissuta e proposta, e non ad alcune anime privilegiate soltanto, ma da tutto il popolo santo di  Dio. Per centinaia di milioni di credenti, nelle varie Chiese, il battesimo nello Spirito è stato la porta che li ha introdotti a tutto questo splendore della vita cristiana. Una delle massime care a papa Francesco è che “la realtà è superiore all’idea” , e quindi che il vissuto è superiore al pensato. Credo che il Rinnovamento Carismatico possa essere (e in parte lo è stato) di grande aiuto per far passare le grandi verità della fede dal pensato al vissuto, per fare passare lo Spirito Santo dai libri di teologia alla esperienza dei credenti.<br />
San Giovanni XXIII concepì il Concilio Vaticano come l’occasione per una “novella Pentecoste” per la Chiesa. Il Signore ha risposto a questa preghiera del papa al di là di ogni attesa. Ma cosa significa “una novella Pentecoste”? Essa non può consistere solo in una nuova fioritura di carismi, di ministeri, di segni e prodigi, in una ventata di aria fresca sul volto della Chiesa. Queste cose sono il riflesso e il segno di qualcosa di più profondo. Una nuova Pentecoste, per essere veramente tale, deve avvenire alla profondità che l’Apostolo ci ha rivelato; deve rinnovare il cuore della Sposa, non solo il suo vestito.<br />
Per essere, però, la corrente di grazia che abbiamo descritto, il Rinnovamento Carismatico ha bisogno esso stesso di rinnovarsi e a questo vuole contribuire l’istituzione di CHARIS. “Non pensare – scriveva Origene nel III secolo – che basti essere rinnovati una volta sola; bisogna rinnovare la stessa novità: ‘Ipsa novitas innovanda est’”  . Non c’è da stupirsi di ciò. È quello che avviene in ogni progetto di  Dio nel momento in cui viene messo nelle mani dell’uomo.<br />
Subito dopo la mia adesione al Rinnovamento, un giorno, in preghiera, fui colpito da alcuni pensieri. Mi sembrava di intuire ciò che il Signore stava facendo di nuovo nella Chiesa; presi un foglietto di carta e una penna e scrissi alcuni pensieri di cui mi stupii io stesso, tanto poco essi erano frutto della mia riflessione. Si trovano stampati nel mio libro La sobria ebbrezza dello Spirito, ma mi permetto di condividerli di nuovo con voi perché mi sembra che sia il punto da cui dobbiamo ripartire.<br />
Il Padre vuole glorificare il Figlio suo Gesù Cristo sulla terra in modo nuovo, con un’invenzione nuova. Lo Spirito Santo è preposto a questa glorificazione, perché è scritto: ‘Egli mi glorificherà e prenderà del mio’. Una vita cristiana interamente consacrata a Dio, senza né fondatore, né regola, né congregazione nuovi. Fondatore: Gesù! Regola: il Vangelo vissuto nello Spirito Santo! Congregazione: la Chiesa! Non preoccuparsi del domani, non voler fare cose che restano, non voler mettere in piedi organismi riconosciuti che si perpetuano con successori&#8230; Gesù è un Fondatore che non muore mai, perciò non ha bisogno di successori. Bisogna lasciargli fare sempre cose nuove, anche domani. Lo Spirito Santo ci sarà anche domani nella Chiesa!<br />
 <br />
SECONDA PARTE<br />
“CARISMATICO”<br />
Adesso è venuto il momento di passare alla seconda parte del mio discorso che sarà molto più breve: che cosa aggiunge l’aggettivo “Carismatico” al nome “Rinnovamento”. Anzitutto è importante dire che “carismatico” deve rimanere un aggettivo e non diventare mai un sostantivo. In altre parole, si deve evitare assolutamente da parte nostra l’uso del termine “i carismatici”, per indicare le persone che hanno fatto l’esperienza del Rinnovamento. Semmai si usi il termine di “cristiani rinnovati”, non di carismatici. L’uso di questo nome suscita giustamente risentimento perché crea discriminazione tra i membri del corpo di Cristo, quasi che alcuni siano dotati di carismi e altri no.<br />
Io non voglio fare qui un insegnamento sui carismi dei quali si ha tante occasioni di parlare. Il mio intento è di mostrare come , anche in quanto realtà carismatica, il Rinnovamento è una corrente di grazia destinata a tutta la Chiesa. Per illustrare questa affermazione è necessario dare un rapido sguardo alla storia dei carismi nella Chiesa.<br />
La riscoperta dei carismi nel Vaticano II<br />
Cosa era successo, in realtà, ai carismi dopo la loro tumultuosa apparizione agli inizi della Chiesa? I carismi non erano scomparsi tanto dalla vita della Chiesa, quanto piuttosto dalla sua teologia. Se ripercorriamo la storia della Chiesa, avendo in mente le varie liste di carismi del Nuovo Testamento, dobbiamo concludere, che, ad eccezione forse del “parlare in lingue” e della “interpretazione delle lingue”, nessuno dei carismi è andato del tutto perduto.<br />
La storia della Chiesa è piena di evangelizzatori carismatici, di doni di sapienza e di scienza (basta pensare ai dottori della Chiesa), di storie di guarigioni miracolose, di  uomini dotati di spirito di profezia, o di discernimento degli spiriti, per non parlare di doni  quali visioni, rapimenti, estasi, illuminazioni, anch’ essi annoverati tra i carismi.<br />
Allora, dov’è la novità che ci permette di parlare di un risveglio dei carismi nella nostra epoca? Cos’era assente prima? I carismi, dall’ambito loro proprio dell’utilità comune e della “organizzazione della Chiesa”, erano stati progressivamente confinati nell’ambito privato e personale. Non entravano più nella costituzione della Chiesa.<br />
Nella vita della primitiva comunità cristiana i carismi non erano fatti privati, erano ciò che, unitamente all’autorità apostolica, delineavano la fisionomia della comunità. Apostoli e profeti erano le due forze che insieme guidavano la comunità. Ben presto l’equilibrio tra le due istanze –quella dell’ufficio e quella del carisma- si rompe a vantaggio dell’ufficio.  Il carisma viene ormai conferito con l’ordinazione e vive con esso. Un elemento determinante fu il sorgere delle prime false dottrine, specie di quelle gnostiche. Fu questo fatto a far pendere sempre più l’ago della bilancia verso i detentori dell’ufficio,  i pastori. Un altro fatto fu la crisi del movimento profetico diffuso da Montano in Asia Minore nel II secolo che servì a screditare ancor più un certo tipo di entusiasmo carismatico collettivo.<br />
Da questo fatto fondamentale derivano tutte le conseguenze negative circa i carismi. I carismi vengono relegati ai margini della vita della Chiesa. Si ha notizia, ancora per qualche tempo, del persistere, qua e là, di alcuni di essi. Sant’Ireneo, per esempio, dice che esistono ancora a suo tempo “molti fratelli della Chiesa  che hanno carismi profetici, parlano tutte le lingue, manifestano i segreti degli uomini per il loro vantaggio e spiegano i misteri di Dio”  . Ma è un fenomeno che va esaurendosi. Scompaiono soprattutto quei carismi che avevano come terreno di esercizio il culto e la vita della comunità: il parlare ispirato e la glossolalia, i cosiddetti carismi pentecostali. La profezia viene a ridursi al carisma del magistero di interpretare autenticamente e infallibilmente la rivelazione. (Questa era la definizione della profezia nei trattati di ecclesiologia che si studiavano al mio tempo).<br />
Si cerca di giustificare anche teologicamente questa situazione. Secondo una teoria spesso ripetuta da san Giovanni Crisostomo in poi, fino alla vigilia del Vaticano II, certi carismi sarebbero stati riservati alla Chiesa nel suo “stato nascente”, ma in seguito sarebbero “cessati”, come non più necessari all’economia generale della Chiesa  .<br />
Altra conseguenza inevitabile è la clericalizzazione dei carismi. Legati alla santità personale, essi finiscono per essere associati quasi sempre ai rappresentanti abituali di questa santità: pastori, monaci, religiosi. Dall’ambito dell’ecclesiologia, i carismi passano a quello dell’agiografia, cioè allo studio della vita dei santi. Il posto dei carismi è preso dai “Sette doni dello Spirito” che all’inizio (in Isaia 11) e fino alla Scolastica, non erano che una categoria particolare di carismi, quelli promessi al re messianico e in seguito a coloro che hanno il compito del governo pastorale.<br />
Questa è la situazione alla quale il Concilio Vaticano II ha voluto rimediare. In uno dei documenti più importanti del Vaticano II leggiamo il noto testo:<br />
“Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma ‘distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui’ (cf. 1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi opere ed uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: ‘A ciascuno&#8230;la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio’ (1 Cor 12,7). E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adattati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione”  .<br />
Questo testo non è una nota marginale all’interno dell’ecclesiologia del Vaticano II; ne è piuttosto il coronamento. È il modo più chiaro e più esplicito di affermare che accanto alla dimensione gerarchica e istituzionale, la Chiesa ha una dimensione pneumatica e che la prima è in funzione e a servizio della seconda. Non è lo Spirito che è a servizio dell’istituzione, ma l’istituzione a servizio dello Spirito. Non è vero, come faceva notare polemicamente il grande ecclesiologo del secolo XIX Johannes Adam Moehler che “Dio ha creato la gerarchia e così ha provveduto più che sufficientemente ai bisogni della Chiesa fino alla fine del mondo” . Gesù ha affidato la sua Chiesa a Pietro e agli altri apostoli, ma la ha affidata prima ancora allo Spirito Santo: “Egli vi insegnerà, egli vi guiderà alla verità, egli prenderà del mio e ve lo darà…” (cf. Gv 16, 4-15).<br />
A questo punto, concluso il Concilio e raccolti in un volume i suoi decreti, il pericolo di emarginare i carismi si ripresentava sotto altra forma, non meno pericolosa: quella di rimanere un bel documento che gli studiosi non si stancano di studiare e i predicatori di citare. Il Signore ha ovviato, lui stesso, a questo pericolo facendo vedere con i propri occhi,, a colui che aveva fortemente voluto quel testo sui carismi, che essi erano tornati non solo nella teologia, ma anche nella vita del popolo di Dio. Quando, per la prima volta, nel 1973, il cardinal Leo-Joseph Suenens, sentì parlare  del Rinnovamento Carismatico Cattolico, apparso negli Stati Uniti, stava scrivendo un libro intitolato “Lo Spirito Santo, fonte delle nostre speranze”, ed ecco cosa racconta nelle sue memorie:<br />
“Smisi di scrivere il libro. Pensai che era una questione della più elementare coerenza prestare attenzione all’azione dello Spirito Santo, per quanto essa potesse manifestarsi in modo sorprendente. Ero particolarmente interessato dalla notizia del risveglio dei carismi, dal momento che il Concilio aveva invocato un tale risveglio”.<br />
Ed ecco cosa scrisse dopo aver costatato con i propri occhi quello che stava succedendo nella Chiesa:<br />
“Improvvisamente, san Paolo e gli Atti degli apostoli sembrano  diventare vivi e divenire parte del presente; quello che era autenticamente vero nel passato, sembra accadere di nuovo sotto i nostri occhi. È una scoperta della vera azione dello Spirito Santo che è sempre all’opera, come Gesù stesso ha promesso. Egli mantiene la sua parola. È di nuovo una esplosione dello Spirito di Pentecoste, una gioia che era diventata sconosciuta alla Chiesa” .<br />
Adesso è chiaro, credo, perché dico che anche come realtà carismatica, il Rinnovamento è una corrente di grazia destinata e necessaria a tutta la Chiesa. E’ la Chiesa stessa che, nel Concilio, lo ha definito. Resta solo di passare dalla definizione alla attuazione, dai documenti alla vita. E questo è il servizio che CHARIS, in totale continuità con il RCC del passato, è chiamato a rendere alla Chiesa.<br />
Non si tratta soltanto di fedeltà al Concilio, ma di fedeltà alla missione stessa della Chiesa. I carismi, si legge nel testo conciliare, sono “ utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa”. (Forse sarebbe stato più giusto scrivere “necessari”, al posto di “utili”). La fede, oggi come al tempo di Paolo e degli apostoli, non si trasmette “con discorsi persuasivi di sapienza, ma con la manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (cf. 1 Cor 2, 4-5; 1 Ts 1,5). Se un tempo, in un mondo divenuto, almeno ufficialmente,  “cristiano”, si poteva pensare  che non c’era più bisogno di carismi, di segni e prodigi, come all’inizio della Chiesa, oggi non più. Noi siamo tornati ad essere più vicini al tempo degli apostoli che a quello di san Giovanni Crisostomo. Essi dovevano annunciare il Vangelo a un mondo pre-cristiano; noi, almeno in occidente, a un mondo post-cristiano.<br />
Ho detto fin qui che il RC è una corrente di grazia necessaria a tutta la Chiesa Cattolica.  Devo aggiungere che esso lo è doppiamente per alcune chiese nazionali che assistono da tempo a una dolorosa emorragia dei propri fedeli verso altre realtà carismatiche. E’ risaputo che uno dei motivi più comuni di tale esodo è il bisogno di una espressione della fede più rispondente alla propria cultura: con più spazio dato alla spontaneità, alla gioia e al corpo; una vita di fede in cui la religiosità popolare sia un valore aggiunto e non un surrogato della signoria di Cristo.<br />
Si fanno analisi pastorali e sociologiche del fenomeno  e si ipotizzano rimedi, ma si stenta a rendersi conto che lo Spirito Santo ha già provveduto lui, in maniera grandiosa, a questo bisogno. Non si può più continuare a vedere il RCC come parte del problema dell’esodo dei cattolici, anziché parte della soluzione del problema.  Perché questo rimedio sia veramente efficace non basta, però, che i pastori approvino e incoraggino il RC, rimanendone accuratamente fuori. Occorre accogliere nella propria vita la corrente di grazia. A questo ci spinge l’esempio del Pastore della Chiesa universale, anche con l’istituzione di CHARIS.<br />
Termino con una riflessione sull’esercizio dei carismi. Accenno ad alcuni degli atteggiamenti o virtù che più direttamente contribuiscono a mantenere sano il  carisma e a farlo servire “per l’utilità comune”. La prima virtù è l’obbedienza. Parliamo, in questo caso, di obbedienza  soprattutto all’istituzione, a chi esercita il servizio dell’autorità. I veri profeti e carismatici, nella storia della Chiesa cattolica anche recente, sono stati quelli che hanno accettato di morire alle loro certezze, obbedendo e tacendo, prima di vedere le loro proposte e critiche accolte dall’istituzione. I carismi senza l’istituzione sono votati al caos; l’istituzione senza i carismi è votata all’immobilismo.<br />
L’istituzione non mortifica il carisma, ma è quella che assicura al carisma un futuro e anche un&#8230; passato. Cioè, lo preserva dall’esaurirsi in un fuoco di paglia, e mette a sua disposizione tutta l’esperienza dello Spirito fatta dalle precedenti generazioni. È una benedizione di Dio che il risveglio carismatico nella Chiesa cattolica sia nato con una forte spinta alla comunione con la gerarchia e che il magistero pontificio abbia riconosciuto in esso “una chance per la Chiesa”  e “i primi segni di una grande primavera per la cristianità”  . Questa obbedienza ci dovrebbe essere tanto più facile e doverosa oggi che l’autorità suprema della Chiesa non si limita più a lodare e incoraggiare la corrente di grazia del RC, ma ne ha sposato con tutta evidenza la causa e la propone con insistenza a tutta la Chiesa.<br />
Un’altra virtù vitale per un costruttivo uso dei carismi è l’umiltà. I carismi sono operazioni dello Spirito Santo, faville del fuoco stesso di Dio affidate agli uomini. Come si fa a non bruciarsi le mani con esso? Ecco il compito dell&#8217;umiltà. Essa permette a questa grazia di Dio di passare e di circolare dentro la Chiesa e dentro l&#8217;umanità, senza disperdersi o contaminarsi.<br />
L’immagine della “corrente di grazia”  che si disperde nella massa, si ispira chiaramente al mondo dell’elettricità. Ma parallela alla tecnica dell’elettricità è la tecnica dell’isolante. Più è alta la tensione e potente la corrente elettrica che passa attraverso un filo, più deve essere resistente l&#8217;isolante che impedisce alla corrente di provocare corti circuiti. L&#8217;umiltà è, nel RC e nella vita spirituale in genere, il grande isolante che permette alla corrente divina della grazia di passare attraverso una persona senza dissiparsi, o, peggio,  provocare fiammate di orgoglio e di rivalità. Gesù ha introdotto lo Spirito nel mondo umiliandosi e facendosi obbediente fino alla morte; noi potremo contribuire a diffondere lo Spirito Santo nella Chiesa allo stesso modo: rimanendo umili e obbedienti fino  alla morte, la morte del nostro “io” e dell’uomo vecchio che è in noi.<br />
*   *   *<br />
Come assistente ecclesiastico, ho cercato di dare, con questo insegnamento, il mio contributo per una corretta visione del RC nella storia e nel presente della Chiesa. Saranno però il moderatore e i componenti del comitato internazionale  a dover sostenere il peso maggiore di questo nuovo inizio. A tutti loro esprimo la mia fraterna amicizia e la mia incondizionata collaborazione, finché il Signore mi darà ancora la forza di farlo.<br />
La lettera agli Ebrei raccomandava ai primi cristiani: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio” (Eb 13, 7). Noi dobbiamo fare lo stesso, ricordando con affetto e gratitudine coloro che per primi hanno vissuto e promosso la nuova Pentecoste: Patti Mansfield, Ralph Martin, Steve Clark, Kevin e Dorothy Ranaghan e tutti gli altri che in seguito hanno servito il RCC nell’ICCRS , nella Catholic Fraternity e in altri organi di servizio.<br />
Termino con una parola profetica. È la parola che il profeta Aggeo rivolse ai capi e al popolo di Israele nel momento in cui si accingevano a ricostruire il tempio:<br />
Ora, coraggio, Zorobabele &#8211; oracolo del Signore -, coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese &#8211; oracolo del Signore &#8211; e al lavoro, perché io sono con voi” (Ag 2,4).<br />
Coraggio Jean-Luc e membri del comitato, coraggio popolo tutto del RCC, coraggio fratelli di altre Chiese cristiane che siete tra noi, e al lavoro perché io sono con voi, dice il Signore!”</p>
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		<title>RESTITUIRE IL POTERE A DIO!</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2019 13:04:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro cammino di preparazione spirituale alla Pentecoste del 2019 abbiamo riflettuto sull’importanza della preghiera per ricevere lo Spirito. In questa seconda riflessione meditiamo sull’importanza della conversione.<br />
Nel Vangelo la parola conversione ritorna in due contesti diversi ed è rivolta a due diverse categorie di ascoltatori. La prima è indirizzata a tutti, la seconda a quelli che avevano già accolto il suo invito ed erano con lui da diverso tempo. Accenniamo alla prima soltanto per capire meglio la seconda che è quella che interessa più da vicino a noi, in questo momento di passaggio nella vita del Rinnovamento Carismatico Cattolico.<br />
La predicazione di Gesú inizia con le parole programmatiche:<br />
“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1, 15).<br />
Prima di Gesù, convertirsi significava sempre un “tornare indietro” (il termine ebraico, shub, significa invertire rotta, tornare sui propri passi). Indicava l’atto di chi, a un certo punto della vita, si accorge di essere “fuori strada”. Allora si ferma, ha un ripensamento; decide di tornare all’osservanza della legge e di rientrare nell’alleanza con Dio. Fa una vera e propria “inversione di marcia”. La conversione, in questo caso, ha un significato fondamentalmente morale e suggerisce l’idea di qualcosa di penoso da compiere: cambiare i costumi.<br />
Questo è il significato abituale di conversione sulla bocca dei profeti, fino a Giovanni Battista compreso. Ma sulle labbra di Gesù questo significato cambia. Non perché egli si diverta a cambiare i significati delle parole, ma perché, con la sua venuta, sono cambiate le cose. “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è venuto!”. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa piuttosto fare un balzo in avanti ed entrare nel regno, afferrare la salvezza che è venuta agli uomini gratuitamente, per libera e sovrana iniziativa di Dio.<br />
Conversione e salvezza si sono scambiate di posto. Non prima la conversione e poi, come sua conseguenza, la salvezza; ma al contrario: prima la salvezza, poi, come sua esigenza, la conversione. Non: convertitevi e il Regno verrà tra di voi, il Messia arriverà, come andavano dicendo gli ultimi profeti, ma: convertitevi perché il regno è venuto, è in mezzo a voi. Convertirsi è prendere la decisione che salva, la “decisione dell’ora”, come la descrivono le parabole del regno.<br />
“Convertitevi e credete” non significa dunque due cose diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: convertitevi, cioè credete! Convertitevi credendo! Tutto questo richiede una vera “conversione”, un cambiamento profondo nel modo di concepire i nostri rapporti con Dio. Esige di passare dall’idea di un Dio che chiede, che ordina, che minaccia, alla idea di un Dio che viene a mani piene per darci lui tutto. È la conversione dalla “legge” alla “grazia” che stava tanto a cuore a S. Paolo.<br />
Ascoltiamo ora il secondo contesto in cui, nel Vangelo, si torna a parlare di conversione:<br />
“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 1-4).<br />
Questa volta, sì, che convertirsi significa tornare indietro, addirittura a quando si era bambini! Il verbo stesso usato, strefo, indica inversione di marcia. Questa è la conversione di chi è entrato già nel Regno, ha creduto al vangelo, è da tempo al servizio di Cristo. È la nostra conversione, di noi che siamo da anni, forse fin dall’inizio, nel Rinnovamento Carismatico!<br />
Che cosa è successo agli apostoli? Cosa suppone la discussione su chi è il più grande? Che la preoccupazione maggiore non è più il regno, ma il proprio posto in esso, il proprio io. Ognuno di essi aveva qualche titolo per aspirare a essere il più grande: Pietro aveva ricevuto la promessa del primato, Giuda la cassa, Matteo poteva dire che lui aveva lasciato più degli altri, Andrea che era stato il primo a seguirlo, Giacomo e Giovanni che erano stati con lui sul Tabor… I frutti di questa situazione sono evidenti: rivalità, sospetti, confronti, frustrazione.<br />
Tornare bambini, per gli apostoli, significava tornare a come erano al momento della chiamata sulle rive del lago o al banco delle imposte: senza pretese, senza titoli, senza confronti tra di loro, senza invidie, senza rivalità. Ricchi solo di una promessa (“Vi farò pescatori di uomini”) e di una presenza, quella di Gesù. Tornare al tempo in cui erano ancora compagni di avventura, non concorrenti per il primo posto. Anche per noi tornare bambini significa tornare al momento in cui facemmo per la prima volta una esperienza personale dello Spirito Santo e scoprimmo cosa significa vivere nella signoria di Cristo. Quando dicevamo: “Gesù solo basta!” e ci credevamo.<br />
Mi colpisce l’esempio dell’apostolo Paolo descritto in Filippesi 3. Scoperto Gesú come suo Signore, egli aveva considerato tutto il suo glorioso passato una perdita, una spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e rivestirsi della giustizia derivante dalla fede in lui. Ma un po’ più avanti esce con questa affermazione: “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato mi protendo verso il futuro” (Fil 3, 13). Quale passato? Non più quello di fariseo, ma quello di apostolo. Egli ha intuito il pericolo che correva di ritrovarsi con un nuovo “guadagno”, una nuova “giustizia” tutta sua, derivante da quello che aveva fatto al servizio di Cristo. Egli azzera tutto con quella decisione: “Dimentico del passato mi protendo verso il futuro”.<br />
Come non vedere in tutto ciò una preziosa lezione per noi del Rinnovamento Carismatico Cattolico? Una dei tanti slogan che circolavano nei primi anni di vita del Rinnovamento – una specie di grido di battaglia &#8211; era: “Restituire il potere a Dio!”. Forse si ispirava al versetto del salmo 68, 35 “Riconoscete a Dio la sua potenza” che nella Volgata era tradotto con “Restituite (reddite) a Dio la sua potenza. Per molto tempo ho considerato quelle parole come il modo migliore di descrivere la novità del Rinnovamento Carismatico. La differenza è che un tempo pensavo che il grido fosse rivolto al resto della Chiesa e noi<br />
fossimo coloro che erano incaricati di farlo risuonare; ora penso che esso è rivolto a noi che, forse senza accorgercene, ci siamo appropriati in parte del potere che appartiene a Dio.<br />
In vista di una nuova ripartenza della corrente di grazia del Rinnovamento Carismatico, è necessario “svuotarsi le tasche”, azzerarci, ripetere con profonda convinzione le parole suggeriteci da Gesú stesso: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Fare nostro il proposito dell’Apostolo: “Dimentico del passato mi protendo verso il futuro”. Imitiamo i “ventiquattro anziani” dell’Apocalisse che “gettano le loro corone davanti al trono” e proclamano: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza” (Ap 4,10-11).<br />
È sempre attuale la parola di Dio rivolta a Isaia: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43, 19). Beati noi se permetteremo a Dio di fare la cosa nuova che ha in mente in questo momento per noi e per la Chiesa.<br />
Il mio suggerimento per la catena di preghiera: ripetere più volte durante il giorno una delle invocazioni rivolte allo Spirito Santo nella Sequenza di Pentecoste, quella che ognuno sente più rispondente al proprio bisogno:<br />
Lava ciò che è sordido.<br />
Bagna ciò che è arido.<br />
Sana ciò che sanguina.<br />
Piega ciò che è rigido.<br />
Scalda ciò che è gelido.<br />
Drizza ciò che è sviato.</p>
<p>P. Raniero Cantalamessa O.F.M Cap.<br />
Assistente ecclesiastico di CHARIS</p>
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		<title>Egli trasfigurerà il nostro corpo   -  II Domenica di Quaresima</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2019 04:43:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Genesi 15, 5-12.17-18; Filippesi 3, 17-4,1; Luca 9, 28b-36 Il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù comincia così: “In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare”. In quel tempo egli prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo; oggi prende con sé, se lo vogliamo, tutti noi. Il[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Genesi 15, 5-12.17-18; Filippesi 3, 17-4,1; Luca 9, 28b-36</p>
<p>Il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù comincia così:</p>
<p>“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare”.</p>
<p>In quel tempo egli prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo; oggi prende con sé, se lo vogliamo, tutti noi. Il Vangelo, lo abbiamo detto tante volte, non è fatto per essere semplicemente letto, ma per essere ogni volta rivissuto. E a noi si offre oggi una occasione unica per rivivere esperienza di quei tre discepoli.<br />
Una volta sul monte, Gesù si trasfigurò davanti ai discepoli: “Il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. La Trasfigurazione riveste un grande significato teologico. È una conferma dell’incarnazione (manifesta infatti che in quel corpo simile in tutto al nostro si nascondeva la gloria della divinità); è un anticipo della gloria della risurrezione; è un antidoto allo scandalo della croce; mostra infine che Gesù è il compimento della Legge (Mosè) e dei profeti (Elia).<br />
M la trasfigurazione non fu solo questo. Fu anche una meravigliosa esperienza di gioia. Gesù quel giorno fu felice, andò in estasi. La luce è il segno di tutto questo. La luce che lo avvolge non è come quella di Mosè sul Sinai e di ogni altro “illuminato”; non viene dall’esterno, ma da dentro. Gesù brilla di luce propria, non riflessa. “Questo è il Figlio diletto”: la gioia dell’abbraccio trinitario scorre ora in Gesù, anche come uomo. La nube luminosa che avvolge il monte è stata sempre interpretata come simbolo dello Spirito Santo che rappresenta appunto, nella Trinità, “il godimento del dono”.<br />
Tutti questi significati, teologici e mistici, sono messi mirabilmente in luce nell’icona tradizionale della Trasfigurazione che bisognerebbe avere sempre davanti allo sguardo, quando si parla di questo mistero.<br />
Anche la Trasfigurazione, come tutti i fatti della vita di Gesù, è un mistero “per noi”, ci riguarda da vicino. San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci fornisce la chiave per applicare a noi l’avvenimento. Dice:</p>
<p>“La nostra patria è nei cieli, di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.</p>
<p>Il Tabor è una finestra aperta sul nostro futuro; ci assicura che l’opacità del nostro corpo un giorno si trasformerà anch’essa in luce; ma è anche un riflettore puntato sul nostro presente; mette in luce quello che già ora è il nostro corpo, al di sotto delle sue misere apparenze: il tempio dello Spirito Santo.<br />
La Trasfigurazione è dunque un’occasione per riflettere un po’ su “fratello corpo”, come lo chiamava san Francesco d’Assisi. Il corpo non è per la Bibbia un’appendice trascurabile dell’essere umano; ne è parte integrante. L’uomo non ha un corpo, è corpo. Il corpo è stato creato direttamente da Dio, fatto e plasmato con le sue stesse “mani”; è stato assunto dal Verbo nell’incarnazione e santificato dallo Spirito nel battesimo. L’uomo biblico rimane incantato di fronte allo splendore del corpo umano. Un salmista canta: “Mi hai fatto come un prodigio. Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre. Sono stupende le tue opere”. Tra tutte le opere di Dio nessuna appare più meravigliosa del corpo umano.<br />
Il corpo è destinato a condividere in eterno la stessa gloria dell’anima. “Corpo e anima, o saranno due mani giunte in eterna adorazione, o due polsi ammanettati per una cattività eterna” (Ch. Péguy). Il cristianesimo predica la salvezza del corpo, non la salvezza dal corpo, come facevano nell’antichità le religioni manichee e gnostiche e come fanno ancora oggi alcune religioni orientali<br />
Ma allora perché tutti i nostri discorsi sulla mortificazione del corpo, sulla lotta tra carne e spirito, perché il digiuno e la stessa Quaresima? Il motivo non è solo il peccato. Affonda le radici nella natura stessa composita dell’uomo, fatto di un elemento materiale e di uno immateriale, di qualcosa che lo porta verso la molteplicità e di qualcosa che tende invece all’unità. È lo stesso Dio che ha creato l’uno e l’altro elemento insieme, in unità profonda, “sostanziale”. Non però in una situazione statica, cioè perché l’uomo rimanesse tranquillo in questa sua posizione intermedia, con le due forze che si controbilanciano, o si neutralizzano a vicenda; al contrario, perché, con l’esercizio concreto della sua libertà, decidesse liberamente in che direzione svilupparsi e realizzarsi: se “in alto”, verso ciò che sta sopra di lui, o in basso, verso ciò che sta sotto di lui. Creando l’uomo libero, scrive Pico della Mirandola, è come se Dio gli dicesse: “Ti ho posto nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi ciò che vi è in esso. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché, quasi libero e sovrano artefice di te stesso, ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine”.<br />
Questo spiega la lotta tra la carne e lo Spirito e quindi il carattere drammatico che caratterizza l’esistenza del cristiano nel mondo. Se “scegliere è rinunciare”, non si può scegliere di vivere secondo lo Spirito, senza sacrificare qualcosa della vita secondo la carne (Romani 8,5-7). Ma questo non vale solo per la vita di fede. A quante cose rinuncia, a quale ascesi si sottopone, quali esercizi pratica l’atleta che vuole ottenere dal suo corpo prestazioni fuori del comune!<br />
La mortificazione, dice Kierkegaard, è necessaria per imparare la lingua dell’amato. Supponi questa situazione umana. Due giovani si sono innamorati, ma appartengono a due popoli diversi e parlano due lingue diverse. Bisognerà che uno dei due impari la lingua dell’altro, se no non potranno comunicare e il loro amore non ha futuro. Ora Dio parla la lingua dello spirito, noi quella della carne. Mortificarsi è necessario per imparare la lingua dell’amato.<br />
Questo richiamo è quanto mai attuale. Viviamo in una cultura di idolatria del corpo. Ma guardiamo oltre la superficie o la epidermide. È un onorare veramente il corpo, tutto questo? Il corpo, specie della donna, è spesso ridotto a merce di consumo, a sesso e basta. La stessa funzione naturale e bellissima di certe parti del corpo è deviata. Il seno della donna, a giudicare dall’uso che se ne fa, non sembra più, neppure remotamente, ordinato ad allattare un bambino, solo alla ostentazione e alla seduzione. Anziché servire ad alimentare la vita, serve ad alimentare il commercio. Se tutto questo non ci impressiona più minimamente, non è segno che abbiamo superato il problema, ma che siamo anche noi parte del problema.<br />
Il corpo staccato dall’anima, è come un abat-jour senza luce dentro: spento, opaco. Lo stesso il sesso staccato dalla persona.<br />
Anche l’ideale di bellezza che deriva da tutto ciò è molto povero. Si tratta di una bellezza di facciata, appiccicata dall’esterno, più che proveniente dall’interno, da un cuore puro e generoso. È sex appeal e basta. La Trasfigurazione è anch’essa un mistero di bellezza. Un teologo ortodosso, P. Evdokimov, ha scritto un libro intitolato Teologia della bellezza, partendo proprio dall’analisi dell’icona della Trasfigurazione. Sul Tabor i discepoli esclamarono: “Signore, è bello per noi stare qui!”. Ma come era la bellezza del corpo di Cristo sul Tabor? Una bellezza che veniva dal di dentro, che aveva nel corpo il suo mezzo di espressione, non la sua sorgente ultima.<br />
La Trasfigurazione, in questo senso, ha un messaggio particolare da consegnare ai giovani. San Paolo raccomandava ai primi cristiani: </p>
<p>“Glorificate dunque Dio con il vostro corpo” (1 Corinzi 6, 19).</p>
<p>Si glorifica Dio con il proprio corpo quando se ne fa un dono d’amore e un mezzo di dialogo con l’altro, nel matrimonio. Glorifica Dio con il proprio corpo anche chi, come i religiosi, ne fa un dono senza intermediari e un “sacrificio vivente” a Dio, a servizio dei fratelli. Ma si glorifica Dio con il corpo anche con l’arte, il lavoro e tutte le attività umane che passano attraverso il corpo.<br />
Per un giovane o una giovane cristiana, un mezzo di glorificare Dio con il corpo è anche il pudore. Un pudore libero, frutto di propria scelta e convinzione, non imposto dalle convenzioni sociali, come forse era una volta. Il pudore è segno che il nostro corpo non è solo corpo, animalità; è unito a uno spirito di cui condivide la dignità. Bisogna allora rinunciare a “farsi belli”, a valorizzare al meglio la propria immagine? Non necessariamente. Solo bisogna farlo con sentimenti puliti del cuore: per dare gioia (al fidanzato, al marito, o alla moglie, ai figli), non per sedurre.<br />
Abbiamo lasciato da parte forse la domanda più importante. E chi soffre? Chi deve assistere al disfacimento, alla “sfigurazione” del corpo proprio o di quello di una persona cara? Per costoro è forse il messaggio più consolante della Trasfigurazione. “Egli trasfigurerà il nostro misero corpo conformandolo al suo corpo glorioso”. Saranno riscattati i corpi “umiliati nella malattia e nella morte”. Anche Gesù, di lì a poco, sarà “sfigurato” nella passione, ma risorgerà con un corpo glorioso, con il quale vive in eterno e al quale, la fede, ci dice che andremo a ricongiungerci.<br />
 Il mistero della Trasfigurazione ci dice un’ultima cosa importantissima. La trasfigurazione del nostro corpo non avrà luogo solo “nell’ultimo giorno”, nella “risurrezione della carne”; può avvenire ogni giorno. Come? Nella preghiera! Perché Gesù quel giorno salì sul monte? Per essere trasfigurato? Non ci pensava nemmeno; questa era una sorpresa che il Padre celeste gli teneva in serbo. Salì sul monte “a pregare” e</p>
<p>“mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”.</p>
<p>Ogni uomo che entra in profonda preghiera si trasfigura. L’ho visto con i miei occhi: volti di persone in preghiera che diventavano letteralmente radiosi. Per me quello che dicono i Vangeli della Trasfigurazione di Cristo non stupisce affatto, non mi fa alcuna difficoltà crederlo. Non capisco, anzi, gli storici che dubitano della sua storicità, come di cosa troppo fuori del normale e miracolosa. Quello che è avvenuto tante volte nella vita dei santi, non potrebbe essere avvenuto in Cristo?<br />
C’è un luogo dove Gesù si trasfigura ancora, un Tabor su cui tutti possiamo salire, ogni mattina se lo vogliamo: l’Eucaristia. L’ostia bianca che il sacerdote eleva dopo la consacrazione è lui trasfigurato. Lì si ode ancora la voce del Padre che dice: “Ascoltatelo!”. Lì possiamo fare di meglio che costruire “tre tende”. Possiamo fare, del nostro stesso cuore, la tenda in cui accogliere Gesù e con lui il Padre e lo Spirito Santo.</p>
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		<title>PREGARE PER RICEVERE LO SPIRITO</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2019 12:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella  prossima Pentecoste entrerà in funzione CHARIS, il nuovo organismo unico di servizio di tutta la corrente di grazia del Rinnovamento Carismatico Cattolico. È un’occasione unica per una rinnovata effusione dello Spirito su di noi e su tutta la Chiesa. Lo scopo di questa e delle due successive riflessioni che mi sono state richieste dal comitato di coordinamento è proprio quello di sostenere  e stimolare con motivazioni bibliche e teologiche l’impegno di preghiera con cui molti fratelli e sorelle desiderano contribuire alla riuscita spirituale dell’evento.<br />
Come si prepararono alla venuta dello Spirito Santo gli apostoli? Pre¬gando! “Tutti questi erano assidui e concordi nella pre¬ghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At l, 14). La preghiera degli apostoli riuniti nel Ce¬nacolo con Maria, è la prima grande epiclesi, è l&#8217;inaugurazione della dimensione epicletica della Chiesa, di quel «Vieni, Santo Spirito » che continuerà a risuonare nella Chiesa per tutti i seco¬li e che la liturgia premetterà a tutte le sue azioni più importanti.<br />
Mentre la Chiesa stava in preghiera, “venne all&#8217;improvviso dal cie¬lo un rombo, come di vento gagliardo&#8230; Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo” (At 2, 2-4). Si ripete ciò che era avvenuto nel battesimo di Cristo: “Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Sant” (Lc 3, 21-22). Si di¬rebbe che per san Luca fu la preghiera di Gesù a squarciare i cieli e a far discendere lo Spirito su di lui. Lo stesso avvenne a Pentecoste.<br />
È impressionante la costanza con cui, negli Atti degli apostoli, la venuta dello Spirito Santo è messa in relazione con la pre¬ghiera. Non si tace il ruolo determinante del battesimo (cf At 2, 38), ma si insiste ancora di più su quello della preghiera. Saulo « stava pregando » quando il Signore gli mandò Anania perché riacquistasse la vista e fosse colmo di Spirito Santo (cf At 9, 9.11). Quando gli apo¬stoli seppero che la Samaria aveva accolto la Parola, mandarono Pietro e Giovanni; essi « discesero e pregarono perché riceves¬sero lo Spirito Santo » (At 8, 15).<br />
Quando, nella stessa occasio¬ne, Simone il Mago cercò di ottenere lo Spirito Santo a paga¬mento, gli apostoli reagirono indignati (cf At 8, 18 ss). Lo Spirito Santo non si può acquistare, si può solo implorare con la preghiera. Gesù stesso infatti aveva legato il dono dello Spirito Santo alla preghiera, dicendo: “Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11, 13). L&#8217;aveva legato non solo alla nostra preghiera, ma anche e soprattutto al¬la sua, dicendo: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Con¬solatore” (Gv 14, 16). Tra preghiera e dono dello Spirito c&#8217;è la stessa circo¬larità e compenetrazione che c&#8217;è tra grazia e libertà. Noi abbia¬mo bisogno di ricevere lo Spirito Santo per poter pregare, e ab¬biamo bisogno di pregare per poter ricevere lo Spirito Santo. All&#8217;inizio c&#8217;è il dono di grazia, ma poi occorre pregare perché questo dono si conservi e si accresca.<br />
Ma tutto questo non deve rimanere un insegnamento astrat¬to e generico. Deve dire qualcosa a me singolarmente. Vuoi tu ricevere lo Spirito Santo? Ti senti debole e desideri di essere rivestito di potenza dall&#8217;alto? Ti senti tiepido e vuoi esse¬re riscaldato? Arido e vuoi essere irrigato? Rigido e vuoi essere piegato? Scontento della vita passata e vuoi essere rinnovato? Prega, prega, prega! Che sulla tua bocca non si spenga il grido sommesso: Veni Sancte Spiritus, vieni Santo Spirito! Se una persona o un gruppo di persone, con fede, si mette in pre¬ghiera e in ritiro, deciso a non alzarsi finché non sia stato rive¬stito di potenza dall&#8217;alto e battezzato nello Spirito, quella per¬sona o quel gruppo non si alzerà senza aver ricevuto quello che chiedeva e anzi molto di più. Così avvenne in quel primo ritiro di Duquesne da cui ebbe inizio il Rinnovamento Carismatico Cattolico.<br />
Come fu la preghiera di Maria e degli apostoli anche la nostra deve essere una preghiera «concorde e perseverante». Concorde o unanime (homothymadon) significa, alla lettera, fatta con un solo cuore (con-corde) e con «un&#8217;anima» sola. Gesú ha detto: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d&#8217;accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19).<br />
L&#8217;altra caratteristica della preghiera di Maria e degli apostoli è che era  una pre¬ghiera «perseverante». Il termine originale greco che esprime questa qualità della preghiera cristiana (proskarteroúntes) indica un&#8217;azione tenace, insistente, l&#8217;essere occupati con assiduità e co¬stanza in qualcosa. Viene tradotto con perseveranti, o assidui, nella preghiera. Si potrebbe anche tradurre « tenacemente ag¬grappati» alla preghiera.<br />
Questa parola è importante perché è quella che ricorre con più frequenza ogni volta che nel Nuovo Testamento si parla di preghiera. Negli Atti ritorna di lì a poco, quando si parla dei primi credenti venuti alla fede, che erano « assidui all&#8217;insegna¬mento, alla frazione del pane e alle preghiere» (At 2, 42). An¬che san Paolo raccomanda di essere «perseveranti nella pre¬ghiera » (Rm 12, 12; Col 4, 2). In un brano della lettera agli Efesini si legge: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza” (Ef 6, 18).<br />
La sostanza di questo insegnamento deriva da Gesù, il quale raccontò la parabola della vedova importuna, proprio per dire che occorre « pregare sempre, senza stancarsi » (cf Le 18, 1). La donna cananea è un&#8217;illustrazione vivente di questa preghiera in¬sistente che non si lascia scoraggiare da nulla e che alla fine, proprio per questo, ottiene quello che desidera. Essa domanda una prima volta la guarigione della figlia, e Gesù &#8211; è scritto &#8211; «non le rivolse neppure la parola». Insiste, e Gesù risponde di non essere mandato che per le pecore d&#8217;Israele. Gli si getta ai piedi, e Gesù oppone che non è bene prendere il cibo dalla mensa dei figli per darlo ai cagnolini. Ce n&#8217;era a sufficienza per rimanere scoraggiati. Ma la donna cananea non si arrende; dice: « Sì, ma anche i cagnolini&#8230; », e Gesù felice esclama: “Donna, dav¬vero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri” (Mt 15, 21 ss).<br />
Pregare a lungo, con perseveranza, non significa pregare con molte parole, abbandonandosi a un vano chiacchiericcio come i pagani (cf Mt 6, 7). Essere perseveranti nella preghiera significa chiedere spesso, non smettere di chiedere, non smettere di spe¬rare, non arrendersi mai. Significa non darsi riposo e non darne neppure a Dio: “Voi, che rammentate le promesse al Signore, non prendetevi mai riposo e neppure a lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme” (Is 62, 6-7).<br />
Ma perché la preghiera deve essere perseverante e perché Dio non ascolta subito? Non è egli stesso che, nella Bibbia, promette di ascoltare subito, appena lo si prega, anzi prima an¬cora di aver finito di pregare? “Prima che mi invochino &#8211; dice &#8211; io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascol¬tati” (Is 65, 24). Gesù ribadisce: “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente” (Le 18, 7). L&#8217;esperienza non smentisce clamorosamente queste parole? No, Dio ha promesso di ascoltare sempre e di ascoltare subito le nostre preghiere, e così fa. Siamo noi che dobbiamo aprire gli occhi.<br />
E verissimo, egli mantiene la sua parola: nel ritardare il soccorso, egli già soccorre; anzi questo differire è esso stesso un soccorrere. Questo perché non avvenga che ascoltando troppo in fretta la volontà del richiedente, egli non possa procurargli una perfetta sanità. Bisogna distinguere l&#8217;esaudire secondo la volontà dell&#8217;orante e l&#8217;esaudire secondo la necessità dell&#8217;orante, che è la sua salvezza. Gesú ha detto: “Cercate  e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea.<br />
Quando l&#8217;oggetto della nostra preghiera è il dono buono per eccellenza, quello che Dio stesso vuole darci sopra tutte le cose &#8211; lo Spirito Santo -, bisogna guardarsi da un possibile inganno. Noi siamo portati a concepire lo Spirito San¬to, più o meno consciamente, come un potente aiuto dall&#8217;alto, un soffio di vita che venga a ravvivare piacevolmente la nostra preghiera e il nostro fervore, a rendere efficace il nostro mini-stero e facile il portare la croce. Hai pregato in questo modo per anni per avere la tua Pentecoste e ti sembra che non si sia mos¬so un alito di vento. Niente di tutto quello che ti aspettavi è ac¬caduto.<br />
Lo Spirito Santo non è dato per potenziare il nostro egoismo. Guardati meglio attorno. Forse tutto quello Spirito Santo che chiedevi per te, Dio te lo ha concesso, ma per gli al¬tri. Forse la preghiera di altri intorno a te, per la tua parola, si è rinnovata e la tua è andata avanti stentata come prima; altri si sono sentiti trafiggere il cuore, hanno avuto la compunzione e in pianto si sono ravveduti, e tu sei ancora lì a chiedere proprio quella grazia. Lascia Dio libero; fatti un punto d&#8217;onore di lascia¬re a Dio la sua libertà. È questo il modo che lui ha scelto di darti il suo Santo Spirito ed è il più bello. Chissà che qualche apostolo, il giorno di Pentecoste, vedendo tutta quella folla pentita battersi il petto, trafitta dalla Parola di  Dio, chissà, dico, che non abbia provato invidia e confusione, pensando che lui non aveva anco¬ra pianto mai per avere crocifisso Gesù di Nazareth. San Paolo, che nella predicazione era accompagnato dalla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, chiese per tre volte di essere liberato dalla sua spina nella carne, ma non fu ascoltato e do¬vette rassegnarsi a vivere con essa perché si manifestasse me¬glio la potenza di Dio (cf 2 Cor 12, 8 s).<br />
Nel Rinnovamento Carismatico la preghiera si manifesta in una forma nuova rispetto al passato: quella  della preghiera di gruppo o del gruppo di preghiera. Partecipando ad essi si capisce cosa voleva dire l’Apostolo quando scrive agli Efesini: “Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” Ef 5,18-20). E ancora: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito” (Ef 6,18). </p>
<p>Noi conosciamo due soli tipi fondamentali di preghiera: la preghiera liturgica e la preghiera privata. La preghiera liturgica è comunitaria, ma non è spontanea; la preghiera privata è spontanea ma non è comunitaria. Occorrono momenti in cui si possa pregare spontaneamente, come lo Spirito detta, ma condividendo la propria preghiera con altri, mettendo insieme i vari doni e carismi ed edificandosi ognuno col fervore dell’altro; mettendo insieme le diverse “lingue di fuoco” in modo da formare un’unica fiamma. Occorre, insomma, una preghiera che sia spontanea e comunitaria insieme.<br />
Abbiamo un magnifico esempio di questa preghiera “carismatica”, spontanea e comunitaria insieme, nel capitolo quarto degli Atti. Pietro e Giovanni, liberati dal carcere con l’ordine di non parlare più nel nome di Gesù, fanno ritorno alla comunità e questa si mette a pregare. Uno proclama una parola della Scrittura (“I principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo”), un altro ha il dono profetico di applicare la parola alla situazione del momento; c’è come una “sollevazione” di fede che da l’ardire di chiedere  “guarigioni, segni e prodigi” . Alla fine si ripete ciò che era avvenuto nella prima Pentecoste “tutti furono colmati di Spirito Santo” e continuano a predicare Cristo “con franchezza”.<br />
Un dono speciale da chiedere allo Spirito Santo in occasione del rinnovamento e della unificazione degli organismi di servizio è che risusciti la meraviglia di quei primi gruppi di preghiera carismatici nei quali quasi si respirava la presenza dello Spirito Santo e la signoria di Cristo non era una verità soltanto proclamata ma sperimentata quasi tangibilmente. Non dimentichiamo che il gruppo di preghiera o la preghiera di gruppo è l’elemento-base che accomuna tra loro sia la realtà dei gruppi di preghiera che delle fraternità carismatiche.<br />
Con ognuna delle modalità di preghiera ricordate si può partecipare alla  catena di preghiera in preparazione alla Pentecoste. A chi ama la preghiera liturgica, suggerisco di ripetere più volte al giorno, a scelta, una delle seguenti invocazioni allo Spirito Santo in uso nella liturgia, sapendo di unirsi così alle innumerevoli schiere di credenti che le hanno pronunciate prima di noi:<br />
“Vieni, Santo Spirito, riempi il cuore dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”. (Per chi ama pregare ancora con le formule originali latine: “Veni, Sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium et tui amoris in eis ignem accende”). Oppure: “Manda il tuo Spirito Signore e rinnova la faccia della terra”. Oppure: Vieni, Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”<br />
Ai fratelli e alle sorelle di lingua inglese suggerisco di ripetere, da soli o nel gruppo, le parole di quel canto che abbiamo ricevuto dai fratelli pentecostali e che ha accompagnato milioni di credenti al momento di ricevere il battesimo nello Spirito (alternando il singolare “me” con il plurale “us”): “Spirit of the living God, fall afresh on me: melt me, mould me, fill me, use me. Spirit of the living God, fall afresh on me”.<br />
Nel mio libro di commento al Veni Creator ho formulato anch’io una invocazione allo Spirito Santo. La condivido volentieri in questa circostanza con chi se ne sentisse ispirato:<br />
Vieni, o Spirito Santo!<br />
Vieni forza di Dio e dolcezza di Dio!<br />
Vieni tu che sei moto e quiete nello stesso tempo!<br />
Rinnova il nostro coraggio,<br />
riempi la nostra solitudine nel mondo,<br />
crea in noi l’intimità con Dio!<br />
Noi non diciamo più, come il profeta: “Vieni dai quattro venti”,<br />
come se non sapessimo ancora da dove tu provieni;<br />
diciamo: Vieni Spirito dal costato trafitto di Cristo sulla croce!<br />
Vieni dalla bocca del Risorto!<br />
P. Raniero Cantalamessa ofmcap </p>
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		<title>Per fede concepì, per fede partorì   -    Solennità di Maria Santissima, Madre di Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 09:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Numeri 6, 22-27; Galati 4, 4-7; Luca 2, 16-21 Giustamente la Chiesa ci fa celebrare la festa di Maria Madre di Dio nell’ottava del Natale. Fu nel Natale, infatti, nel momento in cui “diede alla luce il suo figlio primogenito” (Luca 2, 7), non prima, che Maria divenne vera¬mente e pienamente Madre di Dio. Madre[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Numeri 6, 22-27; Galati 4, 4-7; Luca 2, 16-21</p>
<p>Giustamente la Chiesa ci fa celebrare la festa di Maria Madre di Dio nell’ottava del Natale. Fu nel Natale, infatti, nel momento in cui “diede alla luce il suo figlio primogenito” (Luca 2, 7), non prima, che Maria divenne vera¬mente e pienamente Madre di Dio. Madre non è un titolo come gli altri, che si aggiunge dall&#8217;esterno, senza incidere sull&#8217;essere stesso della persona. Madre si diventa passando attraverso una serie di esperienze che lasciano il segno per sempre e modifica¬no non solo la conformazione del corpo della donna, ma anche la stessa coscienza che ella ha di sé.<br />
Nel parlare della maternità divina di Maria, la Scrittura mette costantemente in ri¬salto due elementi, o momenti fondamentali, che corrispondo¬no, del resto, a quelli che anche la comune esperienza umana considera essenziali perché si abbia una vera e piena maternità. Essi sono: concepire e partorire. “Ecco concepirai nel seno e partorirai un figlio” (Luca 1, 31). Quel che è “generato” in lei è dallo Spirito Santo, ed essa “partorirà” un figlio (cfr.Matteo 1, 20 s). La profezia di Isaia, in cui tutto ciò era sta¬to preannunciato, si esprimeva allo stesso modo: “Una vergine concepirà e partorirà un figlio” (Isaia 7, 14). Ecco perché solo a Natale, quando dà alla luce Gesù, Maria diventa, in sen¬so pieno, Madre di Dio. Il primo momento, il generare, è comune sia al padre che alla madre, mentre il secondo, il partorire, è esclusivo della madre.<br />
Madre di Dio! Un titolo che esprime uno dei misteri e, per la ragione, uno dei paradossi più alti del cristianesimo. Un titolo che ha riempito di stupore la liturgia della Chiesa. Questa, facendo sua la meraviglia dell&#8217;antico popolo dell&#8217;alleanza nel mo¬mento in cui la gloria di Dio venne, in una nube, a dimorare nel tempio (cfr.1 Re 8, 27), esclama: “Quello che i cieli non possono contenere, si è racchiuso nelle tue viscere, fatto uomo!” (Antico responsorio di Natale).<br />
Ma¬dre di Dio è il più antico e importante titolo dogmatico della Madonna, essendo stato definito dalla Chiesa nel Concilio di Efeso nel 431, come verità di fede da credersi da tutti i cristiani. È il fondamento di tutta la grandezza di Maria. È il principio stesso della mariologia; per esso, Maria non è, nel cristianesimo, solo oggetto di devozione, ma anche di teologia; entra cioè nel discorso stesso su Dio, perché Dio è direttamente implicato nel¬la maternità divina di Maria. È anche il titolo più ecumenico che esista, non solo perché definito in un concilio ecumenico, ma anche perché è l&#8217;unico ad essere condiviso e accolto indistintamente, almeno in linea di principio, da tutte le confessioni cristiane.<br />
Nel Nuovo Testamento non troviamo esplicitamente il titolo “Madre di Dio“ dato a Maria. Vi troviamo però delle afferma¬zioni che, all&#8217;attenta riflessione della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, mostreranno, in seguito, di contenere già, come in nuce, tale verità. Di Maria si dice, come abbiamo visto, che ha concepito e generato un figlio, il quale è Figlio dell&#8217;Altissimo, santo e Figlio di Dio (cfr.Luca 1, 31 32.35). Dai Vangeli risulta, dunque, che Maria è la madre di un figlio, di cui si sa che è il Figlio di Dio. Ella è chiamata correntemente nei Vangeli: la ma¬dre di Gesù, la madre del Signore (cfr.Luca 1, 43), o semplicemen¬te “la madre” e “sua madre” (cfr.Giovanni 2, 1 3). Bisognerà che la Chiesa, nello sviluppo della sua fede, chiarisca a se stessa chi è Gesù, prima di sapere di chi è madre Maria.<br />
Maria non comincia certo a essere Madre di Dio nel concilio di Efeso del 431 (come Gesù non comincia a essere Dio nel concilio di Nicea del 325, che lo definì tale); lo era anche prima. Quello è piuttosto il momento in cui la Chiesa, nello svilupparsi ed esplicitarsi della sua fede, sotto la spinta dell&#8217;eresia, prende piena coscienza di questa verità e prende posizione a suo riguardo. Avviene come nella scoperta di una nuova stella: essa non nasce nel momento in cui la sua luce giunge sulla terra ed è vista dall&#8217;osservatore, ma esisteva già da prima, forse da migliaia di anni luce.<br />
In questo processo che porta alla proclamazione solenne di Maria Madre di Dio, possiamo distinguere tre grandi fasi.</p>
<p>All&#8217;inizio e per tutto il periodo dominato dalla lotta contro l&#8217;eresia gnostica e docetista, la maternità di Maria viene vista quasi solo come maternità fisica. Questi eretici negavano che Cristo avesse un vero corpo umano, o, se l&#8217;aveva, che questo corpo umano fosse nato da una donna, o, se era nato da una donna, che fosse tratto veramente dalla carne e dal sangue di lei. Contro di essi bisognava dunque affermare con forza che Gesù era figlio di Maria e “frutto del suo grembo“ (Luca 1, 42), e che Maria era vera e naturale Madre di Gesù. Alcuni di questi eretici infatti ammettevano che Gesù fosse nato da Maria, ma non che fosse stato concepito in Maria, cioè dalla sua stessa carne. Secondo costoro, Cristo era nato attraverso la Vergine, non dalla Vergine, poiché, “immesso dal cielo nella Vergine ne venne fuori più a modo di passaggio che di vera generazione: attraverso di essa, non da essa, avendo nella Vergine non una Madre, ma una via”. Secondo loro, commenta Tertulliano, Maria “non avrebbe portato in grembo Gesù come suo Figlio, ma come suo ospite” .<br />
La maternità di Maria, in questa fase più antica, serve, più che altro, a dimostrare la vera umanità di Gesù. Fu in questo periodo che si formò l&#8217;articolo del credo: “Nato (o incarnato) dallo Spirito Santo e da Maria Vergine” e fece la sua comparsa, per la prima volta, il titolo di Theotókos, Madre di Dio.</p>
<p>D&#8217;ora in Poi sarà proprio l&#8217;uso di questo titolo a condurre la Chiesa alla scoperta di una maternità divina più profonda, che potremmo chiamare maternità metafisica. Avvenne durante l&#8217;epoca delle grandi con¬troversie cristologiche del V secolo, quando il problema centra¬le, intorno a Gesù Cristo, non è più quello della sua vera uma¬nità, ma quello dell&#8217;unità della sua persona. La maternità di Maria non viene più vista solo in riferimento alla natura umana di Cristo, ma, com&#8217;è più giusto, in riferimento all&#8217;unica persona del Verbo fatto uomo. E siccome quest&#8217;unica persona che Maria genera secondo la carne non è altro che la persona divina del Figlio, di conseguenza, ella appare vera “Madre di Dio“.<br />
Si addusse, a questo riguardo, l&#8217;esempio di ciò che avviene in ogni maternità umana. Ogni madre dà al proprio figlio il corpo, non l&#8217;anima che è infusa direttamente da Dio. Eppure nessuno chiama la propria madre, “madre del mio corpo”, ma semplicemente “mia madre”, madre di tutto me stesso, perché in me corpo e anima formano un&#8217;unica natura o realtà. Così, analogamente, Maria deve essere detta Madre di Dio, anche se ha dato a Gesù solo l&#8217;umanità e non la divinità, perché in lui umanità e divinità formano una sola persona.<br />
Tra Maria e Cristo non c&#8217;è più solo una relazione di ordine fisico, ma anche di ordine metafisico, e questo la colloca a una altezza vertiginosa, creando un rapporto singolare anche tra lei e il Padre. Con il Concilio di Efeso, questa cosa diventa per sempre una conquista della Chiesa:</p>
<p>“Se qualcuno non confessa che Dio è veramen¬te l&#8217;Emmanuele e che perciò la Santa Vergine, avendo generato secondo la carne il Verbo di Dio fatto carne, è la Theotókos, sia anatema“.</p>
<p>Fu un momento di grande giubilo per tutto il popo¬lo di Efeso, che aspettò i Padri fuori dell&#8217;aula conciliare e li ac¬compagnò, con fiaccole e canti alle loro dimore. Tale proclamazione determinò una esplosione di venerazione verso la Madre di Dio che non venne meno mai più, né in Oriente né in Occi¬dente, e che si tradusse in feste liturgiche, icone, inni e nella co-struzione di innumerevoli chiese a lei dedicate, tra cui Santa Maria Maggiore a Roma.</p>
<p>Ma anche questo traguardo non era definitivo. C&#8217;era un altro livello da scoprire nella maternità divina di Maria, dopo quello fisico e quello metafisico, la sua maternità spirituale. Fu questo il grande apporto degli autori latini e in particolare di sant&#8217;Agostino. La maternità di Maria è vista come una ma¬ternità nella fede, come maternità anche spirituale. Siamo all&#8217;e¬popea della fede di Maria. A proposito della parola di Gesù: “Chi è mia Madre?”, Agostino risponde attribuendo a Maria, in grado sommo, quella maternità spirituale che viene dal fare la volontà del Padre: “Forse che non fece la volontà del Padre la Vergine Maria, che per fede credette, per fede concepì, che fu scelta perché da lei nascesse per gli uomini la salvezza, che fu creata da Cristo, prima che in essa venisse creato Cristo? Certo che fece la volontà del Padre santa Maria e perciò è cosa più grande per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata Madre di Cristo”. “Prima che nel suo corpo, Maria concepì Cristo nel suo cuore”.<br />
La maternità fisica di Maria e quella metafisica vengono ora coronate dal riconoscimento di una maternità spirituale, o di fede, che fa di Maria la prima e la più santa figlia di Dio, la pri¬ma e più docile discepola di Cristo, la creatura della quale   scrive ancora sant&#8217;Agostino   “per l&#8217;onore dovuto al Signore, non si deve neppure far menzione quando si parla del pecca¬to”. La maternità fisica o reale di Maria, con l&#8217;eccezionale e unico rapporto che crea tra lei e Gesù e tra lei e la Trinità tutta intera, è e resta, da un punto di vista oggettivo, la cosa più grande e il privilegio ineguagliabile, ma essa è tale proprio per¬ché trova un riscontro soggettivo nell&#8217;umile fede di Maria. Per Eva costituiva certo un privilegio unico essere la “madre di tutti i viventi”; ma poiché non ebbe fede, a nulla le giovò e anziché beata, divenne sventurata.<br />
Noi non possiamo imitare Maria nel concepire Cristo nel suo corpo; possiamo però e dobbiamo imitarla nel concepirlo nel cuore, cioè nel credere. Il Credo che ora siamo invitati a proclamare insieme è il momento più indicato per farlo…</p>
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		<title>Tuo padre ed io  -   Domenica dopo Natale: Festa della Sacra Famiglia</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2018 10:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[1 Samuele 1, 20-22.24-28; 1 Giovanni 3, 1-2.21-24; Luca 2, 41-52 Nella Domenica dopo Natale, la liturgia celebra la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Il Vangelo racconta l’episodio dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio che si conclude con questo quadro di vita famigliare: “Partì dunque[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1 Samuele 1, 20-22.24-28; 1 Giovanni 3, 1-2.21-24; Luca 2, 41-52</p>
<p>Nella Domenica dopo Natale, la liturgia celebra la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Il Vangelo racconta l’episodio dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio che si conclude con questo quadro di vita famigliare:</p>
<p>“Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”.</p>
<p>L’intento della Chiesa nell’istituire questa festa è quello di additare nella Sacra Famiglia un modello e una fonte di ispirazione per tutte le famiglie umane. Viene però da chiedersi: cosa ci può essere di comune tra questa famiglia e una normale famiglia umana? Non è esagerato chiedere a due povere creature di rifarsi a un modello così al di fuori della norma? Tanto per cominciare, manca nel matrimonio tra Maria e Giuseppe quello che per ogni coppia umana è un elemento costitutivo e cioè la integrazione a livello anche sessuale.<br />
Questo è vero, ma proprio qui si inserisce l’apporto che l’esempio della Sacra Famiglia può dare oggi al superamento della crisi del matrimonio. Suscitano scalpore le periodiche statistiche sullo stato della famiglia, anche se non fanno che confermare quello che è sotto gli occhi di tutti. Aumentano le separazioni legali e i divorzi, e il fatto più inquietante è che spesso si tratta di unioni appena iniziate. Matrimoni che vanno in crisi dopo meno di un anno dalle nozze! Come mai?<br />
 Commentando questi dati una sociologa ha parlato di un “analfabetismo in amore”. Si crede che per fare un matrimonio riuscito basti l’attrazione fisica e una intesa sessuale ben collaudata. Tutto il resto è lasciato nel vago, o si pensa che verrà da sé. Spesso “l’attrazione si coniuga con la superficialità, la dimenticanza, il tradimento, l’abitudine alla banalizzazione del sesso che troppo in fretta salta gli stadi della tenerezza, dell’incontro approfondito tra due persone, rubando il tempo alla conoscenza reciproca, ai silenzi, agli sguardi, ai progetti”.<br />
Non c’è da stupirsi se, alla prova dei fatti, questo tipo di matrimonio va subito in frantumi. Per dire che due oggetti sono incollati tra loro in maniera approssimativa, senza nessuna consistenza, nel linguaggio popolare si usa l’espressione “attaccati con lo sputo”. Questi sono matrimoni attaccati con lo sputo!<br />
La famiglia di Nazareth può essere un richiamo forte proprio a quei valori spirituali che così spesso mancano oggi tra le giovani coppie e che sono indispensabili per formare un matrimonio che resista nel tempo: conoscenza e stima reciproca, capacità di uscire da se stessi, di coltivare progetti ed ideali comuni, silenzi, preghiera!<br />
Prendiamo le parole che Maria pronuncia non appena ritrova il figlio nel tempio:</p>
<p>“Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”.</p>
<p>“Tuo padre ed io”: può sembrare un dettaglio trascurabile e invece contiene un insegnamento importantissimo. Maria e Giuseppe formano un unico soggetto. Maria non pensa solo alla sua angoscia, ma anche a quella del marito; anzi mette quella del marito prima della sua: “Tuo padre ed io”, non “io e tuo padre”.<br />
Sposarsi significa passare dalla prima persona singolare, “io”, alla prima persona plurale “noi”. Se non avviene questo cambiamento che conferisce una specie di nuova identità, l’unione sarà solo superficiale e traballante. Il matrimonio è più che un patto, una coabitazione, una unione dei sessi. È un “io” e un “tu” che diventano un “noi”. Questo significano le parole della Bibbia: “&#8230;e i due saranno una carne sola”. “Una sola carne” non vuol dire, nella Bibbia, unicamente “un solo corpo”, ma anche “una sola persona”.<br />
A volte incontro uomini o donne di cui ignoro se sono sposati o no. Allora, prima di lanciarmi nel dare consigli o giudizi, cerco di fare attenzione a come parlano, sicuro che non tarderanno a tradire il loro stato. Ma spesso resto deluso. Ci sono donne e uomini che possono parlare della loro vita anche personale per oltre mezz’ora, senza che si capisca se sono sposati o no. Sempre “io, io, io”; mai “mio marito ed io, mia moglie ed io”. Sono ancora “individui”, non sono mai diventati veramente “coniugi”. Coniugi, coniugio, coniugati: sono parole desuete, non piacciono più. Evocano l’immagine del “giogo” (significano alla lettera “posti sotto lo stesso giogo”) e con esso quella di un peso, di una schiavitù. Bisogna scoprire la bellezza di questa immagine quando non è applicata a dei buoi, ma a delle persone umane che liberamente si sono messe sotto lo stesso giogo.<br />
Esiste una immagine di Gesù e di Maria che a me piace molto. Una volta la feci vedere da una coppia di fidanzati che subito la scelsero come immagine per il loro invito di nozze. È un affresco antichissimo che si trova nel monastero di Subiaco. Rappresenta Cristo e la Chiesa (qui impersonata da Maria) che sono il modello ultimo, dice Paolo, di ogni unione nuziale (cfr. Efesini, 5, 32). Lo sposo, Gesù, ha il suo braccio sul collo della sposa, e la sposa ha il capo appoggiato sulla spalla dello sposo, mentre la mano di lui sostiene delicatamente quella di lei. Qui si vede come dovrebbe essere il giogo che unisce l’uomo e la donna nel matrimonio. Non un giogo imposto su di loro dall’esterno (dalla società, dalla Chiesa, o non si sa da chi), ma un giogo formato idealmente da loro stessi, dall’unione delle loro volontà, e perciò “un giogo soave e un peso leggero”(Matteo 11, 29). In uno scritto poetico del II secolo, Gesù risorto dice:</p>
<p>“Come il braccio dello sposo sulla sposa,<br />
così è il mio giogo su coloro che mi conoscono” (Odi di Salomone, 42,8).</p>
<p>Guardando l’immagine che ho descritto, uno potrebbe essere tentato di dire: Sì, però anche qui è sempre l’uomo che sta dritto, è lui il forte; la donna non fa che appoggiarsi su di lui. È vero: l’uomo, Cristo, esprime, qui la forza e la donna, Maria, la fiducia, l’abbandono. Ma ignoriamo una cosa: che l’uomo ha altrettanto bisogno, per essere forte, della fiducia della donna, quanto la donna ha bisogno della forza dell’uomo per essere fiduciosa. È a causa dei nostri criteri distorti dal peccato che noi privilegiamo la forza rispetto alla tenerezza. Dio è somma potenza e somma tenerezza insieme, senza che si possa dire quale delle due qualità sia la più importante. In realtà non c’è minore “forza” nell’abbandono e nella fiducia che nella forza-forza; solo che è di qualità diversa. Forse superiore. Il giorno che lo scopriremo, avremo fatto un grande progresso in fatto di umanità.<br />
Quello che stiamo presentando non è un progetto fuori della realtà, un’immaginazione di preti e frati che non sanno cos’è la vita reale degli sposati. Spesso, ascoltando testimonianze di sposi cristiani, mi è tornato in mente l’elogio che faceva del matrimonio Tertulliano, all’inizio del terzo secolo, in un libro dedicato a sua moglie: “Chi mai sarà all’altezza di descrivere la felicità di un matrimonio che la Chiesa consacra, l’Eucaristia conferma, la benedizione sigilla, gli angeli acclamano e che il Padre celeste approva? Come è bello il giogo che unisce due credenti che hanno un’unica speranza, uno stesso desiderio, una medesima regola di vita, una stessa volontà di servizio. Nessuna separazione tra di loro, né di carne né di spirito. Sono veramente due in una carne sola. Ma dove c’è una sola carne, c’è anche un solo spirito: insieme infatti pregano, si istruiscono a vicenda, a vicenda si esortano e si sostengono. Insieme nella chiesa di Dio, insieme alla mensa del Signore, insieme nelle difficoltà e nelle persecuzioni e insieme anche nella gioia. Nessuno dei due si nasconde all’altro, nessuno dei due evita l’altro, nessuno dei due è gravoso all’altro&#8230;Non c’è bisogno di farsi furtivamente il segno della croce. A vedere e sentire queste cose, Cristo ne gode e manda ad essi la sua pace. Dove sono i due, lì c’è anche lui e dove c’è lui non entra il maligno” (Ad uxorem II, 6-9).<br />
Ecco cosa si intende quando si parla della famiglia come di una “chiesa domestica”, o di una “piccola chiesa”!<br />
Le stesse indagini sociologiche ricordate all’inizio indicano anche un dato positivo. Nonostante la crisi della famiglia, un matrimonio riuscito, “con la persona giusta”, continua ad essere, agli occhi della maggioranza degli adolescenti e dei giovani, il sogno della vita. È  proprio per incoraggiare questi giovani a non vergognarsi di questo loro sogno che ho fatto queste riflessioni. </p>
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		<title>Perché Dio si è fatto uomo?   -  Natale del Signore (Messa del giorno)</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2018 10:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché Dio si è fatto uomo? Natale del Signore (Messa del giorno) Isaia 52, 7-10; Ebrei 1, 1-6; Giovanni 1, 1-18 Delle tre Messe di Natale, l’ultima, detta “del giorno”, è riservata a una riflessione più approfondita sul mistero. Un compito di questo genere non poteva essere affidato che a Giovanni, da cui infatti è[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché Dio si è fatto uomo?</p>
<p>Natale del Signore (Messa del giorno)<br />
Isaia 52, 7-10; Ebrei 1, 1-6; Giovanni 1, 1-18</p>
<p>Delle tre Messe di Natale, l’ultima, detta “del giorno”, è riservata a una riflessione più approfondita sul mistero. Un compito di questo genere non poteva essere affidato che a Giovanni, da cui infatti è tratto il Vangelo della Messa. Luca (Messa della notte e dell’aurora) narra la nascita di Cristo da Maria, Giovanni la sua nascita da Dio.<br />
Questa rivelazione è introdotta, nella seconda lettura, dalle parole della Lettera agli Ebrei. La venuta di Cristo nel mondo ha segnato la grande svolta nei rapporti tra Dio e l’uomo. Dio che prima d’ora parlava con gli uomini solo per interposta persona -per mezzo dei profeti-, ora ci parla “di persona”, perché il Figlio non è che “l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”.<br />
Andiamo diritti al vertice del Prologo di Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e poniamoci subito la domanda che deve aiutarci a penetrare nel cuore del mistero del Natale: Perché il Verbo si è fatto carne? Perché Dio si è fatto uomo? Nel Credo c’è una frase che in questo giorno di Natale si recita mettendosi in ginocchio:</p>
<p>“Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo,<br />
e per opera dello Spirito Santo<br />
si è incarnato nel seno della Vergine Maria<br />
e si è fatto uomo”.</p>
<p>È la risposta fondamentale e perennemente valida alla nostra domanda: “Perché il Verbo si è fatto carne?”. Ma ha bisogno essa stessa di essere compresa a fondo. La domanda infatti rispunta sotto altra forma: E perché si è fatto uomo “per la nostra salvezza”? Solo perché noi avevamo peccato e avevamo bisogno di essere salvati? Non siamo i primi a porci questa domanda. Essa ha appassionato generazioni di credenti e di teologi nei secoli passati ed è bello, ora che siamo entrati da poco nel terzo millennio dell’incarnazione, vedere il cammino da essi percorso e le soluzioni a cui sono giunti. Non sono concetti impossibili da capire, con un po’ di sforzo, anche dal semplice credente e in compenso dischiudono orizzonti nuovi alla fede e alla lode.<br />
Nel Medioevo si fa strada una spiegazione dell’incarnazione che sposta l&#8217;accento dall&#8217;uomo e dal suo peccato a Dio e alla sua gloria. Ci si cominciò a chiedere: può la venuta di Cristo che è chiamato “il primogenito di tutta la creazione” (Colossesi 1, 15), dipendere totalmente dal peccato dell&#8217;uomo, intervenuto in seguito alla creazione? Sant’Anselmo parte dall&#8217;idea dell&#8217;onore Dio, offeso dal peccato, che deve essere riparato e dal concetto della “giustizia” di Dio che viene “soddisfatta”. Scrive un trattato con il titolo “Perché Dio si è fatto uomo? (Cur Deus homo?), dove dice tra l’altro: “La restaurazione della natura umana non sarebbe potuta avvenire, se l&#8217;uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato. Ma il debito era così grande che, per soddisfarlo, occorreva che quell&#8217;uomo fosse Dio. Quindi era necessario che Dio assumesse l&#8217;uomo nell&#8217;unità della sua persona, per far sì che colui che doveva pagare e non poteva secondo la sua natura, fosse personalmente identico a colui che lo poteva”.<br />
La situazione &#8211; gli fa eco un autore orientale &#8211; era questa. Secondo giustizia, l&#8217;uomo avrebbe dovuto assumersi il debito e riportare la vittoria, ma era servo di quelli che avrebbe dovuto sconfiggere in guerra; Dio, per contro, che poteva vincere, non era debitore di nulla a nessuno. Uno dunque doveva riportare la vittoria su Satana, ma solo l&#8217;altro poteva farlo. Ora ecco il prodigio della sapienza divina che si realizza nell&#8217;incarnazione: i due -colui che doveva combattere e colui che poteva vincere &#8211; si trovano uniti nella stessa persona, Cristo Dio e uomo, e ne scaturisce la salvezza (N. Cabasilas).<br />
Su questa nuova linea, un teologo francescano, Duns Scoto, fa il passo decisivo, sciogliendo l&#8217;incarnazione dal suo legame essenziale con il peccato dell’uomo e assegnandole, come motivo primario, la gloria di Dio. Scrive: “In primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo si ama attraverso altri diversi da sé con un amore puro; in terzo luogo vuole essere amato da un altro che lo possa amare in modo sommo, parlando, s’intende, dell’amore di qualcuno fuori di lui”. Il motivo dell&#8217;incarnazione è dunque che Dio vuole avere, fuori di sé, qualcuno che lo ami in modo sommo e degno di sé. E questi non può essere altri che l’uomo –Dio Gesù Cristo. Cristo si sarebbe incarnato anche se Adamo non avesse peccato, perché egli è il coronamento stesso della creazione, l&#8217;opera suprema di Dio.<br />
Il problema del perché Dio si è fatto uomo divenne in breve l&#8217;oggetto di una delle più accese dispute della storia della teologia. Da una parte i tomisti sostenevano il motivo della redenzione dal peccato, dall&#8217;altra gli scotisti sostenevano il motivo che potremmo chiamare della gloria di Dio. Oggi non ci appassioniamo più a queste dispute antiche. Ma la domanda: “Perché Dio si è fatto uomo?” è troppo vitale perché la si possa passare sotto silenzio. Rimarremmo sempre alla superficie del Natale, senza comprenderne il senso profondo, l’unico capace di riempire davvero il cuore di gratitudine e di gioia.<br />
La riscoperta del vero volto del Dio della Bibbia, in atto nella teologia odierna, insieme con l&#8217;abbandono di certi tratti ereditati dal “dio dei filosofi”, ci aiuta a scoprire l&#8217;anima di verità racchiu¬sa nell&#8217;intuizione dei pensatori medievali, ma anche a completarla e superarla. Nella sua risposta alla domanda: perché Dio si è fatto uomo?, sant&#8217;Anselmo parte dal concetto della giustizia di Dio da soddisfa¬re. Ora è certo che qui ci troviamo davanti a un residuo della concezione greca di Dio, nella quale Dio viene sperimentato “come giustizia e come sommo principio di compensazione”. La giustizia è l&#8217;essenza di questo Dio al quale, in senso stretto, non è possibile rivolgere la preghiera. Per Aristotele, Dio è essen¬zialmente la condizione ultima e sufficiente per l&#8217;esistenza dell&#8217;or¬dine cosmico.<br />
Anche la Bibbia conosce il concetto della “giustizia di Dio” e vi insiste spesso. Ma c&#8217;è una differenza fondamentale: la giustizia di Dio, specialmente nel Nuovo Testamento e in Paolo, non indica tanto l&#8217;atto mediante il quale Dio ristabilisce l&#8217;ordi¬ne morale turbato dal peccato, punendo il trasgressore, quanto piut¬tosto l&#8217;atto mediante il quale Dio comunica all&#8217;uomo la sua giusti¬zia, lo rende giusto. La riparazione o espiazione della colpa non è la condizione per il perdono di Dio, ma la sua conseguenza.<br />
Anche nella soluzione di Scoto il punto debole sta nel fatto che si parte da un&#8217;idea più aristotelica che biblica di Dio. Scoto dice che Dio decreta l&#8217;incarnazione del Figlio per avere qualcuno, fuori di sé, che lo ami in modo sommo. Ma che Dio “sia amato”, questa è la cosa più importante e, anzi, la sola possibile per Aristotele e la filosofia greca, non per la Bibbia. Per la Bibbia la cosa più impor¬tante è che Dio “ama” e ama per primo (cf. 1 Giovanni 4, 10.19). Finché dunque, in teologia, al posto di “un Dio che ama”, dominava l&#8217;idea di “un Dio che è da amare”, non si poteva dare una risposta soddisfacente alla domanda perché Dio si è fatto uomo. La rivelazione del Dio amore sconvolge tutto quello che il mondo aveva finora pensato della divinità.<br />
Queste premesse spianano la strada a una nuova soluzione del proble¬ma del perché dell&#8217;incarnazione. Dio ha voluto l&#8217;incarnazione del Figlio, non tanto per avere qualcuno fuo¬ri fuori della Trinità che lo amasse in modo degno sé, quanto piuttosto per aver fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé, cioè senza misura; qualcuno che fosse capace di accogliere la misura del suo amore che è di essere senza misura! Ecco il perché dell&#8217;incarna-zione. A Natale, quando viene alla luce a Betlemme Gesù Bambino, Dio Padre ha qualcuno da amare fuori della Tri¬nità in modo sommo e infinito, perché Gesù è uomo e Dio insie¬me. Ma non solo Gesù, anche noi insieme con lui. Noi siamo inclusi in questo amore, essendo diventati membra del corpo di Cristo, “figli nel Figlio”. Ce lo ricorda lo stesso Prologo di Giovanni: “A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.<br />
Questa risposta al perché dell’incarnazione era scritta a chiare nella Scrittura, dallo stesso evangelista che ha scritto il Prologo, ma ci è voluto tutto questo tempo (e non siamo certamente alla fine) per comprenderla a fondo:</p>
<p>“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3, 16).</p>
<p>Sì, Cristo è disceso dal cielo “per la nostra salvezza”, ma quello che l’ha spinto a scendere dal cielo per nostra salvezza, è stato l’amore, nient’altro che l’amore. Dio è amore e tutto quello che fa, lo fa per amore. Natale è la prova suprema della “filantropia” di Dio come la chiama la Scrittura (Tito 3,4), cioè, alla lettera, del suo amore per gli uomini.<br />
Quale deve essere allora la nostra risposta ultima al Natale? “Amore solo con amor si paga”: all’amore non si può rispondere in altro modo che riamando. Nel canto natalizio Adeste fideles<br />
 c’è un’espressione profonda: “Come non riamare uno che ci ha amato tanto?” (Sic nos amantem quis non redamaret?). Si possono fare tante cose per solennizzare il Natale, ma certamente la cosa più vera e più profonda ci è suggerita da queste parole. Questo è il Natale a cui lo Spirito Santo desidera condurre i veri credenti. Un pensiero sincero di gratitudine, di commozione e di amore per colui che è venuto ad abitare in mezzo a noi, è certamente il dono più squisito che possiamo dare al Bambino Gesù, l’ornamento più bello intorno al suo presepio. E non è difficile; basta meditare un po’ sul suo amore per noi, sentire quanto ci ha amato. L’amore, ha detto il nostro Dante, “a nullo amato amar perdona”: fa sì che chi si sente amato non possa fare a meno di riamare.<br />
L’amore ha bisogno di tradursi in gesti concreti. Il più semplice e universale (quando è pulito e innocente) è il bacio. Vogliamo dare un bacio a Gesù, come si desidera fare con tutti i bambini appena nati? Non accontentiamoci di darlo solo alla sua statuina di gesso o di porcellana, diamolo a un Gesù bambino in carne ed ossa. Diamolo a un povero, a un sofferente e lo abbiamo dato a lui! Un bacio, in questo senso, è un aiuto concreto, ma anche una parola buona, un incoraggiamento, una visita, un sorriso, o anche, alla lettera, un bacio. Sono le luci più belle che possiamo accendere nel nostro presepio.</p>
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		<title>Rallegrarsi sempre     -   III Domenica di Avvento</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2018 12:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sofonia 3, 14-18a; Filippesi 4, 4-7; Luca 3, 10-18 La Domenica terza di Avvento è tutta pervasa dal tema della gioia. Si chiama tradizionalmente la Domenica “laetare”, cioè la Domenica “rallegrati”, dalle parole di san Paolo nella seconda lettura: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi”. Dio ha voluto che la storia umana, così[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sofonia 3, 14-18a; Filippesi 4, 4-7; Luca 3, 10-18</p>
<p>La Domenica terza di Avvento è tutta pervasa dal tema della gioia. Si chiama tradizionalmente la Domenica “laetare”, cioè la Domenica “rallegrati”, dalle parole di san Paolo nella seconda lettura:</p>
<p>“Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi”. </p>
<p>Dio ha voluto che la storia umana, così carica di pianto e di sofferenza, fosse accompagnata da un annuncio di felicità, come da un filo verde che la attraversa da un capo all&#8217;altro. Si tratta di un popolo che, in mezzo a tutti gli altri popoli, è il portatore di una promessa di luce e di gioia<br />
Prima di Gesù, questo popolo era Israele. Nella prima lettura, ascoltiamo le parole con cui il profeta Sofonia ricorda al popolo eletto la sua missione e cerca di ridestare in esso la speranza e il coraggio: </p>
<p>“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!” </p>
<p>Gioisci, esulta, rallegrati. Nel Salmo responsoriale questo straordinario vocabolario della gioia si arricchisce ancora di altri termini:</p>
<p>“Mia forza e mio canto è il Signore: egli è stato la mia salvezza. Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza&#8230; Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion”. </p>
<p>Dopo la venuta di Gesù, questo popolo che è segno di gioia tra le nazioni è anche la comunità cristiana. La prima parola che l’angelo dice a Maria, la nuova “figlia di Sion”, è: “Rallegrati, piena di grazia!”. E san Paolo, abbiamo sentito, estende a tutti i cristiani questo invito, dicendo ad essi: “Rallegratevi sempre, ve lo ripeto, rallegratevi!”.<br />
Soffermiamoci oggi su questa parola. (Il brano evangelico continua il messaggio di Giovanni Battista che abbiamo commentato Domenica scorsa). G. Leopardi, nella poesia “Il sabato del villaggio”, ha espresso questo concetto: nella vita presente, l&#8217;unica gioia possibile ed autentica è la gioia dell&#8217;attesa, la gioia del sabato. Esso è “giorno pien di speme e di gioia “: pieno di gioia proprio perché pieno di speme, cioè di speranza. L’attesa della festa è migliore della festa stessa. Il possesso del bene non fa che generare delusione e noia, perché ogni bene finito si rivela inferiore all&#8217;aspettativa e stanca; solo l&#8217;attesa è generatrice di gioia viva.<br />
Ma così è, precisamente, la gioia cristiana in questo mondo: gioia del sabato, che prelude la Domenica senza tramonto che è la vita eterna; gioia di Avvento, nel senso liturgico del termine. San Paolo dice che i cristiani devono essere “lieti nella speranza” (Romani 12, 12), il che non significa solo che devono “sperare di essere lieti“ (s’intende, dopo morte), ma che devono “essere lieti di sperare”, lieti già ora, per il semplice fatto di sperare.<br />
Ma basta davvero la speranza per fare l&#8217;esperienza della gioia? No! Occorre anche l&#8217;altra virtù teologale: la carità, cioè l&#8217;essere amati e l&#8217;amare. Ogni essere, dice sant’Agostino, tende, come per una invisibile forza di gravità che è l’amore, verso il “ luogo suo “, cioè verso quel punto dove sa che troverà il proprio riposo e la propria felicità. La gioia nasce proprio dal tendere a quel luogo, che per noi creature ragionevoli è Dio. Per questo noi non abbiamo pace finché non riposiamo in lui: “Tu ci hai fatti per te, Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (S. Agostino, Confessioni I,1 e XIII, 9).<br />
L&#8217;amore, in tutte le sue espressioni genuine, è perciò il vero generatore della gioia. Solo chi è amato e chi ama sa, in verità, cos’è la gioia. Ecco perché la Scrittura dice che la gioia è frutto dello Spirito Santo (Galati 5, 22) e che il regno di Dio è “gioia nello Spirito Santo” (Romani 14, 17). Lo Spirito Santo è l&#8217;amore personificato e dove arriva fa nascere l’amore. Nell’inno alla gioia di Beethoven si parla di un’ala che “affratella tutto ciò che sfiora”. Ma un potere simile, lo possiede solo… l’ala della colomba che è lo Spirito Santo!<br />
A questo punto vorrei, però, rivolgere un pensiero a quelli per i quali “gioia” è una parola sconosciuta, lontana da essi anni luce, e non certo per colpa loro. Parlo dei tanti che soffrono di depressione, di esaurimento o di altri disturbi simili, sempre più frequenti nella nostra società. Nella prima lettura c’è una parola che sembra scritta per essi:</p>
<p>“Non temere, non lasciarti cadere le braccia!”</p>
<p>Non arrendersi alla tristezza e allo sconforto. Reagire! Il rimedio migliore, l’antidepressivo più efficace e meno pericoloso per la salute, è proprio, in questi casi, la speranza di cui abbiamo parlato. Guardare in avanti. Credere che il tunnel buio non sarà senza fine. Chi sta imparando ad andare in bicicletta sa bene che, se non vuole cadere, deve guardare lontano, non per terra o alla ruota davanti.<br />
Ricordo l’iscrizione che lessi un giorno passeggiando tra le tombe del cimitero di guerra inglese alle porte di Milano: “Alla guerra seguirà la pace e la notte sfocerà nel giorno” (“Peace shall follow battle and night shall end in day”). Mi sembra l’augurio e la speranza più bella che si possa dare a chi si trova in questa situazione: che la notte sfoci presto, anche per loro, nel giorno. Senza aspettare, s’intende, la risurrezione dopo morte, anche se la gioia piena si avrà solo allora!<br />
Torniamo ora alle parole di san Paolo per scoprirvi anche qualche indicazione pratica. L&#8217;Apostolo infatti non si limita a dare il comando di rallegrarsi, ma indica anche come deve comportarsi una comunità di salvati che vuole testimoniare la gioia e renderla credibile agli altri. Dice:</p>
<p>“La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini”. </p>
<p>La parola greca che traduciamo con “affabilità“ significa tutto un complesso di atteggiamenti che vanno dalla clemenza, alla capacità di saper cedere e di mostrarsi amabile, tollerante ed accogliente. Potremmo tradurla con “gentilezza”. Ènecessario riscoprire anzitutto il valore umano di questa virtù. La gentilezza è una virtù a rischio, o addirittura in estinzione, nella società in cui viviamo. La violenza gratuita nei film e in televisione, il linguaggio volutamente volgare, la gara a chi spinge più oltre i limiti del tollerabile in fatto di brutalità e di sesso esplicito in pubblico ci stanno rendendo assuefatti a ogni espressione del brutto e del volgare.<br />
La gentilezza è un balsamo nei rapporti umani. Io sono convinto che si vivrebbe tanto meglio in famiglia se ci fosse un po’ più di gentilezza nei gesti, nelle parole e prima di tutto nei sentimenti del cuore. Nulla spegne la gioia di stare insieme quanto la rozzezza del tratto. “Una risposta gentile –dice la Scrittura &#8211; calma la collera, una parola pungente eccita l&#8217;ira …Una lingua dolce è un albero di vita” (Proverbi 15, 1.4). “Una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti” (Siracide 6,5). Una persona gentile lascia una scia di simpatia e di ammirazione dovunque passa. “Come è gentile!”, è la prima frase che viene pronunciata, appena si è allontanata.<br />
Accanto a questo valore umano, dobbiamo riscoprire il valore evangelico della gentilezza che non è solo questione di educazione e di buone maniere. Nella Bibbia i termini “mite” e “mansueto” non hanno il senso passivo di “sottomesso”, “remissivo”, ma quello attivo di persona che agisce con rispetto, cortesia, clemenza verso gli altri. Èdunque l’elogio della gentilezza che Gesù fa quando dice: “Beati i miti”, o quando dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. (Nelle traduzioni inglesi a questo punto c’è proprio la parola gentle, gentile).<br />
Paolo pone la gentilezza tra i frutti dello Spirito quando dice che frutto dello Spirito è: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5, 22). Per san Tommaso d’Aquino la gentilezza è una qualità della carità. Essa non esclude la giusta collera, sa però moderarla in modo che non impedisca dal giudicare le cose con serenità e giustizia. È il segno più chiaro che riconosciamo in chi ci sta davanti una persona umana, con la sua sensibilità e dignità, che non ci sentiamo superiori.<br />
La gentilezza è indispensabile soprattutto a chi vuole aiutare gli altri a scoprire Cristo. L’apostolo Pietro raccomandava ai primi cristiani di “essere pronti a rendere ragione della propria speranza”, ma aggiungeva subito: “Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pietro 3,15 s), che è come dire con gentilezza. Sono questi i modi semplici e alla portata di tutti di testimoniare anche oggi la gioia.<br />
Se la gioia cristiana è comunitaria, non solitaria, allora è chiaro che nessuno può essere felice da solo. Il comando “rallegratevi “ significa anche: spandete allegria. Non si deve aspettare di essere perfettamente sani e di buon umore per fare un sorriso a qualcuno. Bisogna sapere tenere per sé qualche cruccio e condividere con gli altri le cose positive e la gioia; non il contrario e cioè tenere per sé la gioia e condividere con gli altri solo i crucci e le pene. Ci sono persone che alla domanda solita: “Come stai? Come va?”, rispondono immancabilmente: “Benissimo. Grazie”, e altre che immancabilmente rispondono: “Male”. Nel primo caso i volti si aprono al sorriso, nel secondo di solito si chiudono sulla difensiva.<br />
Il profeta Isaia riferisce che a suo tempo i popoli vicini sfidavano i figli d’Israele, dicendo: “Fateci vedere la vostra gioia!” (Isaia 66, 5). Il mondo non credente, o che è in ricerca della fede, dice ai cristiani la stessa cosa: “Fateci vedere la vostra gioia!” Cerchiamo dunque, se ci riusciamo, di far vedere al mondo, a partire da chi ci vive accanto, un po’ della nostra gioia. </p>
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		<title>Giovanni Battista, profeta dell’Altissimo   -     II Domenica di Avvento</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2018 08:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Baruch 5, 1-9; Filippesi 4, 4-6.8-11; Luca 3, 1-6 Il Vangelo di questa Domenica è occupato per intero dalla figura di Giovanni Battista. Ecco come egli si presenta al mondo: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Baruch 5, 1-9; Filippesi 4, 4-6.8-11; Luca 3, 1-6</p>
<p>Il Vangelo di questa Domenica è occupato per intero dalla figura di Giovanni Battista. Ecco come egli si presenta al mondo:</p>
<p>“Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”</p>
<p>Non possiamo trascorrere il tempo che ci separa dal Natale, senza dedicare una volta la nostra attenzione a questo araldo che preparò l’umanità alla prima venuta di Cristo. Vedremo che egli ha qualcosa di molto attuale da dirci.<br />
Fin dal momento della sua nascita, Giovanni Battista fu salutato dal padre Zaccaria come profeta:</p>
<p>“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo<br />
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade” (Luca 1, 76)</p>
<p>Noi siamo oggi alla ricerca di profeti. Nel mondo e nella Chiesa, tutti invocano i profeti. Nel medio evo, la domanda magica che tutti avevano sulle labbra (almeno secondo il famoso ciclo epico dei cavalieri della Tavola Rotonda) era: “Dove è il Santo Graal?”; oggi la domanda è: “Dove sono i profeti?”. I profeti sono come gli occhi dell’umanità. Senza di essi l’umanità si sente cieca e non sa in che direzione muoversi. La più grande sventura del popolo d’Israele dopo l’esilio non era la mancanza di cibo o di sacrifici nel tempio, ma la mancanza di profeti: “Non ci sono più profeti tra noi e nessuno sa fino a quando” (Salmo 74,9).<br />
Ma chi è il vero profeta? San Giovanni Battista ci aiuta a scoprirlo. Cosa ha fatto il Precursore per essere definito da Cristo “il più grande dei profeti” (cfr. Luca 7,28)? Anzitutto, sulla scia degli antichi profeti di Israele, egli ha predicato contro l’oppressione e l’ingiustizia sociale. Nel Vangelo di Domenica prossima lo sentiremo dire:</p>
<p>“Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.</p>
<p>Agli esattori delle tasse, che tanto spesso dissanguavano i poveri con richieste arbitrarie, dice: “Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato”. Ai soldati, inclini alla violenza: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno” (cfr. Luca 3, 11-14). Anche le parole or ora ascoltate sui monti da spianare, le valli da colmare e i passi tortuosi da raddrizzare, possono avere una applicazione sociale. Potremmo oggi intenderle così: “Ogni ingiusta differenza sociale tra ricchissimi (i monti) e poverissimi (le valli) deve essere eliminata o almeno ridotta; le vie tortuose della corruzione e dell’inganno devono essere raddrizzate”.<br />
 Fin qui riconosciamo facilmente l’idea che abbiamo oggi del profeta: uno che spinge al cambiamento; che denuncia le storture del sistema, che punta il dito contro il potere in tutte le sue forme -religioso, economico, militare-, che osa gridare in faccia al tiranno, come farà appunto Giovanni Battista con Erode: “Non ti è lecito!” (Matteo 14,4).<br />
Ma Giovanni Battista fa anche una seconda cosa. Dà al popolo “la conoscenza della salvezza, nella remissione dei suoi peccati” (Luca 1, 77). In che senso, potremmo chiederci, questo fa di lui un profeta? Dov&#8217;è la profezia in questo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura; ma Giovanni Battista non annuncia una salvezza futura; indica uno che è presente. Egli è colui che punta di scatto il dito verso una persona e grida: “Eccolo!”: “Ecco l&#8217;Agnello di Dio!” (Giovanni 1,29). “Quello che si è atteso per secoli e secoli, è qui, è lui!” Che brivido dovette passare quel giorno per il corpo dei presenti a sentirlo parlare così!<br />
Qualcuno potrebbe pensare: ma che profeta è il Precursore, se si limita a indicare quello che tutti hanno sotto gli occhi? E invece proprio qui sta la grandezza della sua profezia! I profeti tradizionali aiutavano i contemporanei a oltrepassare il muro del tempo e vedere nel futuro, ma lui aiuta a superare il muro, ancora più spesso, delle apparenze contrarie e fa scoprire il Messia nascosto dietro le sembianze di un uomo come gli altri. Il Battista inaugurava così la nuova profezia cristiana, che non consiste nell’annunciare una salvezza futura (“negli ultimi tempi”), ma nel rivelare la presenza nascosta di Cristo nel mondo.<br />
Che cosa ha da dire tutto ciò a noi? Anzitutto questo: che anche noi dobbiamo tenere insieme quei due aspetti del ministero profetico: impegno per la giustizia sociale da una parte, e annuncio del Vangelo dall’altra. Non possiamo dimezzare questo compito, né in un senso né nell’altro. Un annuncio di Cristo, non accompagnato dallo sforzo per la promozione umana, risulterebbe disincarnato e poco credibile; un impegno per la giustizia, privo dell’annuncio di fede e del contatto rigenerante con la parola di Dio, si esaurirebbe presto, o finirebbe in sterile contestazione.<br />
Ci dice anche che annuncio del Vangelo e lotta per la giustizia non devono rimanere due cose giustapposte, ma senza legame tra di loro. Deve essere proprio il Vangelo di Cristo a spingerci a lottare per il rispetto dell’uomo, in modo da rendere possibile a ogni uomo “vedere la salvezza di Dio”. Giovanni Battista non predicava contro gli abusi da agitatore sociale, ma da araldo del Vangelo, per “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Luca 1, 17).<br />
In una Domenica di Avvento come quella di oggi, nel 1511, un frate domenicano spagnolo, fra Antonio de Montesinos tenne un’omelia sulle parole che abbiamo udite all’inizio: “Voce di uno che grida nel deserto”. Parlava a una assemblea di conquistadores in una delle terre da poco colonizzate dell’America centrale. Le sue parole cadevano come mazzate sulla testa dei presenti. Diceva: “Con quale giustizia e con quale diritto tenete in tanta crudele e orribile servitù questi indios? Con quale autorità avete fatto tante guerre detestabili a queste genti che stavano docili e pacifiche nelle loro terre e avete eliminato molti di loro?&#8230;Perché li tenete così oppressi e affaticati, senza dar loro da mangiare, né curarli nelle loro infermità? Che cura avete affinché conoscano la dottrina e il loro Dio e creatore? Questi non sono uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?”.<br />
Il famoso Bartolomeo de las Casas che ci ha trasmesso questa predica, dice che i presenti rimasero alcuni indignati, altri toccati e compunti. Giovanni Battista fu l’ispiratore di questa denunzia profetica che Giovanni Paolo II ha ricordato, in occasione dei 500 anni dall’evangelizzazione dell’America latina, come l’interpretazione più autentica del Vangelo in quel momento storico. Anche Campesinos, come il Battista, pagò, sembra, con la vita il coraggio di gridare ai conquistadores il suo “non licet”, non vi è lecito.<br />
Anche oggi l’austera e affascinante figura di Giovanni Battista non dovrebbe passare invano davanti ai nostri occhi nella liturgia, ma suscitare analoghe, coraggiose prese di posizione in nome del Vangelo.<br />
C’è un campo dove siamo chiamati ad assumere il ruolo degli accusati, più che quello degli accusatori. È stato osservato, dati alla mano, che “nel Nord del mondo, un cane ha beni a disposizione diciassette volte quelli di cui dispone un bambino del Sud del mondo”. Come non ricordare, davanti a questo fatto, il grido di Giovanni Battista: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e lo stesso faccia chi ha da mangiare!”. O il grido di Campesinos ai conquistadores: “Non sono anch’essi uomini come voi”?<br />
Se il Battista ci spinge, si diceva, a lottare contro l’ingiustizia per poter annunciare a tutti, anche ai poveri, la buona novella, dobbiamo, prima di terminare, raccogliere qualche spunto anche a questo riguardo. Come annuncia Gesù Cristo, il Precursore? Che metodo usa? Non è nei contenuti che egli ci è maestro. Egli si situa agli albori della fede, ha una cristologia povera ed elementare; non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Verbo, Figlio di Dio, Signore. In compenso però ha una capacità straordinaria di far sentire Cristo vicino, e importante per la vita. Grida: “In mezzo a voi, c’è uno che voi non conoscete”. Comunica il senso dell’urgenza della decisione (“la scure è alla radice!”) e dell’importanza della posta in gioco. “Egli ha in mano il ventilabro”, cioè: davanti a lui si decide chi sta e chi cade, chi sarà grano buono e chi pula che il vento disperde.<br />
Giovanni Battista ci ricorda, in tal modo, che per partecipare allo sforzo di evangelizzazione della Chiesa, non si richiede necessariamente una grande conoscenza della teologia o la capacità di fare ragionamenti complicati. Si richiede piuttosto coraggio, convinzione, esperienza (s’intende, di Cristo) e coerenza di vita. Tutti possono parlare di Cristo come ne parlava il Precursore, anche chi non ha studiato.<br />
Giovanni Battista si definiva “voce di uno che grida nel deserto”. Speriamo che egli non gridi anche oggi “nel deserto”, ma che la sua voce giunca a molti e faccia nascere in essi il desiderio di preparare davvero, nel proprio cuore, le strade al Cristo che viene. </p>
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		<title>Ecco, verranno giorni…    -     I Domenica di Avvento</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2018 09:41:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suorchiara</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Geremia 33 14-16; 1 Tessalonicesi 3, 12-4,2; Luca 21, 25-28.34-36</p>
<p>Comincia con questa prima Domenica di Avvento un nuovo anno liturgico. Il Vangelo che ci accompagnerà nel corso di questo terzo anno del ciclo triennale è quello di Luca. La tradizione cristiana si è compiaciuta nel mettere in risalto alcune caratteristiche di questo vangelo: è il Vangelo della misericordia (a causa di alcune celebri parabole, come quella del figliol prodigo), il Vangelo dei poveri (per la speciale attenzione alla dimensione sociale della predicazione di Cristo), il Vangelo della preghiera, dello Spirito Santo, per il rilievo accordato a questi temi. È anche il Vangelo in cui più chiara appare la preoccupazione storica. Nel prologo l’autore ci parla delle sue fonti e delle “ricerche accurate” premesse alla redazione del suo Vangelo. Anche in seguito, più volte egli si preoccupa di indicare le coordinate storiche e geografiche, dentro cui si svolge il ministero terreno di Cristo.<br />
La liturgia, nelle sue letture, ci spinge oggi a guardare in avanti, ci rimette, come fa puntualmente all’inizio di ogni anno, in stato di attesa. Tutti i verbi sono al futuro. Nella prima lettura ascoltiamo queste parole di Geremia:</p>
<p>“Ecco verranno giorni -oracolo del Signore- nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per David un germoglio di giustizia&#8230;.” </p>
<p>A questa attesa, realizzata con la venuta del Messia, il brano evangelico dà un orizzonte o contenuto nuovo che è il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi:</p>
<p>“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande”.</p>
<p>Il Salmo responsoriale invita il credente a proiettarsi in avanti, a lanciare ancora una volta in alto la sua anima, come fa il mare a ogni alta marea:</p>
<p>“A te, Signore, innalzo l’anima mia”.</p>
<p>Questo invito della liturgia a rimetterci sempre di nuovo in cammino riflette quello che avviene anche nella vita. La capacità di tornare a sperare dopo l’ennesima smentita della realtà, è una delle capacità più incredibili dell’uomo. (Chi conosce l’opera Aspettando Godot di Samuel Beckett ha davanti una immagine efficacissima di questa prerogativa umana). Come la canna si raddrizza dopo ogni colpo di vento, così l’essere umano torna a sperare dopo ogni rovescio di fortuna. È forse la nostra risorsa più grande, quella, in ogni caso, che ci permette di continuare a vivere. Poveri noi il giorno che essa venisse meno! Si fermerebbe la vita. Noi abbiamo bisogno di sperare per vivere. Vivere è sperare! Cos’è l’uomo, nella sua realtà esistenziale più profonda, se non capacità di sperare, di proiettarsi verso il futuro, o, come dicono i filosofi, di trascendersi? Un buon motore si giudica dalla capacità di “ripresa” che ha; un uomo, dalla capacità di riprendersi dopo ogni delusione. Anche se non dovesse ottenere quello per cui ha lottato, il suo lottare e tornare a sperare dopo ogni insuccesso non è stato vano. Lo ha elevato a una consapevolezza e a una saggezza che nessuna scuola gli avrebbe potuto insegnare. È verissimo, anche sul piano umano, ciò che afferma san Paolo: “La speranza non delude” (Romani 5,5). Mai!<br />
La speranza è la sola cosa che rende bella e vivibile la vita. Il nostro poeta Leopardi ha espresso questa verità in una delle sue operette morali intitolata Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggero. Siamo all’inizio del nuovo anno. Un passeggero (che rappresenta il poeta) si avvicina a un venditore di calendari all’angolo della strada. Prima di acquistare il suo calendario, ingaggia con lui una conversazione. Inizia a parlare il passeggero:</p>
<p>-Credete che sarà felice quest’anno nuovo?<br />
-Venditore: Sì, certo.<br />
-Come quest’anno passato?<br />
-Più, più assai.<br />
-Vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi che avete vissuti?<br />
-Signor no, non mi piacerebbe.<br />
-Tornereste a vivere tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?<br />
-Piacesse a Dio che si potesse!<br />
-Anche se doveste rifare la vita che avete fatta, né più né meno, con tutti i piaceri e di dispiaceri che avete passati?<br />
-Questo no, non lo vorrei.<br />
-Che vita allora vorresti fare?<br />
-Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.<br />
-Così vorrei anch’io se avessi a rivivere, e così vogliono tutti&#8230; Bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, la sorte incomincerà a trattare bene voi e me e tutti gli altri, e comincerà la vita felice. Non è vero?<br />
-Speriamo.<br />
-Datemi allora l’almanacco più bello che avete.</p>
<p>Tutti metterebbero la firma a ricominciare da capo la vita, ma nessuno accetterebbe di farlo se essa dovesse svolgersi esattamente come quella che ha già vissuto. Perché? Cosa le mancherebbe? Le mancherebbe la speranza, cioè la novità. E cos’è la vita senza novità? Nient’altro che inutile e morta ripetizione!<br />
Quello di cui abbiamo più bisogno nella vita sono dei “sussulti” di speranza ed è ciò che la liturgia vuole aiutarci a realizzare all’inizio del nuovo anno. La Bibbia ci presenta esempi bellissimi di questi sussulti di speranza. Uno si trova nella Terza Lamentazione di Geremia. In mezzo alla desolazione più totale, durante l’esilio, con la città in rovina e la gente stremata dalla fame, il profeta intona la sua lamentazione: “Io sono l’uomo che ha provato la miseria&#8230; Ho detto: È finita per noi. Non c’è più speranza”. Ma a un certo punto il profeta si ferma e dice a se stesso: “Ma le misericordie del Signore non sono finite&#8230;Voglio sperare!” (cfr. Lamentazioni 3, 24). Questa semplice parola cambia di colpo tutto; il tono della lamentazione si rasserena e si torna a fare progetti per il futuro. Proviamo a dire anche noi, in certe circostanze: “Voglio sperare!” e sperimenteremo la forza incredibile che dà questa decisione.<br />
Ma non posso chiudere questa riflessione sulla speranza, senza accennare a un diverso aspetto del problema. Quando noi parliamo di speranza, intendiamo sempre qualcosa che noi ci aspettiamo da Dio. C’è un rischio anche nella speranza: quello di farne un nostro credito di fronte Dio. Abbiamo sperato tante volte una grazia, l’esaudimento di una preghiera, sicuri che questa volta sarebbe stata la volta buona. E niente, silenzio totale. Si finisce per pensare inconsciamente che è Dio che ci è debitore di una risposta; che siamo stati fin troppo pazienti ad aspettare fino ad ora; che, dopo tutto, siamo noi che gli facciamo un favore tornando, ancora una volta, a sperare in lui. (Questa è l’impressione di chi legge Aspettando Godot; le simpatie del pubblico sono tutte per quei due poveracci che aspettano, non certo per Godot che si fa aspettare tanto e che, sembra, rappresenta proprio Dio).<br />
Dimentichiamo una cosa: che anche Dio spera qualcosa da noi; che all’inizio di ogni nuovo anno, anche lui torna, puntualmente, a sperare che sarà l’anno buono, la volta buona. Buono per che cosa? Ma è chiaro: per la nostra conversione! Quanti anni sono che Dio aspetta e spera questo da noi? Da me, sono cinquantasei anni (escludo i primi dieci anni, quando ero troppo piccolo, per avere bisogno di conversione).<br />
Voglio esporvi il pensiero di un poeta a me caro, Charles Péguy. Anche Dio, dice, conosce la speranza. Dio ama l’uomo e non vuole che si perda, ma non può salvarlo “senza di lui”, contro la sua libertà. Allora che può fare, se non quello che fa ogni padre in queste condizioni, e cioè sperare? Cosa faceva il padre del figliol prodigo nell’attesa, se non guardare ogni tanto dalla finestra e attendere? “Il ravvedimento di un uomo è il coronamento di una speranza di Dio”.<br />
Tutti i sentimenti che dobbiamo avere per Dio, è Dio che ha cominciato ad averli prima per noi. Ci dice di amarlo, ma è lui che per primo ha amato noi; ci chiede di credere in lui, ma è lui che ha creduto e ha avuto fiducia per primo nell’uomo; ci chiede di sperare, ma è lui che per primo spera in noi. Spera che accettiamo di salvarci. Ecco in che situazione si è cacciato Dio, per amore dell’uomo. Deve sperare che noi ci salviamo. Bisogna che Dio aspetti il comodo del peccatore. “Bisogna che aspetti che il signor peccatore abbia la compiacenza di pensare un poco alla sua salvezza”.<br />
La domanda più importante, all’inizio di un nuovo anno liturgico, è dunque questa: sarà, esso, l’anno buono per Dio? L’anno in cui coroneremo la sua speranza e la sua attesa a nostro riguardo, convertendoci sul serio, pensando davvero un poco alla nostra salvezza? L’importante non è che in questa vita noi otteniamo quello che aspettiamo da Dio, ma che Dio ottenga quello che aspetta da noi. Lui ha la vita eterna per rifarsi nei nostri riguardi e riempire in un attimo tutte le nostre attese e farsi “perdonare” il ritardo.</p>
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